domenica 27 marzo 2016

Telecom/Tim: un copione già pronto per Crozza!

Ricordate?

mercoledì 27 gennaio 2016


TELECOM o TIM non cambia: sempre telenovela è



Era un post che parlava di come funziona il software di 
TELECOM/TIM che il 187, unico interlocutore con l'utenza, chiama "il settore WEB".

Il "settore WEB" fa schifo e non è facilmente fruibile dalla povera utenza, la quale perde il suo tempo a cercare di consultare la propria bolletta in un farraginoso sistema che, lungi dal dare immediata visione e facile accesso a ciò che interessa l'utente, presenta una serie di spot inutili che pubblicizzano i prodotti più disparati, senza dare immediata visione di ciò che serve al cliente.

Gli incapaci che gestiscono questo WEB per un po' di tempo mandavano la e-mail in cui scrivevano che la bolletta era on-line e che bastava cliccare sullo spazio messo in risalto al centro pagina colorato di arancione.
Ai voglia a cliccare... Non si apriva un bel niente.

Ora debbono aver corretto il tiro e la bolletta di marzo, scadente l'8 aprile p.v., si apre: miracolo!!!
Eh no! Troppa grazia! Arrivi solo fino all'elenco delle fatture e puoi leggere solo la cifra da pagare. Se sei uno pignolo e vuoi pure vedere i costi o il traffico addebitato c'è un altro step! Come in una caccia al tesoro in chiave informatica: vogliono la password!
Noi, essendo anziani, la password per accedere ai cosiddetti Servizi WEB di TELECOM/TIM ce la siamo scritta e fino a ieri ha funzionato: poi la dava per errata. Non potendo quindi leggere i costi e le voci di addebito abbiamo richiamato il 187.
Qui andiamo in un vero copione pronto per il comico Crozza:
l'addetto del 187 non può fare niente, solo segnalare al Settore WEB il problema della password, saremo richiamati.
"A quale numero volete essere richiamati?"
"Ma a questo da cui stiamo parlando".
"Sarebbe meglio un cellulare."
"Lo avete già, quello dell'intestatario del contratto, ma questa è una zona con cattivo campo.."

Alla richiesta della lettura della bolletta, se per favore la può leggere lui per noi, egli risponde che ci hanno rimborsato euro 7,80 per l'interruzione di linea fissa e linea ADSL dal 4 al 9 febbraio.
"Ma due chiamate fa al 187 una sua collega ha detto che sarebbero stati euro 12 in quanto comprensivi di IVA.."   
"No, l'IVA non è compresa.
"Ma allora perché la sua collega ha dato questa informazione? Come mai ognuno di voi da informazioni diverse e contrastanti?"

Inutile insistere. Questo è il Servizio 187 messo a disposizione dell'utenza!!! 
Della serie "nun sanno manco quello che stanno a dì".

La telenovela prosegue con l'arrivo di una e-mail, immaginiamo al posto della chiamata per la quale hanno chiesto addirittura il cellulare (che già avevano), in cui scrivono che la nostra password è stata resettata e ce ne inviano una tipo $°§*^? con la quale poter finalmente accedere alla nostra bolletta per poi cambiarla con una del tutto nuova!

Vano ogni tentativo. Addirittura abbiamo cercato di entrare chiamando il sito via Google; inutile farlo tramite il link inviato nella e-mail che, secondo loro, avrebbe consentito di accedere alla scritta IL MIO PROFILO dove poi poter inserire la loro password per l'accesso, indi poi scegliere una nuova password. (Mio marito, giustamente incazz.... ha detto "Ma rimettici la stessa! Ma perché ne dobbiamo memorizzare un'altra?!!!"  
Giusto. Ma il problema era entrare con quella inviata allo scopo dai poveri cervelli che gestiscono questo software!

Ridendo, perché io ormai rido, non riesco neppure più ad arrabbiarmi, ho detto a mio nipote sedicenne, e come tutti quelli della sua generazione un informatico, "Provaci tu."
Lui si è messo al lavoro sicuro. Lo guardavo sorridendo fare gli stessi tentativi fatti da me: link da loro inviato, tentativo da Google chiamando Mio TIM fisso ecc. ecc..
Dopo un po' mi ha guardato perplesso ed ha desistito sconfitto.

