mercoledì 27 ottobre 2021

Quantistica, frontiera della Fisica - Un pregevole articolo del giornale LA REPUBBLICA

"L'atomo non si comporta in maniera definita, non è decaduto o non decaduto: è in questo limbo strano, che matematicamente si chiama sovrapposizione degli stati."

https://www.repubblica.it/cronaca/2021/10/21/news/angelo_bassi_lo_scienziato_italiano_della_fisica_quantistica_che_sfida_einstein_oltre_i_confini_della_fisica-323064521/

"abbiamo imparato che quello che è piccolo non si comporta come quello che è grande. Un atomo si comporta diversamente da un tavolo, anche se un tavolo è fatto di atomi. Il riconoscimento di questa diversità è che per descrivere un tavolo oggi usiamo la fisica classica: un architetto o un ingegnere che vogliono progettarlo conoscono questa fisica, che impariamo tutti a scuola. Se invece vogliamo andare a vedere come si comportano i singoli elementi, la fisica classica non funziona più e ci vuole la meccanica quantistica". E conclude: "È una teoria affascinante, con una potenza quasi ineguagliata nella storia della scienza...". Ma anche con una limitazione: "La teoria pone problemi concettuali nel capire il mondo. Ed è proprio questo l'ostacolo. Perché un atomo si comporta quantisticamente e tanti atomi no? Perché le proprietà quantistiche non si trasportano al mondo classico, nonostante la teoria predica questo? La teoria direbbe che le proprietà quantistiche dovrebbero facilmente entrare nel nostro mondo e noi dovremmo vedere in tutti gli oggetti un po' un comportamento magico, un po' ubiquo, diluito nello spazio. E invece il nostro mondo è una realtà solida: pietre, tavoli, persone che sono qui e non sono lì, fanno una cosa e non fanno l'altra. Il mondo classico è estremamente definito. Il mondo quantistico invece è opaco, vago, di onde che ancora non capiamo bene. Ecco questo è il lavoro che fa parte dei fondamenti della meccanica quantistica: capire i limiti di validità della teoria".

Pensiero mio: forse nel passaggio dallo stato indefinito (quantico) a quello definito della Fisica Classica la materia si stabilizza perdendo il suo stato indefinito?

Angela Merkel e il premier della Baviera Markus Soeder visitano l'Istituto Max Planck di ottica quantistica a Garching, in Germania. 15 settembre 2021  


Sono stata a Garching in Baviera, molti anni fa, accompagnando mio marito in uno dei suoi viaggi di lavoro: egli è un Fisico.

Ricordo che percorrendo la strada che porta a Garching  provenendo da Monaco di Baviera in autobus incrociai un cartello stradale che indicava: Dachau! Rabbrividii pensando alle tristi vicende storiche.



EITAN

 

La sete di denaro di italiani che hanno fatto camminare la funivia del Mottarone in condizioni da roulette russa ha distrutto vite e, fra queste, la mamma di Eitan, il papà, il fratellino, il nonno materno della mamma con sua moglie, quindi  bisnonno di Eitan.

 Ho letto le più discordanti informazioni sui vari giornali, una cosa vergognosa: ancora c’è chi definisce “nonni paterni” i genitori della povera giovane madre defunta che vivono in Israele.

Un giornalismo che disinforma per incompetenza, ignoranza, scarsa intelligenza.

E torno a dire che iscrivono all’Albo cani e porci.

Quindi ho dovuto con la mia intelligenza cercare di carpire la realtà in mezzo a questa confusione creata da incompetenti che dovrebbero fare informazione corretta.

Ed ho capito che Eitan è nato in Israele, che nei primissimi mesi di vita è stato in casa della nonna materna, come accade spesso a chi partorisce ed ha una madre ancora in grado di aiutarla.

i NONNI MATERNI DI EITAN
Questa povera madre oggi non ha più sua figlia e grida disperata che l’Italia gliel’ha uccisa per la criminale mancanza di controlli che ci contraddistingue (pensate al Ponte Morandi!). Ha perso l’altro nipotino che era un amore e suo padre!!!

Eh, si, perché i nonni della madre di Eitan erano nella infausta cabina felicemente in vacanza. La povera nonna materna di Eitan grida “Mi hanno ucciso anche mio padre”, ma non dice “i miei genitori” e da questo si capisce che quando gli pseudo giornalisti scrivono che sono morti i bisnonni di Eitan non hanno colto quanto gridato dalla nonna materna, ed è evidente che la moglie del bisnonno di Eitan era probabilmente la seconda moglie.

Ma questi pseudo giornalisti si preoccupano di precisare che i nonni materni di Eitan sono separati, che la moglie lo denunciò per maltrattamenti, che il bisnonno era un uomo molto ricco… Gossip, imprecisione e confusione!

Questo non è giornalismo, è imbrattatura di carta e della TV.

A questo punto mi chiedo chi fosse la signora che un servizio RAI ha intervistato in Italia e che parlava in perfetto italiano definita dalla scritta che è comparsa “nonna paterna di Eitan”!

Se così fosse, ma il dubbio è comprensibile, sarebbe la madre del papà morto e della zia che lo vuole in Italia, quella si sicuramente sorella del papà di Eitan a cui presumibilmente deve la vita perché potrebbe averlo coperto ed avvolto con il suo grande corpo attutendone i danni traumatici.

