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martedì 12 novembre 2013

Alice nel Paese...

Dalla Raccolta: "Le Verità nascoste"
Alice nel Paese dell'Ipocrisia, 
della Stupidità, dell'Invidia e della Follia

Quando un'amica di sua madre le aveva regalato il libro di favole "Alice nel Paese delle Meraviglie", ne era stata molto felice, perché la protagonista aveva il suo stesso nome.
Leggendolo però non capiva quali fossero le "Meraviglie" perché c'erano solo personaggi folli, nevrastenici, bizzarri: come la Regina così aggressiva, che voleva comandare, così crudele, e suo marito, il Re, così sottomesso, pavido... una vera nullità. Per non parlare di quella folle della Lepre Marzolina e del Cappellaio Matto, che più matto di così non si può! E lo sfuggente Coniglio Bianco che correva sempre in modo insensato... Insomma nel Paese delle Meraviglie di vere meraviglie non ce ne erano proprio! Alla fine si convinse che le meraviglie del titolo erano riferite ai continui stupori di Alice nell'assistere all'agire assurdo degli stravaganti ed illogici personaggi del Paese!
Crescendo non si rese conto, nel suo candore, di essere non solo di nome, ma anche di fatto, come il personaggio del libro che le era stato regalato da bambina.

Quando fu la prima volta che sentì qualcuno riferirsi a lei con la parola "scema"? Oh! Lo ricordava benissimo, perché fino ad allora aveva avuto intorno a sé solo gente che le aveva trasmesso un'immagine di lei, Alice, di persona intelligente, buona, pulita, molto saggia per la sua età! Non se ne era inorgoglita: questo no! Era così giovane ed aveva ancora tanti dubbi... tante paure per la sua inesperienza.
Fu, dunque, sua cognata la prima persona a chiamarla così. Era la sorella di suo marito e le aveva sempre dimostrato un'irragionevole ostilità, respingendo ogni tentativo di contatto vero e di amicizia. Commentando la foto pubblicitaria di una modella sulla copertina dell'elenco del telefono che parlava ad un apparecchio telefonico, la guardò con disprezzo e disse con odio: "Scema!"  Alice si sorprese e non capì cosa mai potesse avere di scemo un'immagine! La guardò per cercare di comprendere quel giudizio di sua cognata, che aveva ancora sul viso un'espressione di ripugnanza guardando la foto: ma non vi trovò nulla... se non una certa somiglianza fra la modella e sé. Era graziosa e fine e teneva la cornetta come di solito la teneva lei: Alice. 
In seguito fu evidente che sua cognata la odiava perché la invidiava in tutto ed Alice non capì mai la ragione, anche perché, come la Grimilde di Biancaneve, era una bella ragazza. Ma l'invidia nasce anche nell'animo di chi ha un bell'aspetto, imparò Alice che, era sì candida, ma non era stupida e tutti quelli che l'avevano valutata come di bella intelligenza non si sbagliavano affatto.
Aveva 21 anni e non finì lì! Tanto aveva ancora da scoprire!