I poveretti che gestiscono questo schifo di sito WEB di TELECOM/TIM sono troppo anche per questi giovani nati con l'informatica incorporata!

Ma mio marito è testardo e... è un Fisico che i software li scriveva per far funzionare gli hardware che creava a fini scientifici. Si è seduto al PC e da Google ha cercato di entrare nelle varie pagine di questo aggrovigliato sistema che povere menti incapaci hanno creato, ed è entrato nel profilo per poter leggere le nostre bollette: indovinate come?
CON LA PASSWORD CHE NON ACCETTAVA E CHE HANNO SCRITTO DI AVER RESETTATO!!!!!

C'è bisogno di altre prove per dimostrare che è un sistema di m....? Non credo.

Ultima considerazione provata: alice.it è fra i server di posta che NON garantiscono la crittografia della posta.
Gmail, fornita da Google, invece si. 

Infatti solo sulla mia posta alice.it ricevo le e-mail "truffa", quelle di Banche farlocche, Poste Italiane strafarlocche, e financo finta TELECOM che invia fatture in allegato farlocche che se l'aprite vi fotte parecchia memoria del PC, per poi inviarvi una e-mail in cui vi si offre il ripristino dietro pagamento (praticamente un sequestro di memoria con riscatto). 

CHE "CERVELLONE" QUESTO SOFTWARE TELECOM/TIM ! 

sabato 26 marzo 2016

Due "onesti" a confronto

Da: ONLINE NEWS

Giachetti (Pd) ha scelto l’avversario: è la Raggi (M5S)


E’ il giorno dell’incontro plenario e della scelta del nemico. Roberto Giachetti sale sull’onda della polemica per il tonfo in borsa di Acea, “spinta” al ribasso dalle dichiarazioni di Virginia Raggi sul futuro del management, e spara ad alzo zero sulla candidata a Cinque Stelle.
E visto che al ballottaggio sono destinati in due è bene far capire subito i torni che il Pd che vorrebbe Giachetti sindaco intende usare: “Cara Raggi io ho una storia che parla, altro che magna magna, con me il magna magna è finito – tuona io sono una persona per bene. Mentre altri mangiavano io digiunavo per i diritti civili e il rispetto delle regole”.
Sulla differenza di “stile” tra Pd e M5S, va giù duro: “Il partito è una cosa seria, non una srl. Il nostro è un grande partito e il vostro candidato è certamente una persona onesta, ma questo non basta. Raggi continua a buttarla in caciara, evita di confrontarsi nel merito. “Oggi ho letto accuse ridicole dopo le sue dichiarazioni improprie su Acea. Apprendo da lei che io sarei amico di Caltagirone. Non ho mai avuto piacere di conoscerlo – ha aggiunto – io sono amico dei romani e lei dimentica che il 51% di Acea è proprietà del Comune, dei romani. Il Rutelli boy fa parte di quella squadra che nel ’97 tagliò milioni di metri cubi anche a Caltagirone”.
Ancora sulle differenze, stavolta personali: “Partiamo dal fatto che siamo tutti e due onesti, tra di noi c’è una piccola differenza: io ho amministrato per anni, ho firmato delibere per miliardi e non ho avuto nemmeno un biglietto di auguri dalla Procura o dalla Corte dei Conti – ha spiegato – la differenza sta nell’amministrare. Io ho provato la mia onestà nell’amministrare, tu devi ancora provarla”. E ha detto ancora: “Ma come faccio a fidarmi di te sulle aziende, quando i Cinque Stelle hanno dimostrato il loro fallimento dove hanno governato, soprattutto a Livorno? Bella, qui siamo io e te e dobbiamo scegliere il sindaco di Roma. Lascia stare Renzi e Grillo, parla di noi due, se ci credi”.

