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martedì 21 febbraio 2012

Perché "Canone" RAI?

Da: La Stampa. it  articolo di Gianluca Nicoletti
Quel regio decreto 2.0 del canone Rai
Su Twitter si scatena l' ironia, ma protestano anche molte categorie di professionisti a cui è stato chiesto di pagare per i computer con cui lavorano
L' Azienda Televisiva di Stato un giorno si è forse resa conto che gli Italiani iniziavano massicciamente ad usare il computer. Ha così pensato bene di mettersi in mezzo a quel superamento faticoso di digital divide pretendendo il pagamento del canone.  La Rai vuole essere pagata anche  da chiunque abbia, nel raggio del suo spazio visivo, qualcosa  che può comunque intercettare il segnale del servizio pubblico.

E’ iniziata così la barzelletta dei gommisti che usano il computer per l’ equilibratura delle ruote, che sono immediatamente sospettati di sbirciare Uno Mattina mentre tengono le pinze in mano.I veterinari, su cui aleggia il sospetto che non si perdano una puntata della Clerici ai fornelli, mentre prescrivono il vermifugo a un cucciolo. I commercialisti, che si sa tirano tardi a compilar dichiarazioni dei redditi, quindi “rubano” impropriamente le perle di saggezza del buon Marzullo, per cui è ovvio occorre pagare perché è tv di servizio.
 C’è pure l’ aggravante per chi ha il mago Otelma all’isola dei Famosi come screen saver. E' un'mmagine che naturalmente non può che essersi scaricata durante una truffaldina azione di pirateggio televisivo. sempre ai danni della nostra mamma Rai, che ci ha tutti allevato, ma  che noi ripaghiamo in maniera così vigliacca da rubare le monetine dal suo borsellino. (già sguarnito notevolmente dopo il passaggio di Celentano e dell’ allegra compagnia di Sanremo).

Il dato più divertente, ammesso che la cosa possa divertire, è l’ appiglio giuridico a questo nuovo cyber acchiapp; per riscuotere il balzello ci si rifà a un Regio Decreto del 1938 (è sempre lo stesso anno che ne fu emanato uno sulle leggi razziali, già questo darebbe la misura dell’attualità della norma). L’ ordinanza, firmata dal re sciaboletta, disciplina gli abbonamenti alle radioaudizioni ( la tv allora non esisteva naturalmente) e recita all’ articolo1 “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto. La presenza di un impianto aereo atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l'impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radioelettrici, fa presumere la detenzione o l'utenza di un apparecchio radioricevente.”

Poteva allora avere un senso, probabilmente anche chi avesse una radio a galena doveva pagare, anche chi la radio se l’ era costruita artigianalmente, senza ricorrere all’ acquisto di quei costosissimi monumenti in radica. Persino forse chi riusciva a intercettare qualcosa infilando due chiodi e una serpentina di rame in una patata. Tirare in ballo oggi quella normativa sembra veramente uno scherzo di carnevale o forse la percezione che ha la Rai dell’ internet, visto come una mera tecnologia aggiuntiva alle precedenti, non piuttosto come una rivoluzione culturale radicale.
L’ esistenza di una rete condivisa, accessibile sempre più facilmente e sempre con un maggior numero di strumenti individuali e interattivi, rimette in discussione ogni precedente certezza sulle unità di tempo e luogo di un prodotto audiovisivo e dei diritti che si possono esercitare su quel prodotto. Lo sanno bene questo gli arrabbiatissimi di Twitter che stanno alimentando l'hashtag #raimerda che, seppur con discutibile etichetta, ha conquistato la vetta della classifica dei Trending Topics.

