domenica 14 luglio 2019

Sisma - Romanzo

Sisma
Romanzo inedito di Rita Coltellese
pubblicato a puntate su questo sito con Amministratore Unico Rita Coltellese su contratto con Google Blogger
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Il Romanzo viene pubblicato per capitoli, ad ogni nuovo capitolo verrà scritta la data di pubblicazione del precedente in modo che il lettore possa, tramite il calendario che appare a destra, ritrovare facilmente il precedente.


SISMA

Capitolo III
(Il Capitolo II è stato pubblicato il  26 giugno 2019)

Il lungo nastro della strada nel suo ricordo era imbrecciato di bianchi sassi e privo di ombra, giacché, nello scavare la strada sul fianco della collina, avevano fatto saltare con la dinamite anche la vegetazione. I rari alberi rimasti nei terreni che costeggiavano il percorso stradale di accesso al paese erano stati tagliati e venduti dai proprietari come legname per sete di denaro.
Ora la strada era asfaltata ed erano ricresciuti alberi, cespugli e vegetazione.
Le tornarono alla mente le noiose passeggiate con qualche compagna estiva del posto lungo quel nastro di un bianco abbacinante, senza un punto d'ombra per ristoro. Ormai adolescente non era più felice di tornare in vacanza in quel luogo come da bambina, quando quel posto era la libertà assoluta di uscire di casa e gironzolare in un paese dove tutti si conoscevano da generazioni e bastava chiedere di persona in persona per ritrovare qualcuno e sapere dove fosse.
In uno dei quei pomeriggi, avendo accanto una compagna la cui immagine non ricordava, furono sorpassate da un'Ape guidata troppo velocemente su quei sassi bianchi da Nazareno, un giovane buono, dall'animo sempre pronto alla celia, allo scherzo, per ridere con spirito. Sotto i loro occhi stupefatti l'Ape sbandò spostandosi tutta alla propria sinistra e, tagliando in rapida diagonale la corsia opposta, deserta come tutta la strada, scendere lungo il ripido costone per cadere di sotto, là dove il nastro bianco, formando un'ampia curva, tornava indietro a circondare il costone stesso.
Sara e la sua accompagnatrice, rimaste basite dall'assurdo incidente, costernate e quasi piangenti corsero lungo la strada fino alla grande curva che formava il tornante, convinte che dopo di essa sarebbe apparso ai loro occhi Nazareno morto o gravemente ferito.
Quale fu la loro meraviglia, lieta, nel trovare Nazareno in piedi, accanto all'Apetta mezzo sfasciata, con un rivolo di sangue sulla faccia impolverata che dalla fronte gli scendeva fino al mento: sorrideva con la sua grande bocca simpatica e non diceva nulla. Sara e l'altra, felicemente sorprese, gli fecero mille domande: se stava bene, se dovevano chiamare qualcuno... Ma lui, sempre con quel sorriso tranquillo e sereno, le rassicurò e, ripresa la ormai scassata Ape, fece il secondo miracolo di rimetterla in moto e con essa partì scoppiettando, proseguendo nella direzione in cui doveva andare da prima di "accorciare", con quell'incomprensibile incidente, la strada da percorrere.
A sera Sara lo vide seduto fuori dalla sua casa, all'epoca la migliore del paese, con un cerotto in fronte. Sempre tranquillo la rassicurò sul suo stato di salute: aveva solo un taglietto che aveva lavato dalla polvere, disinfettato ed incerottato: niente ospedale, per carità, troppo lontano, e dunque niente punti.
In effetti gli usi del tempo e del posto erano tali che si ricorreva all'ospedale, distante una decina di chilometri, solo per disturbi gravissimi, incidenti quasi mortali e parti.
Nazareno era un bel ragazzo, somigliante a sua madre, fattrice di una numerosa figliolanza.
Insieme al ricordo di quello strano incidente ora pensava che allora non avrebbe mai immaginato quello che, con la semplicità che la distingueva, sua madre le aveva rivelato: la madre di Nazareno era la donna, allora quarantenne sposata e già mamma di alcuni dei suoi figli, che aveva tolto la verginità a suo padre allora sedicenne. Confidenza che Sara trovava normale che suo padre avesse rivelato a sua moglie... Ma dopo non poteva guardare senza meraviglia quella donna ormai non certo avvenente, vestita con abiti contadini, piuttosto trascurata, e immaginarla mentre attirava nella sua stalla suo padre adolescente.
Le dava inoltre un certo turbamento guardare il marito di lei, un uomo dai modi garbati e spicci ad un tempo che, quando era morto suo padre senza diventare vecchio, le aveva detto parole di stima verso di lui: "Era uno intelligente, non come tutti questi altri: dopo la guerra eravamo solo io e lui che ci davamo da fare qui, commerciavamo." Lei lo aveva ringraziato per l'apprezzamento nei riguardi di suo padre sentendosi però un po' in colpa e un po' a disagio per quel segreto rivelatole da sua madre.
Alcuni di questi segreti in un posto così circoscritto restavano sotto la cenere, e questo era uno di essi, ma altri venivano passati di bocca in bocca, silenziosamente accettati, mai rivelati apertamente, proprio perché certezze, godevano di una strana forma di rispetto: forse perché parlarne a voce alta avrebbe umiliato delle persone, minando equilibri familiari che comunque andavano avanti, sia pure nella consapevolezza di una non normalità.
Era questo il caso della famiglia di Emanuele.  
Eppure certe immagini, che ad una mente innocente rimangono inspiegabili, si fissano nella memoria per qualcosa in esse che è come una stonatura, una stranezza minima, e tornano ad incasellarsi in un insieme quando questo viene rivelato: e sono spiegate.
Ad esempio un modo strano con cui Natalina, la madre di Nazareno, salutò una volta suo padre: con un sorriso e chiamandolo per nome con una confidenziale simpatia superiore a quella del rapporto apparente che due compaesani, che si vedevano ormai solo d'estate, potevano avere. Quel sorriso e quel tono colpirono Sara appena adolescente, pur non avendo ancora ricevuta la confidenza di sua madre.
Dopo capì che era il segno di quello che c'era stato tra loro, molto tempo prima.  
Quando i ragazzini del paese parlavano delle coppie di innamorati nominavano, insieme a quelle di fidanzati note a tutti, il nome di un fratello di sua madre, scapolo, e della madre di Emanuele. La sua mente infantile, pur ignara di tutto, non capiva quello strano accostamento: come faceva suo zio Gabriele e fare coppia con Erminia? Ella aveva un marito, Quinto, pallido e con i capelli neri, e due figli: Emanuele e Gabriella, di qualche anno più grande di Emanuele.
Suo zio Gabriele parlava in perfetto italiano, a differenza degli altri abitanti del paesino che, quando non si esprimevano in dialetto e si sforzavano di parlare in lingua, conservavano sempre un'inflessione dialettale e non eccellevano in sintassi...
