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domenica 16 ottobre 2016

Due comodini: due libri

Due comodini: due libri

L'ho scritto: debbo sempre avere un libro sul comodino. Dividendomi, da fortunata pensionata, fra due case, irregolarmente, senza programmazione di tempi, sto conducendo doppie letture.
Sul comodino della casa di collina ho un libro di Moravia: "Il Conformista".
Su quello della casa al mare un libro di racconti di Giovanni Testori.
Moravia non mi appassiona, come invece è riuscita a fare la sua ex-moglie Elsa Morante.
Di lui, l'ho già scritto, mi sono piaciuti solo due romanzi: "Gli indifferenti" e "Agostino". "La Noia" non mi ha lasciato nulla e "L'amore coniugale" non è ben scritto.
"Il Conformista" mi ha fatto toccare ancora di più con mano quanto l'anima di questo scrittore sia così distante e differente dalla mia. Infatti, anche questo l'ho già scritto, la lettura è frutto di un incontro di due menti: quella dello scrittore e quella del lettore e il risultato è sempre diverso perché diversi sono i due protagonisti, appunto: lo scrittore e il lettore.
Ne "Il Conformista", nel descrivere la psicologia del protagonista fin dall'infanzia, Moravia svela una sua interpretazione dei fatti e delle azioni del suo personaggio e dei riflessi psicologici di tali fatti e azioni sul futuro "conformista" che mi sono alieni, avendo su di me i fatti e le azioni descritti tutt'altro effetto che quello che lui proietta su Marcello, il protagonista. Segno, dunque, di una psicologia a me estranea. Mentre ne "Gli Indifferenti" come in "Agostino" mi trovo d'accordo con certa critica che parla di un Moravia "morale", più che moralista (termine sempre usato con un'accezione negativa), in quanto è implicito nella presentazione dei personaggi e degli eventi un giudizio morale anche severo, ne "Il Conformista" egli descrive Marcello quasi come un deviato psicologicamente fin dalla fanciullezza, fino a cercare in questo il suo successivo bisogno di normalità e quindi il suo conformismo.
Conformismo che, dati i tempi storici in cui egli vive, non può farne che un servitore del fascismo.

Invece, al contrario di come  lo scrittore vuole presentare il suo personaggio, a me Marcello appare come una vittima di due ricchi genitori borghesi egoisti e disaffettivi; un povero bambino cresciuto in solitudine e silenzio. Mi fa pensare quasi al bergmaniano bambino del film "Il Silenzio"
Un'immagine del film di Ingmar Bergman "Il Silenzio"