Con una destra che si presenta con la faccia tronfia di un rovinoso ex Presidente della Regione Lazio, Storace, con una Meloni recuperata all'ultimo momento, con un Bertolaso che ha capito che gli conviene buttarsi su Marchini, è ovvio che la partita si gioca fra i due portabandiera dell'onestà, qualità ormai preziosa e rara, Raggi e Giachetti.
Come Shakespeare fa dire ad Antonio "Cesare è uomo d'onore", così possiamo dire che questa donna e quest'uomo sicuramente lo sono!
Ma c'è un ma: Giachetti, come ho scritto, ha un peccato originale, che egli rivendica: l'essere stato dentro l'Amministrazione di Roma con tutte e due le gambe.
Ebbene, egli rivendica di aver fatto bene ed onestamente il suo lavoro e nessuno glielo contesta ma... appunto c'è quel ma.. Come mai non si è accorto dell'abbandono del Patrimonio Immobiliare del comune in mani di affitti parassitari?
Come mai non sa, ma ora gliel'ho segnalato e qualcuno del suo staff lo leggerà per lui, che nelle scuole romane di proprietà comunale abitano persone NON aventi diritto?
So, per triste esperienza politica, che "NON SAPERE", quando si hanno grosse responsabilità, non è segno di trasparenza... anzi... Poi, però, i nodi vengono al pettine e si scopre che NON SI VOLEVA VEDERE E SAPERE...

Raggi, se davvero ha nuociuto al titolo in borsa di ACEA, lungi dalla propaganda che l'accusa di aver creato danno alle tasche dei romani, credo che questo le abbia fatto guadagnare molti voti, visto quello che di ACEA pensano, a buon diritto, i romani e non solo.
Quanto all'esempio della gestione Nogarin di Livorno, sicuramente il Sindaco ha dimostrato che non basta avere una Laurea in Ingegneria Aereospaziale presa all'Università di Pisa per essere un buon amministratore. Ci vuole fiuto politico e sapersi destreggiare fra le insidie ed i burocratici bastoni fra le ruote... messi da chi ha interesse a farlo.

venerdì 25 marzo 2016

Paolo Poli e .. bei ricordi

Da: La Repubblica.it

FIRENZE - E' morto stasera il grande attore di teatro Paolo Poli. Avrebbe compiuto fra poco 87 anni. E' stato uno dei più importanti attori teatrali italiani, una lunga carriera che ha spaziato anche fra il cinema e la televisione. Nato a Firenze il 23 maggio del 1929, laureato in Letteratura francese, cominciò a lavorare in teatro negli anni Cinquanta. Spesso definito enfant terrible del teatro italiano, geniale, irriverente, non ha mai fatto mistero della propria omosessualità, raccontando spesso gli amori, le avventure, la serenità con cui la sua condizione veniva vessuta in famiglia, dai genitori, papà carabiniere e mamma maestra.


Ineffabile Paolo Poli!
Credo sia l'aggettivo più adatto a quest'uomo intelligentissimo, godibilissimo nella sua Arte.

E' molto brava anche sua sorella, Lucia Poli. Di lei ricordo un raffinato spettacolo al Teatro Flaiano di Roma, dove andai in quanto aveva messo in scena i testi di una scrittrice che a me piaceva moltissimo: Dorothy Parker. Mentre camminavo per Via del Gesù, centro di Roma, chiesi ad una signora che portava a spasso il cane dove fosse il Teatro in cui non ero mai stata: la signora mi rispose dandomi l'indicazione, era poco più avanti in Via Santo Stefano del Cacco, la ringraziai e subito dopo mi girai a riguardarla nella luce fioca della strada, perché mi aveva colpito la sua voce che avevo riconosciuta all'improvviso: era Ilaria Occhini! 

Dio, religione: solo una scusa per uccidere

Lasciamo stare la Storia: le Crociate, la dominazione araba in Italia e Spagna... Tutte cose che non hanno più legami con l'odio feroce dei terroristi in nome di un Dio che non da segnali di esserci. Restiamo all'oggi. Restiamo ai musulmani in genere. I nostri politici, destra esclusa, i giornalisti, gli esperti opinionisti di varie discipline o di nessuna disciplina, ci bombardano con le loro opinioni e le loro soluzioni al problema del mondo musulmano. 
Posso dire che mi sono rotta i coglioni di sentire il coacervo di irresponsabili stronzate che escono da tante bocche?
Ecco, l'ho scritto, con tanto di parolacce, che danno il segno della mia esasperazione che, mi pare, è condivisa anche da altri.

