sabato 12 settembre 2015

"Mai la disperazione dell'anima!": Teresa Vidoni

La citazione è di mia madre: donna cattolicissima, con una visione della vita e del mondo mistica.
Per quanto si possa essere infelici o depressi il suicidio per lei era un peccato gravissimo e la frase che riporto nel titolo del post gliel'ho sentita ripetere tante volte con un'espressione quasi di paura.

La Fede Vera che ha sorretto mia madre per i suoi quasi 85 anni di vita io non l'ho più, ma credo che certi insegnamenti ricevuti con l'educazione ci sorreggano sempre.

La gente si suicida per motivi concreti che l'hanno condotta alla disperazione: tracolli economici, lutti devastanti, abbandoni di amori che appaiono non superabili... Ma anche per motivi molto più gravi di questi: ricordo, fra mille tristi notizie della abbastanza recente Guerra in Jugoslavia, un caso che mi colpì di una giovane ventenne la quale, non reggendo all'orrore che vedeva, si impiccò ad un albero.
Ricordo con dolore questo amaro episodio perché a quella ragazza hanno tolta la vita, annichilendone il valore, coloro che compivano atti immondi le cui immagini arrivavano fino a noi tramite i corrispondenti di guerra:  ricordo una vecchia con grembiule, fazzoletto ed occhiali, ormai storti di lato sul viso, morta uccisa in mezzo ad una strada, che somigliava in modo impressionante ad una mia nonna; ricordo orribili notizie di stupri di bambine, uccise poi con sventagliate di mitra a forma di croce... Capisco che trovarsi a vivere in mezzo a tanto orrore possa far desiderare di uscirne in ogni modo possibile: anche il suicidio.

Più difficile sono da capire suicidi apparentemente senza ragione, perché privi di qualsivoglia motivazione e che spesso non vengono chiariti neppure dal lasciare, da parte di chi si suicida, un rigo di spiegazione...

I medici parlano giustamente di grave depressione clinica, tanto da superare l'istinto animale di conservazione. Ma a volte codeste depressioni non hanno dato prima segni visibili... Dunque? Torniamo a constatare che la mente umana è di sovente uno scrigno chiuso ed inaccessibile anche alle persone più vicine al suicida.

Cesare Pavese scrisse: "I suicidi sono degli omicidi timidi." E lui se ne intendeva, perché si suicidò tirandosi un colpo in testa in uno squallido alberghetto. Sembra per amore, per essere stato abbandonato da un'americana, sua amante, che se ne era tornata negli Stati Uniti. Aveva 42 anni. Non c'è limite d'età al suicidio: a oltre 40 anni si dovrebbe aver superato il peggio, le insicurezze dell'adolescenza e della prima giovinezza. Invece non è così.

Dunque forse Pavese aveva ragione a definire i suicidi senza forti ragioni degli "omicidi timidi"?
Forse sì, perché di fatto uccidono chi li amava, che non potrà mai farsene una ragione in mancanza di motivazioni scatenanti.

Ricordo due casi che mi sono rimasti impressi nella memoria: uno mi fu raccontato da una portinaia che prestava servizio domestico ad ore in casa mia; parlandomi della famiglia di un vicequestore, dove lavorava la mattina, mi disse che "stavano molto giù" a causa di un brutto accadimento occorso ad una famiglia di loro amici che abitavano all'EUR: una dei loro figli, dodicenne, si era impiccata.
Nessuno sapeva il perché. Famiglia unita, borghese, perbene... Perché mai nel cervello di una bambina di 12 anni si era affacciato un simile orribile pensiero? Ovviamente erano annichiliti.
L'altro caso riguarda un fatto di cronaca nera letto sui giornali molto tempo fa: una ragazza di circa vent'anni si era impiccata in un bagno della Stazione Tiburtina, qui a Roma, tappandosi le narici con dei batuffoli di ovatta per rendere più sicura la morte. Quello che mi colpì fu la motivazione, lasciata in un biglietto ai poveri genitori, che diceva più o meno così: "Mi avete ingannata descrivendomi un mondo che non esiste." Una cosa atroce, sia per la modalità, andarsi ad uccidere in un luogo anonimo e squallido, sia per la cattiveria assurda della spiegazione.
Se tu, essere umano messo al mondo ed allevato con  amore, preservato per quanto possibile dalle brutture da buoni genitori, non sai accettare il disvelarsi inevitabile della realtà del mondo con le sue pagine buie... ne dai la colpa a chi ti ama e, in pratica, li uccidi?

Perché, per quanta pietà faccia chi rinuncia volontariamente alla vita, non posso non avercela con chi compie questa scelta avendo tutto: benessere, amore incondizionato, salute... l'unica pietà nasce pensando ad una malattia mentale nascosta, non ancora evidente.. Ma lo strazio del dolore di chi resta e si interroga incolpandosi, pur se totalmente innocente, è quello che fa più male, perché sommamente ingiusto. Sono le vittime del suicida, malato e sommamente egoista.
Poi ci sono gli immancabili stupidi, sempre presenti negli umani dolori, i quali spargono sale sulle ferite delle vittime, vive e dolenti, insinuando che "chissà cosa hanno sbagliato" per giungere a questo.
Nulla, in molti casi, nulla, essendo il segreto chiuso nella mente di chi sbatte la porta contro la vita e contro i propri cari. 


Piero Chiara: autobiografismo e novelle

Da questo blog: 15 ottobre 2013 - Piero Chiara

Quando non ho niente da leggere vado nella mia libreria e tiro fuori un libro letto in gioventù, sperando di non ricordarmelo troppo.