Altri due aspetti mi hanno colpito: l’iscrizione, voluta dai genitori, ad una scuola gestita da suore cattoliche. Una scelta strana anche per chi ebreo non è se non condivide l’insegnamento di quel tipo di scuole. Io, nata cattolica, non ho voluto che i miei figli andassero in simili scuole, solo la mancanza di posti nelle Scuole Materne dello Stato italiano mi ha costretta a mandare i miei figli in scuole di suore, da cui li ho tolti per le scuole elementari, ad eccezione di un figlio, perché nato a febbraio, che avrebbe perso un anno per poter essere iscritto al compimento dei 6 anni alla Scuola statale,  invece una scuola privata gestita da preti me l’ha accettato anche se i 6 anni li avrebbe compiuti qualche mese dopo l’inizio dell’anno scolastico. Infine un secondo figlio l’ho dovuto ritirare dalla scuola comunale in terza elementare, durante l’anno scolastico, a causa di una maestra folle e un Direttore scolastico peggio di lei ed iscriverlo nella medesima scuola privata gestita da preti cattolici dove già andava il fratellino. Ma questa è un’altra storia su cui ho scritto anche una novella dal titolo “Direttore Didattico Fabi” che potete leggere anche su questo Blog.

Gali Peleg sorella della mamma di Eitan 

Il secondo aspetto è la vergognosa insinuazione che il rapimento di Eitan da parte del nonno e la guerra con la zia paterna sia per avere i soldi del risarcimento che spetta ad Eitan. Insinuazione triste e squallida vista la tragedia che questa creatura ha vissuto e sta vivendo e che non tiene conto nemmeno della legge e della logica.

La zia paterna Aya a cui il Tribunale dei Minori ha affidato Eitan essendo rimasto solo in Italia, ferito e ricoverato in ospedale,

La vita del bisnonno materno di Eitan non vede il bimbo, suo pronipote, come parte lesa ma sua figlia, la nonna materna che grida il suo dolore. Inoltre se egli era realmente un uomo ricco, come qualcuno ha scritto, non saranno i soldi che mancheranno alla povera nonna israeliana. Non conosco la legge israeliana in fatto di Eredità, ma in genere in quasi tutti gli ordinamenti i figli ereditano dai genitori.

Sui risarcimenti che i disgraziati italiani dovranno pagare ai superstiti si entra nel Codice Penale prima e poi nel Civile e le parti superstiti danneggiate da un simile crimine i Codici le individuano senza dubbi, e sicuramente Eitan è il danneggiato principale, ma non è detto che la legge non riconosca anche ai nonni materni il danno di aver loro ucciso una figlia.

Pubblico sotto un sito serio di informazione che chiarisce ogni notizia cialtrona.

 

Deborah Fait risponde ai lettori
Eitan è un bambino israeliano

Testata: Informazione Corretta
Data: 16 settembre 2021
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «Eitan è un bambino israeliano»

 

www.jerusalemonline.com

 

La famiglia Biran. L'unico sopravvissuto alla tragedia della funivia è Eitan, di 6 anni

 

Gentilissima Signora Fait, dire che sono sconcertata dai commenti di IC è un pallido eufemismo. Un bambino di sei anni, che già vive la tragedia spaventosa della perdita dei genitori e del fratellino in un disastro cagionato, sino a prova contraria, da criminale inosservanza delle più elementari misure di sicurezza, è stato ‘prelevato’ dal nonno materno in occasione di una visita e portato all’estero, all’insaputa della zia paterna e contro i provvedimenti del giudice italiano (competente, secondo una convenzione internazionale cui anche Israele aderisce, in quanto giudice del luogo in cui si trovava, anzi risiedeva, il minore nel momento in cui è rimasto orfano). Certo, il Paese estero è Israele, in cui Eitan Biran è nato e di cui è cittadino (mi piacerebbe sapere se è vero che ha anche la cittadinanza italiana, come ho letto in alcuni giornali), ma, secondo tutti gli articoli che ho potuto leggere, sia italiani che israeliani in lingua inglese, il bambino è cresciuto in Italia sin dai primi mesi di vita, con i genitori che da anni studiavano a Pavia, anche se immagino che sia stato più volte in Israele in occasione di vacanze e festività, come è normale in epoca di viaggi aerei di massa (almeno prima della pandemia). Si può certamente discutere se, per aiutarlo a superare il trauma, sia meglio la continuità, almeno temporanea, con l’ambiente in cui è cresciuto o un taglio netto, ma non posso condividere la difesa o, peggio, l’approvazione di un gesto arbitrario, in totale spregio della nostra legge (come se fossimo l’Afghanistan dei talebani, da cui fuggire con qualunque mezzo). Si può anche discutere sull’opportunità dell’iscrizione di Eitan in una scuola cattolica, ma non ho trovato smentite alla notizia, pubblicata da diversi quotidiani che hanno inviato cronisti in loco (e non si tratta di Avvenire), che in quello stesso Istituto delle Canossiane il bambino già aveva frequentato la scuola materna ed era stato iscritto alla prima elementare dai suoi genitori in gennaio (periodo consueto per le iscrizioni scolastiche). Quanto all’osservazione sul passato militare del nonno materno, non è una malevola pennellata di colore: si parla specificamente di un ‘lungo passato militare’ (si intende forse ‘di carriera’ o comunque qualcosa di più del servizio di leva e dei richiami dei riservisti?) e anche di un impiego nella ElAl e se ne parla del quadro della ricostruzione di come il signor Peleg ha organizzato ed attuato, in modo tecnicamente perfetto, l’espatrio di un minore senza l’autorizzazione della zia tutrice e malgrado un divieto di espatrio, scegliendo il percorso meno sorvegliato (alcuni hanno parlato di tecniche di ‘esfiltrazione’, termine che indica il portare persone fuori da un territorio nemico per metterle in salvo). L’unica cosa che mi conforta è che ora, in Israele, sia la magistratura che le autorità preposte alla tutela dell’infanzia sanno di dover vigilare sul benessere di Eitan e sulla condotta dei suoi parenti e confido che siano in grado di farlo. Augurando ad Eitan ogni bene, Le porgo i più cordiali saluti,

