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martedì 24 gennaio 2017

Cosa c'è di vero?

Non sapevo nulla di questo accostamento fra il caso dei fratelli Occhionero e Antonio Di Pietro quando era Ministro delle Infrastrutture del Governo Prodi.
Un'amica me ne ha parlato e sono andata a documentarmi.
Questo articolo di La Voce delle voci, che potete leggere per intero cercandolo sul WEB, mette insieme la volontà di Di Pietro, di realizzare un grande spazio interporto vicino al Porto di Taranto per lo stoccaggio delle merci che arrivano e partono via nave e lo scalo ferroviario, e la volontà del giovane Giulio Occhionero di partecipare ad un simile progetto con le sue competenze.
Fin qui nulla di male: cercare di inserirsi in un progetto importante se si hanno competenze a capacità professionali è solo da ammirare, piuttosto che cercare il solito postarello statale sicuro per tutta la vita. Di Pietro, d'altra parte, difende pubblicamente, in una intervista a Radio Cusano Campus, il progetto a suo avviso utile al Paese e a cui, afferma, si pensava da almeno dieci anni, dunque da prima che egli sedesse sulla poltrona di quel Ministero.
Ma l'articolo di La Voce delle voci esplora, mettendo insieme tanti indizi, la possibilità reale di voci che sono corse già all'epoca di Mani Pulite su Antonio Di Pietro, che egli avesse rapporti con la CIA, grande ed invisibile mestatrice negli equilibri politici dei Paesi strategici per la NATO, come siamo noi, Italia, data la posizione geografica nel Mediterraneo.
Ma prove certe non ce ne sono, né il fatto che l'appartenenza accertata di Giulio Occhionero ad una loggia massonica e la sua partecipazione lavorativa ad un progetto poi non realizzato, che piaceva anche al Ministro Di Pietro, significhi un legame fra CIA, massoni e politica italiana...
Come ha detto ai giornalisti che la intervistavano Marisa Ferrari Occhionero "Appartenere ad una loggia massonica non è un reato."
Purché non si trami contro lo Stato come fece la P2, aggiungo io..

Da: La Voce delle voci

DI PIETRO, GLI AFFARI & LA CIA / DA QUEL TA.BU. CON GLI OCCHIONERO…


15 gennaio 2017 autore: Andrea Cinquegrani

Da Occhionero a Montenero. Una pista bollente quella che porta dai (con)fratelli spioni saliti alla ribalta delle cronache al paese che diede i natali ad Antonio Di Pietro e all’affare TABU, o meglio TA.BU. che sta per Taranto Business, la mega struttura portuale fortemente voluta dall’allora ministro delle Infrastrutture, in perfetta sintonia con la Westlands targata Occhionero e i vertici americani. E proprio negli Usa l’ex pm – oggi tornato, racconta, a fare il contadino – aveva parecchi amici, che aveva iniziato a coltivare già prima dello scoppio di Mani pulite. Una story tutta da raccontare, con tanto di 007 al seguito.

L’EMENDAMENTO OCCHIONERO FIRMATO DI PIETRO
Partiamo da Taranto. Tutti ne scrivono, dell’affaire, ma nessuno tra i grandi media (sic) fa cenno al ruolo giocato dal Di Pietro ministro del governo Prodi in quel 2007. Tranne un fugace cenno di Repubblica: “Nella legge finanziaria del 2007 arriva un comma che autorizza la realizzazione di infrastrutture portuali strategiche in deroga ai piani regolatori per il solo porto di Taranto. Una norma disegnata come un abito di sartoria e che Conte (Michele, all’epoca presidente dell’Autorità portuale tarantina, ndr) viene sollecitato a rispettare durante un incontro convocato a Roma dall’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro”. Stop.
Michele Conte
Michele Conte
Si era opposto con decisione, Michele Conte, a quel mastodontico (capace di lievitare, tra un passaggio e l’altro, dagli iniziali 800 milioni di euro a 1 miliardo e poi a 1 miliardo e 200 milioni, così come gli addetti, che s’impennano da 2.500 a quota 5 mila!) ma opaco progetto che stava molto a cuore a Di Pietro e agli amici a stelle e strisce, amministrazione Bush in testa, passando per la Us Navy e l’ambasciataUsa. E’ infatti proprio il consigliere politico dell’ambasciata yankee in Italia,Barbara Leaf, a portare per mano gli Occhionero brothers negli ambienti politici di casa nostra che contano, a cominciare dal dicastero delle Infrastrutture, dove è sbarcato il pm di Mani Pulite.