Gabriele era atipico con quel suo parlare senza accento di alcun tipo, e aveva un eloquio forbito, sicuramente affascinante. Era inoltre un bell'uomo, alto magro, dinoccolato, con i capelli e gli occhi di un nocciola dorato. Erminia ne era palesemente innamorata e non riusciva a nasconderlo: come lo guardava, come pronunciava il suo nome... Sara non capiva come questo potesse coesistere con il silenzioso Quinto che in paese, dove ognuno aveva un soprannome, chiamavano "il Sordo". Egli si mostrava tranquillo e, via via che Sara cresceva e che le informazioni su quella coppia si delineavano meglio, ella notava altre stranezze. Come quella volta che Erminia, che la salutava sempre con simpatia e trasporto, incontrandola per via insistette perché andasse a vedere i lavori di ristrutturazione che aveva apportato alla sua casa. Timidamente Sara, allora adolescente, la seguì e con imbarazzo salutò Quinto che era in casa, il quale, in quell'occasione, sorrideva educatamente all'ospite mentre Erminia mostrava contenta le scale nuove e lucide, i muri dell'antica casa rurale risalente al 1300 abbattuti per creare con nuove tramezzature altri spazi, tutto pagato con i soldi di Emanuele, che lavorava nella ditta di uno zio paterno di Sara, laggiù in città e mandava i soldi ai genitori che non avevano reddito, vivendo solo del loro lavoro di agricoltori diretti aiutati da Gabriella.
Ora, dalle immagini trasmesse dai vari filmati sulla zona del sisma, quella casa ristrutturata senza i dovuti permessi da richiedere al Comune, come quasi tutte le ristrutturazioni fatte in quelle antiche costruzioni da muratori più o meno improvvisati, era in briciole. Sara aveva riconosciuto, fra i sassi e i cordoli di cemento posticci, una balaustra in legno di un soppalco che Erminia le aveva mostrato con felice orgoglio..
Come i piccoli sogni di quelle persone erano stati brutalmente distrutti dal terremoto.
Forse il pallido e silenzioso Quinto e la sorridente Erminia prima, incomprensibilmente acida, per Sara, dopo, erano morti da tempo e nulla avevano visto di quella distruzione.
Ricordò che dietro la maschera di tranquillità Quinto doveva covare un odio frustrato nei riguardi di Gabriele e della sua genìa, e fra questa doveva annoverare anche l'innocente Sara e le sorelle dell'amato di sua moglie.
Glielo facevano pensare tre distinti episodi: uno lo raccontava con sconcerto sua madre. 
Quinto si trovò a passare sotto le finestre della casa di Gabriele mentre, secondo gli usi del tempo, gettavano dell'acqua sporca dalla finestra, non essendoci tubature né di carico né di scarico delle acque. Era acqua rossa del sangue mestruale della più piccola delle sorelle di Gabriele, che aveva un mestruo particolarmente abbondante e all'epoca si usavano pannolini che poi andavano lavati.
Quinto fu udito gridare la frase: "E che ci stanno le "sbortitore"?!!!" In dialetto voleva dire donne che hanno abortito.
Le sorelle di Gabriele si adontarono per questa frase immotivatamente offensiva e infamante, ma non fecero nulla contro il velenoso autore di tale insinuante insulto.
L'altro episodio riguardava proprio lei, Sara, nipote di Gabriele, che non capì il comportamento di Quinto, dovette pensarci dopo per trovare una possibile spiegazione.
D'estate si andava tutti a vedere gli spettacoli televisivi più noti, tipo "Lascia o raddoppia?" e altri, nella saletta dell'unica locanda, negozio di alimentari, spaccio e osteria del paese, gestita dalla famiglia di Natalina. Ci si sedeva su delle sedie a pioli messe in file, una dietro l'altra. Spenta la luce per vedere meglio la TV in bianco e nero si assisteva allo spettacolo. Sara avrà avuto non più di quattordici anni e ad un certo punto sentì qualcuno muovere la sua sedia poggiando, da dietro, i piedi sul piolo che legava le due zampe del retro della sedia dove sedeva. Si era girata sorpresa e aveva visto che era il padre di Emanuele. Aveva pensato ad un gesto involontario che, con il suo semplice girarsi, sarebbe cessato, invece si ripetette e Sara, meravigliata dalla maleducazione maldestra di quell'uomo, si girò di nuovo, stavolta con espressione seccata, ma quello non smise, anzi dava continuamente scossette alla sua sedia disturbando la sua tranquilla visione della trasmissione e, quando Sara si rigirò per la terza volta con espressione fra l'arrabbiato e l'interrogativo, vide sul volto di quell'uomo, che per età poteva esserle padre, un sorrisetto fra il maligno e lo sfrontato a sottolineare che la cosa era proprio voluta, con quali intenti Sara non lo capì, visto che con quell'uomo non aveva mai avuto confidenza.
Dopo, ripensandoci, cercò di capire quale fosse l'intento di quell'uomo umiliato da sua moglie e da suo zio, forse lo stesso di screditare le sorelle di Gabriele con quella frase cattiva, quanto insensata, lanciata passando sotto le finestre dell'amante di sua moglie?
Sara non lo sapeva, ma a questo punto le tornò il ricordo di un'immagine che le si era stampata nella mente in modo indelebile per la sua anomalia ai suoi occhi di bambina molto piccola.
Lo zio Gabriele si avviava con un secchio verso la stalla dei maiali per portare loro il pasto. Lei gli aveva chiesto: "Vai a dare da mangiare ai maiali?"
Lui alla piccola aveva risposto distrattamente di si, continuando a camminare con il suo passo lento e dinoccolato. La bimba gli era andata dietro perché voleva vedere i maiali mentre mangiavano, ma con le sue gambette corte non riusciva a stare con il passo accanto allo zio. Era rimasta un poco indietro trotterellandogli dietro a distanza di alcuni metri. Vedeva suo zio camminare davanti a sé lentamente. Ad un tratto una figura adulta la superò frettolosamente sulla sua sinistra ignorandola, camminando a passo veloce raggiunse suo zio e lì rallentò camminandogli accanto. Era Erminia che recava anche lei il secchio per il pasto dei maiali, essendo quella l'ora di quell'incombenza per tutti. La stalla dei maiali di Erminia era una ventina di metri più avanti di quella di Gabriele, dunque fecero un breve tratto di strada insieme, una accanto all'altro, quando il braccio sinistro dello zio che era libero e dal lato di Erminia si allungò verso il suo sedere e la mano grande schiusa si chiuse su di esso così appassionatamente che la veste di lei si alzò scoprendole parte delle gambe e continuarono a camminare così, fianco a fianco, con la mano di lui lì, a testa china in avanti entrambi, superando la stalla di lui e continuando verso quella di lei. Sara si fermò senza capire la scena, ma registrandola per la sua anomalia, sentendo che era rimasta sola, che lo zio era dimentico di lei e non capendo perché non si era fermato alla stalla dei maiali dove lei voleva vedere il loro buffo modo di mangiare...
Ma ora, a quattordici anni, tutto le era chiaro e quell'uomo le appariva miserabile nel cercare una vendetta su figure familiari di Gabriele che in nulla entravano in quella sporca faccenda che lo riguardava.
Quando Gabriele morì Erminia cambiò nei riguardi di Sara. Non la salutava più con simpatia e, se la incontrava per via le rare volte che, ormai, Sara tornava in quei luoghi, le diceva frasi insinuanti sulla sua salute mentale dato che la famiglia di Gabriele era ritenuta da molti una  famiglia di matti.
L'ultima volta che Sara aveva visto Quinto era in auto e stava uscendo dal paese dove era tornata per sistemare alcune questioni legate alle proprietà ereditate dalle famiglie dei suoi genitori: lui aveva volutamente fermato il somaro, dove fingeva di sistemare una soma di fascine, ostruendo la strada. Il marito di Sara al volante aveva suonato più volte, ma quello aveva finto di non sentire, finché un altro contadino non gli aveva detto: "Ma non vedi che c'è un'automobile?" Con il tono di chi aveva capito benissimo che quello lo stava facendo apposta.
Si scostò mostrando un'aria da tonto.
Sara disse a suo marito, inconsapevole delle storie di quel borgo: "In paese lo chiamano "il Sordo"."