Annalisa Ferramosca

 

***

 

Carissima Deborah, sono italiano ma apprezzo e stimo Israele e il suo popolo (quasi tutto, i sinistri, lì come qua mi sono indigesti): ho avuto anche la fortuna di visitarlo (3 volte) accompagnato da amici israeliani di Ramat Gan. mi sono commosso sulle alture del Golan, rievocando l'eroismo di IDF che ha resistito alle aggressioni siriane, alla fine prevalendo. Credo che tu stia descrivendo la vicenda di Eitan nella giusta luce: questo disgraziato paese che è il mio paese ha distrutto la vita dei genitori, del fratellino, dei bisnonni materni di Eitan. Li ha uccisi con la sua superficialità che ha permesso a quella funivia di funzionare contro tutte le norme e il buon senso. La magistratura che in Italia è l'unico potere reale è ferma nelle indagini per conflitti interni. Ma la magistratura che ha deciso l'affidamento del piccolo alla zia paterna, negando l'esistenza di tutti gli altri parenti israeliani, la stessa magistratura che interferisce con atti di imperio in questioni che vorrebbero tutto un altro approccio (la magistratura di Bibbiano, per intenderci) ha deciso che il futuro del piccolo deve essere italiano, allevato da una zia che non ama Israele (Eretz Yisrael) come tanti sinistri che, pur essendo ebrei, odiano Israele. *Eitan è israeliano*, è nato lì, era temporaneamente in Italia, i suoi cari sono sepolti lì, tutti i suoi parenti sono lì, ma la zia che vive in Italia (per motivi suoi) vuole sradicare il piccolo nipote e trova un magistrato che la sostiene. Che senso ha tutto ciò? il nonno non ha consegnato il passaporto perchè è un documento israeliano, è partito dalla Svizzera che non è UE, e i solerti (vendicativi) giudici italiani non possono interferire con le leggi di altri paesi. devono ricorrere a una convenzione voluta contro i mariti islamici che in caso di separazione sottraggono il figlio italiano alla *madre *italiana perchè così vuole la legge islamica. Che cosa c'entra con questa vicenda che è tutta israeliana? i genitori sono morti e la consuetudine vuole che i nonni materni si prendano cura degli orfani. Ma in Italia non si possono criticare i magistrati perchè si offendono e il loro delirio di onnipotenza ne risulta offuscato. io sento un forte odore di antisemitismo. il partito di maggioranza, in Parlamento, è filo iraniano (Grillo ha una moglie iraniana), l'ex PM e ministro degli esteri D'Alema sostiene che Hamas e Hezbollah non sono terroristi, non più tardi di ieri. Oltre a uccidergli la famiglia vogliono sequestrare il piccolo Eitan ed educarlo in questo ambiente ostile? Ma tutto è possibile in un  paese dove il figlio di una delle vittime della sinistra è diventato direttore del giornale che ha istigato all'odio contro suo padre. Povera Italia. Spero che ci sia un giudice a Gerusalemme (anche se lì come qui la magistratura è fortemente politicizzata) che riconosca che l'Italia non c'entra nulla con il futuro del piccolo Eitan: la sua casa è Israele ed il suo futuro è lì. in Italia sarebbe uno straniero infelice e  discriminato. Noi italiani dobbiamo solo chiedere scusa per il disastro che abbiamo combinato e che qualche sinistro che odia Israele vuole continuare a perpetrare. Shalom

 Luigi Mis

 

Gentili Amici,

avete scritto due lettere molto interessanti, l'una è l'opposto dell'altra ma in sostanza entrambe dicono la stessa cosa: Eitan è un bimbo israeliano, è ebreo, non credo sia un bene recidere le sue radici e mi par di capire che la pensate esattamente come me. E' vero che andava dalle suore anche alla scuola materna ma aveva i genitori che poi lo riportavano alla realtà della sua identità ebraica.Pare che la zia paterna non abbia un forte legame con Israele e le tradizioni del suo popolo quindi se rimarrà affidato a lei perderà un importante bagaglio culturale. Io sono molto sicura che il futuro di Eitan sia in Israele e sono molto dispiaciuta al pensiero delle tante peripezie che ancora si giocheranno sulla pelle di quel povero bambino. Spero in un giudice intelligente e rispettoso dei valori culturali di un popolo. Il nonno avrà anche sbagliato nelle modalità del prelevamento ma dobbiamo pensare che l'unico bene che gli rimane è quel bambino dal momento che la funivia e l'incuria dei colpevoli gli hanno portato via tutta la famiglia in un colpo solo.Invece di dipingerlo come un criminale credo che i media farebbero meglio a parlare di un padre disperato per la morte della figlia e del nipotino più piccolo.

Un cordiale shalom

 

domenica 24 ottobre 2021

Alieni Talebani e Pakistan

 

Rai, «Ombre pakistane» a Tg2 Dossier: il reportage di Leonardo Zellino

Ho appena finito di vedere questo documento giornalistico di vero, nobile giornalismo e il mio cuore è pieno di tristezza e agli occhi mi si sono affacciate le lacrime.

Questa è la Terra vista dall'esterno, ormai anche alla persona più oscurantista, se sana di mente, è chiaro dove siamo e cosa siamo in modo visibile e non soltanto grazie agli scienziati e ai loro calcoli ed osservazioni che datano da Aristarco di Samo.

