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venerdì 15 novembre 2019

Leggendo un altro libro di Amos Oz

Dopo tanta pioggia oggi in una breve tregua, con un vento forte e piacevole che un poco asciugava l'acqua dalle piante del giardino, sono uscita a potare un altro cespuglio di gaura, due ne avevo potati nei giorni scorsi sempre in una pausa della pioggia...

Questa è la gaura... Io ne ho un tipo misto, che fa anche fiorellini bianchi, come questi:

E mentre ne toccavo i rami per tagliarli li sentivo roridi di pioggia e il vento mi accarezzava forte e fresco..
Mi piace molto il vento, non quando è fortissimo e gelido, ma il vento che veniva dal mare di Sabaudia in quel momento di tregua era piacevole.. E mi è venuto alla mente: "tocca l'acqua... tocca il vento".. e la poesia che c'è in queste parole scritte che danno il titolo al libro di Amos Oz che sto leggendo... 
L'acqua che scorre e si rinnova, dal cielo alla terra, al mare.. e il vento che percorre distanze.. l'unico contatto di due persone divise dalla malvagità di altri uomini costrette a fuggire per avere salva la vita... Di questo parla il libro di Oz, con una prosa un po' surreale, un po' metafisica, sicuramente triste come può esserlo la vita di persone che si amano e che vengono divise dalla follia della guerra e delle persecuzioni...
"Tocca l'acqua, tocca il vento.." e forse mi sentirai dovunque sei...

Insieme a François Cheng Amos Oz è lo scrittore che in assoluto amo come non mi è accaduto con nessun altro scrittore, di qualunque tempo... Con nessuno ho sentito una vicinanza spirituale come con questi due scrittori, intendendo per spirituale tutto ciò che noi siamo oltre la nostra caduca carne del cui supporto, però, abbiamo necessità per pensare e provare i nostri sentimenti.
La scrittura è "le miracle", come ebbe a dirmi Cheng, che rimane là dove la carne caduca finisce e vive oltre noi se avevamo qualcosa da dire che valga, perché parla a qualcun altro trasmettendo emozioni e creando un incontro.
Questi due scrittori sono miei contemporanei, hanno vissuto il mio tempo, Cheng vive ancora, Oz l'ho scoperto nel momento in cui ho appreso della sua morte.
Cheng l'ho amato leggendo il suo "Le dit de Tianyi", Oz per un po' tutto di lui... 

Sisma - Romanzo Capitolo XII

Sisma
Romanzo inedito di Rita Coltellese
pubblicato a puntate su questo sito con Amministratore Unico Rita Coltellese su contratto con Google Blogger
Il tuo nome di dominio G Suite, ritacoltelleselibripoesie.com, è stato rinnovato correttamente con godaddy per un anno. Puoi continuare a utilizzare G Suite fino alla data 26 dicembre 2019. L'acquisto verrà addebitato sul tuo conto.
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Il Romanzo viene pubblicato per capitoli, ad ogni nuovo capitolo verrà scritta la data di pubblicazione del precedente in modo che il lettore possa, tramite il calendario che appare a destra, ritrovare facilmente il precedente.