Sua cognata era ignorante "come una scarpa di fanteria", per usare una colorita espressione che usava suo padre, ed anche molto sciocca. Si compiaceva di ogni cosa potesse dimostrare una sua imperfezione, soprattutto su cose meschine. Ad esempio venne in casa dei suoceri di Alice un conoscente odontotecnico che, per volere di sua suocera, visitò tutti gratuitamente al fine di stabilire per ognuno una pulizia dei denti. Arrivato ad Alice disse che aveva uno smalto fragile, dunque era meglio evitare di farlo. Fu imbarazzante la reazione della cognata di Alice che si mise a ridere di gioia, sottolineando e compiacendosi del fatto che lei non avesse uno smalto dei denti  così resistente da poter fare la pulizia per renderlo più splendente.
Anni dopo la donna aveva tutti i denti gialli ed Alice no.
Quando Alice soffrì di un'ansia che la prendeva allo stomaco per preoccupazioni ed insicurezze dovute a momenti difficili della sua vita, sua cognata disse che era matta. Alice scoprì poi, apprendendolo direttamente da sua suocera, che a 16 anni sua cognata era finita in ospedale mezzo svenuta per un crollo nervoso ed aveva avuto problemi di nausea. Alice si stupì che non ne avesse parlato, anzi, avesse infierito su di lei per molto meno.
Alice scrisse, dopo molti anni, una storia che analizzava la vita di sua cognata con una lungimiranza che stupì lei stessa. Aveva cambiato il nome della protagonista, naturalmente, ma tutto il resto era la semplice realtà dei fatti a cui lei aveva assistito senza mai palesare i suoi pensieri, anche per evitare di essere aggredita dalla donna.
Quando sua cognata la lesse non disse nulla ma, mentre era in vacanza, dovettero riaccompagnarla a casa per un attacco di isteria che le aveva paralizzato un braccio mimando un infarto, che i medici esclusero assolutamente potesse essere avvenuto. Alice pensò che forse era stato il transfert a cui quella lettura l'aveva costretta mettendola davanti a sé stessa, ne più né meno di quello che fa lo psicanalista!
Ma non bastò a guarirla. Tempo dopo finì in una clinica psichiatrica e lo psichiatra disse che ci voleva l'elettroshock. Se la cavò con un ricovero e molti psicofarmaci.