giovedì 11 luglio 2019

Basta far sparire il corpo... Ma non sempre va bene..

Seguendo la trasmissione "Chi l'ha visto" fin dal suo inizio debbo dire che gli uxoricidi con sparizione del cadavere sono stati tanti. E agli assassini, nonostante tanti indizi concordanti, a volte è andata bene, ma solo perché, non avendo il corpo del reato, non era facile dimostrare quello che avevano fatto.
Tutti dicono che la moglie o convivente (dati i costumi cambiati spariscono anche le compagne) se ne è andata via di botto senza un motivo apparente, anche lasciando figli in tenerissima età.
La logica dei fatti spesso è chiarissima, ma non basta per aprire il dibattimento: servono le prove.
A volte è il caso che fa scoprire il delitto: due esempi sono l'assassinio di Lucia Manca e di Elena Ceste, quest'ultima madre di 4 bambini e il marito sosteneva che se ne era andata via di casa nuda.. Casualmente una ruspa, dopo un anno, ne ha svelato le ossa.
Come casualmente erano state scoperte le ossa di Lucia Manca per la pulizia fatta per una corsa campestre.
I motivi sono sempre gli stessi: gli assassini hanno altre storie oppure, come nel caso del Vigile del Fuoco, hanno paura di perdere la casa perché la moglie vuole la separazione.
Logli aveva entrambi i motivi, oltre al fatto che nell'Autoscuola insieme ai soldi del padre c'erano quelli di Roberta.
Alla fine queste anime perse perderanno tutti i loro soldi in parcelle (molto costose) dei penalisti nei diversi gradi di giudizio che dovranno affrontare. Uccidono per non perdere soldi e si ritrovano a doverne spendere tanti, tanti per i processi.
Rita Coltellese *** Scrivere: Caso Guerrina Piscaglia Ecco un caso in cui il corpo non è stato mai trovato ma l'assassino è stato condannato. Non di moglie si tratta ma di amante.
Rita Coltellese *** Scrivere: La povera Elena Ceste Ecco un caso in cui il cadavere si è ritrovato casualmente: la Giustizia legata alla fortuna o sfortuna dell'assassino.
Rita Coltellese *** Scrivere: Uomini che uccidono donne Ecco un caso in cui il corpo è stato ritrovato casualmente grazie alla Natura: le piogge hanno creato uno smottamento del terreno che, dilavando, ha svelato le ossa sepolte. In questo caso era un amante che ha ucciso  l'amante troppo invadente.
Rita Coltellese *** Scrivere: I mostri hanno un aspetto innocuo Ecco un caso in cui non si è mai trovato il corpo di una mamma giovane scomparsa di notte lasciando due piccolissimi bimbi. Il marito l'ha sfangata.
Rita Coltellese *** Scrivere: Violenza sulle donne In questo post, oltre al caso sopra riportato, ricordo due casi seguiti dalla trasmissione "Chi l'ha visto": in uno si tratta di convivente madre di figli piccolissimi, sparita anche lei di notte, il cui corpo non si è mai trovato, ma il convivente fu poi condannato per omicidio ed occultamento e distruzione di cadavere bruciato nel forno della pizzeria che l'uomo gestiva; Lucia Manca invece era moglie, tradita, e suo marito fu sfortunato perché le sue ossa vennero ritrovate casualmente per una ripulitura di una strada sterrata per una corsa campestre.
Rita Coltellese *** Scrivere: Roberta Ragusa come tante, troppe Qui è riportato il caso di Elena Vergari, sparita dopo essere stata in viaggio con il marito, il quale disse che l'aveva poi lasciata alle prime luci del mattino davanti casa e di averla vista salire su una automobile grossa e scura. L'uomo aveva un'amante, nel racconto del loro breve viaggio ci sono innumerevoli stranezze e nel corso delle indagini furono rinvenuti in una cantina nella sua disponibilità attrezzi di scavo, calce ed altro che avevano fatto pensare ad una sepoltura in un non ben identificato luogo, dato che i due coniugi erano stati fuori tutta la notte precedente la sparizione della donna. L'uomo l'ha sfangata e il cadavere della povera Elena non è mai stato ritrovato.

domenica 7 luglio 2019

Moni Ovadia


Ideatore, regista, attore e capocomico di un "teatro musicale" assolutamente peculiare, Moni Ovadia è il protagonista dello spettacolo “Kavanàh. Storia e canti della spiritualità ebraica”, in onda sabato 6 luglio alle 21.15 su Rai5
Ieri sera non mi andava di leggere il libro che sto leggendo di Giorgio Bassani "L'odore del fieno" ed ho tentato di vedere un poco di TV. Mentre in soggiorno mio marito vedeva l'orribile trasmissione con Bonolis, in cui l'unico che porta un minimo di ineffabile ed umile comicità è Luca Laurenti, sono andata a letto ed ho acceso il televisore senza trovare nulla che potesse essere di un minimo interesse, finché non mi è apparso Moni Ovadia e mi sono fermata, seguendo per un'oretta qualcosa che dà ristoro all'anima, non immortale ma ora viva, ed all'intelletto.
Moni Ovadia l'ho visto ed ascoltato da vicino anni fa nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università dove ho lavorato per 25 anni, Aula poi detta Auditorium che fu nominato in onore di Ennio Morricone invitato per l'occasione.
Con la direzione artistica del Maestro Luigi Lanzillotta noi dipendenti, e non solo, abbiamo potuto godere, pagando un abbonamento minimo, di stagioni di concerti ed incontri con varie personalità del mondo musicale eccezionali per qualità.
Fra queste Moni Ovadia. Non ricordo se lui in quell'occasione recitò e suonò, giacché gli incontri erano i più diversi come impostazione, ricordo che parlò molto, seduto sul palco con i suoi interlocutori, e alla fine mi sembrò troppo verboso e noioso.
Ma ieri sera era accompagnato da quattro meravigliosi violini che suonavano musica yiddish ed egli ha parlato di ebraismo e recitato preghiere in ebraico. Anche se non condivido il pensiero di Moni Ovadia egli è indubbiamente una mente, trasmette il suo pensiero, le sue riflessioni, la sua grande cultura, mantenendo vivo il tuo interesse (almeno il mio).
Non sempre in personalità di cultura e formazione ebraica appare la religione, un esempio è Philip Roth in cui è totalmente assente.
E' molto presente in Oz, come argomento dei suoi scritti, anche se non so, come ho già scritto, se Oz fosse o meno credente.
Moni Ovadia è agnostico. E già questo non mi piace. Sospendere l'idea vuol dire non averne nessuna. 
Dopo un inizio della mia vita in cui credevo nelle storie raccontatami della religione della mia famiglia, una vita trascorsa sempre riflettendo sulla realtà oggettiva, ho raggiunto l'equilibrata certezza che Dio invisibile e perfetto che abbia eletto l'Uomo a sua immagine non esiste, né per i cattolici, né per le varie confessioni cristiane, né per gli ebrei, né per i musulmani. Le tre religioni che si figurano un Dio così per avere una Consolazione e una Guida.
Come diceva ieri sera dagli schermi TV di RAI 5 Ovadia, non è importante che Dio ci sia, importante è seguire la propria etica, nel suo caso, e di molti ebrei atei o agnostici, seguire gli insegnamenti della Torah. 
La sofferenza millenaria del popolo ebraico, spesso sottoposto ad oppressione, limitazione dei suoi diritti rispetto a quelli di altri, persecuzioni e infine l'orrore indicibile dello sterminio hitleriano con la complicità di Mussolini, mi toccano l'animo da quando l'ho scoperto a 14 anni. Dopo, leggendo, ho scoperto e vado scoprendo molto di più. Ad esempio leggendo Oz ho scoperto che già ai primi del '900 dell'era cristiana nella Russia zarista gli ebrei avevano interdetto l'accesso alla scuola superiore dello stato e dovevano, volendo, continuare gli studi in scuole ebraiche gestite e finanziate dalle comunità israelitiche. Dunque non è stata solo la Russia comunista a discriminare come io credevo dopo aver letto il copione di "Mosca addio": una volta, parlando con una mia collega di questa storia vera di un'astrofisica russa ebrea, mi si chiuse la gola e non riuscii a controllare le lacrime. Perché nulla mi ferisce di più dell'ingiustizia.
Posso fare poco, solo scrivere quello che penso e, come faccio da anni, dare il mio 8xmille alle Comunità israelitiche.
Oz è moderatamente critico sul piano etico e politico con l'agire di Israele verso i palestinesi. Ovadia lo è ancora di più, fino al punto di essere uscito dalla Comunità israelita di Milano e in seguito ha rilasciato a spiegazione la seguente dichiarazione:
Da: IL MANIFESTO

