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giovedì 13 ottobre 2016

Dario Fo ha avuto una grande fortuna: FRANCA RAME

Da: POMPEILAB

Lo Stupro. Di Franca Rame 9 marzo 1973
Il processo contro gli aggressori di Franca Rame è terminato con la prescrizione. Accertata la matrice fascista dell'operazione e, soprattutto, quasi certa la mano "di Stato".

Un gesto che per anni è stato raccontato dalla stessa Franca. 
(Nota di Rita Coltellese: correggerei la parola  gesto del testo originale con crimine)

Lo Stupro. 

di Franca Rame

C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… Né gran spazio… Forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente. Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento. Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… Torno a casa… Li denuncerò domani“.

Franca Rame con il marito Dario Fo nel 1955 con il loro figlio appena nato Jacopo

Grande Donna Franca Rame, senza la quale Dario Fo non avrebbe avuto la gloria che ha avuto: a lui il Premio Nobel, a lei la peggiore umiliazione violenta che una donna possa subire.
Questo la Società del nostro tempo ha tributato a questa coppia.
Lei è morta prima, 2013, lui oggi 2016.



Massimo D'Alema e il suo inattendibile NO


Eccolo il comunista che, come appresi tanti anni fa dalle pagine di "La Repubblica", andava in eschimo a tirare oggetti ai "ricchi" che uscivano da "La Bussola" di Viareggio, sulla sua barca da "ricco".

IL LEADER PDS: ' ANCH' IO LANCIAI UNA MOLOTOV ... '

MONTECCHIO - "Io un burocrate di partito... Ma se da ragazzo ho anche tirato le molotov". Detto da Massimo D' Alema, il freddo cinico D' Alema, fa il suo effetto, e la solita enorme platea della festa di Cuore ieri sera è restata un attimo muta. Lui ne ha approfittato per spiegare: "E' storia, Pisa ' 68, esattamente davanti alla Bussola di Viareggio. C' è stato anche un processo in Corte d' Assise".

Da: La Repubblica - 13 ottobre 2016 di GOFFREDO DE MARCHIS
Referendum, il No: da Fini a Pomicino, in fila le vecchie glorie della Prima Repubblica
Alla riunione di Italiani europei contro la legge in sala Dini, Ingroia, Civati e Salvi

Terza Bicamerale, Commissione D'Alema 1997-1998

Seconda Bicamerale, Commissione De Mita Iotti 1992-94

Prima Bicamerale, Commissione Bozzi 1983-1985



IL RISOTTO DI D' ALEMA TRAPPOLA A FUOCO LENTO

ORMAI non ci sono dubbi: c' è chi trama per distruggere Massimo D' Alema. Forse un politico invidioso dei suoi successi, forse un geloso compagno di partito, forse un antico rivale in amore. Non si sa. Ma il complotto c' è, e purtroppo per lui comincia a dare i suoi frutti avvelenati. Se ne sono accorti lunedì sera alcuni milioni di italiani, inconsapevoli spettatori di quello che sarà ricordato come "l' agguato del risotto". Teatro dell' episodio, il salotto politico di "Porta a porta", chez Bruno Vespa, ospite D' Alema. Si parlava della crisi e della Bicamerale, quando a un certo punto il viso dell' ex direttore del Tg1 s' è illuminato di un sorrisetto malizioso: "Abbiamo avuto la sensazione che in questa crisi qualcuno volesse cucinare qualcun altro a fuoco lento. E ci siamo rivolti a un esperto...". Parte il filmato, titolo "A fuoco lento". Chi sarà? Andreotti? Cossutta? Pacini Battaglia? Macché, la voce fuori campo rivela che è il solito D' Alema. Però a vederlo non è affatto il solito D' Alema. Maniche di camicia e grembiule bianco, l' uomo che sta cesellando il semipresidenzialismo appare impietosamente immortalato da una telecamera amatoriale - la faccia poco sospettosa della vittima lascia presumere che lui si fidasse del suo misterioso attentatore, e questo finora è l' unico indizio che abbiamo - mentre cucina un risotto d' emergenza. La scena è drammatica: l' uomo che ha battuto Berlusconi, domato Fini e piegato Bertinotti piange tagliando le cipolle (titolo in sovraimpressione: "Che commozione!"), il presidente della Bicamerale, che a Montecitorio invocava il doppio turno, chiede a voce alta "un coltello grosso, un coltellaccio, una mezzaluna ci vorrebbe per il prezzemolo", il leader che ha stregato il Pds rivela ai presenti il segreto del soffritto: "Invece di mettere la cipolla a sfriggere, io la lascio a bollire così perde il suo afrore". Simpatiche scene di vita quotidiana, immaginiamo un vero successo a casa del compagno Nicolino La Torre, ma riviste in italovisione danno ragione al saggio cardinal Mazzarino, che a suo tempo raccomandava ai potenti: "Non ammetter spettatori né tempi di tavola. Ciò che di tuo deve comparire in pubblico, ancorché affare di poco momento, travagliaci con tutta attenzione d' intorno, perché da una tua sola operazione dipende la tua fama per sempre". D' Alema non avrebbe mai dato il permesso di mandarle in onda, ne siamo sicuri. E invece un meschino traditore, un subdolo attentatore infiltratosi in quella cena, ha consegnato la cassetta a Vespa. Obiettivo, trasformare il "lìder Massimo" in "chez Maxim". E la trappola è scattata, inesorabile. "Non se l' aspettava, eh?" ha esclamato il padrone di casa a un segretario sempre più imbarazzato. Poi, per dare il colpo di grazia al malcapitato, è arrivato persino uno chef vero, Gianfranco Vissani, che D' Alema chiamava "il maestro", come non aveva mai chiamato neanche il professor Sartori. Dalla crisi si è così passati al dibattito sulla cotenna di maiale, e dalle asciutte domande di De Bortoli il leader pidiessino è scivolato a un brindisi con un calice di rosso. Finché, folgorato dal ricordo dell' Umbria terremotata, non ha posato in fretta il bicchiere e ha ricordato "questa terra che è stata ferita". Chiunque vi abbia assistito, non dimenticherà l' agguato del risotto. Chiunque lo abbia visto, oggi si domanda: ma chi è il traditore?
articolo di: Sebastiano Messina