Ho già portato l'esempio, di cui nessun commentatore dei miei stivali parla, degli Italiani costretti ad emigrare in Belgio, in Germania e altrove ma, nel caso specifico, segnatamente in Belgio. Non è che andavano ad abitare nei quartieri alti! Qualcuno si ripassi la Storia di dove abitavano i minatori Italiani! Quindi chi se ne frega che i terroristi di origine araba, ma molti nati in Belgio, abitassero a Molenbeek o a Schaerbeek, e che qualche commentatore faccia risalire alla presunta emarginazione il loro feroce agire.
Nessuno vieta loro di sacrificarsi e di migliorare, come hanno fatto gli Italiani, trattati come ho ricordato in un post di poco precedente a questo. Invece scopriamo che, uno di quelli che si è fatto saltare, tutto quello che aveva saputo fare nella vita era macchiarsi di rapina e spaccio di droga. Chissà la sua mente bacata come se l'era aggiustata questa cosa con gli insegnamenti di Maometto!

Con amarezza ho appreso stasera dal Telegiornale che Patricia Rizzo, funzionaria italo-belga che lavorava all'interno del Palazzo della Commissione Europea presso l'ERCEA, l'agenzia del Consiglio Europeo per la Ricerca, è morta come si temeva. Per saperlo hanno usato il suo DNA, giacché si può immaginare che, come altri, era finita in pezzi.
Patricia con suo cugino
Qualche giornale ha detto che suo nonno era emigrato in Belgio per lavorare come minatore... E questo mi stimola la considerazione amara che quell'uomo ha accettato umilmente tutto e ha creato una discendenza che ha saputo crescere ed arrivare dove Patricia lavorava... Mentre questi miserabili arabi sanno solo macellarsi e macellare...
Mi spiace ma è difficile non odiare.
Sentire poi quell'essere indefinibile che è D'Alema dire alla Radio della RAI, mantenuta con le nostre tasse, "che bisogna costruire le Moschee con i soldi pubblici", suscita in me una rabbia e un disprezzo notevoli.

Ripeto che sono stanca, e con me tante persone, con cui parlo, di vari orientamenti politici o ormai di nessuna politica perché non credono più a niente, di sentire che dobbiamo preoccuparci dei musulmani, di come si turbano di fronte alle manifestazioni esteriori della religione cattolica nei luoghi pubblici, come le scuole, e altre scemenze di questo tenore... Sono laica ma difendo la sovranità dell'Italia ed il suo insindacabile diritto a mostrare ed esporre i simboli delle sue tradizioni culturali.
Ma come mai nessuno si preoccupa se i simboli religiosi del Cattolicesimo possano mai turbare i cittadini Italiani ebrei?
Eppure ci sono stati Presidi, addirittura se non ricordo male magistrati, che hanno deciso autonomamente che il crocefisso turbava gli alunni di religione musulmana!! E gli ebrei? Loro non si turbavano?
Qualcuna di codeste teste pensanti si è mai preoccupata degli immigrati cinesi che in gran numero vivono e lavorano in Italia? Le religioni che seguono sono confucianesimo, taoismo e buddismo.  Avete mai sentito che qualcuno si sia preoccupato che il Presepe fatto a scuola abbia turbato un bimbo cinese? E la comunità indiana?
Pare di no. Questi arrivano nel nostro Paese e si turbano, secondo qualche testa bacata che occupa anche posti di responsabilità!

La Storia insegna che i popoli sono stati portati alla rovina da gente stolta che ha preteso di imporre le proprie stolte idee, elucubrate da cervelli mal funzionanti... Cerchiamo di non farci trascinare nel baratro delle loro imbecillità e reagiamo votando per chi non dice simili baggianate e non le appoggia.  