“Lo sapevate che se il vostro vicino tiene la TV davanti alla finestra tocca anche a voi pagare il canone RAI?” scrive un internauta, a cui replica un amico  sul medesimo tono: “Io pago il canone. Ma voi togliete la pubblicità mettete le mutande a Belen. E poi mi date una connessione: senza non vedo nulla.” Fino all' estremo paradosso di 22hDavi∂e @lopinsjk “Se hai un lenzuolo bianco appeso al muro DEVI pagare il canone”

L'intelligente ironia di Gianluca Nicoletti in radio e televisione mi manca, come mi manca la sua voce con la "erre moscia", come diciamo a Roma, ed il suo eloquio logorroico. In questo articolo dice cose sacrosante con ironica arguzia, cose che pensiamo tutti.
Il comico Grillo dal suo blog incita da tempo la gente a non pagare più il "canone di abbonamento" RAI basandosi sulla propria ed altrui ignoranza, infatti non già di "canone" si tratta, ma di una IMPOSTA sul possesso dell'apparecchiatura di ricezione, dunque anche della semplice radio, essendo la norma del 1938, che la RAI così interpreta: "Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi deve per legge R.D.L.21/02/1938 n.246 pagare il canone di abbonamento TV. Trattandosi di un'imposta sulla detenzione dell'apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall'uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive."
E' evidente che dal 1938 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti... e ne sono cambiate di cose, dunque tale legge si potrebbe abolire come tante altre obsolete. Ma per la RAI è molto utile per fare cassa anche con chi la snobba e non vorrebbe pagare per dare poi congrui cachet a gente come Mara Venier, Alba Parietti e similia. Ma, come molte cose che il cittadino vuole ma che lo Stato ignora, mantengono la Legge firmata dal Re "Scarabocchio" a tutti i costi, anzi la vogliono estendere a chi possiede uno schermo monitor per gli usi anche professionali.
Una cosa ingiusta e ridicola, ma l'ingiustizia ed il sopruso, pur di fare cassa, non temono il RIDICOLO, perché l'ingiustizia ed il sopruso ormai regnano ovunque con FACCIA DI BRONZO. 

Dal Corriere della Sera cartaceo di martedì 14 febbraio 2012

Questo ritaglio di giornale che ho scannerizzato riporta una lettera firmata dall'autore con relativa e-mail, che ho omesso, ma che è facilmente reperibile sul quotidiano che l'ha pubb
E' uno degli innumerevoli documenti che attestano testimonianze di come vengono gestite le risorse pubbliche da Trenitalia ed, in particolare, il settore rimborsi.
La mia piccola inchiesta personale sull'argomento ha evidenziato un sistema che sfugge di mano anche agli stessi addetti ai lavori, ma non certo alla dirigenza che fa determinate scelte di cui, come scrive il lettore del Corriere, non risponde: "di responsabili rimossi o di drastici cambiamenti di management non si parla, perché?"Già, perché? 
Là dove non c'è logica e non c'è trasparenza si dovrebbe indagare. Perché i giornali non fanno una bella inchiesta sul problema? Oppure le trasmissioni televisive d'inchiesta sulle italiche magagne?
Perché il cittadino DEVE essere trattato da STUPIDO SUDDITO quando non lo è affatto?
E' frustrante piegarsi all'illogicità che diventa abuso quando si è pagato un Servizio non reso e i PROPRI SOLDI NON VENGONO RESTITUITI. Un atto che, qualora attuato da un privato, diventerebbe reato di truffa. Cosa nasconde la mancata attuazione di Regolamenti che Trenitalia stessa si è data? Le ragioni addotte dal personale di Trenitalia, nella mia piccola inchiesta usando un'esperienza personale, sono sorprendenti come si legge nei miei post che qui ricordo per chi avesse la pazienza di rileggere:
16 febbraio 2012 "Trenitalia: quarta puntata della favola kafkiana"
20/01/2012 "Trenitalia: terza puntata della "favola kafkiana",
04/01/2012 "Monoliti Italiani: TRENITALIA", 
06/11/2011 "FF.SS.".
Lo scopo di tutto questo è tentare di approfondire le responsabilità e cosa c'è dietro questi fenomeni assurdi. C'è dolo? Qualcuno dovrebbe accertarlo: qualcuno che ha il potere, il ruolo e la veste per farlo.