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sabato 22 dicembre 2012

Ambrosoli figlio di un eroe, una risorsa per la Lombardia




Da: Wikipedia


Umberto Ambrosoli si è laureato in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Milano con una tesi dal titolo La criminalità informatica nel sistema bancario italiano – Profili criminologici ed è divenuto avvocato penalista. Sposato con Alessandra Bersino, ha tre figli: Giorgio, Annina e Martino.[1]
È stato nominato dalla Banca d'Italia in tre comitati di sorveglianza in procedure di rigore relative ad istituiti e società lombarde.
Nel 2009 ha pubblicato il libro Qualunque cosa succeda, edito da Sironi Editore, che narra la vicenda del padre, l'avvocato Giorgio Ambrosoli, assassinato l'11 luglio 1979 da William Joseph Aricò, un sicario assoldato dal banchiere Michele Sindona. Nel 2010 il libro è stato vincitore del premio Tiziano Terzani[2][3] e, precedentemente, del premio Capalbio.[4]
Nel 2011 diventa membro del Comitato di esperti per lo studio e la promozione di attività finalizzate al contrasto dei fenomeni di stampo mafioso e della criminalità organizzata sul territorio milanese, presieduto da Nando Dalla Chiesa.[5] Sempre nel 2011, all'atto di costituzione della Associazione Civile Giorgio Ambrosoli, assume la carica di Presidente onorario.[6]

La candidatura alla presidenza della Regione Lombardia [modifica]

Nel novembre 2012 ha avanzato la propria candidatura alla presidenza della Regione Lombardia nelle elezioni anticipate del 2013, sostenuto da una coalizione di movimenti civici e partiti di centro-sinistra. Il 15 dicembre 2012, a seguito della vittoria alle elezioni primarie regionali con il 57,64% dei voti, è diventato ufficialmente candidato alla presidenza della Lombardia.[7]

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La Lombardia ha una grande risorsa in questo giovane uomo figlio di un eroe civile, Giorgio Ambrosoli, perché ha competenza e Valori.
Veri Valori, non quelli che certa gente si attribuisce a parole...
Spero per il popolo lombardo che sappia cogliere questa occasione.
Purtroppo nel Lazio non siamo così fortunati e credo che sia meglio non votare piuttosto che dare il proprio avallo a candidature incolori ed opportuniste.

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Da: Wikipedia riporto la commovente lettera che Giorgio Ambrosoli scrisse alla moglie, conscio dei rischi a cui il fare fino in fondo il suo dovere lo esponeva.
Uomini come questi ci riscattano da una melma nella quale siamo immersi ogni giorno anche accendendo solo la televisione.

« Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...) Giorgio »

Giorgio fu ucciso dai sicari di Sindona nel 1979, Umberto aveva 8 anni.

Il Partito dei Magistrati

Da: Il Giornale

Roma - Dopo oltre un'ora di intervento, di «un seggio in sé e per sé non mi interessa proprio», di «ho rifiutato più di un'offerta anche nelle ultime ore», il giallo più prevedibile della politica pre-elettorale è risolto: «Posso rendermi disponibile a candidarmi per portare avanti questa battaglia in Parlamento», annuncia Antonio Ingroia di fronte a una generosa platea di supporter al teatro Capranica di Roma............................................................................