SISMA

Capitolo XII
 (Il Capitolo XI è stato pubblicato il  1° novembre 2019)
Ora il ritorno sui luoghi dove erano nati i suoi genitori, per lei luoghi di estati di libertà  nella campagna, lei bambina di città, si stemperava in ricordi di quelle due persone tanto amate e per le quali tanto aveva sofferto.
Non c'era più pietà per quelle rovine che aveva visto, perché parlavano anche dell'orgoglio e dell'egoismo di chi aveva pensato di essere diventato molto più degli altri, essendosi riscattato dalla vita umile di chi l'aveva preceduto.
Suo padre, che pure era arrivato prima degli altri a certe mete, non aveva mai una parola di invidia verso chi mostrava di tirarsi un po' su. Così non era per tutti, sempre pronti a deridere, sminuire, denigrare...
"Il figlio di Italo ha comprato una casa a Prima Porta, - le parlava con meraviglia nello scoprire certe piccolezze e meschinità - e il padre era tutto contento, subito hanno detto "lì si allaga"... Ma perché togliere a quell'uomo la sua contentezza per una meta raggiunta dal figlio..? E' vero, rimane sotto il livello del Tevere, ma hanno fatto gli argini, una volta si allagava, ora non più".
"Quale dei figli?" Aveva chiesto lei, sapendo che aveva una vera nidiata quel poveruomo, fra cui uno visibilmente non suo, ma frutto di un adulterio della sciagurata moglie, cosa che naturalmente sapeva tutto il paese.
E suo padre fece il nome del primo dei figli di Italo, uno che da ragazzino Sara aveva picchiato con una cattiveria tale da rimanerle fra le mani una ciocca dei suoi capelli biondi.
Era stata una bambina cattiva a volte, prepotente ed aggressiva.
Le dispiaceva di averlo fatto: era quello uno di quei ricordi che potevano chiamarsi rimorsi. Anzi lo era. Perché quel ragazzino aveva un anno o due meno di lei e la ragione della lite era nella sua cattiveria, di Sara. Voleva cacciare il bambino dall'aia di sua nonna e lui orgogliosamente non voleva subire quell'ingiusta umiliazione e resisteva. Ne era nata una breve colluttazione in cui Sara aveva avuto la meglio e le era rimasta nel pugno una ciocca dei capelli di quel compagno di giochi estivi. Non c'era ragione alcuna in quella pretesa cattiva di Sara, ma solo la voglia di sopraffazione di chi si sente a torto o a ragione più forte verso chi ritiene più debole. 
La Sara adulta, migliorata dalla consapevolezza, si vergognava di quella bambina più vicina agli istinti che era stata. Allo stesso tempo, però, si assolveva perché ancora inconsapevole e eticamente immatura.
Il comportamento della madre del ragazzino non aveva filtri in un simile contesto: tutti sapevano, anche i bambini. E questo lo esponeva ad essere percepito come più debole degli altri, di quelli che avevano la madre a posto e il padre non debole come il povero Italo che, costretto dalla necessità della cura della nidiata e della casa, oltre che delle braccia per la campagna, si era tenuto la sciagurata moglie e il figlio adulterino.  
Una sera Sara era andata con il marito in una pizzeria dove non erano mai stati, fuori dal quartiere dove abitavano. La zona dove i pizzettai lavoravano era aperta alla vista del pubblico e lei riconobbe quello che era stato il ragazzino a cui aveva tirato i capelli: era al lavoro con la sua tenuta bianca insieme ad un collega. Lo udì dire al collega guardandola: "Quella è matta." Sara non dette segno di aver colto la frase né ne parlò a suo marito. Pensò al cattivo ricordo che aveva lasciato in colui, forse rinforzato dalle malevole dicerie della suocera del cugino di Filomena che abitava nel suo palazzo che, lo dava per sicuro, erano state da questa riportate al paesino...
Quel posto di fantasmi che si era lasciato alle spalle con il suo silenzio e le sue rovine, con le erbacce  che vi erano cresciute in mezzo, era l'emblema di riscatti orgogliosi, di ghigni soddisfatti, che non potevano dare più la soddisfazione ottenuta con tanti sacrifici, né essere il rifugio di estati del ritorno nel luogo natìo.