Questa visione dovrebbe cambiare l'Uomo rispetto all'Uomo antico che rifiutava e a volte perseguitava gli Uomini di Scienza che, con le semplici osservazioni e i calcoli dovuti alle loro intelligenze superiori rispetto a tutti gli altri uomini, erano arrivati a parte della verità e realtà di cosa siamo e dove stiamo.
Nell'ultimo secolo appena passato questo svelarsi della realtà ha subito un'accelerazione.
Sappiano che un'atmosfera respirabile per noi, creature creatisi in questa Terra grazie ad equilibri favorevoli alla nostra esistenza, finisce già a circa 8 km. di altezza.
Eppure gente varia parla ancora di morti che dovrebbero stare in un indefinito "lassù" puntando il dito verso l'alto, dove dovrebbe esserci anche un Dio.
Questo Dio ogni religione se  lo figura in modo diverso e in base a queste credenze, religioni nelle loro diverse sfaccettature, stabiliscono come si deve vivere, ciascuno rifacendosi a uomini che hanno detto di parlare in nome di questo Dio.
Senza questo Dio che si sono creati non sanno vivere e darsi da soli, con la loro intelligenza e coscienza, delle regole morali di vita.
Ma in tutta questa piccola Terra in qualche modo si riesce a convivere fra chi ha paura di accettare la realtà e si affida ad una religione e chi ha capito cosa siamo: animali intelligenti, coscienti di esistere che possono vivere poco tempo su questo bellissimo pianeta. Scintille che si accendono e che dopo poco si spengono.
Ma c'è una religione che dà a chi la segue una visione del mondo  oscurantista fino alla cecità sulla realtà oggettiva ormai conosciuta: ed è l'Islam.
Un mondo di pensiero variegato, ma con la base comune di non confrontarsi con la realtà ma solo con le parole di uno di questi uomini antichi che intesero dettare loro delle regole di vita: Maometto, fino al punto di istituire scuole per studiare il libro che a lui si riferisce chiamate madrasse, un po' come fa chi segue l'altro grande profeta Cristo, dal quale varie confessioni cristiane traggono insegnamento leggendo i Vangeli scritti dai suoi seguaci e il libro più antico Bibbia.
Ma i precetti dei seguaci di Cristo, variamente interpretati, lasciano libertà a chi non li vuole seguire.
Questo non avviene con l'Islam, il cui integralismo ne fa degli alieni dentro il medesimo pianeta rispetto a tutte le altre credenze.
Il Corano per loro è l'unica valida scienza per interpretare la realtà: ottusamente ignorando Fisica, Chimica e Astronomia. 
In questo bellissimo e rattristante documento giornalistico questa realtà si evidenzia drammaticamente.
Intere generazioni fra Afganistan e Pakistan vivono sopravvivendo soltanto, compresse dentro regole e schemi di intransigenza dell'Islam. L'intervista al Capo di una madrassa rivela in tutta la sua drammaticità l'impossibilità di penetrare queste menti aliene: l'uomo parlava solo di Dio e quello che lui è convinto sia la sua volontà e che è imposta a chiunque, anche a chi non è dell'Islam. Si deve vivere così e basta. Se tornasse Maometto, alla luce della odierna conoscenza scientifica, penso che da uomo intelligente direbbe "ma cosa dite?!" 
Intanto però la gente soffre e la vita passa e finisce.
In un villaggio oltre i confine afgano, in territorio pakistano, che villaggio non si può dire: cumuli di fango e qualche asse di legno in cui più generazioni vivono senza nulla, a iniziare dall'acqua. Lamentano al cronista RAI di non poter mandare i loro figli a scuola, di non avere che un medico molto lontano...
Infine dei giovani sui vent'anni: uno rassegnato nella sua immutabile situazione che dice "dove vado, non so fare nulla, sono ignorante perché non ho avuto scuola". Anche fra loro, mondo musulmano, sono nemici e spietati. Quelle creature sono fra i talebani e un Pakistan indifferente e oscuro. Ha ragione il giovane che mi pare si chiamasse Yusef, Giuseppe credo.. Non può fare nulla, chiuso in quella terra desolata e desolante... 
Poi si fa avanti un altro giovane che invece parla inglese e questo mi ha trafitto il cuore: perché non è rassegnato come il suo compagno di sventura, egli è intelligente e cosciente, parla bene e dice alla troupe Rai "Portatemi con voi" - Lo dice sorridendo educato e accattivante. Giuro che ho provato quello che si prova quando un prigioniero innocente ti chiede "Aiutami, salvami" e tu senti che gli devi dare la mano che ti chiede. Non potendolo fare, per la distanza e per l'enorme peso burocratico e le pastoie che un simile tentativo comporta, sto male e non riesco a togliermi dalla mente quella creatura intelligente.
Quando un uomo di mezza età ha detto che era contento che fossero arrivati i Talebani al governo dell'Afganistan il giovane, che parlava inglese, si è discosto e era evidente che dissentiva ma non poteva dirlo per paura.
Che dolore ogni volta che in forme diverse vedo e sento di gente bella dentro e oppressa...
Ma l'Uomo non cambia e questi crimini ci sono e ci saranno sempre, in particolare in questo mondo alieno che è l'Islam.

https://www.tg2.rai.it/dl/tg2/rubriche/PublishingBlock-8f49a286-7527-4264-9979-72b4aca618d8.html