La definizione di matta le fu appiccicata addosso da un gruppo di bruttone, socialmente sottosviluppate, la cui invidia feroce Alice aveva sottovalutato, tutta presa come era da mille incombenze e responsabilità che aveva verso i suoi bambini, la sua casa, suo marito e... sua madre rimasta vedova.
L'anziana donna era venuta a stare in casa con loro per volontà di Alice che non voleva lasciarla sola. Nel palazzo dove abitavano destava ammirazione fra gli uomini per il suo più che gradevole aspetto e fra le donne perché aveva una certa cultura e una finezza che la distinguevano dalle rozze abitanti del luogo. Il fatto che non desse molta confidenza le attirò antipatie e l'invidia ebbe il sopravvento.
Dapprima sentì da una pantalonaia che incrociava nell'androne del palazzo il vocabolo scema riferito a sua madre, che nulla faceva per meritarselo, se non che a volte parlottava da sola.
Alice non reagì per non dare confidenza a costei e per non inscenare liti di fronte ai suoi bambini che erano sempre con lei. Ma quello fu solo l'inizio di una malevola e malvagia curiosità sulle "stranezze" della sua anziana madre, assolutamente immotivata data una larga fascia di persone anziane con gli stessi comportamenti.
Le fu ben presto chiaro che era lei che si voleva colpire, inducendola ad una reazione in cui le cafone, pantalonaia, portinaia, lavandaia e le loro sodali, sarebbero state felici di trascinarla.
Ma Alice mantenne il suo riserbo e si difese semplicemente non andando più a servirsi nella lavanderia subito fuori del portone e dicendo alla portinaia che non aveva più bisogno dei suoi servizi di pulizia ad ore.
Da quel momento lei divenne per quelle donnette ed i loro buzzurri mariti, che prima l'avevano ammirata, "la matta", e non poteva essere altrimenti perché lo era di famiglia, era matta anche sua madre, dunque era una cosa genetica. 
Diffusero la diceria, Alice non sapeva se inventavano anche qualcosa per dare credibilità alla calunnia, ma si rese conto che piaceva. Capì che le dovevano far pagare la bella casa grande che aveva così in giovane età, non importa se candidamente ella aveva detto che l'aveva potuta comperare a seguito dell'eredità di suo padre, dunque di un grande dolore. Non importa se la vedevano occuparsi dei suoi bimbi con una cura che loro non avevano per i loro figli, che venivano lasciati in mezzo alla via anche di sera al buio a giocare fra le auto che passavano. Non importa se la vedevano salire in auto e guidarla con i suoi bambini che non frequentavano la scuola del quartiere, ma una migliore, altrove... La invidiavano anche perché aveva la patente che molte di loro non avevano, ritenendolo un segno di grande emancipazione! Una cosa che destava tutto lo stupore di Alice in quanto non solo lei ma tutte le sue amiche guidavano l'automobile, essendo una cosa normale nel suo ambiente!
Un giorno un bambino di una delle donnette che la chiamavano "la matta", una pescivendola che aveva il banco in un mercatino, rimase chiuso nell'ascensore. Alice non consentiva ai suoi bambini di prenderlo da soli. Liberò il bambino e lo rincuorò finché non arrivò il marito della pescivendola: uno che, a detta della portinaia quando ancora veniva a lavarle il pavimento, viveva di espedienti, un delinquente, il quale prelevò il figlio senza salutare né dire grazie ad Alice. Si allontanò con il povero bambino in braccio, in canottiera e con la sigaretta in bocca.
Odiavano Alice anche perché suo marito era un dottore! Nel palazzo erano solo in due con quel titolo e doveva essere davvero motivo di rosicamento per una simile umanità di bassa scolarizzazione!
Alice se la cavava benissimo da sola, in ogni evenienza. Suo marito spesso era all'estero o in giro per l'Italia e lei era totalmente autonoma nel gestire la sua numerosa famiglia.
Ogni tanto si arrabbiava e strillava e questo era, per la donna di servizio che le abitava di fronte, prova della sua pazzia, e lo andava a riferire alla sua amica pescivendola e alla portinaia. 
Questa dirimpettaia, dopo un primo vero e proprio innamoramento per Alice, si era risentita verso di lei perché la portinaia le aveva detto che Alice aveva capito ciò che aveva ben afferrato pure lei, e cioè che lavorava come donna di servizio fuori quartiere e non faceva la bidella come, per tirarsi un po' su, aveva detto a tutti. 
La stessa portinaia, con molta malizia, aveva capito che la bella nipote della vicina di Alice faceva la squillo e ne parlò alla candida giovane mentre le lavava il pavimento, la quale, ingenuamente, disse che lo aveva compreso anche lei. Non volendo palesare apertamente il suo pensiero alla dirimpettaia di Alice, pur avendo con lei una amichevole dimestichezza, con malizia e un po' di perfidia verso la donna, che si vergognava di dire che faceva lo stesso lavoro di domestica ad ore che lei svolgeva nel palazzo, preferì dirle che la giovane vicina aveva capito anche il mestiere della nipote. E l'odio della dirimpettaia salì.
Tutto questo chiacchiericcio e pensiero meschino e trame miserabili sfuggivano all'attenzione di Alice che, come nella favola letta da bambina, non ne comprendeva il senso. Ella si dava da fare su cose concrete non solo per la sua famiglia, ma anche per la povera bella sfruttata nipote della dirimpettaia che, per tante ragioni, soffriva di crisi di panico e spesso suonava alla porta di Alice che, buona come era, la soccorreva sempre. Le parlava anche, con intelligenza, cercando di aiutarla e la bella ragazza lo riconosceva e la ringraziava.
Ma nulla di questi fatti concreti la salvò dall'odio e dalla volontà di distruggerla.
Se una donna che abitava dall'altra parte della strada urlava con un vocione che non poteva certo essere il suo, dicevano che era lei, che pure aveva una voce sottile... Non c'era niente che potesse avvalorare una sua presunta pazzia, dunque bisognava ignorare l'evidenza e sottolineare l'inesistenza...
C'era chi si tirava addosso la pentola dell'acqua bollente e, invece di chiamare il pronto soccorso o di recarvisi, preferiva rivolgersi al portinaio che, prima di venire lì a lavare le scale e gli androni, curava i campi ed una stalla di altri padroni... Ma nessuno diceva che fosse un agire da scemi. "La matta" era la saggia e responsabile Alice.
Alice pensò che forse tutto questo che avveniva dipendeva dalla particolare rozzezza ed ignoranza di molti abitanti di quel palazzo, che non si trovava in una zona signorile. Ma si sbagliava e ancora non lo sapeva. 
Quando cambiò casa per avere per i suoi bambini un ambiente migliore, trovò un posto con giardini e altri bimbi con cui i suoi potevano giocare.
Conobbe subito due mamme. Sembravano grandi amiche, ma una delle due, una bella donna alta ed estroversa, appena furono sole le disse che l'altra "era matta". Spiegò che era stata a letto per mesi con le gambe paralizzate e che le gambe erano sanissime: era il cervello che gliele paralizzava.
Alice rimase male perché quella lo raccontava non con pietà, ma con molta cattiveria.
"Come?! - Pensò "Alice delle meraviglie" -  Sembravano così in amichevole confidenza! Addirittura cenavano insieme in amicizia!" Dato che, come narriamo, Alice era molto seria e leggeva pure molto, capì che la seconda mamma soffriva di isteria, una grande nevrosi per alcuni testi e una vera e propria psicosi per altri Autori. Di certo un caso notissimo l'aveva curato Freud con la psicoanalisi, ricavandone un famoso studio che aveva fatto scuola!
La mamma estroversa e molto maligna si lasciò andare anche a confidenze che la riguardavano che, sembrò ad Alice, non erano meno allarmanti delle paresi isteriche dell'altra.
In un momento di grandi difficoltà familiari ella si era messa a gridare, un grido acuto, senza parole, continuo e non riusciva a fermarsi. Suo marito, spaventato, aveva telefonato ai suoi genitori.
Con la delicatezza che la distingueva Alice chiese cautamente cosa provasse in quel momento e la bella estroversa disse: "Sentivo come una girandola in testa che non si fermava e non riuscivo a bloccarmi". Alice provò, come  suo solito, a minimizzare per rincuorare e le parlò del suo stomaco in un periodo in cui anche lei aveva avuto problemi in famiglia. E quella la sorprese, perché la ringraziò dell'aiuto psicologico che le stava dando, sdrammatizzando quanto le era  accaduto, dicendole tutta giuliva: "Tu sei come la mia amica: lei le gambe, tu lo stomaco!"
Qui la gentile Alice cominciò ad avere educatamente una reazione e, pur nella sua meraviglia, provò a precisare: "Beh, no! Le paresi alle gambe... bloccata a letto con i bambini abbandonati a sé stessi... è ben altra cosa di un mal di stomaco dovuto all'ansia reattiva per un dispiacere.." Ma quella non raccolse. Ormai si era rincuorata e non le sembrava vero di sentirsi la più normale del gruppo!
Sennonché finì in ospedale, sembra per una banale influenza. Avevano la stessa età e, mentre Alice era mingherlina e fragile, la ragazzona sembrava robusta. Stupita (come sempre, altrimenti come potrebbe essere "Alice nel Paese delle...") Alice l'andò a trovare in ospedale. Un atto per lei naturale e doveroso, ma che poi scoprì non essere per tutti così naturale e doveroso... 
Vi trovò il marito e l'amica che loro (anche il marito della ragazzona) definivano "matta" per i suoi "blocchi delle gambe sane". Venne così a sapere che l'influenza aveva scatenato una colite nervosa che l'aveva portata quasi in cachessia, tanto che in ospedale avevano dovuto portarcela su una sedia a rotelle. Alice, meravigliata che un'influenza avesse potuto abbattere un pezzo di donna come quella fino a quel punto, si preoccupò per i ragazzi rimasti soli. Ma fu rincuorata perché le ricordarono che la ragazzona aveva la donna di servizio ogni mattina e poi c'era la zia del marito che si era installata in casa... dunque non c'erano problemi. Si congedò il marito, poi la malata di isteria, infine provò a congedarsi anche Alice che era arrivata per ultima e che era rimasta un altro poco per cortesia. Ma arrivò il caposala con un'infermiera che recava il carrellino per la terapia, annunciando che era l'ora di uscire per i visitatori. Alice salutò in fretta la malata e fece per avviarsi, ma gli infermieri erano già lì e il caposala si rivolse alla malata seduta sul letto dicendole: "Facciamo la terapia a questa nevrotica? Così c'è scritto sulla cartella clinica."
Alice fuggì via imbarazzatissima pensando che quell'infermiere non si era comportato in modo deontologico.
Lepre Marzolina? Regina di Cuori? Quanti personaggi pieni di nevrosi, fragili e cattivi, sempre pronti a dire che i pazzi sono gli altri: quelli che sopportano educatamente le loro intemperanze senza rilevarle!
Intanto la signora a cui si bloccavano le gambe lasciava i suoi bambini soli per andare a fare le cose più assurde. Ad esempio seguire un corso di psicologia in una località lontana e dormire fuori casa, presso la struttura che ospitava tale corso gestito da preti, mentre suo marito era all'estero per lavoro. "Ma non fa prima a curarsi?" Pensava Alice.
Uno dei suoi bambini ebbe la febbre alta e fu costretto a telefonarle in piena notte chiedendole di tornare a casa.
La mamma di una compagna di studi della sua figlia più piccola, che era venuta a fare i compiti a casa loro, telefonando aveva scoperto che l'inquieta donna le aveva lasciate da sole e non mandò più la sua bambina a studiare in quella casa. L'isterica lo raccontò ad Alice scandalizzata.
Non capiva la reazione di quella madre. Alice non ebbe cuore di spiegarglielo, visto che non l'aveva capito da sé!