Quindi Marcello mi fa tenerezza e pena perché egli è innocente, un innocente che riesce a salvarsi dalle insidie di un pedofilo solo grazie al fatto che gli spara. Ed è così puro da farsene una croce, non avendo nessuno con cui parlarne data la solitudine affettiva e comunicativa in cui i suoi sciagurati genitori lo lasciano, invece di autogiustificarsi di fronte a sé stesso per essersi difeso da turpi pretese, come farebbe la maggioranza degli individui.
A mio avviso Marcello è una vittima: in primis dei suoi distratti ed egoisti genitori e, quando adulto va a far visita ai due, si dimostra vittima ancor di più e buono verso queste due deprecabili figure che, in medesime circostanze, molti figli eviterebbero di incontrare, avendo a disposizione molti validi motivi per farlo. 
La madre, vanesia, mondana e superficiale in gioventù, si è lasciata andare senza interessi in una sciatta ignavia, coltivando, pur vecchia, una squallida relazione sessuale con il suo giovane autista. Marcello lo sa, eppure riesce a provare pena e tenerezza per questa donna così degradata. 
Il padre è ormai folle e Marcello gli fa visita nella clinica dove è ricoverato assistendo con desolazione alla sua follia, che non gli consente di avere con lui alcun contatto: come non c'è mai stato, neppure quando era ancora sano.
Marcello, dunque, è uno che subisce la sorte, più che essere "conformista".  A me egli appare come una persona deprivata di  aspettative giuste: l'amore, l'attenzione, la pulizia morale.
Ma per Moravia, futuro comunista che disprezza il regime fascista, descrivere questo personaggio fascista, cercando le radici delle sue scelte nella sua presunta "anormalità", il quale cerca nelle regole imposte dal regime una "qualsivoglia normalità", è una intellettualistica scelta in cui si coglie il disprezzo per il personaggio da lui creato.
Ecco, a me capita di capire più Marcello che la distaccata freddezza dello scrittore nel descriverlo, in quanto i fatti che egli vive me lo fanno apparire una vittima, che non si ribella, questo sì, ma pur sempre una vittima. Non somiglia neppure al protagonista de "Gli indifferenti", passivo spettatore del degrado morale ed economico della sua famiglia, che non muove un dito per cambiare le cose, perché Marcello qualcosa lo fa: serve il regime per il quale lavora come funzionario del Ministero dell'Interno. Non trovo spregevole quello che fa: individuare un suo mancato professore, a cui aveva provato a chiedere la tesi senza riuscire a farsela assegnare, e consegnarlo ai sicari fascisti. Non lo trovo "colpevole" come lo condanna lo scrittore facendogli pensare, nella scena finale, "Dio salvi loro che sono innocenti", quindi riconoscendosi implicitamente colpevole.
Egli ha consegnato ai sicari fascisti un uomo, a sua volta, tutt'altro che nobile, da come lo descrive Moravia stesso: un antifascista che se ne sta all'estero ben riparato da ogni rischio, avendo una vita comoda, con aspetti anche gradevoli, cinicamente cosciente di sacrificare altre vite umane deliberatamente esposte "per la Causa", senza rimorsi, dando per scontato che si tratta di "perdite inevitabili". Il cinismo di costui viene rilevato da Marcello con franchezza quando, pur sapendolo dipendente del Ministero dell'Interno, gli propone di tradire, passando dalla sua parte.
Quello che non capisco affatto è l'immediato innamoramento di Marcello per la moglie lesbica di siffatto professore, leader antifascista, di cui Moravia dà una descrizione quasi di bella figura nobile, anche se tradisce il marito su due fronti...
Qui sta la distanza siderale fra me lettore e lo scrittore, di cui non afferro la psicologia.
Come per molti scrittori, anche in Moravia ricorrono temi e figure nella sua narrativa.
De "Gli indifferenti" ritrovo ne "Il Conformista" la figura dell'avvocato che si approfitta del suo ruolo di amministratore economico di una famiglia per piegare sessualmente e sedurre una giovane e come la giovane, invece di ribellarsi, si abitui ad accettare per lungo tempo questa schiavitù sessuale.
Trovo, inoltre, qualcosa di autobiografico nell'accettazione senza ripulsa, da parte di Marcello, della rivelazione che la moglie gli fa, in viaggio di nozze, sulla sua verginità persa e sulla lunga relazione con l'anziano avvocato, come anche della sua breve relazione con una donna. Giacché Alberto Moravia ha dichiarato con semplicità e senza soprassalti morali che  Elsa Morante ebbe relazioni addirittura mercenarie prima di lui, nel periodo in cui, andata via di casa giovanissima, dovette mantenersi fuori casa.
L'altro scrittore, dell'altro comodino, Giovanni Testori, non l'avevo mai letto e nulla sapevo di lui se non qualche fugace notizia televisiva in cui mi appariva come uno scrittore intriso di cattolicesimo.
Ma quando, leggendolo, l'ho sentito descrivere i pensieri che attribuiva ad una donna nei riguardi di uomini "seduti al bar", ho cominciato a sospettare che fosse omosessuale. Non perché noi donne non si possa essere immensamente diverse l'una dall'altra, ma perché l'attenzione per gli attributi sessuali maschili, il modo goloso di pensarli, mi è sembrato non femminile. E sono andata a documentarmi su questo scrittore "cattolico" scoprendo che la mia impressione era esatta: egli è un omosessuale, dichiarato e sincero, vivendo il suo conflitto morale con i dettami del cattolicesimo.
Quello che mi sorprende è che la cultura prevalente in Italia negli anni della mia formazione, quella Democratica Cristiana, metteva all'indice i libri "peccamosi" di Moravia e mandava in TV opere di Giovanni Testori , che io non ho mai seguito, ma ricordo di aver visto passare nella TV in bianco e nero di allora.
Chissà perché ne avevo tratto l'impressione di uno scrittore severo nel suo cattolicesimo, invece in questi suoi racconti che sto leggendo descrive un'umanità povera, operaia, emarginata, reietta, che degrada anche moralmente mettendosi in vendita. Così la prostituzione, sia femminile che maschile, è quasi una normalità accettata da questa umanità da lui descritta e mi fa pensare che, siccome lo scrittore sempre pesca dalla vita reale, (a meno che non scriva di fantascienza), egli descriva un mondo che conosce attraverso uomini con cui egli ha avuto rapporti mercenari. Non si spiega altrimenti la conoscenza del borghese Testori di un mondo così povero ed infimo. Mi ricorda il comunista Pasolini, ricco regista e scrittore, che girava per le borgate romane cercando "i ragazzi di vita", poveri non omosessuali che si vendevano a lui per denaro o per una parte in un film.
Ecco come due mondi si incontrano: quello del cattolico NON comunista Testori  che descrive l'umanità povera e degradata lombarda e il cattolico comunista Pasolini che, per identiche necessità, viene in contatto con il peggiore degrado delle borgate romane, descrivendole.