giovedì 24 marzo 2016

Radovan Karadzic: mostro nonostante e comunque

Da: La Repubblica.it 24 marzo 2016
L'AIA - Settant'anni dopo la conclusione del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, ora anche l'eccidio di Srebrenica, il più grave episodio di genocidio avvenuto in Europa dopo l'Olocausto, ha un suo responsabile. Radovan Karadzic, ex psichiatra divenuto nel corso della guerra della ex Jugoslavia (1992-1995) leader dei serbi di Bosnia, è stato riconosciuto oggi colpevole del reato di genocidio e condannato a scontare una pena di 40 anni di carcere dallo speciale tribunale penale internazionale delle Nazioni
L'ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ascolta la sentenza pronunciata dal Tribunale penale internazionale (afp)


Da: Wikipedia
Infanzia e studi
Karadžić è nato a Petnjica, vicino a Šavnik, nel nord del Montenegro[6] Il padre Vuko era un calzolaio mentre la madre Jovanka (nata Jakić) era una contadina che si sposò all'età di vent'anni. Karadžić affermava di essere imparentato con Vuk Stefanović Karadžić (1787-1864), il principale riformatore della lingua serba, ma tale dichiarazione è stata dimostrata falsa.[7] Il padre Vuko fece parte dei Cetnici, il gruppo armato monarchico jugoslavo guidato da Draža Mihajlović, che combatteva contro la resistenza partigiana comunista di Tito e soprattutto contro i nazisti; il padre venne arrestato sotto il regime di Tito e rimase in carcere per gran parte dell'infanzia del figlio. [8] Nel 1960 Karadžić si trasferì a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina, per intraprendere i suoi studi di psichiatria.[9] .Studiò disturbi nevrotici e depressione presso l'ospedale Næstved in Danimarca nel 1974-1975 e ha svolto un tirocinio presso la Columbia University di New York. Dopo il suo ritorno in Yugoslavia, lavorò presso l'ospedale Koševo. [10] Fu anche un poeta, influenzato dallo scrittore serbo Dobrica Ćosić, che lo incoraggiò ad entrare in politica. Karadžić entrò nel Partito dei Verdi. Durante il suo periodo ecologista disse "Il Bolscevismo è il male, ma il nazionalismo ancora peggio"[11]

Malfatti economici

Appena dopo la laurea, Karadžić cominciò a lavorare in un centro riabilitativo nella clinica psichiatrica nel principale ospedale di Sarajevo, Koševo. Secondo alcune testimonianze, spesso, per aumentare le entrate, autorizzava delle finte valutazioni mediche e psicologiche a dipendenti del settore che volevano pensionarsi prima o a criminali che cercavano di evitare delle pene presentandosi come malati mentali.[12] Nel 1983 Karadžić iniziò a lavorare in un ospedale di Belgrado nel quartiere di Voždovac . Con il socio Momčilo Krajišnik, poi manager dell'azienda mineraria Energoinvest, riuscì ad ottenere un prestito per un fondo di sviluppo agricolo e utilizzò i soldi per costruire casa a Pale, un villaggio serbo sopra Sarajevo trasformato in resort sciistico dalla classe dirigente comunista. [13]
Il primo novembre 1984 i due furono arrestati per frode e passarono 11 mesi in prigione prima che l'amico Nikola Koljević riuscì a farli uscire. A causa della mancanza di prove, Karadžić fu rilasciato e il processo a suo carico fu sospeso. Ricominciò il 26 settembre 1985 e Karadžić fu condannato a tre anni di prigione per appropriazione indebita e frode. Dato che aveva già passato un anno in carcere, Karadžić non scontò il resto della pena in prigione.

Carriera politica

Spinto da Dobrica Ćosić, che sarà poi primo presidente della Repubblica Federale della Jugoslavia, e da Jovan Rašković , leader dei serbi croati, fu tra i fondatori del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka) in Bosnia Erzegovina nel 1989. Il partito aveva l'obiettivo di unire i serbo-bosnicaci ed i serbo-croati alla Jugoslavia in caso di secessione della Repubblica croata e bosniaca dalla Federazione Jugoslava.

I mostri umani hanno l'aspetto normale, è dentro che non lo sono.
Questo era anche uno Psichiatra. 
Nulla etichetta un mostro: non il viso, non gli studi, non la sua formazione.