Perché lascio la comunità

Lunedì scorso tramite un’intervista chiestami dal Fatto Quotidiano, ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, ed esclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori. A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità di ebreo pur essendo agnostico. Ci tengo, sia chiaro, per come la vedo e la sento io. La mia visione ovviamente non impegna nessun altro essere umano, ebreo o non ebreo che sia, se non in base a consonanze e risonanze per sua libera scelta. Sono molteplici le ragioni che mi legano a questa «appartenenza».
Una delle più importanti è lo splendore paradossale che caratterizza l’ebraismo: la fondazione dell’universalismo e dell’umanesimo monoteista – prima radice dirompente dell’umanesimo tout court – attraverso un particolarismo geniale che si esprime in una “elezione” dal basso. Il concetto di popolo eletto è uno dei più equivocati e fraintesi di tutta la storia.
Chi sono dunque gli ebrei e perché vengono eletti? Il grande rabbino Chaim Potok, direttore del Jewish Seminar di New York, nel suo «Storia degli ebrei» li descrive grosso modo così : «Erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici sbandati. Ed erano: Israeliti discendenti di Giacobbe, Accadi, Ittiti, transfughi Egizi e molti habiru, parola di derivazione accadica che indica i briganti vagabondi a vario titolo: ribelli, sovversivi, ladri, ruffiani, contrabbandieri. Ma soprattutto gli ebrei erano schiavi e stranieri, la schiuma della terra». Il divino che incontrano si dichiara Dio dello schiavo e dello Straniero. E, inevitabilmente, legittimandosi dal basso non può che essere il Dio della fratellanza universale e dell’uguaglianza.
Non si dimentichi mai che il «comandamento più ripetuto nella Torah sarà: Amerai lo straniero! Ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto! Io sono il Signore!» L’amore per lo straniero è fondativo dell’Ethos ebraico. Questo «mucchio selvaggio» segue un profeta balbuziente, un vecchio di ottant’anni che ha fatto per sessant’anni il pastore, mestiere da donne e da bambini. Lo segue verso la libertà e verso un’elezione dal basso che fa dell’ultimo, dell’infimo, l’eletto – avanguardia di un processo di liberazione/redenzione. Ritroveremo la stessa prospettiva nell’ebreo Gesù: «Beati gli ultimi che saranno i primi» e nell’ebreo Marx: «La classe operaia, gli ultimi della scala sociale, con la sua lotta riscatterà l’umanità tutta dallo sfruttamento e dall’alienazione».
Il popolo di Mosé fu inoltre una minoranza. Solo il venti per cento degli ebrei intrapresero il progetto, la stragrande maggioranza preferì la dura ma rassicurante certezza della schiavitù all’aspra e difficile vertigine della libertà.
Dalla rivoluzionaria impresa di questi meticci «dalla dura cervice», scaturì un orizzonte inaudito che fu certamente anche un’istanza di fede e di religione, ma fu soprattutto una sconvolgente idea di società e di umanità fondata sulla giustizia sociale.
Lo possiamo ascoltare nelle parole infiammate del profeta Isaia. Il profeta mette la sua voce e la sua indignazione al servizio del Santo Benedetto che è il vero latore del messaggio: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero, sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono per me un peso sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».( Isaia I, cap 1 vv 11- 17).
Il messaggio è inequivocabile. Il divino rifiuta la religione dei baciapile e chiede la giustizia sociale, la lotta a fianco dell’oppresso, la difesa dei diritti dei deboli. Un corto circuito della sensibilità fa sì che molti ebrei leggano e non ascoltino, guardino e non vedano. Per questo malfunzionamento delle sinapsi della giustizia, i palestinesi non vengono percepiti come oppressi, i loro diritti come sacrosanti, la loro oppressione innegabile.
Qual’è il guasto che ha creato il corto circuito. Uno smottamento del senso che ha provocato la sostituzione del fine con il mezzo. La creazione di uno Stato ebraico non è stato più pensato come un modo per dare vita ad un modello di società giusta per tutti, per se stessi e per i vicini, ma un mezzo per l’affermazione con la forza di un nazionalismo idolatrico nutrito dalla mistica della terra, sì che molti ebrei, in Israele stesso e nella diaspora, progressivamente hanno messo lo Stato d’ Israele al posto della Torah e lo Stato d’Israele, per essi, ha cessato di essere l’entità legittimata dal diritto il internazionale, nelle giuste condizioni di sicurezza, che ha il suo confine nella Green Line, ed è diventato sempre più la Grande Israele, legittimata dal fanatismo religioso e dai governi della destra più aggressiva. Essi si pretendono depositari di una ragione a priori.
Per questi ebrei, diversi dei quali alla testa delle istituzioni comunitarie, il buon ebreo deve attenersi allo slogan: un popolo, una terra, un governo, in tedesco suona: ein Folk, ein Reich, ein Land. Sinistro non è vero? Questi ebrei proclamano ad ogni piè sospinto che Israele è l’unico Stato democratico in Medio Oriente. Ma se qualcuno si azzarda a criticare con fermezza democratica la scellerata politica di estensione delle colonizzazioni, lo linciano con accuse infamanti e criminogene e lo ostracizzano come si fa nelle peggiori dittature.
Ecco perché posso con disinvoltura lasciare una comunità ebraica che si è ridotta a questo livello di indegnità, ma non posso rinunciare a battermi con tutte le mie forze per i valori più sacrali dell’ebraismo che sono poi i valori universali dell’uomo.
  8 novembre 2013
Io, non ebrea, di formazione cattolica, oggi serenamente atea, pur rispettando il pensiero di Ovadia non lo condivido, posso accettare la critica, frutto della domanda e del dubbio che sempre deve abitare l'uomo intelligente, ma come avevo avvertito dal suo argomentare quel giorno nell'Auditorium "Ennio Morricone" il suo pensiero stride sul mio che ha altre basi ed è giunto a diverse conclusioni.
Le mie sono che chi vuole la mia distruzione e spreca i soldi che Arafat ed altri hanno raccolto nelle banche svizzere e altrove per la causa palestinese, non può pretendere che io non mi difenda, altrimenti sono e sarò sempre l'ebreo millenario che subisce senza colpe che non siano quelle di tutti gli uomini che abitano questo pianeta.

lunedì 1 luglio 2019

Giorgio Bassani e la scoperta della falsità

"Dietro la porta" a differenza de "L'Airone" per me ha sicuramente più spessore e contenuto.
E' un racconto autobiografico, non nascostamente, ma esplicitamente.
E' la scoperta, di Giorgio adolescente, della falsità e slealtà umane.
A meno che non si abbia una natura caratteriale infida, e dunque preparata agli inganni che già sono connaturati al proprio intimo, tutti abbiamo vissuto prima o poi l'esperienza traumatica vissuta da Bassani, restandone più o meno feriti, secondo il danno ricevuto, poi, con l'esperienza di vita, la conoscenza della natura umana nei suoi aspetti più miserabili e meschini ci ha fatto superare il trauma, ci ha fatto relegare le persone che si sono dimostrate false e sleali in un limbo di indifferenza mista a compatimento e disprezzo. Abbiamo imparato con l'esperienza di vita a saper prevedere certi comportamenti e ce ne siamo tenuti a distanza.
Giorgio invece dichiara subito che "quella ferita" non si è mai richiusa e verso la fine di questo romanzo, anch'esso potrebbe annoverarsi fra il racconti lunghi per la sua brevità, riflettendo su se stesso, rivela  la sua incapacità al confronto con la verità da sbattere in faccia al falso che, anche se disponibile lui al confronto pur essendo in torto, Giorgio non è in grado di affrontare, mai, in tutta la sua vita, "inchiodato per nascita ad un destino di separazione e di livore".
Ognuno ha la propria natura, come scrivevo all'inizio di questa analisi del libro "Dietro la porta", e Bassani ha indubbiamente una sensibilità ombrosa, come lui rivela anche livorosa, ed è per questo forse che la ferita della scoperta della meschina falsità di un suo compagno di liceo, quasi un amico, non si è mai richiusa?
Egli ne riporta una umiliazione così sconvolgente da guardare alla sua bella famiglia, una volta rientrato in casa, con astio, distanza, quasi non riconoscendoli... Ecco questa è una reazione per me incomprensibile, giacché, al contrario, ogni volta che qualche misero ha parlato male di qualcuno che mi è caro, per sminuire tramite lui la mia persona, egli è diventato ai miei occhi di maggior valore ed ho provato nei riguardi del mio caro un senso di calda protezione.
Ma Giorgio invece si fa annientare da un meschino soggetto che conosce da meno di un anno, neppure un gran tradimento dunque, non è un annoso amico... Perde fiducia in conseguenza anche in un precedente amico, questi invece di anni, come se lo scoprire l'abiettume a cui certa gente può giungere tolga ogni speranza di fiducia in chiunque.
Una sua fragilità dunque. Ciò nondimeno Bassani mostra però una reazione da persona superiore, non dando spettacolo di reazioni cruente come i delatori del tradimento si aspetterebbero, bensì eclissandosi dalla scena in cui il miserabile ha dato spettacolo di sé e della sua meschinità sparlando di lui e dei suoi gentili ed innocenti familiari. 
Chiederà poi in classe, nella sorpresa generale, di cambiare di banco per non avere più accanto il delatore e, magistrale davvero, che il Pulga, il miserabile, venga a sedersi al suo posto: mettendo così fianco a fianco due aspetti della stessa umana meschinità.
Ed è quella sua incapacità dichiarata di affrontare la verità affrontando i miserabili che rende il suo apparente distacco (solo apparente data la dichiarata insanabile ferita) superiore, quasi da nobile vero a cafone plebeo.
Plebei nell'anima lo sono tutti i doppiogiochisti e, di sovente, il motivo che li ispira è sempre l'invidia e/o un insanabile senso di inferiorità.
1931 - Foto di liceo di Giorgio Bassani con alcuni compagni di classe.
"Dietro la porta", scrive Bassani, si riferisce a fatti accaduti fra l'ottobre del 1929 ed il giugno del 1930. Fra questi volti forse anche alcuni dei personaggi del romanzo.
Non il Pulga, il vile suo denigratore alle spalle e adulatore di fronte, che se ne andrà da Ferrara proprio in estate per trasferimento di lavoro di suo padre.
 