Al sentimento di pietà si stava piano piano sostituendo con i ricordi un sentimento di distacco e di lontananza per tutta quella comunità umana di cui aveva conosciuto tutto, pur essendone in fondo sempre rimasta estranea.
Le sue radici erano lì dove si ancoravano i suoi primi ricordi: le strade del cuore di Roma, dove uscendo dal portone sua madre la conduceva tenendola per mano. Ciò nonostante, amando i suoi genitori oltre la morte e forse ancor di più, dato che l'assenza per sempre cancella le asperità e gli urti quotidiani, lasciando solo l'amore che c'era  stato tra lei e loro, in quel paesino aveva riposto ricordi pieni di sentimenti buoni, anche se doveva riconoscere che l'invidia, la malignità stupida vi avevano dimorato abbondantemente.
Una delle stupidaggini sparse dalla aspra donna di servizio in pensione, tanto interessata alla sua persona da sparlarne a sproposito, era che lei sarebbe nata in quel paesino ma, vergognandosene, diceva di essere romana.
Questo nasceva dal complesso che certa gente campagnola aveva nei riguardi della grande città, dunque una volta urbanizzati per lavoro, per migliorare la loro condizione sociale, molti cercavano di imitare l'inflessione romana risultando buffi o ridicoli.
Così Sara, da persone che si erano bevute quest'altra menzogna, si era sentita dire con sorrisetti insinuanti cose di questo tenore: "Io del mio paese ricordo ogni cosa: un sentiero.. quel cespuglio che era là dove il sentiero si biforcava.." Di fatto avrebbero voluto che lei si sentisse in colpa per aver abiurato alla sua presunta nascita ripudiando il suo paesino. Lei ascoltava queste ed altre insinuazioni non potendo accontentare quei creduloni, così sicuri di sé da pretendere che lei inventasse una sua diversa biografia per avallare le sciocchezze dette dalla suocera di Antonio, cugino di sua zia Filomena...
Era da ridere, o almeno lo sarebbe stato, se Sara a quel tempo non fosse stata ancora giovane e non edotta del fatto che molta gente dice e si nutre di menzogne, dicerie da attaccare addosso a qualcuno per stravolgerne l'immagine, creandogliene una posticcia, più accettabile per loro se sminuita.
Lasciava dietro di sé le radici dei suoi genitori sepolte dalle pietre.
Ma le sue radici anche forse avevano subito un sisma perché tornandoci non trovava più le atmosfere dei suoi primissimi anni di vita.
"Fontan de' Trevi", come la chiamava sua madre, era a due passi da casa sua e, quando non aveva tempo di condurla a giocare al Pincio, sua madre la prendeva per mano, attraversavano Piazza S. Silvestro, Via del Tritone e, imboccando Via S. Maria in via, giungevano nello spazio fra la bellissima fontana e i sedili di pietra di fronte ad essa.
Non c'erano che loro due. Ogni tanto veniva a giocare con lei una bambina di poco più grande, con la pelle nera come quella del padre che l'accompagnava. Il padre si sedeva su una panchina leggendo il giornale, tenendo la gamba che non poteva piegare più stesa davanti a sé. Il padre di Sara le disse che era mutilato di guerra come lui, ma di "Prima categoria" data l'infermità permanente riportata. Sua madre sferruzzava o lavorava all'uncinetto su un'altra panchina.
Ogni tanto arrivavano dei ragazzini con lunghi bastoni di legno tenero, da imballaggi, sui quali in fondo avevano inchiodato dei piccoli coperchi di latta, che all'epoca chiudevano le bottiglie del latte, a mo' di palette per raccogliere le monetine che i turisti tiravano nella vasca della fontana per la tradizione... Ma quasi sempre arrivavo i Vigili Urbani, con le loro belle giacche bianche e c'era il fuggi fuggi generale...
Ora era impossibile entrare in quella piccola piazza, e lo spazio dove Sara e l'amichetta dalla pelle nera e i capelli crespi giocavano era un formicaio di esseri umani, sempre, ogni giorno, ad ogni ora... e c'era mondezza dappertutto.
Anche nella "sua" Roma c'era stato un sisma, lento, ma inesorabile tanto da sconvolgerne l'aspetto e le atmosfere.