Per saperne di più senza ipotesi e restando sui fatti:
Da: TARANTO BUONASERA.IT
Andiamo con ordine. Nelle carte dell’inchiesta sulla presunta attività di spionaggio e dossieraggio esercitata da Occhionero con la sorella Francesca sono emersi elementi che hanno a che fare proprio con il porto di Taranto. Tra i file “custoditi” sui server utilizzati dai due fratelli finiti agli arresti, era archiviata una cartella denominata “Tabu”, acronimo che starebbe per Taranto Business. All’interno, account e password collegati all’Autorità Portuale di Taranto. Il business sarebbe stato proprio quello che Occhionero, forte di appoggi massonici, voleva mettere a segno qui tra i Due Mari.
La vicenda, inziata intorno al 2005, prese sostanza a cavallo tra il 2007 e il 2008. A seguirla era stato Michele Conte, dapprima come segretario generale e poi come presidente dell’Autorità Portuale. «Giulio Occhionero - racconta Michele Conte a TarantoBuonasera - si presentò come titolare della americana Westlands Securities (società registrata a Malta nel 1998, ndr), una società di consulenza internazionale che operava anche in borsa. Occhionero era accompagnato da lettere di accredito di banche inglesi o americane». Il progetto era di quelli faraonici: «Proponeva un investimento di 800 milioni di euro per realizzare ciò che in effetti era previsto nel piano regolatore portuale: l’allargamento del molo ovest, quello che oggi teoricamente dovrebbe ospitare la cassa di colmata per i dragaggi, e l’utilizzo dell’ex yard Belleli per realizzare un terminal container e un impianto di trasformazione di prodotti agroalimentari. In pratica, una sorta di distripark. Occhionero parlava di occupazione per cinquemila addetti».
Cifre che fecero rapidamente girare la testa a imprenditori e rappresentanti delle istituzioni, che accolsero con grande entusiasmo il progetto dell’ingegnere nucleare dedito a curiosare nei computer e negli smartphone di uomini di governo, banchieri, imprenditori, militari e prelati di alto rango. Un progetto che aveva incantato persino l’allora ministro per le infrastrutture Antonio Di Pietro. «In verità - rivela Conte - quando chiesi con quali fondi sarebbe stato finanziato questo massiccio investimento, Occhionero mi parlò di fondi pensionistici statunitensi. Ebbi allora l’impressione che potesse trattarsi di qualcosa di piuttosto vago e allora chiamai il consolato americano a Napoli per chiedere informazioni. Mi risposero che non sapevano assolutamente nulla».
Una informazione sufficiente per indurre l’allora presidente dell’Autorità Portuale a procedere con estrema cautela. «Occhionero mi si presentò con la bozza di un atto di concessione che stravolgeva i termini della legislazione italiana, perché capovolgeva le responsabilità giuridiche attribuendole in capo allo Stato. Ovviamente rispedii tutto al mittente». Ma il fantomatico investimento fa gola a molti e Di Pietro decide di convocare una maxi riunione al ministero, a Roma: «C’era anche il commissario anticorruzione, il prefetto Serra. Tra me e Di Pietro ci furono contrasti e addirittura mi si accusava di ostacolare quel progetto perché avrei avuto in animo di favorire altri interessi. A quel punto dissi a Di Pietro di assumersi lui le responsabilità delle decisioni. Di Pietro si convinse a procedere con il meccanismo del project financing. Bisognava quindi presentarsi al Cipe con un progetto preliminare. Servivano diecimila euro: da quel momento della Westandls Securities e dell’investimento da 800 milioni perdemmo le tracce». Ci fu però un tentativo di rivalsa di Occhionero proprio su Michele Conte: «Fu promossa un’azione giudiziaria nei miei confronti. L’anno scorso quella denuncia è stata archiviata».
Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

Di Pietro a Radio Cusano Campus:
 “Se tornassi indietro quel porto a Taranto lo farei ancora. L’idea di creare un sistema di stoccaggio e scambio tra le merci che arrivano via mare e quelle che devono salire su treni e camion è necessario, lo è ancora ora e quando sono arrivato al ministero io se ne parlava già da dieci anni. Sono ancora convinto che quell’opera andava fatta e che quella proposta era una proposta seria. Non firmai una legge ad hoc per Occhionero, firmai una legge per costruire un interporto per accogliere le merci che arrivano via nave e via ferrovia. Quel comma è un comma sacrosanto che andava e che va fatto e che la proposta che venne fatta a suo tempo era giusta”.
Da: AGEN PRESS.it      17 gennaio 2017