giovedì 27 giugno 2019

LEZIONI DI GEOGRAFIA per analfabeti


Per chi non ha ancora capito perché totalmente ignorante in Geografia, ma non basta, privo di capacità intuitive, oppure volutamente ottuso e chiuso ad ogni realtà, tento qui l'illustrazione di cosa è la costa del continente Africa che affaccia sul Mare Mediterraneo: se un gommone viene messo in acqua davanti alla Libia per arrivare in Italia deve percorrere Km. 355: tra Lampedusa e la Libia (Tripoli) vi sono 355 Km..
Dopo pochi chilometri un gommone fatiscente o un barcone fatiscente non può che arrendersi a percorrere una simile distanza. A questo punto, in mezzo al mare, quasi per miracolo, ecco apparire una nave privata, definita ONG, che vuol dire che non è armata e spesata da un governo (Organizzazione Non Governativa) ma deve comunque essere registrata in un Paese e ci deve essere qualcuno che paga il carburante per scorrazzare per il Mediterraneo e paga gli stipendi (accertato come corposi) degli ingaggiati come equipaggio.
Sistematicamente la nave "trova" un barcone alla deriva e agganciatolo "lo salva" dal naufragio programmato dagli organizzatori del traffico.
Traffico non di libici, ma di persone che vengono da Paesi sotto la Libia, come si può vedere nella cartina geografica: Mali, Ciad, Niger, Sudan. Ma anche da più sotto e più lontano: Nigeria, Costa D'Avorio, Senegal ecc. ecc..
Migliaia di chilometri separano quei Paesi dalla Libia e una volta entrati in Libia migliaia di chilometri bisogna percorrere per arrivare sulla costa libica che affaccia sul Mediterraneo.
Le persone che si sono fidate delle invoglianti fole loro raccontate dalla organizzazione criminale per farsi dare i soldi, tanti, si accorgono che il viaggio non è esattamente come era stato loro rappresentato. Ma a questo punto le navi ONG che battono il mare magicamente li trovano e li portano in salvo (gratis?), ho grandi dubbi, ma non nel porto più vicino che, dalla cartina, potrebbe essere tunisino, noooo! L'unico porto sicuro è a 355 Km. e DEVE essere italiano, non perché più sicuro di quello tunisino (in Tunisia gli Italiani e non solo ci vanno in vacanza!) ma perché l'organizzazione deve condurli in Italia, per forza, e deve rispettare i patti!
Serve altro?

Giorgio Bassani "L'Airone"

Con questo libro, che ho appena  finito di leggere, Bassani vinse un Premio Campiello nel lontano 1969. Uno dei tanti premi collezionati da questo scrittore. 
Onestamente non l'ho trovato né scritto particolarmente bene né con un contenuto che m'abbia lasciato niente, se non la piatta descrizione di un uomo inutile a sé stesso e agli altri.
Ho appena finito di leggere 6 libri di Amos Oz e anche lì ho potuto constatare che gli scrittori moderni a volte fanno scelte audaci, scrivendo in certi punti non propriamente in modo classico. Dunque non debbo stupirmi se Bassani mette in certi periodi più virgole di quante forse ne servirebbero, né che, ad esempio, riferendosi ad una voce umana usi "lei" invece di essa:
"Perfino la voce di Bellagamba, quella specie di grosso latrato che ogni tanto, su per le scale, saliva dal basso a frastornargli le orecchie, anche lei taceva, ormai." Ecco io avrei scritto "anch'essa taceva" per ovvie ragioni di regole grammaticali. Ma lui è Bassani e dunque può permettersi delle licenze..
Diverso è quello che ho trovato di strano in Oz perché potrebbe essere sempre una scelta imputabile alla traduzione.
Ma Bassani scrive in italiano e dubbi sulla scelta non ce ne sono.
Anch'egli come Oz è ebreo ma di tutt'altra esperienza e formazione. Ha vissuto l'avvilimento delle inspiegabili leggi razziali sotto il fascismo, ma rispetto ad altri ebrei italiani è stato fortunato a quanto si legge nella sua biografia: "Nel 1926 venne ammesso al Regio Liceo Ginnasio "L. Ariosto" dove frequentò i cinque anni del ginnasio e i tre del liceo e dove, nel 1934, conseguì la maturità. Nel 1935 si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, che frequentò da pendolare e dove, nonostante le leggi razziali emesse dal regime fascista, si laureò nel 1939".
Di lui in gioventù ho letto "Il giardino dei Finzi Contini", che nulla ha a che fare con la riduzione cinematografica anche se ha goduto della regia di Vittorio De Sica, tanto che Bassani ne prese ufficialmente le distanze.
Questo "L'airone" si potrebbe spiegare come la vicenda di un uomo depresso nell'ultimo giorno della sua vita.
Un uomo ricco che vede insidiata la sua ricchezza di proprietario terriero dalle rivendicazioni dei braccianti. Il protagonista è ebreo come lo scrittore e, a mio avviso, una persona vile, che sfugge ad ogni confronto, forse spiegabile, questa sua natura rinunciataria, con la patologia della depressione. 
Dunque onestamente non so quale messaggio Bassani volesse trasmettere descrivendoci i pensieri insulsi, incerti, irresponsabili e stravaganti di quello che appare come un relitto umano.
C'è stato solo un punto che mi ha fatto ricordare una novella che ho scritto basandomi su una mia personale esperienza: "Il gatto della credenza quello che fa… pensa!" Facente parte della raccolta "Le verità nascoste - Racconti comici... ma non troppo". Dunque ho trovato verosimile il flusso di pensieri assurdo che il protagonista ha dopo aver telefonato a casa di un cugino, che non vede da tempo, e gli risponde la moglie che lui ha conosciuto in gioventù, essendo degli stessi luoghi, la quale si mostra gentile e cordiale e lo invita a salire pure in casa visto che lui le dice di essere a pochi passi da essa, anche se il marito è fuori. Lui accetta e poi inizia a figurarsi che lei lo ha invitato a salire anche se il marito è uscito, ma è sempre lì in giro nel piccolo centro dove sono, perché è una puttana e vuole fare con lui una sveltina.. Poi ha come un'improvvisa autocoscienza e si accorge di "stare delirando" e presane coscienza non sale più, senza neppure avvertire la gentile cugina acquisita, che di certo si stupirà di non vederlo dopo che è stato lui a telefonare e a dire che era lì sotto casa cercando di suo cugino.
Ebbene è verosimile, giacché mi è capitato di conoscere persone "deliranti", non so se anche coscienti di esserlo come il protagonista de "L'airone", ma di certo hanno stimolato la novella, di cui ho sopra riportato il titolo, proprio per la patologia del pensiero nato nella mente dell'individuo senza un vero motivo reale.
Ma il delirio del protagonista de "L'Airone" raggiunge il massimo alla fine della sua insulsa ultima giornata quando, pur avendo deciso di ammazzarsi con tutti i particolari del caso, si sbarba di nuovo (l'aveva già fatto la mattina all'alba), si fa di nuovo il bagno e, scrive Bassani, "felice" per la decisione presa si reca nella camera della madre, come è d'abitudine fare ogni sera, e parla con lei raccontandole la sua giornata in una versione in parte mendace, mentendo senza ragione alcuna con l'insensatezza di un bambino e senza il minimo pensiero del dolore che di lì a poco darà a sua madre uccidendosi senza apparente motivo all'età di 45 anni.
L'allegoria con il titolo del romanzo breve o racconto lungo è per me quasi evanescente: l'airone viene ucciso la mattina di quel giorno durante la svogliata partita di caccia a cui l'uomo si dedica, pagando un aiutante che metta i richiami e lo porti in barca nella zona paludosa di caccia agli uccelli di passo.
L'airone viene ucciso dal suo accompagnatore a cui lui ha ceduto uno dei suoi fucili, stupendolo perché questo non è previsto.
La povera bestia viene ferita, colpita ad un'ala, e non muore subito. Tenta di rifugiarsi fra i canneti, ma morirà lo stesso.
Se Bassani voleva fare un parallelo fra l'uccello innocente ucciso in modo insensato, per diletto di uomini, e il protagonista privo di ogni interesse alla vita, ebbene non vedo proprio il nesso.













mercoledì 26 giugno 2019

Sisma - Romanzo

Sisma
Romanzo inedito di Rita Coltellese
pubblicato a puntate su questo sito con Amministratore Unico Rita Coltellese su contratto con Google Blogger
Il tuo nome di dominio G Suite, ritacoltelleselibripoesie.com, è stato rinnovato correttamente con godaddy per un anno. Puoi continuare a utilizzare G Suite fino alla data 26 dicembre 2019. L'acquisto verrà addebitato sul tuo conto.
Il team di G Suite © 2018 Google LLC Google e il logo di Google sono marchi registrati di Google Inc.

