domenica 14 agosto 2022

Beppe Fenoglio la guerra, la disfatta e i partigiani; mio padre la guerra, la ferita, la malattia e l'odio per l'uccidere...

Ho sentito parlare tante volte di Beppe Fenoglio ma non avevo mai letto niente di lui. Ora sto leggendo "Una Storia Privata" che ha una forte connotazione autobiografica, quindi parla della sua esperienza nella lotta partigiana sulle colline piemontesi delle Langhe.

Beppe Fenoglio

Le Langhe le conoscevo attraverso Cesare Pavese di cui, invece, ho letto molto.

Cesare Pavese
Sono nati molto vicini Fenoglio e Pavese: i luoghi legati a ciascuno si ripetono nei nomi: Santo Stefano Belbo, Alba, Murazzano, Canelli...

Ancora in comune avevano la passione dello scrivere, delle letture, la conoscenza dell'inglese, il rifiuto del fascismo, l'essere degli inguaribili romantici.

Eh si, perché morti entrambi appena poco più che quarantenni, uno per scelta l'altro per malattia, inseguivano l'amore ancora come adolescenti.

Beppe Fenoglio ha scritto il libro che sto leggendo tardi, tanto è vero che esso è stato pubblicato postumo. E in questo libro, scritto quando l'adolescenza e l'amore di cui parla erano ormai lontani, si sente tutto il tormento di un amore forte ma non ricambiato, fino al punto di rischiare la pelle di partigiano solo per arrivare ad un amico, poi compagno di lotta, catturato dai fascisti, non per eroico dovere ma per sapere se fra lui e la sua amata c'è stato qualcosa!

Eppure i segni dell'indifferenza amorosa di Fulvia ci sono tutti, ultima prova l'aver lasciato, nella villa dove era riparata da Torino per sfuggire ai rischi della guerra, il libro che lui le aveva regalato, segno della sua noncuranza per quel pegno d'amore unilaterale che per lei era solo un'amicizia, pur compiacendosi femminilmente di quella ammirazione.

Ma Fenoglio passata la guerra e i suoi orrori, che egli ha continuato a vivere nella lotta partigiana, ancora viveva in sé i sentimenti di sofferenza di quell'amore non ricambiato tanto da scriverne. Eppure aveva accanto una moglie, bella, discreta, che gli ha dato l'unica figlia, l'unica prova di carne della sua esistenza finita troppo presto, forse anche per il suo accanito fumare.

Diverso il destino amoroso di Pavese, meno fortunato si è trascinato di delusione in delusione fino al suicidio.

Diversi anche nell'approccio verso il fascismo e la guerra. Pavese per lavorare si è piegato "violentando la sua coscienza", come ebbe a lamentarsi egli stesso, ad iscriversi al partito unico spinto dalla concretezza di sua sorella, ma dopo l'8 settembre non si è dato alla lotta partigiana come invece fece Fenoglio.

Pavese non partì per la guerra richiamato come Fenoglio e come mio padre ad esempio. Le biografie, non particolareggiate, parlano solo di una cartolina precetto che avrebbe ricevuto nel 1943. Pavese non aveva fatto il militare essendo orfano, ma già alla visita verrà esonerato a causa dell’asma.

Mio padre solo una volta parlò con me di partigiani e, nel nominare la persona o le persone che "Erano partigiani" mise nella parola partigiani un che di timore rispettoso ma timore. Eppure mio padre era antifascista. Il suo foglio matricolare rivela che egli fu mandato al fronte nel maggio del 1940. I suoi racconti alla sua bambina erano pieni di rabbia e di frustrazione per essere dovuto partire per combattere una guerra in cui non credeva: "Se si fosse trattato di difendere la Patria aggredita va bene, ma quel pazzo ha scatenato una guerra di aggressione!" E ancora: "Se ti rifiutavi ti spedivano a Gaeta, al carcere militare, e ti fucilavano. Non avevi scelta!" 

Rimandato a casa perché gravemente ferito e malato nel 1942 avrebbe potuto darsi alla macchia e alla lotta partigiana anche se nel suo territorio, Accumoli, non c'era una particolare formazione della Resistenza. Ma il suo stato di salute era pessimo e dal luglio del 1942 fino al luglio del 1943 mio padre passò di Ospedale militare in Ospedale militare fino a quando lo Stato fascista lo mandò definitivamente a casa ridotto ad uno straccio non più usabile per la sua vergognosa guerra.

Dopo l'8 settembre avrebbe forse potuto, nonostante il suo stato di salute irrimediabilmente compromesso, andare ad unirsi ad alcune delle formazioni partigiane abruzzesi lontane dal suo territorio come la Brigata Maiella, ma credo che il suo stato di salute proprio non glielo permise insieme alla sua ripugnanza per l'uccidere di cui mi parlò.

Mio padre era un uomo di pace e ha vissuto la guerra come una violenza inaudita.

L'odio e il disprezzo per il Re in fuga, per Badoglio che aveva lasciato i suoi commilitoni allo sbaraglio, hanno inannellato per tutta la sua restante breve vita i suoi rabbiosi discorsi.

Per questo trovo indegno che si possa concedere sepoltura all'ignobile "Pippetto" dentro il Pantheon di Roma.

Il libro di Fenoglio, che ora ho finito di leggere, è, a detta degli studiosi dell'Autore, autobiografico fino al punto che hanno individuato la donna che Fenoglio amò non ricambiato e che egli nasconde dietro il personaggio di Fulvia. Nel descrivere la storia romanzata in cui si mischia il vero alla fantasia dell'Autore egli dipinge pagine di quella che era la vita dei partigiani delle Langhe: quello che mi colpisce non sono tanto le condizioni di vita estreme: pidocchi, cibo quel che capitava pur di nutrirsi, l'impossibilità dell'igiene fino ad avere la scabbia, quello che mi colpisce è l'uccidersi italiani con italiani peggio che in una caccia.

Il protagonista uccide un uomo dopo averlo sequestrato al solo scopo di scambiarlo con il prigioniero compagno ed amico dal quale vuole ossessivamente sapere se fra lui e Fulvia c'è stato qualcosa...

Fenoglio consapevolmente o meno ci fa sapere che si uccideva anche per motivi personali durante la lotta partigiana..

L'episodio in cui viene sacrificato un bambino appena 14enne, staffetta partigiana, preso dai militari rimasti fedeli al fascismo, in conseguenza dell'uccisione del sergente sequestrato e ucciso dal protagonista, dà l'immagine della ferocia reciproca e dell'effetto domino di un'azione mossa da privati sentimenti.

La lotta partigiana si smarrisce in fatti collaterali allo scopo vero di essa.

Questo libro è una descrizione ed insieme una confessione...

La parola che più vi ricorre è: fango.

Fango ovunque addosso al protagonista: nelle scarpe, nei calzoni, nella maglia, nel viso... Forse nell'anima.

Pavese è stato tacciato di vigliaccheria perché non ha fatto le stesse scelte di Fenoglio, ma può avere davvero paura di morire salendo in montagna contro i fascisti uno che la morte se l'è data poi da solo?

Mio padre odiava uccidere e forse Pavese pure.



Mio padre fu ricoverato dapprima nell'Ospedale da Campo n. 179 il 29 luglio 1942



Il 2 luglio del 1943, dopo aver trasformato mio padre da un ragazzo sano in un invalido, il Regio Esercito Italiano lo ha lasciato definitivamente a casa.
Così si è salvato dallo sbando dell'8 settembre e dal successivo orrore.