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mercoledì 5 marzo 2014

Una vita da precario - Raccolta di Novelle "Le verità nascoste"

Una vita da precario


C'è chi cerca lavoro e non lo trova e si adatta a lavori a termine per necessità, per vivere mantenendosi e prova frustrazione e dolore, ma non può fare altrimenti, la dignità gli impedisce di farsi mantenere dalla famiglia di origine o da altri...
Ma lui, come altri ed altre, aveva un fine e l'aveva perseguito con ogni mezzo e alla fine era riuscito.
Non importa se aveva dovuto adattarsi alla più assoluta precarietà dalla stentata laurea in poi: aveva una morale adattabile, una dignità flessibile e sapeva piegare l'orgoglio all'opportunismo più falso pur di perseguire i suoi scopi.
Di famiglia modestissima, i suoi campavano con un po' di terra e qualche mucca, si era iscritto all'Università per fare qualcosa dopo il diploma all'Istituto Tecnico. Lavoro non se ne trovava... Campare al paese facendo il contadino come i suoi genitori non gli sorrideva... Si era iscritto al Corso di Studi che gli sembrava più utile: Giurisprudenza... Ma come era faticoso dare gli esami... Aveva conosciuto una ragazza che gli si era attaccata come una cozza... Non è che fosse convinto di amarla veramente.. Certo gli piaceva... E poi era molto calda... Anche il sesso così generosamente dato non gli dispiaceva affatto. Si lasciava amare. Lei era pure ricchetta: i suoi avevano una villa con un grande terreno. Non aveva capito bene cosa facessero nella vita, erano un po' strani. La madre si diceva laureata in Legge.. ma quando parlava diceva strafalcioni che persino lui notava.. In fondo qualche esame all'Università l'aveva dato e capiva quando uno era ignorante. Ma lui faceva finta di crederci... Chi glielo faceva fare di chiedere a Serafina, la sua ragazza, la verità sugli studi di sua madre. Poi un giorno glielo disse lei, con molto imbarazzo ed un po' di dolore: "Mia madre dice delle bugie... Forse non sta bene.. Lei non è nemmeno diplomata. Lavora in uno studio di un avvocato e basta."  Lui si mostrò comprensivo, non gli costava niente perché gli conveniva. Gli piaceva stare nella bella villa di Serafina, mangiare gratis... Certo di soldi ne giravano in quella casa. La madre comandava a bacchetta il suo moscio marito che davanti a vicini e conoscenti spacciava per improbabile dottore. Lui vedeva e taceva ma il padre di Serafina glielo aveva detto: "Faccio il tornitore nell'Istituto di Ingegneria Meccanica." Marcello ascoltava e faceva finta di niente. L'unica noia era Serafina che lo spronava a laurearsi.
Alla fine ci riuscì con 102 su 110. Aveva 29 anni.
Rimase all'Università bighellonando dietro ad un professore. Offriva il suo molle opportunismo che si piegava volentieri per ogni servizio. Non gli bruciava una dignità che non c'era, mentre c'era l'ambizione di emergere. In questo era aiutato dalla madre di Serafina che era strana, stravagante e mentiva, ma aveva una smodata ambizione di emergere che gettava anche addosso a lui. In fondo lui una laurea alla fine l'aveva, anche se con voti bassi, e l'unico modo di emergere era servire, offrire servizi, fingere sempre e farsi aiutare. Anche dalla madre di Serafina che, nella sua nebulosa attività, vantava conoscenze a cui chiedere favori. Cosa desse in cambio la sua debole morale non voleva chiederselo. Arrivò ad offrire a delle impiegate dell'Università, con cui aveva a che fare lavoricchiando dietro al professore, favori che la madre della sua ragazza poteva fare tramite l'avvocato dove lavorava. Alla fine tutto si risolse in chiacchiere, ma intanto si era mostrato gentile e disponibile e quelle erano meno scostanti quando andava a chiedere carta per le fotocopie o altre piccole incombenze per il professore, il quale gli aveva promesso di farlo accedere ad un Dottorato di Ricerca e lui ci sperava per avere la borsa di dottorato e non lavorare più gratis. 
Tutto andava bene, il professore l'aveva fatto accedere al Dottorato: poco importava la prova concorsuale.. Se non voleva lui... Altri avevano concorso avendo 110 e lode, ma il professore aveva fatto valere gli scarsi lavori scritti con lui ed altri come più confacenti a quel tipo di Dottorato. Non erano pubblicazioni che dicessero granché, ma il professore doveva avere tanti lavori, era il numero che contava più che i contenuti, ed essendo occupato a tessere contatti ed affari, per avere più potere, doveva avere gente come lui che scriveva, poi lui, il professore, supervisionava, tagliava, aggiungeva e via! Comunque, anche senza ingegno, quel posto, per avere finalmente un po' di soldi con la borsa, se lo era guadagnato. Era stato un buon servitore. Ma non gli pesava, era nella sua natura, l'importante era arrivare e allora... Non ci sarebbe stato nessun ostacolo per sentirsi finalmente qualcuno! Umile con i potenti e superbo con tutto il resto! Quelle umiliazioni le avrebbe riscattate librandosi al di sopra degli altri!