lunedì 11 novembre 2019

Made in China napoletano

Pur essendo romana di nascita e con origini laziali-abruzzesi adoro il dialetto napoletano.
Le origini sono laziali-abruzzesi perché i miei genitori nacquero in provincia di L'Aquila per poi essere trasferiti, come territorio, nella provincia di Rieti quando Mussolini la creò.
Nel dialetto del paese da cui provengono mia madre e mio padre ci sono molte assonanze con il dialetto napoletano e non ne capivo la casualità, dato che nei paesini intorno i dialetti erano tutti diversi.
Poi un giorno mio padre mi disse che a circa 1.600 metri di altezza, nella montagna che sovrasta il suo paese natale, aveva trovato una colonnina di confine, risalente alla metà del XIX secolo, in cui su un lato era scritto "Stato Pontificio" e sull'altro "Regno delle due Sicilie". Una possibile spiegazione di quelle assonanze con il dialetto napoletano può stare in questo ritrovamento fortuito di mio padre: il paesino sotto il monte può essere stato una base per le guardie di confine del Regno delle due Sicilie, un avamposto prima delle Marche e dell'Umbria, oltre il confine, appartenenti invece al Papa.

Per questo nel modo di parlare di Massimo Troisi mi sembra di rivedere certi ragazzi di quel paesino che incontravo d'estate...
Non tutta la "napolitanità" mi è gradevole, ma ad esempio quella di Simone Schettino, comico di teatro di dialetto napoletano, che ho scoperto oggi essere anche regista del film mandato in onda nel pomeriggio su RAI Movie, è gradevolissima.
Un film che mi ha fatto ridere fino a farmi venire la tosse per lo sforzo delle risa. Una comicità senza un filo di pesantezza, senza un'ombra di volgarità. Ironico, con un filo di satira sull'invasione dei prodotti cinesi nel commercio italiano condotto con fantasia originale con punte surreali, il film risente soltanto, forse, di tempi dal ritmo non sempre ben cadenzato, e questo dipende dalla mano di regista di Simone Schettino, senz'altro più bravo come attore comico.

Simone Schettino



sabato 9 novembre 2019

Linguaggio errato, cattivo giornalismo

Rita Coltellese *** Scrivere: Lessico giornalistico ridicolo

Rita Coltellese *** Scrivere: Lessico giornalistico

Rita Coltellese *** Scrivere: La solita "informazione" che disinforma

Rita Coltellese *** Scrivere: Ignoranza giornalistica




Non soltanto io critico certo diffuso giornalismo.
Leggo commenti feroci sotto certi articoli dei giornali on-line, ascolto commenti salaci quando non scandalizzati su certi servizi dei TG dove si sentono strafalcioni oppure non si capisce niente della notizia che si vuole dare.
Mi è capitato di leggere un commento su una trasmissione condotta da Raffaella Carrà che intervistava Vittorio Sgarbi, il quale senza remore (quando mai ne ha avute!) ricorda la sua breve relazione con il travestito Roberto Coatti, sempre rimasto uomo anche se veste da donna ed ha caratteristiche fisionomiche molto gradevolmente femminili.
Resoconto di quanto aveva già dichiarato, ospite della trasmissione di Barbara D'Urso, e riportato dal quotidiano Il Tempo:
Nelle sfere c’è Eva Robin’s, nota transessuale che anni orsono ha avuto una relazione con Sgarbi. Lui l’ha sempre detto senza problemi: “Ero attivo, la prendevo da dietro, non mi piace farmelo mettere nel c**o” e lei ieri notte ha ringraziato: “Ammiro il tuo fegato, sei uno dei pochi a dire che sei stato con me, in genere lo nascondono, dicono ‘sì… l’ho conosciuta’, te invece hai anche specificato chi faceva cosa, sono anche rimasta stupita”. Ma Sgarbi che non prova alcuna inibizione per il sesso, ha svelato un retroscena: “Eva Robin's è una donna. Quello che ha di maschile, non m'interessa. Abbiamo fatto sesso a tre con una morta”. Choc in studio e sul volto di Barbara d’Urso: “Come morta?” e il critico d’arte: “Morta, viva all’epoca. Anche con un’altra che però è ancora viva”. Un rapporto fra tre adulti consenzienti che Sgarbi descrive nei dettagli: “Siamo stati in un rapporto a tre… Lei è una morta molto famosa che è stata ospite tua tante volte, era una tua grandissima amica. Una donna straordinaria, celeberrima, famosissima, bellissima… ha fatto di tutto nell’arte, una donna di spettacolo. Io ebbi un rapporto con lei, attraverso il "lui" che è lei. Io misi il "lui" di lei… Lei prendeva il “lui di lei, di Eva, e io stavo dietro. Si chiama trenino. Non si può dire chi sia ma era più famosa di tutti noi, una delle più famose donne italiane. Io, Eva, la prendo come donna però se la prendo come uomo posso farla introdurre nella donna che era con noi, che però è morta quindi non si può dire chi è. Essendo a tre fu un rapporto più complesso, la terza persona era molto più sfrontata di noi, ma non si può parlare di lei, è morta 4-5 anni fa, forse meno. Non dopo il rapporto eh, ma vent’anni dopo”. La d’Urso prima ha ironizzato: “Non ci ho capito niente perché come tutti sanno non faccio sesso da tanto tempo”, poi si illumina: “Ho capito chi era, sì hai ragione, era una mia carissima amica. Donna pazzesca, sì ti credo, ci sta che l’abbia fatto”. Una divertita Eva Robin’s ha confermato l’incontro piccante: “Diciamo che era una serata da Dolce Vita. Eravamo in Via Veneto e poi siamo finiti in una stanza d’albergo”. 