In quella platea ci sono anche Luigi de Magistris, Leoluca Orlando, Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero, e soprattutto Antonio Di Pietro. Fermi in poltroncina, assistono inerti alla propria uscita di scena, quanto meno come protagonisti: «Credo che voi dobbiate fare un passo indietro - dice con un sorriso paralizzante il magistrato appena rientrato dal Guatemala -. Non sono un rappresentante dell'antipolitica e so che voi rappresentate la politica perbene, ma la società civile deve essere incoraggiata. Per lasciare spazio alla società civile un passetto indietro serve. È il momento dei cittadini». Tra una settimana tornerà nel Guatemala appena abbandonato, dove avrebbe un incarico dell'Onu che a questo punto sarà sacrificato alla campagna elettorale: «Io ci sto, ora aspetto voi», premette quindi ad arte Ingroia, ripetendo le parole slogan del suo nuovo manifesto in dieci punti («Io ci sto»). La risposta del pubblico è un coro di «Noi ci stiamo». E allora lui: «Ci metterò la faccia». Poi convoca a candidarsi Maurizio Landini della Fiom, don Luigi Ciotti, i giornalisti di Articolo 21, del Fatto, Michele Santoro. Li chiama a impegnarsi, ma «se vi candidate è meglio». Dice che la lotta è tutta contro «il berlusconismo e il montismo». E contro mafia e corrotti. Contro la «convivenza della politica con la mafia». È una «rivoluzione civile». Che il suo impegno è inevitabile perché «non si può assistere immoti al crollo del nostro Paese». E allora «dobbiamo provare a salvarlo».

Chiarisce che «non mi sottraggo a un confronto con il Movimento cinque stelle». E anche con Bersani e il Pd «bisogna confrontarsi, bisogna parlare»: Pensa in grande: «Noi stiamo costruendo un nuovo polo, che non e né terzo né quarto, perché non siamo secondi a nessuno. Noi già ci siamo e oggigiorno siamo più grandi». Tutti insieme: di Grillo cita alcune sua battaglie, come quella dei «no Tav». E dunque: Di Pietro, magistrati in politica, Arancioni, Grillo, Fiom, Rifondazione, Verdi, Pdci. I rottamati per ora non fanno una piega. Di Pietro ricorda come l'Idv, esempio di altruismo politico, sta aiutando il Movimento cinque stelle «nella raccolta delle firme» in nome «della democrazia». Diliberto definisce l'intervento al teatro «un discorso alto». A sipario chiuso, Ingroia precisa piccato: «Smentisco totalmente questa interpretazione, non c'è nessuna rottamazione di Di Pietro». Ma il fondatore dell'Italia dei valori sa bene che simbolo e leadership sono perduti. Il polo in costruzione «non è un accozzaglia», chiarisce il nuovo pm star. Per questo cadranno i simboli e cadranno i leader. Obbiettivo per tutti: sopravvivenza.
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Io invece "non ci sto", no non ci sto con il partito dei magistrati.
Singolarmente, nel loro lavoro di magistrati, avranno pure fatto bene: a suo tempo Di Pietro (che però poi, entrato in politica usando l'enorme fama acquisita con il suo dovere di magistrato, non ha mantenuto i patti con il partito di D'Alema, che gli aveva a suo tempo regalato il seggio del Mugello, una volta entrato in Parlamento facendo gruppo a sé con il suo partito Italia dei Valori. Quelli dell'attuale PD ci rimasero male); ha fatto bene De Magistris a cui volevano chiudere la bocca e le inchieste; ha fatto bene Ingroia.
Ma a me personalmente un partito di Magistrati non sta bene.
Anche loro sono una Casta. Spesso fanno tutto meno che Giustizia e non pagano mai. Mi spiace, ma in questo Paese oltre al Potere degli Speculatori Finanziari, a quello della Pessima Politica, c'è quello della Magistratura.
Quando poi si vuole tirare dentro un giornalista miliardario di sinistra come Santoro qualcosa non quadra.
Ingroia parla di "società civile": e sarebbe questa la società civile? 
I magistrati sono troppo di parte. Basta vedere quello che hanno fatto al povero Sallusti: ma si può privare della libertà personale una persona perché ha scritto o ha consentito  che si scrivesse sul suo giornale una cretinata diffamatoria su un magistrato? 14 mesi di arresti poi! Mica poco! Per fortuna è intervenuto il buon senso del Presidente della Repubblica!
Ma l'animo biecamente vendicativo della Casta dei magistrati in questo episodio si è visto. Aggiungasi che la gente, mediamente, quando chiede Giustizia non la ottiene, ma vede uscire tanti soldi senza ottenere nulla, quindi è portata a rinunciare a richiederla..
No, il Partito dei Magistrati no.