giovedì 21 ottobre 2021

I Racconti di una cattivissima vecchia 13°: Vittime che vittime non sono

 Vittime che vittime non sono

Nonostante la mia dichiarata cattiveria di fronte ad un dramma come il terremoto mi sono commossa e sinceramente dispiaciuta, soprattutto per tante persone innocenti morte per tale terribile evento naturale.
Poi mi sono molto dispiaciuta per persone molto perbene, sia nella propria veste professionale che di Sindaco, che hanno subito tutto il peso del caos successivo.
Penso ad una persona in particolare che ho conosciuto bene.
Col passare del tempo mi sono indignata per la lentezza della ricostruzione... Sicuramente c'è chi su questo dramma ci si è arricchito...
Ma ora, a leggere tutta la normativa emanata dal governo in questi anni di post terremoto, capisco che molte norme messe per accedere ai contributi non sono vessatorie né peregrine.
Penso che gente che ha creduto di aggirare o ignorare norme e regole sull'edilizia oggi ne paga il fio.
Conosco vari concreti esempi in tal senso.
Un tizio che nella vita aveva saputo fare solo il mestiere dei suoi avi, l'agricoltore, e che era stato aiutato da un suo fratello, affettuoso con i suoi figli e generoso in regali e aiuti vari, una volta urbanizzato grazie a questo fratello che gli aveva procurato un portierato, pensò bene di acquistare un fabbricato rurale adibito ed accatastato come stalla, che nella divisione ereditaria era stato assegnato bonariamente al fratello a cui tanto doveva.
Il fratello generoso nel frattempo era morto e lui trattò l'acquisto dall'unica erede di costui, verso la quale non aveva mai avuto le stesse attenzioni e lo stesso affetto che suo fratello aveva dimostrato ai figli suoi.
La figlia del morto, seguendo l'esempio di suo padre, quando lo zio le chiese quanto voleva per la stalla rispose: "Non ho idea, non essendo del posto, fallo tu il prezzo perché puoi valutare meglio quanto vale."
Con aria moraleggiante lo zio rispose: "Non posso fare il prezzo sulla roba tua!"
"Ma io mi fido, sono sicura che farai un prezzo giusto. Io proprio non ho idea di quanto può valere: potrei dire una cosa esagerata per quel luogo: fai tu."
Ma quello insistette quasi scandalizzato che lui mai avrebbe potuto fare il prezzo sulla "roba" della nipote.
Allora lei disse: "Dieci milioni." Erano in lire intorno agli anni '80 del secolo scorso.
L'uomo si mise a ridere, con sconcerto della giovane donna, la quale, pur nel rispetto della memoria di suo padre che tanto aveva voluto bene a quel fratello, cominciava a non capire tale contraddittorio atteggiamento.
"Allora lo vedi che io non so valutare questa stalla? Fai il prezzo tu o non ne usciamo."
"Tre milioni e mezzo, - disse l'uomo - non vale di più!"
Per quanto la figlia si sforzasse di vedere le cose con gli occhi di suo padre, aveva sempre avuto davanti una realtà ben diversa: suo padre non aveva mai toccato con un dito i figli di quell'uomo, mentre lei era stata picchiata ben due volte da quello zio e sua moglie pur vedendoli solo d'estate, dato che ella era nata in città e lì aveva sempre vissuto, e questo senza riceverne mai doni come suo padre faceva ai loro figli.
Disse dunque che il prezzo però era tale che con quella cifra non si comperava neppure un'utilitaria usata.
L'uomo disse che quello era il prezzo  dell'immobile e che non valeva di più secondo lui.
Passarono tre anni.
La figlia del fratello affettuoso e generoso, non avendo più alcun interesse di alcun tipo per quei luoghi, parlò con i suoi figli e con suo marito i quali le dissero di disfarsi di quell'eredità inutile ed improduttiva che costituiva solo un pensiero di cose lontane che a loro non interessavano affatto.
Ripropose dunque l'acquisto allo zio, che era sempre interessato, avendo in mente di trasformare la stalla in una seconda abitazione, dopo quella della famiglia d'origine a cui il fratello generoso aveva rinunciato. Egli disse che la sua offerta non era mutata anche se la nipote gli obiettò che l'inflazione aveva fatto lievitare i prezzi. Tre milioni e mezzo di lire erano tre anni prima e tre milioni e mezzo di lire erano adesso. Disgustata la donna cedette dicendogli che, se voleva, poteva prendersi anche la sua parte di terreni che lui aveva per anni lavorato campando la sua famiglia, fino a che suo padre, pagando pranzi al ristorante ad un amico ingegnere insieme ad altri invitati per tenerlo in allegra compagnia, non gli aveva alla fine chiesto se poteva dare un portierato, senza il canonico pagamento della cauzione, per questo suo fratello bisognoso.
Lo zio però le rispose: "No, quelli non li voglio, i miei figli mica vorranno tornare a zappare la terra."

Nel 2016 in quei luoghi, sempre soggetti ad attività sismiche, ci fu un terremoto terribile che distrusse tutto. Nel paesetto dove era la stalla, che poi l'ingrato zio aveva trasformato in una casa a due piani, non ci furono morti. Ma non ci fu casa, vecchia o nuova, ristrutturata o meno, che fu più dichiarata agibile.
La figlia dell'uomo generoso pensò che era un secolo esatto dalla nascita di suo padre e le sembrò quasi che esistesse una legge del contrappasso che aveva fatto giustizia.

Lo zio, come altri, aveva gettato giù muri, altri ne aveva tirati su, rifatto pavimenti, creato solai nuovi, usando la sue stesse braccia, dato che per guadagnare qualcosa, prima che il fratello lo sistemasse con tutta la famiglia in città, aveva fatto anche il manovale di tanto in tanto. Il tutto senza andare in Comune a chiedere alcun permesso per effettuare detti lavori a termini di legge.
Come molti di quel luogo, fu molto soddisfatto ed orgoglioso del risultato: una bella casa tutta imbiancata dove tornare per le vacanze, conservando anche l'altra d'origine.
Ma il terremoto aveva ridotto quasi tutte quelle antiche mura, ristrutturate senza rispettare le leggi antisismiche che obbligavano quei luoghi a precise regole edilizie, ad un mucchio di rovine.

Passato il trauma e il dolore per la "roba" distrutta tutti iniziarono a sperare nei contributi dello Stato per la ricostruzione.