Cyberspionaggio. I fratelli Occhionero restano in carcere. Rischio inquinamento prove e reiterazione reato

Agenpress – Restano in carcere Giulio e Francesca Maria Occhionero
Il gip Maria Paola Tomaselli ha respinto l’istanza di scarcerazione avanzata dai difensori dei due, gli avvocati Stefano Parretta e Roberto Bottacchiari, accusati dalla procura di cyberspionaggio. Per il giudice c’è il rischio di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato. Nei prossimi giorni i difensori depositeranno istanza al tribunale del Riesame.
I fratelli Occhionero sono accusati di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, accesso abusivo a sistema informatico aggravato e intercettazione illecita di comunicazioni informatiche. I due sostengono che non c’entrano nulla, “non siamo spie”, dicono, e sostengono di essere vittime di un’inchiesta che va avanti da mesi.
Il sospetto degli inquirenti è che i due abbiano carpito e archiviato su server esteri, per motivi ancora ignoti, una serie enorme di dati, e nell’ordinanza di custodia cautelare, il gip spiega come la vicenda non sia una “isolata iniziativa dei due fratelli ma che al contrario si collochi in un più ampio contesto dove più soggetti operano nel settore della politica e della finanza”.
Sarebbero “circa 20mila le vittime accertate sinora” dalla Polizia Postale nell’ambito dell’inchiesta ‘Eye Pyramid’, che ha portato alla luce una centrale di cyber spionaggio che “aveva lo scopo di monitorare e sottrarre informazioni a istituzioni, pubbliche amministrazioni, studi professionali e imprenditori”. Ma “molte di più potrebbero emergerne dall’analisi dei server dislocati negli Stati Uniti e sequestrati grazie alla collaborazione della Cyber Division dell`Fbi”.
Ricordiamo che nella lista degli account ‘hackerati’ dall’organizzazione capitanata dai fratelli Giulio e Francesca Occhionero scoperta dalla Polizia postale, figurano anche quelli di Matteo Renzi, di Mario Monti, dell’ex governatore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni; di Piero Fassino, Ignazio La Russa, Mario Canzio e dell’ex comandante  della Guardia di Finanza Saverio Capolupo. Spiati anche Vincenzo Scotti, Walter Ferrara, Alfonso Papa, Paolo Bonaiuti, l’ex ministro Maria Vittoria Brambilla, Luca Sbardella, Fabrizio Cicchitto, Daniele Capezzone, Vincenzo Fortunato, il ministro Paolo Poletti. L’ex presidente della Regione Campania Stefano Caldoro e il senatore Domenico Gramazio.
gennaio 2017

Mi viene da sorridere leggendo questi nomi di cui, basta leggere i commenti dei lettori sotto i vari articoli dei giornali on-line, gli Italiani non dimostrano di avere grande stima e men che meno fiducia! 
Non vado a cercare sul Codice Penale il reato di "procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato", ma rilevo che difficilmente gli Italiani vedono nei nomi elencati lo Stato e la sua Sicurezza... Temo che in quei nomi vedano ben altro.. Alcuni poi, come la Brambilla, strappano il sorriso! Per non parlare di Capezzone e Bonaiuti! Chi non ricordasse nemmeno chi sono può farsi un giro sul benemerito WEB, a cui alcuni (e si capisce bene il perché) vorrebbero mettere "la mordacchia" di mussoliniana memoria...
Poletti se lo ricordano tutti, invece, se non altro per il recente invito fattogli da giovani laureati italiani ad andarsene a... altro Paese, financo a portargli a domicilio il simbolico biglietto per partire..
Di altri ancora basta ripassare un po' di cronache giudiziarie, di cui alcuni (e si capisce bene il perché) vorrebbero il "diritto all'oblio"... Ne prendo uno a caso:
Da: Wikipedia - Vincenzo Scotti

Vicende giudiziarie wikitesto]

Rinviato a giudizio per peculato e abuso d'ufficio per lo scandalo Sisde, le accuse penali sono poi decadute per sopravvenuta prescrizione. La Corte dei Conti gli ha imposto di risarcire allo Stato 2.995.450 euro, giudicandolo colpevole insieme all'ex direttore del Sisde, Alessandro Voci, di aver fatto acquistare un palazzo a Roma con fondi riservati del Sisde a un prezzo maggiorato di 10 miliardi di lire per la creazione di fondi neri. È stato assolto dall'accusa di corruzione nella gestione della nettezza urbana e in quello dei Mondiali di Italia