I marò italiani sequestrati in India


Da: La Stampa.it
21/02/2012 - IL CASO DEI PESCATORI UCCISI

Marò-India: "La prova c'è, ma non è stata presentata"



Parla l'analista Usa Michael J. Frodl: con l'Ais si saprebbe se c'è stato un contatto tra nave italiana e peschereccio
Due versioni, contrastanti, sul caso degli spari dall'Enrica Lexie, dei due marò fermati dalle autorità indiane e dei due pescatori uccisi. Al di là delle questioni di competenza giuridica - acque internazionali, immunità - resta la dicotomia tra quanto sostengono gli italiani, e cioè che dalla nave sono stati sparati colpi di avvertimento contro un'imbarcazione pirata, e che il peschereccio potrebbe essere incorso in un altro scontro a fuoco, questo fatale per i due pescatori, e la versione del governo indiano, che invece sostiene l'ipotesi dell'omicidio volontario a carico dei due fuciliari del San Marco che facevano parte della scorta a bordo dell'Enrica Lexie e che hanno sparato contro i pescatori scambiandoli per pirati. Erroneamente, perché "nelle acque indiane non ci sono pirati".
Michael J. Frodl è uno dei maggiori esperti di pirateria mondiale. Avvocato, è fondatore e presidente del consulting "C-LEVEL Maritime Risks", un gruppo che da consigli alla communita "national security" di Washington ed all'industria delle assicurazioni di Londra da piu di dieci anni.
Avvocato, il ministro indiano della Navigazione G.K. Vasan dice che non ci sono pirati in acque indiane.
"Le acque del Sud Ovest dell’India sono sempre più bersagliate da pirati somali e da criminalità locale, i quali utilizzano pescherecci per avvicinarsi alle navi in transito. Le autorità indiane lo sanno, ma non lo ammettono perché non vogliono allarmare l’opinione pubblica già scossa da diversi attacchi terroristici, come quello di Mumbai del 2008".
La versione italiana: è plausibile l'ipotesi di due episodi diversi?
"Sì, la petroliera italiana potrebbe essere stata avvicinata da una imbarcazione pirata intorno alle ore 16.00 e aver fatto fuoco di avvertimento per allontanarla, mentre l’imbarcazione da pesca indiana, qualche ora dopo può essere stata colpita da una unità simile alla Enrica Lexie con guardie armate a bordo. Gli orari dei due avvenimenti non coincidono. In più i pescatori indiani spesso si avvicinano alle grandi navi per calare le reti a poppa e possono essere stati scambiati per pirati".
L'altra nave ha un nome, si chiama Olympic Flair, batte bandiera greca ed è molto simile per dimensioni e colori alla Enrica Lexie. Questa nave era più a Sud, a circa 2 miglia dalla costa, proprio alla stessa distanza citata dai pescatori sopravvissuti del peschereccio, dove hanno detto che sarebbero stati colpiti. Una distanza dalla costa incompatibile con la posizione della Enrica Lexie. Che tale Olympic Fair abbia subito un attacco lo conferma l'International Maritime Bureau Imb) della Camera di commercio internazionale (Icc). Il governo greco, però, lo smnentisce.
"Il comportamento degli inquirenti indiani è molto strano: si sarebbe potuto accertare immediatamente se vi è stato un contatto tra la Enrica Lexie e il peschereccio indiano confrontando le tracce dell’AIS, un apparecchio che segue la rotta di tutte le navi. Tale "occhio elettronico" potrebbe essere una prova lampante che mostrerebbe l’evidenza dei fatti. Perché non è stata ancora presentata? La Guardia Costiera indiana ha mostrato di non conoscere chi aveva sparato al peschereccio, diramando un dispaccio alle navi in transito in quel momento, ve ne erano ben quattro, chiedendo chi avesse avuto un incontro con i pirati. La risposta affermativa è venuta correttamente solo dalla petroliera italiana, ma non è detto che un'altra unità sia colpevolmente rimasta in silenzio".