Si informarono presso il Comune, qualcuno interpellò informalmente qualche tecnico, giacché la Legge e i Decreti fatti per il terremoto erano difficili da interpretare per cafoni furbi si, nell'accaparrarsi case e fabbricati vecchi di quei borghi, ma poco intelligenti per capire che le ristrutturazioni e le diverse destinazioni d'uso dovevano essere comunicate al comune rispettando  e soggiacendo e ben precise regole.
Appresero così, l'acquirente della stalla trasformata in abitazione come altri, che se volevano il contributo dello Stato dovevano presentare una Manifestazione di volontà di ricevere il contributo, come primo atto, e compilare una lunga serie di moduli in cui dovevano inserire i dati catastali dei loro adorati beni distrutti dal terremoto.
Molti si fecero aiutare da figli o parenti istruiti, altri pagarono un tecnico, ma quello che cominciarono a capire fu che oltre alle particelle catastali che non corrispondevano  più a tutte le varianti da loro apportate ai loro immobili, ma che erano rimaste in catasto quello che erano in origine, stalle, pagliai o, al massimo, case rurali e non certamente ville e villette sia pur rustiche come i loro gusti, dovevano anche dichiarare sotto la loro responsabilità legale il nesso di causalità diretto tra i danni verificatisi e gli eventi sismici occorsi a far data dal 24 agosto 2016 comprovando il tutto da apposita perizia asseverata.
Le speranze di veder ricostruite le loro case vacanze a spese dello Stato cominciarono così a sfumare, lasciando spazio a rabbia e frustrazione. 

"Intanto paga uno che ti faccia la perizia tecnica asseverata!" Lamentavano rabbiosamente. "Poi pare che ti danno solo il 50%  nella nostra zona!"

Chi si spinse fino a portare un tecnico fino lì, pronto a pagare una parcella di qualche centinaio di euro nella speranza di avere almeno un contributo parziale per ricostruire il bene perduto, si sentì opporre un diniego a mettere la propria firma su un falso: "Come faccio a dichiarare che il pesante cordolo di cemento che lei ha fatto per irrobustire il tetto non abbia contribuito al crollo? Certo la scossa è stata micidiale, ma qualcosa in tutto il cratere sismico è rimasto in piedi, dunque come si fa a stabilire che il nesso di causalità sia diretto tra i danni verificatisi e gli eventi sismici occorsi se lei ha fatto questi lavori senza un calcolo statico fatto da un geometra?!"
"Vabbé, ho fatto da me per risparmiare, ma poi ho pagato un sacco di soldi per il condono per far accatastare la stalla come civile abitazione!" Obiettò qualcuno che aveva agito come l'esempio di persona che ho qui illustrato. Non comprendendo che con quell'atto aveva solo sanato un abuso fatto in barba alla legge, ma se poi i lavori fatti senza criterio avevano minato la staticità dell'immobile facilitandone il crollo era un altro paio di maniche.
Ma nessuna colpa del proprio abituale agire in assenza di ogni regola si affacciava alla mente di questo tipo di persone, abituate da sempre in codesta maniera, fino al punto di ritenere un loro diritto abbattere tramezzi e cambiare le proprie case senza recarsi in Comune a chiedere come e cosa si può fare o non fare essendo da sempre, e questo lo sanno anche i cafoni, in zona sismica.
Ora il terremoto forte, che la Storia dice non avveniva così da 300 anni, ha messo a nudo le loro abituali trasgressioni mettendo così lo Stato nell'impossibilità di risarcirli.

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto

TUTTE SALVE LE 28 PERSONE CHE ERANO ALL'INTERNO AL MOMENTO DEL TERRIBILE SISMA

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto
Retrosi fraz.di Amatrice

Retrosi, piccola frazione di Amatrice, case resistono al terremoto. Da Gino Goti Retrosi è una piccola frazione del Comune di Amatrice, a 1.001 metri sul livello del mari, dove uno storico commerciante perugino di via Oberdan, Angelo Zaroli, ha realizzato un “Albergo Diffuso” distribuito in tutto il borgo restaurando, una per una, le varie abitazioni che ora fanno parte del complesso “Borgo Villa Retrosi”. La notte del terremoto Angelo era in una delle strutture – la casa di famiglia della madre e nonna materna – è sobbalzato più volte nel letto temendo di essere sbattuto sul soffitto. Con la luce del telefonino è riuscito a trovare vestiti e calzature ed è sceso fuori.

I 28 ospiti dell’Albergo Diffuso sono usciti tutti illesi dalle loro camere e sono potuti ripartire per rientrare nelle loro residenze, evidentemente molto spaventati, ma incolumi.

Perché le strutture hanno retto pur essendo Ritrosi a un chilometro e mezzo in linea d’aria e a tre chilometri di strada da Amatrice? “Tutte le vecchie case del borgo – dice Zaroli – hanno subito, qualche anno fa, una ristrutturazione curata da mio fratello architetto e da un ingegnere di Perugia per rendere antisismiche le abitazioni di quello che è diventato Borgo Villa Retrosi in una stupenda posizione al centro dei Parchi Nazionali dei Monti Sibillini, del Gran Sasso e dei Monti della Laga”.

Tanto spavento, ovviamente, ma la soddisfazione che lavori fatti con criterio e professionalità hanno retto alla furia del sisma che poco lontano ha creato lutti e distruzione.

Contattati telefonicamente, in Albergo raccontano che coloro che erano ospiti (28 persone) sono tutte salve. Le case dell’albergo diffuso hanno retto, ma non sono più agibili. Solo una dovrebbe essere ancora agibile, ma dovrà, ovvio, essere controllata nella sua staticità.

martedì 19 ottobre 2021

I Racconti di una cattivissima vecchia 12°: In ricordo di una morta.