Dopo questa esplicita confessione di Sgarbi di cui tutto si può dire meno che sia un ipocrita, una giornalista, che ha fatto un articolo sulla trasmissione della Carrà in cui si ricordava l'episodio, ha scritto: "una donna decise di unirsi a loro per sperimentare la passione a tre".
Sgarbi non è ipocrita ma la giornalista si, oppure non sa cosa è la passione.
La passione comprende ovviamente anche gli amplessi ma coinvolge il sentimento, anzi, soprattutto il sentimento.
Questa giornalista usa una parola molto usata dagli scrittori romantici per definire una piccola orgia, un sesso depravato o come dicono meglio i francesi una partouze.

venerdì 8 novembre 2019

Fred Bongusto: bella voce, luci e un'ombra

NAPOLI (g.d' a.) - Dovevano trascorrere un lungo week end ad Ischia. Invece lui, Giovanni Adamo, dopo due anni di latitanza è finito a Poggioreale; lei, Gaby Palazzolo, moglie di Fred Bongusto e già consorte dell' ultimo erede della dinastia di attori americani John Barrymoore junior, è stata denunciata per favoreggiamento personale. Giovanni Adamo, quarantacinque anni, per la camorra "Bill Cream", è un pezzo da novanta del clan di Michele Zaza, il suo vice per i pentiti, il fidato braccio destro del boss di Santa Lucia secondo gli inquirenti. Ma fino ad ieri anche un imprendibile "primula rossa". Adamo è riuscito negli ultimi cinque anni a sfuggire sempre alla cattura. Nel ' 78 quando fu rinviato a giudizio con gli uomini della famiglia Lucarelli, nel ' 79 quando i giudici della Procura di Napoli raccolsero le prime prove del traffico di droga organizzato da Michele Zaza, due anni fa quando si diede alla latitanza con Mario Fabbrocini, uno dei presunti mandanti della strage di Torre Annunziata. Infine quest' anno nei giorni del maxi-blitz contro la Nuova famiglia (quasi duecento arresti). Si era salvato anche da un agguato tesogli dai cutoliani. Da Napoli in realtà "Bill Cream" non si è mai mosso. Ogni settimana cambiava appartamento e sono stati in molti ad ospitarlo. Il costruttore Gennaro Pica, ad esempio, denunciato con la moglie per favoreggiamento personale o una delle amanti del bandito, Filomena Restaino, trentun anni. Ma lo ha tradito la sua amicizia con l' industriale Vincenzo Arino. Tenendo d' occhio quest' ultimo, la polizia alla fine ha messo le mani sul boss.