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Da: Il Giornale.it

20/02/2012 -  Le dichiarazioni dei due militari vengono tradotte da un sacerdote cattolico. La delegazione italiana che accompagna i marò ha ottenuto che non solo le risposte, ma anche le domande poste dal magistrato siano tradotte in italiano. Davanti al giudice K.P. Joy anche altri testimoni, tra cui il proprietario del peschereccio e altri pescatori.
I due militari italiani della Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono finiti al centro di un grave caso diplomatico. In missione sulla petroliera italiana Enrica Lexie contro gli abbordaggi, sono accusati di omicidio. Secondo le autorità indiane avrebbero sparato ai pescatori morti mercoledì scorso a bordo del peschereccio St. Antony. I nostri militari parlano di venti colpi esplosi, le autorità indiane dicono che il peschereccio è stato raggiunto da 60 proiettili. Ma non è l'unica incongruenza: ce sono anche sugli orari. La Farnesina ha ribadito che la decisione della polizia indiana di porre in stato di fermo i due marò è un gravissimo atto unilaterale, perché la nave, italiana, si trovava in acque internazionali (e a confermarlo c'è il satellite). Non è escluso, tra l'altro, che nell'incidente sia rimasta coinvolta un'altra imbarcazione. Ecco perché è decisiva l'autopsia sui corpi delle vittime, per accertare, innanzitutto, se i proiettili fatali siano stati esplosi dai due italiani. Ma la polizia indiana non vuole farla. Il ministro dell'Interno Paola Severino ha detto che, senza ombra di dubbio, "la giurisdizione è italiana". L'India, però, non demorde.

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La verità dei fatti in 10 mesi si poteva accertare. I mezzi tecnici e giuridici per farlo c'erano. La volontà da parte delle autorità indiane NO!
L'India non ha dato una bella immagine di sé: per la sua burocrazia lentissima, per i continui rinvii immotivati a prendere una qualsivoglia decisione, per l'ambiguità dimostrata verso un Paese amico come l'Italia.
In compenso non ha fatto altro che chiedere soldi con ogni pretesto. Soldi che ha ottenuto visto che aveva i due militari italiani in ostaggio.
Proprio questo comportamento non limpido, non volto a cercare immediata giustizia per i due poveri pescatori, ha dato un'immagine pessima di un Paese per altri versi apprezzato dall'opinione pubblica italiana.
Si è vista solo una volontà a temporeggiare, diluendo e dilatando quanto più possibile il tempo di una decisione fino a che è stato evidente, anche con tutta la buona volontà, l'abuso.
Avevano in mano due militari italiani e non due pirati...
Due rappresentanti dello Stato Italia.
Il comportamento dell'India è stato fin qui incomprensibile sul piano della correttezza internazionale, dei rapporti fra due Paesi che si rispettano.
Ecco, è mancato il rispetto. E chi ci perde è l'immagine dell'India.
Sono felice che i due dignitosissimi e molto controllati marò italiani tornino in Patria almeno per il Natale.
Purtroppo so che loro ed il loro Paese li indurranno a ritornare. Ma forse l'India meriterebbe la stessa scorrettezza che ci ha comminato fin qui, e personalmente penso che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone farebbero bene a rimanere sul sicuro suolo patrio e a non ritornare in un Paese che li ha sequestrati senza neppure cercare la certezza che i colpi sparati contro i due poveri pescatori siano partiti dai loro fucili. L'impressione di tutti è che abbiano cercato un capro espiatorio proprio nell'unica nave che si è comportata con esagerata correttezza perché, essendo in acque internazionali, la Enrica Lexie se ne poteva bellamente infischiare di accostare nelle acque indiane fino al loro porto. E questo rende ancora più grave l'atteggiamento delle autorità indiane.