Nonostante queste stranezze e gli psicofarmaci che non faceva mistero di prendere, un giorno Alice la sentì dire a qualcuno che lei, Alice, "non sapeva se fosse scema o matta, ma qualcosa di strano ce l'aveva di sicuro". Alice si fece un rapido esame di coscienza, ma non trovò nulla di ciò che, invece, la donna che soffriva di paresi isteriche purtroppo aveva.
La ragazzona malata di nevrosi intanto era uscita dall'ospedale e prese a chiedere alla tranquilla Alice:
"Sei depressa?" 
Quella le rispondeva piena di meraviglia di no e non capiva perché mai glielo chiedesse.
Passò del tempo. I figli crebbero.
L'isterica aveva preso a piantare fiori in un prato condominiale, sponte sua e senza chiedere permessi a nessuno. Ad Alice sembrò comunque una buona cosa, anche se si poteva deliberare la spesa in Assemblea e magari far pagare le piante a tutti i condomini. Ma la irrequieta donnina ci teneva a dire "che lei aveva fatto un regalo a tutti", e lo diceva con una certa sufficienza.
Quando un contadino portò tranquillamente a pascolare le sue mucche in quel prato condominiale l'unica che uscì a redarguirlo fu Alice!
Dal tetto dove stava sistemando l'antenna della TV  il figlio dell'isterica vide la scena e ridendo disse all'amico che lo stava aiutando: "Hai visto una matta?!"
Alice, come al solito, non capì: aveva difeso dalla distruzione le piante che sua madre aveva voluto mettere lì... Perché lui, pur vedendo la scena, non aveva fatto né detto nulla? E cosa c'era mai di pazzo da parte sua, di Alice, nell'aver difeso una proprietà comune trasformata in pascolo?