 In ricordo di una morta

Se la natura mia è la bontà oggi mi ritengo cattivissima perché con la vita ormai alle spalle ho chiuso i conti di essa e non posso che essere serenamente severissima verso tante miserevoli persone, troppe, che ho incontrato nel corso di questa vita e che hanno dato spettacolo di sé e della propria inutile, stupida cattiveria.

Non ho pietà per queste persone anche quando scopro che sono morte.

Moriamo tutti e dunque a costoro non è successo nulla che non sia accaduto a persone migliori di loro e che non accadrà anche a me.

Scopro l'ennesima morte, avvenuta sembra pochi anni fa, di una di queste miserevoli persone. Non solo non provo pietà, ma nel ricordare i pochi scarsi incontri che ho avuto con questa persona provo una gelida cattiveria, proprio perché ormai quella vita è conclusa: è tutta lì, nulla si può aggiungere e togliere, ed è meschina e miserevole.

La ricordo allegra e mattacchiona: una volta si mise a ballare a gambe in aria, scoprendo le sue lunghe gambe. Non lo faceva nessuno, soprattutto al suo paese di agricoltori, ligi alle regole comportamentali imposte da una cultura contadina ispirata ai principi dell'educazione cattolica. Chi le aveva dato mai quello spirito un po' pazzo? In paese dicevano che lo aveva preso dai Carloni, la famiglia del vero padre, un bell'uomo di cui la madre era innamorata pazza, tanto che persino i ragazzini del paesino quando citavano le coppie note di innamorati citavano il nome di sua madre accostandolo a quello di Stefano Carloni, in assoluta innocenza e io mi chiedevo perché visto che quella donna un marito lo aveva.

Beata innocenza! La mia che non capivo, essendo bambina anch'io, e mi ponevo solo il quesito logico senza malizia alcuna, e quella dei bambini del paesetto che innocentemente ripetevano quello che sentivano a casa senza malizia alcuna.

Poi capitò che, ignorata da mio zio Stefano, assistetti ad un incontro chiaramente sessuale fra lui e la madre di quella di cui oggi ho appreso la morte, senza capirne il significato, ma che è rimasto nella mia memoria anche visiva, perché la bimba che ero ne fu colpita per la sua immagine inconsueta.

Più grande capii quello a cui avevo assistito ignorata dai due presi dalla fregola. Mai ignorare i bambini pensando che non capiscono: non capiscono lì per lì... Ma registrano e quando avranno gli strumenti per capire capiranno..

Poi ebbi altri input dalle chiacchiere di paese e capii che il marito della madre di questa miserevole persona, che oggi apprendo essere morta da pochi anni, era assolutamente cosciente di essere un cornuto, ma fingeva di niente.

Chissà se ha mai avuto il dubbio che la morta di cui sto scrivendo fosse sua figlia o figlia di quel mio zio.. Di certo al cornuto lei non somigliava come invece suo fratello. Ormai è morta, ma suo figlio potrebbe togliersi lo sfizio di farsi fare il DNA comparandolo a quello di un discendente dei Carloni e, per controprova, con quello del fratello di sua madre, se ancora in vita, oppure uno dei figli di questo zio materno... Potrebbe scoprire che quello che chiama "mio nonno" non lo è che sui documenti ma non nei geni.

Mi è capitato di vedere il filmato del cornuto che conduce tutto tronfio sua figlia all'altare. Che squallore.

Cosa so di questa tizia: forse aveva tre anni più di me, dunque se è morta da pochi anni è morta all'età che io ho presentemente. 

Che ricordi ho: amava prendere in giro con nomignoli passati da madre in figlia, nella sua mentalità rozza e furbesca. Una stupida presa in giro per me che ero cittadina e capivo e compativo. Lo ha fatto anche insulsamente, sul nulla, per compiacere una donna piena di livore verso mio padre, e di conseguenza verso di me, perché queste rozze mentalità inglobano nei loro risentimenti interi nuclei familiari.

Ho sempre considerato con distacco un mondo che mi sfiorava ma che non mi apparteneva, ma ciò non toglie nulla all'intenzione miserevole dell'agire di questa morta.

Un giorno, ero sull'autobus, e l'ho vista uscire trafelata da un palazzo di un quartiere elegante e mi sono ricordata che, parlando con gente non lontana da dove io ero, aveva detto di andare a fare la domestica ad ore in case di ricchi che "avevano sette, otto bagni"! Era già sposata e, grazie ad un mio parente che aveva sposato una sua cugina, aveva ottenuto un portierato. Notizie che mi arrivavano da mio padre o da suoi parenti. Una di questi mi disse che il figlio della morta di cui scrivo aveva dato fuoco ad un pagliaio nei suoi giochi scervellati estivi nel paesetto d'origine di sua madre. E che per rimediare al danno i genitori lo avevano comprato...

Altro non so ricordare... Ah, sì! Prima di sposarsi amoreggiava con il postino del paese: un giovane bello, dagli occhi verdi. Le malelingue, come la sua, raccontavano ridendo che in un assalto lui le aveva rotto la collanina che portava al collo e le perline di vetro o plastica si erano sparse in terra... 



giovedì 14 ottobre 2021

MADRE - Cap. XII

 Capitolo XII

Non poteva disporre di soldi per poterla condurre da uno Psichiatra in privato, né poteva parlare con suo padre della sua intenzione. Per quanto egli amasse sua figlia c'erano argomenti che lo rendevano nervoso e che sicuramente avrebbero provocato un litigio fra loro.