Il Romanzo viene pubblicato per capitoli, ad ogni nuovo capitolo verrà scritta la data di pubblicazione del precedente in modo che il lettore possa, tramite il calendario che appare a destra, ritrovare facilmente il precedente.


SISMA

Capitolo II
(Il Capitolo I è stato pubblicato il  16 giugno 2019)

Una folla di vite, di generazioni che si conoscevano tutte, che nulla potevano nascondere le une alle altre, eppure storie segrete ne nascevano, a qualcuno trapelavano e di bocca in bocca passavano.
Storie dimenticate che uno spunto qualsiasi e casuale faceva riaffiorare dalla cenere che le ricopriva pudicamente, depositata dai tanti fatti che continuano ad avvenire ogni giorno e che occupano i pensieri delle genti non lasciando spazio ai ricordi.
Sara bambina conosceva quei luoghi solo d'estate. Estati di libertà immensa per una bimba che viveva tutto l'anno segregata in un palazzo di città, dove la libertà era confinata ad un giardinetto polveroso, con i vialetti di ghiaia, circondato dal traffico delle auto, dallo stridore dei freni dei tram e, quando andava bene, ad un Parco cittadino che nulla aveva della gioia selvaggia di corse per un paesino senza auto, semivuoto perché la gente il giorno era fuori, a lavorare nei campi, anche lontani dall'abitato.  I vecchi sedevano sulle soglie delle case e la salutavano chiamandola per nome, chiedendole se le piaceva di più quel luogo o la città dove viveva, con un sorriso affettuoso e sornione insieme... E lei non sapeva cosa rispondere su quelle due realtà così diverse..
Cercava altri bambini con cui giocare ma se ne trovava la guardavano vogliosi e allo stesso tempo impediti dai compiti loro imposti dai genitori. Qualche madre la salutava e magari concedeva un po' di libertà alla sua bambina o bambino, ma nella voce di alcune Sara sentiva una nota malcelata di acredine: "Eh! Tu sei in vacanza, non hai nulla da fare, ma Marcellina deve lavorare!" 
E Sara si sentiva in colpa senza sapere perché, cosa aveva mai fatto di male se stava in vacanza dopo un anno di scuola? Ma capiva che la condizione sua doveva apparire come privilegiata a quegli agricoltori che, data la vita dura che conducevano quotidianamente, avevano bisogno anche dell'aiuto dei loro figli, non importa se ancora bambini, e non solo d'estate, anche durante l'anno scolastico, così che il loro rendimento in fatto di studio ne risentiva.
Sara fermò l'auto accostando sul ciglio della strada. Ecco la prima casa crollata, il primo mucchio di rovine: la casa di Firmino.
Era stata costruita su una curva, appena sotto strada, nel terreno che in quel punto scendeva dolcemente. Godeva di un bel panorama verso la stretta valle dove scorreva il fiume, poi il terreno risaliva e  la collina di fronte formava un terrazzamento ampio in cui esisteva un altro paesino che Sara cercò con lo sguardo per vedere se se ne percepiva la rovina, ma a quella distanza le case potevano ancora sembrare intatte e dare l'illusione che il tremendo sisma l'avesse risparmiato.
Della casa, orgoglio di Teresa, la moglie di Firmino, non rimanevano che macerie. I pesanti cordoli di cemento che reggevano il tetto giacevano a terra come dinosauri abbattuti e le rossastre tegole nuove contrastavano con il tetto disfatto.
"Che rovina.." Mormorò la donna, contemplando quella che era stata una casa grande e fra le costruzioni nuove, in un paese costituito in prevalenza da case che risalivano al 1.300, rafforzate e ricostruite, forse, con le stesse pietre legate insieme da calce e rena del fiume se danneggiate dai terremoti che in quei luoghi non erano mai mancati nemmeno in tempi passati.
Le passò davanti agli occhi l'ultima immagine di Ottaviano: biondo, sorridente, vagamente somigliante all'attore Kirk Douglas, che salutava lei e suo padre seduti sul costone che risaliva dalla strada, riposando dopo una breve passeggiata con i bimbi di lei, adorati nipoti di lui.
Ottaviano era tornato per un breve e raro periodo di vacanza nel paese natale dal Paese estero dove era emigrato per lavorare. Era l'orgoglio dei genitori e dei fratelli e sorelle. Dopo alcuni anni aveva fatto in modo che lo raggiungesse il fratello Michele ed ora vivevano, entrambi scapoli, in una città belga.
Con le rimesse di soldi sudati da Ottaviano a poco a poco avevano costruito quella casa fattoria, con annesso spazio agricolo.
Fu atroce quando uccisero Ottaviano. Non si capì mai bene cosa fosse accaduto, sembra per gelosia di qualcuno per una donna. Ottaviano era bello e vigoroso, ma il suo atletico torace e le sue larghe spalle non l'avevano salvato dalla coltellata che l'aveva ucciso. Sara non seppe mai nemmeno se avesse avuto giustizia... Una delle sorelle, piena di dolore, le disse solo che non era stata fatta perché gli immigrati erano sempre sfavoriti rispetto ai cittadini di quel Paese. Tutti si chiusero in un dolore senza consolazione e Sara non riuscì neppure a parlarne con Firmino per fargli le condoglianze, perché lui quasi fuggì quando provò ad accostarglisi. Rispettò quel dolore disperato che nessuna parola poteva consolare. Avevano ucciso la colonna generosa di quella famiglia e Michele distrutto dovette occuparsi di tutto, da solo, e chiuso il suo amato fratello in una cassa tornò con lui definitivamente al paese natìo.
Restava quella casa dove un giorno Ottaviano sognava di tornare per la pensione...
Ma al sisma della vita si era ora aggiunto il sisma della Terra e la distruzione ora era completa.
Sara provava un desolato senso di pietà per quelle vite, per la fatica immane e vana che gli uomini fanno e come quello che costruiscono può essere spazzato via in un attimo, crudelmente.
E provò una desolata tristezza ancor di più nel ripensare a Teresa e alla sua acredine immotivata nei suoi riguardi dovuta, Sara lo capì dopo, al fatto che lei era sposata e una delle sue figlie, sua coetanea, aveva avuto una bambina con un giovane carabiniere che non poteva sposarla per il vincolo che l'Arma imponeva a quel tempo di non poter contrarre matrimonio prima dei 30 anni di età.
Nonostante gli anni Sara non riuscì mai a comprendere l'invidia che le rovesciavano addosso le persone per cose di cui lei non aveva colpa alcuna. Le sembrava un sentimento ingiusto e meschino.

NOTA - Ministero della Difesa - Carabinieri
La Gazzetta Ufficiale dei 6 aprile 1956 promulgò la legge n. 185 del 23 marzo, che ai componenti l'Arma dei Carabinieri riconosceva la facoltà di contrarre matrimonio: per i marescialli, senza limite di età; per brigadieri, vice brigadieri, appuntati e carabinieri, al compimento dei trent'anni di età.
Le ultime disposizioni in materia per l'Arma risalgono: alla legge 19 maggio 1976 n. 322, per la quale i marescialli possono contrarre matrimonio senza limiti di età; alla legge 1 febbraio 1989 per la quale i carabinieri, i vice brigadieri e i brigadieri possono contrarre matrimonio dopo aver compiuto quattro anni di servizio, a meno che non abbiano compiuto il venticinquesimo anno di età.
Queste ultime disposizioni sono state abrogate dal D.Lgs. 15 marzo 2010 n.66.