Tante facce: una per ogni occasione!



Ma nella mente di Alice cominciò ad affacciarsi anche un altro pensiero, cattivo: "Questo sciocco dice matta a me dimenticandosi dei mesi in cui sua madre si buttava a letto con le gambe sane che solo la sua mente malata paralizzava?" Per non parlare del resto: di quando li lasciava da soli, lui e la sorellina, di quando aveva fatto trovare al padre, che tornava da un viaggio di lavoro, un ingenuo prete nudo nella doccia di casa... Forse sperando che si ingelosisse! Chissà?! Sapeva che il marito stava per arrivare e tese un tranello all'ingenuo prete usandolo. 
Raccontava lei stessa che il pover'uomo, a cui lei dava come a molti la sua recitata amicizia per darsi importanza, era sudatissimo quel giorno e lei insistette con finta generosità: "Ma fatti la doccia qui! Io tanto debbo uscire per comperare qualcosa. Fai pure con calma!" Caduto nel tranello, l'inconsapevole e candido uomo di Chiesa si stava lavando, mentre l'ossessa si era allontanata precipitosamente in macchina per la sua studiata incombenza, quando, come previsto, il marito rientrò di lì a poco. L'uomo si sorprese ma l'isterica non ebbe l'effetto sperato, dato che da tempo lui aveva un'altra donna.
Oh! Le avventure di Alice con persone folli, bizzarre, invidiose, ipocrite... non si possono riassumere in una novella davvero! Ne scaturirebbe un libro come "Alice nel Paese delle Meraviglie"!
Queste persone, comunque, avevano tutte un denominatore comune: la negazione della realtà oggettiva, quella che cade sotto gli occhi di tutti!
Se gli sciocchi, gli scemi, i veri e propri pazzi nevrotici o psicotici, non sapevano accettare la realtà semplicemente per quella che era per le loro carenze intellettive o psichiche, le persone invidiose non erano da meno, affannandosi a non riconoscere agli altri i loro meriti e cercando di calunniarli, dunque piegando la realtà al loro pessimo sentimento, e gli ipocriti negando anche l'evidenza per i loro scopi, sempre diversi, ma sempre meschini.  