Ma proprio in quel momento Serafina gli disse di essere incinta.
Rimase stordito. Lei voleva sposarsi e tenere il bambino. Lui, timoroso delle reazioni soprattutto della madre di cui conosceva le folli furie, disse: "Va bene, ma io non ho soldi." Sui suoi genitori sapeva di non poter contare, ovviamente, e la mite Serafina andò a parlare con i suoi genitori. Il padre le disse di non preoccuparsi: "C'è tuo padre." La madre si dette da fare per organizzare tutto il rinfresco e Marcello si ritrovò sposato senza cacciare un euro. Gli dettero anche la casa di città e, date le scarse entrate,  i suoi suoceri pagavano pure il condominio.
Non si sentiva affatto umiliato: niente orgoglio, non gli competeva, provava invece una certa euforia di poter vivere in una casa di città, lui che aveva sempre vissuto in paese.
Serafina dopo la laurea aveva fatto pratica dall'avvocato dove lavorava sua madre. Non le davano soldi e le affibbiavano le carte da portare in Tribunale. Anche lei faceva la galoppina. Tentò l'esame per l'iscrizione all'Albo ma le andò male. Alla figlia dell'avvocato invece andò bene. La madre rosicava e aumentò le sue pressioni sull'anziano avvocato. Intanto nacque il bambino ma aveva qualcosa che non andava e... dopo varie cure e ricoveri morì.
Usò la sua disgrazia per impietosire l'ambiente universitario dove lavorava. Provò un concorso di ricercatore, l'ossessionante suocera chiese favori a destra e a manca, fece ridere una sua amica e vicina di casa vantandosi che "aveva fatto fare una telefonata da una persona importante".  Marcello non ebbe il posto di ricercatore. Il professore gli fece fare un contratto a termine per l'identico ruolo. Ma dopo un anno stava di nuovo senza stipendio. A mangiare mangiavano: sempre a carico dei suoceri. Non si chiedeva da dove venissero i soldi che, soprattutto sua suocera, faceva confluire nel dispendioso bilancio: mantenevano la sua famiglia, ma lui non si sentiva  a disagio per questo, anzi! 
Nel frattempo sua moglie aveva tentato di nuovo il concorso per l'iscrizione all'Albo. Questa volta andò bene. Non si chiese se era stato anche per le richieste di raccomandazione della sua irrequieta suocera. Andava bene così. Certo gli conveniva star zitto, essere acquiescente, assecondare le pazzie di quella strana donna insieme al suo appiattito marito, anche se lei non lo risparmiava con battute sferzanti e anche sfuriate e rinfacci. Stava zitto soprattutto nei periodi in cui restava senza reddito. Poi di nuovo un contratto a termine come ricercatore, poi niente, poi un assegno di ricerca... poi di nuovo niente. La moglie ed il secondo figlio, che nel frattempo gli era nato, vivevano più nella villa dei suoceri  che nella casa di città. Loro mantenevano il tutto. Finiti i sei mesi dell'assegno di ricerca per molto tempo sembrò che l'ambiente universitario non sapesse più che farsene di lui. I mesi passavano senza soldi e almeno le bollette le doveva pagare. Sua moglie riusciva a racimolare qualcosa con piccole vertenze di clienti trovati qua e là ma, se voleva restare nello studio dell'avvocato conosciuto da sua madre, doveva continuare a fare del lavoro per lui e accontentarsi di poco più di un rimborso spese. Sua suocera invidiava ferocemente la figlia del titolare dello studio perché aveva il nome associato a quello del padre. Però Serafina fingeva di esserle amica anche se sua madre la chiamava con epiteti tipo "la matta".
Certo sua suocera non era un simbolo né di morale, né di intelligenza ed equilibrio, ma a lui conveniva tenersela buona visto che da più di dieci anni manteneva la sua famiglia sia per il vitto che per l'alloggio. Gli aveva procurato anche delle consulenze nei mesi in cui non aveva avuto alcun reddito. Continuava però ad andare all'università gratis per non perdere i contatti. Continuava a collaborare alle pubblicazioni... Finché sua suocera non reclamò per l'indisponibilità della casa di città che, in un certo periodo, le avrebbe fatto comodo. Usò anche questo umiliante evento per pietire comprensione da parte del potente che serviva in quel momento e quello gli disse: "Ci sarebbe un posto a termine per Strasburgo." Fece un salto in aria dentro di sé e rispose calmo che era disponibile.
Nel suo smodato egoismo ed altrettanta smodata ambizione non si pose l'ostacolo della separazione da sua moglie e da suo figlio: lui volava alto! Aveva raggiunto quello che desiderava.
Fu aiutato in questa scelta dall'ambizione megalomane della suocera, a cui si accesero gli occhi  al pensiero delle vanterie che avrebbe potuto finalmente propalare nel vicinato senza ricorrere alle solite menzogne, ma anche quel mollaccione di suo suocero si dimostrò vanesio per il suo successo e Serafina, che lo amava e a cui si era stretto il cuore al pensiero di vivergli lontana, accettò la sua scelta per la sua carriera che, dopo sedici anni, finalmente aveva avuto un'impennata.