Fred Bongusto è stato un musicista e cantante perfetto: nella voce e nell'esecuzione dei bellissimi brani melodici che ha inciso. Mi capitò di vederlo da vicino quando venne a sponsorizzare un suo disco a 45 giri presso la grande Standa di Via Cola Di Rienzo a Roma: io ero adolescente e lui non aveva ancora 30 anni ed era già famoso. Ricordo la sua semplicità di modi, niente del narcisismo che caratterizzava certi cantanti e divi famosi, e mi stupii che non fosse molto alto, dato che in TV lo sembrava di più.
L'unica pagina di cronaca penale che lo riguardò fu quella di cui ho pubblicato sopra un resoconto dall'Archivio di La Repubblica a firma Giuseppe D'avanzo: un fatto che tenne le pagine di cronaca per giorni, giacché la Polizia lo indagò per i rapporti con il trafficante di droga camorrista da cui lo salvò la moglie accollandosi la colpa di un rapporto con l'Adamo per il quale fu poi denunciata. Ma Fred ne uscì pulito.


Una istantanea presa in strada di Fred Bongusto con la moglie, Gaby Palazzoli, e la figlia di lei avuta da un precedente matrimonio. Si sono sposati nel 1967 e sono stati marito e moglie fino alla morte di lei avvenuta nel 2015.

domenica 3 novembre 2019

Franco Antonello: non c'è limite al dolore

http://www.ansa.it/veneto/notizie/2019/11/02/il-figlio-di-franco-antonello-si-schianta-ed-e-in-coma-gli-avevano-ritirato-la-patente_79b23e8f-7ef0-42eb-97dc-67cb917119d4.html

Rita Coltellese *** Scrivere: Gianluca Nicoletti come Franco Antonello e tanti a...:

Rita Coltellese *** Scrivere: Letture: tre libri a confronto

L'articolo riporta tutto su questo ennesimo incidente mortale post discoteca, con droghe e alcool.
Un triste e stupido copione che si ripete.
Nessun senso di responsabilità verso sé stessi e gli altri.
Nessun pensiero per i propri genitori, in questo caso già provati dal disturbo che affligge il fratello...
Mi dispiace per il padre che ha affrontato con tanto coraggio ed amore il problema del fratello di questo giovane sconsiderato...


Franco Antonello con i suoi due figli: a sinistra nella foto il più grande afflitto da un disturbo autistico e a destra il più piccolo che ha combinato questo macello...

venerdì 1 novembre 2019

Sisma - Romanzo Capitolo XI

Sisma
Romanzo inedito di Rita Coltellese
pubblicato a puntate su questo sito con Amministratore Unico Rita Coltellese su contratto con Google Blogger
Il tuo nome di dominio G Suite, ritacoltelleselibripoesie.com, è stato rinnovato correttamente con godaddy per un anno. Puoi continuare a utilizzare G Suite fino alla data 26 dicembre 2019. L'acquisto verrà addebitato sul tuo conto.
Il team di G Suite © 2018 Google LLC Google e il logo di Google sono marchi registrati di Google Inc.

Il Romanzo viene pubblicato per capitoli, ad ogni nuovo capitolo verrà scritta la data di pubblicazione del precedente in modo che il lettore possa, tramite il calendario che appare a destra, ritrovare facilmente il precedente.