Ho tirato fuori Il cappotto di Astrakan in una edizione di Mondadori stampata nel gennaio 1978.
Non lo ricordavo perché dal momento dell'acquisto non lo avevo più riletto.
Mi è piaciuto. Ho subito notato i segni autobiografici dell'ambientazione nei luoghi dove lui ha vissuto le sue esperienze di vita. Probabilmente anche il materiale umano che usa per animare i suoi personaggi è fatto di gente da lui conosciuta.
Alla faccia di mio marito, unico critico del mio modo di scrivere, che disprezza l'autobiografismo, che pure è di tanti scrittori di narrativa, anche grandissimi.
Ho voluto rileggermi la sua vita e vi ho trovato dei punti insospettati, come i suoi insuccessi scolastici che fanno sorridere al pensiero di quanto una intelligenza possa essere sorprendente e svilupparsi attraverso canali ad  essa congeniali.
Infatti gli era congeniale lo scrivere e citava con civetteria "...unico successo pieno fu un tema su Luino, che mi valse un bel dieci" .
Mi si perdoni l'accostamento ma, pur andando a scuola senza infamia e senza lode, non ero molto amata dalla maestra Lelli che però il giorno che dette un tema, "Storia di una sciarpa di lana", arrivata a leggere il mio tema dopo quelli dei miei compagni, tutti abbastanza piatti nel descrivere come si lavorava ai ferri la sciarpa che portavano e se gliela aveva lavorata la nonna o la mamma, saltò in piedi letteralmente dalla sedia, dove pigramente sedeva dietro la cattedra, con il mio quaderno in mano (e non dimenticherò mai il mio spavento, temendo di aver commesso chissà quale errore) dicendo che avevo scritto un piccolo capolavoro che disse: "Deve leggerlo il Direttore!" E da lui portò il mio quaderno, ed i miei genitori ed io (tutta felice) fummo informati che "il Direttore voleva tenersi quel quaderno per tenerlo fra le glorie della Scuola Luigi Pianciani di Roma". Praticamente avevo iniziato parlando in prima persona come se io fossi la lana e ricordo che più o meno iniziava così: "Ero il vello di una pecora..." E terminavo "ora sono una sciarpa intorno al collo di un bambino".
Non tutti diventiamo grandi scrittori ma certo le stimmate dello Scrivere le ho avute fin da bambina.
Tornando a Piero Chiara mi ha fatto sorridere leggere l'ironia allusiva con cui si definiva un “libertino”... perché ricordo una sua intervista letta tanto tempo fa su un giornale in cui faceva capire che non era molto fedele alla compagna che aveva in quel momento... Sincero perché proprio in quel periodo lo incontrai casualmente in Via Veneto, dove passavo in fretta per qualche commissione in zona, che passeggiava vestito con un cappotto color cammello dando il braccio a una ragazza molto bella con una costosa  e vistosa pelliccia dai colori rossicci sfumati: lei era molto più giovane di lui e truccata sapientemente. Capii subito dall'atteggiamento che rapporto c'era fra i due.
Qualche tempo dopo vidi la ragazza in televisione: faceva la giornalista... 

    
Così scrivevo 2 anni fa e, piuttosto che ripeterlo ora che sto leggendo le Novelle di Chiara della Raccolta dal titolo "Il Capostazione di Casalino", lo ripubblico risposando ogni parola.
In quel post riportavo, copiata, la Vita di Piero Chiara perché sempre, quando leggo un Autore, cerco di conoscere la sua vita e sempre vi scopro il segreto della sua scrittura: che sia essa molto o poco autobiografica ci si ritrovano i motivi del suo scrivere. 
Se Pirandello, ad esempio, colloca i suoi personaggi sempre nei luoghi dove ha vissuto, la sua "Girgenti" o Roma, Piero Chiara non solo scrive assolutamente dei luoghi che ha attraversato nel corso della sua vita ma, nelle novelle che sto leggendo, nemmeno maschera sé stesso in questo o quel personaggio, ma parla in prima persona raccontando frammenti, episodi della sua vita.  
Pur non arrivando a tanto debbo dire che anch'io traggo la linfa dei miei racconti dalla realtà e leggere grandi Autori come Chiara, che va anche oltre, arrivando ad una biografia frammentata da cui trae spunto per riflessioni utili a chi vuol pensare, mi conforta in questa mia scrittura. Il successo poi è dovuto non soltanto alla qualità della produzione letteraria, ma a tanti fattori quali, primo fra tutti, la promozione pubblicitaria di un Autore.

Alcune brevi parti di questa Raccolta di Novelle:
dal racconto "Tutto si accomoda, volendo"

"Chissà quante storie sono rimaste sepolte dentro le case, dietro i muri e nell'ombra dei giardini, nelle città di provincia!"

e più avanti:
"Non solo aveva, forse per pudore, tenuto nascosto il suo vero luogo di nascita, ma per chissà quale disegno di prudenza, si era anche attribuito il nome longobardo di  Ermengarda, mentre in verità, come si seppe a suo tempo, si chiamava Ermelinda. Che fosse sposata e che vivesse col marito, dovettero saperlo, per ragioni di sicurezza, tutti quelli che si erano succeduti nella sua confidenza o meglio nella sua intimità."

dal racconto "L'italiano Pettoruto"

"In fondo una bella gita, funestata dall'incontro con un italiano, unico vivente con cui finii con l'imbattermi, ma a ben guardare, proprio quello che mi occorreva per una storia da raccontare".

Ecco la differenza fra uno scrittore (scrittore a mio avviso si nasce) e una persona che non ha in sé questa costruzione mentale: chi ha in sé questa inclinazione osserva la realtà cogliendone aspetti che sugli altri scivolano via superficialmente, mentre nello scrittore nato rimangono e vengono analizzati ed amplificati per rimetterli sulla carta come cosa viva che fa pensare.