Oblìo sui morti e soldi agli assassini

Da: Il Giornale.it
Novembre 2012

É uno dei piatti forti della stagione teatrale milanese, con la regia di Alessandro Gassman sul palcoscenico dell'Elfo Puccini, debutto fissato per il 15 gennaio. É una storia di violenza e di giustizia che scava sul tema cruciale del perdono ai carnefici. Fiction, tecnicamente parlando. Ma la storia è firmata da un nome che strappa la vicenda dal mondo della finzione e del teatro e la cala nella realtà, scatenando la rabbia di chi ha visto la violenza sulla pelle dei propri cari.
Sì, perchè «Oscura immensità», prodotto dal Teatro Stabile del Veneto e interpretato da Giulio Scurati, è tratto dal libro «L'oscura immensità della morte». Il suo autore è Massimo Carlotto, oggi giallista e saggista di successo, ma protagonista tra gli anni Settanta e Novanta di un caso di cronaca che divise l'opinione pubblica. Militante di Lotta Continua, nel 1976 Carlotto fu accusato dell'omicidio di una ragazza di ventiquattro anni, Margherita Magello. Si diede alla latitanza e al suo fianco si schierarono intellettuali di sinistra, italiani e stranieri: come, in epoca più recente, è accaduto per Cesare Battisti. A differenza di Battisti, però, Carlotto fu estradato e consegnato all'Italia. Condannato a sedici anni di carcere, fu graziato dal presidente della Repubblica Scalfaro e tornò libero nel 1993.
Passato remoto, ormai, per lo scrittore Carlotto. Ma ferita non rimarginata per i familiari della ragazza uccisa. Che oggi si indignano a vedere il dramma dei familiari delle vittime messo in scena per la firma di Carlotto: «Un assassino che non ha mai ammesso le sue colpe, che non ha mai chiesto perdono e che ciò nonostante, e contro il parere dei parenti di Margherita, è stato graziato dal Quirinale grazie alle pressioni dell'intellighentsia di sinistra, la stessa che lo aveva protetto durante la latitanza».
A parlare è Matteo Oriani, figlio della cugina di Margherita Mugello, che già nelle scorse settimane ha protestato contro la decisione della provincia di Bergamo di portare Carlotto a tenere lezioni agli studenti. Ora Oriani insorge contro quello che definisce «un gesto inqualificabile»: uno spettacolo teatrale che pretende di raccontare il dramma dei sopravvissuti, e lo fa però con la voce di chi ha ucciso. «Per la giustizia e per noi, Carlotto è un assassino. Lui è molto bravo a difendere la sua immagine. Persino su Wikipedia, l'enciclopedia on line, si prende per vera la sua versione difensiva, smentita da quattro sentenze della magistratura. Di quelle sentenze, su Internet non c'è traccia. Ma se si vuole capire chi è veramente Carlotto, è lì che bisogna andare, e non a teatro».
Si legge sul sito dell'Elfo, nella presentazione del dramma che andrà in scena a gennaio: «Chi deve perdonare chi ha commesso un delitto e che sta scontando una pena detentiva o è rinchiuso nel braccio della morte? I familiari della vittima o lo Stato? O entrambi?». Interrogativi epocali, come si vede. Ma i familiari di Margherita trovano inaccettabile che a sollevarli sia chi le proprie responsabilità non se l'è mai assunte. La ragazza venne uccisa nella sua casa di Padova, il 20 gennaio 1976. Carlotto ha sempre sostenuto di avere sentito delle urla dalla strada, di essere salito, e di averla trovata già agonizzante. Ma per quattro sentenze consecutive, di cui due della Cassazione, fu invece lui ad ucciderla: probabilmente in un raptus, o dopo avere cercato di assalirla sessualmente. «Con cinquantanove coltellate», ricorda Matteo Oriani. «E adesso rivendica il diritto all'oblio, senza avere la dignità di dire: sono stato io».