Rita se poteva evitava. Le erano sufficienti le tensioni quotidiane che viveva nella sua famiglia, così esigua ma densa di problemi e lei era stanca giacché i problemi dei suoi genitori la tenevano in uno stato ansioso perenne. Quello di suo padre, il bere, non era riuscita a risolverlo: gliene aveva parlato, con imbarazzo estremo, quando era sobrio. Lui era evidente che se ne vergognava ma in maniera altrettanto evidente non era in grado di dominare quella sua debolezza. Aveva sostenuto quel colloquio aperto da sua figlia umiliato, senza quasi guardarla in faccia.. Riusciva a non bere solo quando lavorava, e questo era già molto. Il guaio era che usciva poi per "svagarsi un po'" con i suoi "amici", che erano in realtà dei conoscenti abituali che incontrava in una trattoria-rosticceria che aveva dei tavoli all'aperto sotto dei grandi platani. Gli piaceva la conversazione, ridere un poco, fumare bevendo vino che non reggeva.

Prese dunque appuntamento per una visita specialistica presso l'Ambulatorio dell'Ente Mutualistico dei dipendenti statali: quello a cui il lavoro di suo padre lo iscriveva di diritto con tutto il suo nucleo familiare.

Dalla loro abitazione era raggiungibile a piedi e vi condusse sua madre. Lei la seguì docilmente, anche se intuiva qualcosa perché era presa da una interna agitazione, pur restando esternamente calma. Ma Rita la conosceva e la vedeva iniziare i suoi borbottii, muovere febbrilmente le mani e la testa con gesti brevi e contenuti ma che a lei trasmettevano un'ansiosa insicurezza.

L'Ambulatorio era pulito e disadorno. Sedettero sulle sedie di metallo e formica chiara in attesa nella sala d'aspetto semivuota. Quando entrarono, chiamate dall'infermiera per la visita prenotata, nella grande stanza munita di finestra dietro la scrivania sedeva lo Psichiatra, un uomo dall'apparente età di circa 50-55 anni: anche se era seduto si indovinava la figura alta e magra, egli non indossava camice, il viso serio, le invitò ad accomodarsi. Le due donne si sedettero in due sedie di metallo e formica come quelle della sala d'aspetto. Iniziò a parlare Rita spiegando che la visita era per sua madre, ma al medico la situazione era stata subito evidente: guardava la donna e la sua agitazione calma che, quando la figlia illustrò i suoi sintomi, si alzò senza parlare e iniziò a mormorare tra sé un muto dialogo con i suoi fantasmi interiori e a girare per la stanza sempre senza moti scomposti ma chiusa in sé, apparentemente non presente, ma Rita sapeva che sarebbe bastato che lei le parlasse per richiamarla alla realtà, sempre obbediente alla parola di sua figlia. 

Lo Psichiatra notò l'ansia e l'insicurezza sul viso di quella diciottenne che sembrava una bambina e, seguendo il suo sguardo apprensivo volto verso la madre che ora era nei pressi della finestra a parlottare con sé stessa, disse: "Io non sono d'accordo con i miei colleghi che parlano di ereditarietà di quello che ha sua madre: non abbia timore. Non sono forme ereditarie. Quello che ha sua madre è suo, è un suo problema dovuto anche alla sua vita, e l'esperienza di sua madre non è la stessa della sua." Rita fu colpita da quelle parole: era stato come se quell'uomo le leggesse nella mente. Pensò poi subito che era un Medico che studiava la mente umana e dunque non c'era da stupirsi.

L'uomo disse poi che l'anomalia della situazione di sua madre era evidente dal fatto che lei, così giovane, aveva dovuto prendersi cura della mamma e condurla lì, pur essendo suo marito vivo e vegeto: quell'assenza aveva sicuramente inciso nella presente situazione di sua madre. Prescrisse poi delle medicine per Serena raccomandandosi che le prendesse e capendo che tale incombenza gravava solo sulle spalle di quella ragazzina di 18 anni.

Poi Rita fu presa dalla sua vita e Serena forse neppure prese le medicine che lo Psichiatra le aveva prescritto.

Serena diceva: "Io sono una donna come tutte le altre." Respingendo l'etichetta di malata ed era insofferente al prendere le medicine. Sua figlia ora era distratta dall'amore che era entrato nella sua vita e suo marito arreso.

Fu dopo che sua figlia si sposò che le cose peggiorarono. Non c'era più lei a fare da cuscinetto fra quelle due sofferenze e le liti erano quotidiane. La figlia le telefonava tutti i giorni, abitava lontano, e Serena rovesciava su di lei tutte le sue amare critiche sul marito. Rita faceva due telefonate al giorno per sentire le due versioni diverse dello stesso episodio quotidiano. Suo padre ancora lavorava, dunque lo chiamava in ufficio.

La voglia di libertà di Serena, la sua irrequietezza, trovavano sfogo nel prendere autobus per far visita ai suoi parenti, i quali però non le davano quel conforto che lei cercava con "uno sfogo di parole". Allora scriveva lettere alla sua sorella più anziana che era rimasta a vivere nel paesetto d'origine, avendo sposato un compaesano che faceva l'agricoltore diretto.

Costei se ne lamentò con Rita: "Mi scrive lettere con frasi anche sulla busta... Il postino le legge.. Io mi vergogno." Si lagnava con la nipote con tono di scandalizzata protesta. E quella, ferita, le rispose: "Prima di diventare mia madre era tua sorella." Ma quell'essere sorella a Serena non aveva portato nulla di buono. Fratelli e sorelle della sua numerosa famiglia, di cui lei andava orgogliosa, le avevano sempre dimostrato scarso affetto ed altrettanto scarso interesse. In questo aveva avuto la stessa sorte di suo marito che dai suoi fratelli e dall'unica sorella  aveva ricevuto solo invidia meschina, lamentele e problemi. Le due infelici creature avrebbero voluto trovare per questo rifugio e consolazione nel loro amore. Ma le reciproche fragilità  non lo avevano consentito.