sabato 22 giugno 2019

"La scatola nera" di Amos Oz

Ho finito di leggere "La Scatola nera" il sesto libro di Amos Oz.
Ho letto in precedenza "Una storia di amore e di tenebra", "Una pace perfetta", "Michael mio", "Giuda" e "Finché morte non ci separi".
Questo ultimo romanzo "La Scatola nera" è quello che mi è piaciuto meno, pur essendo denso di verità profonde raggiunte ed espresse dall'Autore nel corso della narrazione.
Narrazione che si serve dell'artificio del romanzo epistolare, cioè per raccontare l'Autore ricorre all'esposizione degli accadimenti attraverso lettere che i personaggi del romanzo si scrivono.
Lettere dense di particolari minuti che rendono artificioso e irreale il racconto, giacché difficilmente anche in lettere minuziose ci si addentra in particolari che appaiono forzati ed inutili.
Avevo iniziato anch'io un Romanzo, che tengo lì incompiuto, dal titolo "Lettere d'amore e.. altro", ma è basato su lettere reali che due giovani coniugi si sono scambiate nell'arco di sei mesi stando lontani per il lavoro di lui.
Queste lettere immaginate da Amos Oz presentano situazioni umane estreme, magari potrebbero benissimo esistere persone del genere, ma per il mio mondo, forse piccolo borghese, sono situazioni al limite del disumano che per la loro natura sbagliata non possono che produrre infelicità e fallimento esistenziale.
Ora il fatto di essere ebrei, dunque con una cultura e una formazione per certi versi diversa dalla mia, non spiega certi comportamenti, giacché la distinzione fra il male e il bene, come fa dire ad un personaggio Oz, è insita nell'Uomo già dalla nascita, è innata nel suo istinto. 
Né le credenze morali ebraiche si discostano dalle nostre nate dal cristianesimo, anzi, è stupefacente come, leggendo quel che dice e pensa l'ebreo credente Michael (anche qui c'è un Michael ma diverso dal personaggio del libro "Michael mio"), io ritrovi i precetti identici con i quali sono stata educata e cresciuta nella mia famiglia cattolica e che ho seguito nella mia Chiesa di Via degli Scipioni a Roma, dove ho frequentato la locale sede dell'Azione Cattolica fino ai miei 18 anni.
Così stupefacente da non comprendere in cosa queste due religioni si discostino, se non nel fatto che per loro l'ebreo Gesù è e rimane un predicatore di comportamento morale e non un essere divino.
Michael è un ebreo nordafricano, nato in Algeria, poi trasferitosi con la famiglia a Parigi e di lì in Israele, mentre i suoi genitori e parte della sua famiglia è rimasta a Parigi. In Israele egli ha un fratello.
Michael ci viene descritto come non alto, non bello, peloso, religiosissimo fino alla pedanteria, ma idealista sul piano politico per il suo Paese, che non è l'Algeria, non è la Francia, ma Israele.
Michael ha sposato una divorziata che ha un figlio adolescente, Boaz, ed ha avuto da lei una bambina Madeleine Yfat, che all'inizio della narrazione ha tre anni.
La moglie, Ilana, ha avuto un divorzio disumano dal primo marito, Alexander ed è l'analisi di quel rapporto così tragico "La Scatola nera" che si cerca di decodificare nel corso del racconto.
Già dalle prime lettere che Ilana scrive all'ex marito per chiedergli aiuto per Boaz, figlio ribelle che egli ha voluto legalmente disconoscere addebitando a Ilana ripetuti adulteri, si apprende che ella non nega i tradimenti, addirittura ripetuti e fatti senza passione se non quella di offenderlo.
Ella si definisce in una di queste lettere: una puttana nata. Dichiara che in nove anni di matrimonio lo ha tradito negli ultimi sei con "i suoi amici, i suoi superiori dell'esercito, i suoi allievi, con l'idraulico e l'elettricista". Allo stesso tempo dichiara che lui, Alexander, "è stato e resta suo marito", e gli esprime una vera adorazione chiamandolo "il mio signore".
E' evidente che non di psicologia normale si tratta, non di sentimenti normali, giacché l'amore puro fra due coniugi non mette in conto il tradimento, tanto meno tradimenti ripetuti e così volgari come quelli descritti.
Inoltre questa Ilana, ormai sposata ad un altro da cui ha avuto una figlia, continua a ritenere suo marito il primo, che pure ha tradito e da cui è stata trattata con tanta crudeltà da rifiutare la paternità del loro unico figlio ripudiando anche lui, piccolo innocente.
Siamo di fronte ad una donna dai sentimenti e comportamenti estremi, anomali e non giustificabili neppure dalle anomalie di Alexander che, nel corso del racconto, verranno fuori.
In una lettera ad Alex ella dichiara che gli sta scrivendo di nascosto di Michael, che peraltro sa della sua richiesta di aiuto per Boaz e quindi del nuovo contatto dopo sette anni dal divorzio, ma di quella lettera, in cui lei parla dei tradimenti e di sentimenti ancora vivi verso il primo marito, Michael non sa... E lei, dice, sente di tradirlo per questo: "dopo anni, nemmeno un'ombra di inganno è passata fra di noi".
Ma, da lettrice mi chiedo, se non c'è stato mai inganno allora questo secondo marito sa tutto di questa donna? Sa che, come lei stessa si definisce scrivendo al primo marito, è "una puttana nata"?  E come può accettare il puro e religiosissimo Michael una donna sposata e madre che andava copulando volgarmente con tutti?
Se nel presente ella non tradisce carnalmente lui è pur stata "quella" persona e noi non siamo fatti a spicchi, ma siamo un intero..
Ha nascosto a Michael le sue passate e volgari prodezze sessuali o lui, così religioso, lo sa ed è così magnanimo da stimarla lo stesso? Non è dato sapere.
Quello che si scopre via, via, della "scatola nera" che è stato il matrimonio Alexander-Ilana, è che dopo i primi momenti di passione lui ha iniziato ad introdurre un gioco mentale depravato fra loro: fingere che lui fosse un altro, un terzo fra loro due coppia, per possederla da "terzo immaginario" poi di nuovo, eccitato da questo, lui Alex. La perversione però viene da lei accettata.
 In seguito in lui iniziano le paranoie dei tradimenti di lei, che poi diventano reali...
Una coppia sulfurea, direi. con in mezzo il piccolo, innocente Boaz.
Si apprende che Ilana aveva avuto vari uomini prima di Alex, mentre lui, a 28 anni, era ancora vergine.
Una omosessualità latente forse? Il libro non lo dice mai esplicitamente, ma il pensiero può riaffiorare verso la fine, quando Alex molto malato e quasi morente va a vivere nella proprietà che ha ereditato da suo padre e dove ora vive Boaz, che riconosce affettivamente come suo figlio, e scrive che Boaz forse va a letto con tutte le ragazze ospiti della comune che ha creato ospitando giovani che ne fanno richiesta, e con i ragazzi: "Tutte sembrano essere sue amanti. Può darsi anche i ragazzi".
Come può pensare questo il padre del figlio? Forse perché egli stesso in sé ha un problema?
Questi personaggi estremi, che cercano una normalità di affetti dopo averli offesi e calpestati, sono personaggi necessariamente disperati, giacché incapaci di vivere in una normalità che sola può dare serenità.
Ilana alla fine lascia il secondo marito per curare il primo moribondo con una abnegazione che è eccesso anch'essa...
Gli unici che fanno pena, perché veramente innocenti, sono Alexander bambino e suo figlio Boaz bambino: entrambi travolti dagli errori degli adulti, entrambi lasciati in una dolorosa solitudine affettiva, entrambi oggetto di violenza da parte di chi avrebbe dovuto sentirsi responsabile di loro proteggendoli e dando loro delle carezze e non colpi.


Alex da bambino girava da solo nella immensa tenuta di suo padre e l'unica compagnia era una scimmietta.
Suo padre gliela uccise.

domenica 16 giugno 2019

Sisma - Romanzo


Sisma

Romanzo inedito di Rita Coltellese
pubblicato a puntate su questo sito con Amministratore Unico Rita Coltellese su contratto con Google Blogger
Il tuo nome di dominio G Suite, ritacoltelleselibripoesie.com, è stato rinnovato correttamente con godaddy per un anno. Puoi continuare a utilizzare G Suite fino alla data 26 dicembre 2019. L'acquisto verrà addebitato sul tuo conto.
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Il Romanzo viene pubblicato per capitoli, ad ogni nuovo capitolo verrà scritta la data di pubblicazione del precedente in modo che il lettore possa, tramite il calendario che appare a destra, ritrovare facilmente il precedente.