La malvagità umana, la sua ferocia verso gli altri viventi, non si vede: è dentro la testa, e non c'è elettroencefalogramma che la possa leggere... Fa parte di quella cosa invisibile che è la mente umana.
Si vede solo quando si esprime in tutta la sua mostruosità.
Guardate la faccia di quest'uomo dai capelli bianchi. Non è pentito delle sue orribili azioni. I mostri non lo sono mai.
Alla fine quello che rimane di noi sono solo le nostre azioni: esse sono il nostro ritratto.

mercoledì 23 marzo 2016

Auguri di Pasqua a chi mi legge

Pasqua triste anche quest'anno: ho rivisto gli auguri che ho fatto l'anno passato su questo blog qualche giorno prima della Pasqua, come sempre, e furono velati di tristezza: per il terribile episodio del pilota tedesco della Lufthansa che aveva trascinato con sé nella morte tante vite felici... per l'episodio terroristico del Museo del Bardo e i relativi morti innocenti...


Anche quest'anno il dolore non manca:
le giovani e belle ragazze morte in Spagna solo perché un autista di pullman non si è fermato a riposarsi, a dormire un po' prima di riprendere il viaggio...
e Bruxelles... ancora folli terroristi con un concetto alieno della Vita umana: la loro e quella degli altri.
Comunque Auguri:
che la vita vi sia più preziosa, proprio per tutto il male che la insidia, sappiate vivere bene questi giorni con chi vi è caro. 

martedì 22 marzo 2016

Bruxelles: capitale dell'Europa mancata

ADNKRONOS

Attentati Bruxelles, Renzi: "Minaccia globale ma killer anche  locali"


Attentati Bruxelles, Renzi: Minaccia globale ma killer anche locali

"E' arrivato il momento di dire con molta chiarezza e senza giri di parole che se gli attentatori venivano verosimilmente dagli stessi luoghi che oggi venivano colpiti, ciò significa che la minaccia è globale ma che i killer sono anche locali". Lo ha detto il premier Matteo Renzi in conferenza stampa, parlando degli attentati che hanno colpito questa mattina Bruxelles. ''Parlo da padre e da presidente del Consiglio, non gliela daremo vinta ai terroristi''.
"Il nemico dunque non è solo quello lontano da noi, il nemico si nasconde anche nel cuore delle città europee, nelle periferie delle nostre capitali. Vive protetto dentro certe zone urbane da un atteggiamento di omertà. Occorre dunque un progetto di sicurezza senza quartiere, senza sosta, senza tregua. Occorre - ha detto - anche un progetto culturale, sociale e politico''.
''Sconfiggeremo'' i terroristi, ha poi promesso Renzi a palazzo Chigi. E il premier italiano ha avvertito: ''Ma servirà tempo, forse mesi, anni''. Secondo il presidente del Consiglio, l'Unione europea deve andare "fino in fondo" per sconfiggere il terrorismo.
Serve una "struttura unitaria di sicurezza e di difesa" ha aggiunto Renzi, spiegando che per prevenire la minaccia dell'Isis e combatterla con efficacia è "necessario un patto comune europeo". E ancora: "Non è il tempo degli sciacalli, né delle colombe'' ma ''serve un patto europeo'' per contrastare il terrorismo e l'Isis.
"Oggi i terroristi hanno colpito Bruxelles, non sfugge il significato simbolico di questo attacco. Gli attentati si sono verificati a qualche centinaio di metri dal luogo dove si riuniscono i capi di Stato e di governo Ue. A qualche centinaio di metri dalle sedi delle istituzioni europee. Hanno colpito il Belgio, ma hanno colpito la capitale dell'Ue".




20 agosto 2015 su questo Blog scrivevo:
"L'orrore della barbarie nazista ha gettato in un buco nero il livello culturale e scientifico raggiunto dall'Uomo nel ventesimo secolo e la barbarie del cosiddetto Stato Islamico, costituito da bande di assassini di uno Stato inventato, sta gettando il ventunesimo secolo in un nuovo buio."
28 febbraio 2015 su questo Blog scrivevo:
C'è sempre qualcosa in noi che ci spinge a fare certe scelte. L'ho scritto: il nazismo, come questa nuova follia che con il credo religioso musulmano non ha nulla a che fare, sono solo una scusa, una copertura psicologica per esprimere la propria intima ferocia.