SISMA

Capitolo XI
 (Il Capitolo X è stato pubblicato il  24 ottobre 2019)
In fondo Sara aveva scoperto quello che in seguito la società del suo tempo aveva etichettato come il fenomeno degli "odiatori", evidenziandolo come un fenomeno sociale nato attraverso i cosiddetti "social" con l'avvento della possibilità di espressione che offre Internet.
In realtà Internet aveva dato a ciò che è sempre esistito nei contesti umani, come un veleno che si annida nei cervelli di molte persone, la possibilità di esprimersi in un contesto più ampio ed indistinto.
Mentre guidava sulla via del ritorno Sara pensava a questo..
Ci sono persone miserabili nell'animo che covano insoddisfazioni che tendono a sfogare e cercano solo un bersaglio. Sono vili e riescono a veicolare il loro veleno  mentale solo nel branco: può essere il palazzone dove Sara aveva sperimentato da vittima la calunnia, l'insulto e il linciaggio, come il luogo di lavoro, infine la platea ampia e indistinta dello spazio dato dai social.
Esistono delle Leggi a difesa, come il reato di calunnia e diffamazione, ma sempre difficili da dimostrare con testimonianze, essendo il fenomeno strisciante e subdolo nella sua viltà e per sua natura voluto da chi vi aderisce e dunque necessariamente gode di una omertà.
Sara aveva capito che la suocera di Antonio era stata solo la scintilla che aveva acceso una paglia putrida che esiste ovunque, questa era la scoperta scioccante che la donna aveva fatto acquisendo esperienza di vita. Scioccante perché è amaro scoprire il peggio della natura umana ma, si disse Sara, "se questo esiste bisogna solo prenderne atto".
Bastò che un autista, che abitava in quel contesto e che faceva parte del branco di "odiatori" senza conoscerla se non di vista, si trovasse a lavorare nella stessa struttura dove Sara lavorava perché il fenomeno si riproducesse, come un virus infettante.
Non tutti ovviamente ne furono contagiati, ma i meno intelligenti, i frustrati, coloro che vedevano in lei qualcosa che loro non erano o non avevano, trovarono comodo crederla davvero malata di mente, al di là dell'evidenza di ciò che lei era.
Qualcuno ebbe dei dubbi, Sara lo capiva dagli atteggiamenti, da alcune frasi, che poi furono fugati dalla realtà che vedevano, ma altri, vicini al livello culturale dell'autista, volevano crederci sadicamente: un modo per eliminare qualcuno dal manipolo di persone di cui costoro percepiscono una superiorità in qualcosa che crea loro insicurezza e conseguente ansia.  
Per contro questi soggetti, sempre mentalmente aggressivi, vogliono essere più di quel che sono e la loro pochezza si manifesta con atteggiamenti grotteschi.
Nelle sue riflessioni solitarie alla guida della sua auto mentre scendeva verso la pianura, Sara evocò l'immagine della moglie dell'autista, una donnetta che lui, chiedendo ai capi a cui apriva e chiudeva lo sportello dell'auto di servizio, era riuscito a far entrare come impiegata: Sara l'aveva incrociata una mattina che era venuta al lavoro con un lungo abito nero e un filo di perle. A quel ricordo le venne da sorridere.. La donnetta era assolutamente inconsapevole di essere ridicola e di certo nessuno del branco glielo aveva fatto notare, essendo allo stesso livello. Per il resto vigeva una indifferente e sorniona ipocrisia da parte di chi era consapevole di aver imbarcato gente di bassa cultura e altrettanto bassa intelligenza, ma ciò, a quest'altro tipo di umanità, faceva comodo, giacché erano i migliori spettatori e complici delle loro trasgressioni furbe.
"Questo è il mondo, a livello di piccoli e grandi contesti. E sarà sempre così - pensava la donna - perché questa è la natura umana. Il peggio della natura umana, ma esiste e bisogna tenerne conto. Si stupiscono degli sfoghi degli "odiatori" sui social, del loro avercela con qualcuno che nulla ha fatto di male.. Eppure la Storia insegna.. Non fu forse il senso di inferiorità dei tedeschi umiliati e sconfitti dopo la prima Guerra Mondiale a far attecchire la malapianta dell'odio verso gli ebrei che nulla avevano fatto? Palcoscenici grandi quanto una nazione e palcoscenici ridotti ma la commedia dell'odio che cerca uno sfogo è sempre la stessa.
Erano state le rovine ad ispirarle quelle riflessioni? Forse. Di certo esse mettevano in risalto l'inutilità di tanta cattiveria e malvagità di certi esseri umani amplificandone la miseria.