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Alla luce di quanto scriveva "Il Giornale" solo un anno fa, debbo dire che mi fa piacere che l'ennesimo guadagno sullo scrittore-assassino (4 sentenze dicono che lo è ed è fuori solo per la grazia firmata da Scalfaro allora Presidente della Repubblica (vedi mio post del 15 marzo 2012 "Beato chi ha fame e sete di giustizia??!!")) sia un flop:

Da: Libero.it

Barbareschi, Something Good è un flop: 75mila euro di incassi nel primo weekend

Lo showman e attore teatrale sbarca nelle sale con il suo thriller internazionale. Ma la risposta del botteghino è impietosa

Un flop. Il primo weekend nelle sale per Something Good registra numeri bassissimi. Il film diretto da Luca Barbareschi (e tratto dal romanzo Mi fido di Te di FrancescoAbate e MassimoCarlottoha incassato poco meno di 75mila euro  in 171 sale in tutto il Paese.
Massimo Carlotto - Foto presa dal WEB

Da: Il Messaggero Veneto

LA LETTERA DEL GIORNO No ai cattivi maestri in cattedra

25 giugno 2013
Margherita Magello, studentessa di soli ventiquattro anni massacrata con 59 coltellate nella sua casa di Padova il venti gennaio di un lontano e forse dimenticato 1976. Il dubbio assale perchè secondo giustizia italiana e dopo dieci processi, oltre ottanta giudici e persino una richiesta di revisione pena della Corte Costituzionale (caso eccezionale in Italia), l’unico condannato per quel reato è (e resta) proprio Massimo Carlotto, che a causa di quella vicenda ha scontato sei anni di carcere e ne ha evitati il doppio solo perchè graziato dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nell’aprile del ’93. La richiesta di grazia presentata dai genitori fu firmata dal Gotha della sinistra italiana della quale Carlotto, militante di Lotta Continua all'epoca dei fatti, ne era diventato un’icona al pari di Adriano Sofri e per citare alcuni nomi tra i firmatari: Iotti, Imposimato, Pisapia, Neppi Modona. Tale provvedimento tuttavia, a norma di diritto, estinse la pena non il reato, tantomeno la condanna passata in giudicato. Condanna emessa al tempo in due distinte occasioni dalla Corte d’assise d’appello di Venezia, ai cui occhi non giovò mai indubbiamente il comportamento dell’allora imputato, fuggitivo latitante, in Francia e Messico, per tre lunghi anni. Catturato solo per delazione ed estradato poi, nonostante la rete politico-culturale di protezione dell’intellighenzia di casa nostra e d’oltre frontiera che coinvolse persino lo scrittore brasiliano Jorge Amado (Battisti docet).
Pierpaolo Lupieri

Parte della Risposta di Gervasutti
...Ognuno la pensa come vuole, per ciò dico subito che io concordo con il signor Lupieri e mi ribolle un po’ il sangue nel ricordare che un pluricondannato, evaso e latitante fu graziato dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, rimasto famoso per avere schiaffeggiato in un ristorante una signora che portava una generosa scollatura.... (vedi mio post del  29 gennaio 2012  "Scalfaro muore a 93 anni").

Purtroppo è sempre accaduto ed accade ancora che "cattivi maestri" siano difesi da buoni amici e vivano come e meglio degli onesti i quali stanno a guardare impotenti.
Dunque, purtroppo, si può ben dire:

"Guai a chi ha fame e sete di Giustizia!"