Non mi ripeto: l'accostamento con il nazismo, ho sentito poi, lo facevano anche illustri commentatori in televisione.

Rifiuto i commenti che ho sentito da illustri analizzatori del problema che cercano le cause nella accoglienza dell'immigrazione araba non fatta bene, oppure nella povertà e nella emarginazione. Ho conosciuto Italiani che andarono a lavorare nelle miniere di carbone del Belgio: contadini abituati all'aria aperta che per guadagnarsi da vivere scendevano ogni giorno nei pozzi. Quando andava bene andavano a lavorare nelle catene di montaggio delle fabbriche belghe. Erano tanti. Sono anche morti nelle loro miniere: ricordate Marcinelle. Eppure non hanno odiato nessuno, non hanno messo bombe per uccidere. Credete che siano stati accolti? Credete che non siano stati emarginati? Eppure hanno lavorato duramente e hanno cercato umilmente di integrarsi; hanno messo al mondo  lì i loro figli, che parlavano uno "slang" chiamato "flamano", un dialetto locale che è la fusione fra la lingua dei valloni e quella dei fiamminghi...

Mi spiace ma gli arabi sono diversi. Altre teste, altro cuore. Certo non saranno tutti uguali, ma non sono neppure come noi Italiani: brava gente. 
Italiani dentro un tunnel di una miniera belga


  Questa era l'accoglienza: per chi non sapesse il francese traduco: "VIETATO AI CANI E AGLI ITALIANI"






Prima di parlare di accoglienza non fatta bene e di emarginazione e povertà, quali cause dell'odio degli immigrati arabi, addirittura dei loro figli nati lì, come lo stragista dalla faccetta pulita arrestato pochi giorni fa, RIPASSATEVI LA STORIA e chiedetevi perché gli ITALIANI non hanno odiato nessuno!!!








Dolore insopportabile

Da: Il Messaggero

Strage Erasmus, i genitori di Serena in tv: «Torniamo a casa e ci uccidiamo»

«Io e mia moglie andiamo a casa e ci ammazziamo. Non possiamo pensare di vivere senza la nostra Serena». Lo ha detto a Pomeriggio 5, Alessandro Saracino, il padre di Serena, una delle studentesse coinvolte nel terribile incidente avvenuto a Tarragona, in Spagna. «Me l'hanno schiacciata, vedeste come è stata ridotta - ha proseguito Alessandro Saracino - quello che ora chiedo è che queste cose non accadano mai più. Non è colpa di nessuno, ma non è possibile che giovani che vengono in un Paese amico come la Spagna per studiare perdano la vita in questo modo così assurdo». 
Serena Saracino, 23enne torinese morta in Spagna


Serena era partita per l’Erasmus a febbraio per seguire il secondo semestre di Farmacia a Barcellona e avrebbe compiuto 23 anni il giorno di Pasquetta. Il papà appena saputo di quanto accaduto alla figlia si è messo subito in viaggio con la moglie, all'arrivo è stato subito accompagnato in Ospedale per il riconoscimento della salma avvenuto perchè la giovane ragazza indossava un anello del nonno. Nello schianto dell'autobus hanno perso la vita 13 ragazze, 7 delle quali sono italiane.​
Martedì 22 Marzo 2016, 08:26 - Ultimo aggiornamento: 08:33 
Per ciascuno di noi la Vita è qualcosa di diverso. Giacché, nonostante quello che ci viene ripetuto dalla Religione Cattolica nella quale io sono stata educata, NON siamo affatto TUTTI UGUALI. Il dolore per la perdita di un figlio può essere inaccettabile, non più compatibile con la nostra Vita.
Quanto accaduto rientra nella banalità delle vicende umane: un autista, che poteva essere di qualsiasi altro Paese Europeo, che non ha rispettato la prudenza dei riposi. Si è scusato dicendo che ha avuto un colpo di sonno. Come ci si può "scusare" per aver fatto senza volerlo un danno banale. Invece ha ucciso molte Vite, non solo quelle delle ragazze morte.
Richiamo qui sotto l'argomento GITE SCOLASTICHE che ho trattato in un post precedente:

Rita Coltellese *** Scrivere: Scuola: sempre più nell'assurdo

In Italia è invalso l'uso di scaricare sulle spalle di chi opera in certi settori Responsabilità di cui dovrebbero rispondere altri.
Basterebbe applicare il semplice buonsenso e un sano senso della realtà per individuare i colpevoli veri di certe situazioni.