SISMA

Capitolo I

Partì da sola in inverno. Sperando così di non incontrare nessuno. Guidò per oltre cento chilometri serenamente, le piaceva guidare e pensare. Ai lati del nastro di asfalto scorrevano panorami di verdi colline con, ogni tanto, paesi grandi e piccoli arroccati.
Stare da sola le dava una sottile, piacevole eccitazione, guidare un senso di libertà e di sicurezza. I luoghi sono stimoli di ricordi, senso di appartenenza. Ecco Antro dell'Oco, Settimo Sigillo.. Le risuonarono nei ricordi le parole di suo padre su quei luoghi di passaggio per tornare da Roma al suo paese natìo: "Che brutti punti.. Fra le montagne." Eppure lui ci era nato fra i monti.. Ma forse era perché il paesino da dove proveniva lui era incollato sul fianco di un'alta collina, con la valle dove scorreva il fiume sotto, accanto alla strada statale che lei, Sara, stava percorrendo. I monti erano più su, alle spalle e, oltre la valle, davanti, si ergeva maestoso Pizzo di Scala, lontano, a far da panorama.
D'estate quel monte diventava tutto d'oro prima del tramonto, poi in pochi minuti quell'oro virava al rosa, poi al violetto, indi grigio e infine spariva nel buio della notte.
Ricordava il suo stupore di bambina ogni volta che d'estate i suoi genitori la portavano nel loro paesetto natale a passare le vacanze: scopriva un cielo che nella città dove era nata non esisteva neppure nelle notti più serene.
"Quante stelle.. Non c'è quasi un pezzetto di cielo buio tante ce ne sono.. E come sono brillanti! Ma dove si nascondono giù in città? Perché si vedono solo qui?"
A quel tempo il paesino aveva una pallida illuminazione pubblica, costituita da bracci in ferro piantati ogni tanto nei muri delle case rustiche e antiche, da cui pendevano dei piatti smaltati di bianco su cui erano avvitate fioche lampadine. Usciti da quei rari coni di luce si ripiombava in un buio assoluto dove, d'estate, volavano lievemente delle lucciole.
Le tornò l'immagine di suo padre che prendendo per la manina suo figlio Marco gli diceva: "Andiamo, a' nonno, andiamo a vedere le lucciole." E il bambino gli porgeva fiducioso la mano e il nonno si avviava con lui poco distante dalla casa delle vacanze dove, appena usciti da un cono di luce pubblica, svoltando si entrava in una strada buia dove brulicavano quei magici lumini che incantavano il bambino.

Ecco, ora usciva dalla strada statale e imboccava la via che si inerpicava in salita verso il paese natale dei suoi genitori.
"L'hanno asfaltata." Pensò, ricordando che l'ultima volta che era stata lì era ancora imbrecciata di bianchi sassi.
Alla prima curva a tornante rivide il rudere che era lì da sempre e dove la fantasia dei bambini del posto comunicava che "lì uscivano gli spiriti". Forse era quel che restava di un antico terremoto dove erano perite delle persone e di generazione in generazione si tramandavano quella fantasia?
Dall'immagine tetra la trasse il ricordo di un'emozione forte: quella che lei diciottenne aveva provato incontrando proprio lì, in quella curva, il suo innamorato che l’aveva raggiunta in quel luogo di vacanza in auto. Lei era scesa a piedi dal paese che era due chilometri più in alto. Lo aspettava e quando vide la sua utilitaria fu felice come si può esserlo quando si è totalmente e profondamente innamorati. Lui arrestò l'automobile e scese quasi correndole incontro preso dalla stessa emozione. Si abbracciarono. Poi risalirono in macchina per avviarsi su, in mezzo agli altri.

Non era nata lì, neppure aveva più radici in quei luoghi, eppure lì erano molti suoi ricordi. Ora aveva quasi timore di proseguire, di non ritrovare le immagini immagazzinate nella mente, eppure aveva sentito il bisogno di fare quella specie di pellegrinaggio.
Per strada non c'era anima viva. Il momento del via vai, della massima attenzione, era scemato. Il cielo era grigio come si addice ad una giornata d'inverno, l'aria fina e pungente come a volte era anche d'estate in quei posti.

La strada ora tagliava in due quella che era stata la vigna che suo padre aveva fatto arrivare da Maccarese e che aveva fatto ripiantare dove era morta quella che aveva curato suo nonno.
Un'altra delusione di suo padre, altri soldi buttati, altra ingratitudine da parte di quel fratello rimasto a fare il contadino. Non l'aveva saputa curare e l'aveva fatta morire.
Suo padre amava la terra, ma non poteva averne cura dato che aveva un lavoro impiegatizio in città. Contava dunque su quel fratello e investiva anche i suoi soldi per quella passione, cercando così pure di aiutarlo.
Ma già allora, bambina, Sara avvertiva una realtà che suo padre sembrava non vedere. Eppure era stimato da tutti come un uomo intelligente. Come mai quella realtà che arrivava con segni inequivocabili alla capacità di comprensione di una bambina, sia pure particolarmente acuta e sensibile, a lui non arrivava ad aprirgli gli occhi?
Nel corso della vita Sara aveva scoperto  altre volute cecità di persone, forse perché psicologicamente malate, ma quella di suo padre, con l'esperienza di vita da adulta, le appariva non comprensibile, forse spiegabile con una sua fragilità caratteriale ed affettiva: egli rifuggiva dalla delusione frustrante di riconoscere che quel fratello, che egli diceva essere l'unico, essendo gli altri ben peggiori, lo assecondava per mero interesse e non per vero affetto di cui lui aveva tanto bisogno.
Suo figlio Marco somigliava al nonno per molti aspetti del carattere e, particolarmente, per questa sua grande capacità di amare e fame di amore.
"Siamo DNA anche nei sentimenti, i geni hanno codificati anche quelli." Pensava Sara riflettendo su suo figlio ormai uomo adulto anche lui.
"Possiamo essere plasmati dall'ambiente, possiamo lavorare su noi stessi, ma alcuni aspetti sono nei geni, c'è poco da fare.." Tanti anni aveva vissuto, tante persone aveva visto nascere e crescere e osservandole ora era arrivata alla convinzione che nei geni non c'è codificato solo il colore dei capelli e degli occhi, ma anche aspetti del carattere non sempre modificabili con la volontà.

Ecco la curva dove l'auto con autista era finita nella scarpata con sua madre a bordo.
Doveva essere una gita al lago ed era finita all'Ospedale, ora anch'esso distrutto dal terribile sisma che aveva sconvolto quei luoghi.
Che corsa quando qualcuno del paese era arrivato fuori dalla sua casa gridando che l'auto su cui viaggiava sua madre era finita fuori strada, nella scarpata.
Tutto veniva drammatizzato da quelle persone dai sentimenti primordiali.. Un incidente stradale poi per quei posti in cui circolavano allora poche automobili era un avvenimento per il quale l'agitazione era massima.
Quell'anno era sua ospite l'amica Pamela. Corse con lei lungo la strada per raggiungere il luogo che vari ragazzini correndo con loro le indicavano. Era a circa un paio di chilometri dall'abitato, il cuore le batteva così forte che dovette fermarsi perché sembrava scoppiarle in petto. Pamela diceva che quel giorno aveva le mestruazioni, che erano per lei sempre abbondanti, e con la corsa stava perdendo molto sangue. Rimase indietro. Sara continuò da sola con gli infaticabili ragazzini.
Finalmente giunse sul posto. L'auto, non si capiva come e perché, non aveva girato alla curva ed era andata dritta giù nella scarpata. Sara si sporse e vide la grossa auto scura ferma sul costone, il muso in giù, tenuta da grossi cespugli e arbusti che ne avevano per fortuna arrestato il precipitare.
C'erano altre persone nel punto, alcuni accorsi per curiosare perché di avvenimenti lì, all'epoca, non ve  ne erano tanti e anche un incidente costituiva un evento straordinario.
Le parlò Emanuele, un ragazzo di pochi anni più grande di lei: "Li hanno portati all'Ospedale. Erano tutti vivi. Tua madre l'ho tirata fuori io e l'ho portata in braccio fino qui, sulla strada, poi con delle auto accorse, ciascuno di loro per ogni auto, li hanno portati all'Ospedale. Stai tranquilla, tua madre aveva solo delle ferite in testa dovute ai vetri del finestrino che si è rotto. Ma stava bene.. Se vuoi ti porto con la mia auto all'Ospedale."
"Grazie Emanuele, - ringraziò lei piangendo - grazie di aver raccolto mia madre e grazie se mi accompagni lassù, perché io non saprei come andare."
Quel ragazzo era buono e servizievole anche perché lavorava per uno dei fratelli di suo padre e voleva rendersi utile.
Lei lo avvertiva, ma sentiva anche che Emanuele era buono, una persona gentile, educata e corretta come pochi.
Arrivati in Ospedale vide sua madre su una barella quasi incosciente con gli abiti sporchi di sangue.
Pianse di nuovo, chiese ad un medico cosa avesse, ne ebbe delle rassicurazioni ma certo si dovevano fare le radiografie... La barella sparì con sua madre. Bisognava attendere. 
Bisognava avvertire suo padre che era a Roma, al lavoro, ma lei non aveva soldi, si era precipitata letteralmente fuori di casa per correre sul luogo dell'incidente così come stava...  Emanuele fu dolcissimo e si offrì di cercare un telefono a gettoni, pagò la telefonata, stette accanto a lei tutto il tempo. Una persona fu, in quel drammatico momento, calma, seria, protettiva, un sostegno...
Non era certo colpa sua se sua madre in un modo e suo padre in un altro fossero persone così chiacchierate in quel paese...