Modi diversi di essere medici - Novelle Nuove

Novelle nuove

Modi diversi di essere medici

Il paziente si presentava difficile. Respirava a fatica, era vecchio e malandato. L'avevano ricoverato nel suo reparto dopo un intervento chirurgico fatto altrove. L'intervento sembrava riuscito, il paziente era stato dimesso, era passato del tempo ed ora l'avevano di nuovo ricoverato per dolori allo stomaco. Bisognava applicare un drenaggio con sondino nasogastrico per analizzare i succhi gastrici e per svuotare lo stomaco da gas che sicuramente gli provocava il dolore... ma lui non se la sentiva di farlo da solo. Il paziente era agitato, poteva avere delle conseguenze, anche se quel tipo di drenaggio era il meno invasivo..
"Accidenti! - Pensò con un po' di tensione. - Lo dovevano ricoverare proprio qui! Perché non l'hanno riportato nell'ospedale dove l'hanno operato! I guai li mollano tutti qui!"
Si decise a chiamare Gialuanni che tanto doveva venire a dargli il cambio alle h. 20:00. Non che gli facesse piacere chiedere aiuto a quello: era polemico ed aggressivo e aveva capito che il primario lo favoriva perché lui lo lisciava.. Dunque gli era ostile, ma da solo non se la sentiva di mettere quel drenaggio e la sua insicurezza gli fece superare ogni indugio.
"Ciao Pietro, sono io, Mauro, c'è un paziente che ha bisogno di un drenaggio.. Sì, lo so.. ma subito e.. si lo so.. Ma non puoi venire prima così lo facciamo insieme?"
"Hai bisogno di aiuto per mettere un drenaggio?" Rispose quello con freddezza. "Sei un chirurgo, perfettamente in grado di farlo da solo." Concluse gelido il collega, mentre pensava: "Stronzo, non sei capace, ti cachi sotto, ma prendi lo stesso stipendio che prendo io."
Mauro Andrei capì che quello non sarebbe venuto prima per aiutarlo e allora aspettò l'ora in cui sarebbe venuto a dargli il cambio. Guardò il paziente. Respirava male. Figurati con il sondino che doveva infilargli dal naso.. No, non voleva rischiare. Aspettò un'ora, poi la seconda ora... A 10 minuti alle h. 20:00 se la filò: temendo di incontrare quel satanasso di Pietro Gialuanni!

L'infermiera del turno di notte glielo disse subito: "Dott. Gialuanni il Dott. Andrei se ne è già andato."
"Come?! Se ne è già andato?! Senza dare le consegne?!"
"Brutto stronzo, - pensò con rabbia - miserabile! Ed io che a volte debbo aspettare i suoi ritardi e quelli di altri che non arrivano mai puntuali a darmi il cambio di turno!"
Si recò subito a visitare i pazienti, gli unici di cui gli importava, e scoprì che "il miserabile" non aveva fatto nulla sul vecchio per il quale lo aveva chiamato al telefono. "Non gli ha messo il drenaggio!" Disse scandalizzato all'infermiera che assisteva in silenzio. "Disgraziato! Per paura l'ha lasciato a me!" Pensò con rabbia e disprezzo senza dirlo.
Dette all'infermiera le disposizioni per effettuare subito il drenaggio e si mise all'opera con perizia e un sentimento di umanità verso quel povero vecchio che, a differenza del suo collega, non aveva ancora perso.    
Il drenaggio deve rimanere in sede per il minor tempo possibile; esso quindi deve essere prontamente rimosso non appena non sia più ritenuta necessaria la sua presenza. Infatti la permanenza in sede di un drenaggio può causare complicanze locali, quali l´infezione della cavità drenata, la compressione su visceri o su anastomosi, l'angolatura di anse intestinali...
Il Dott. Gialuanni, finita l'operazione, si dispose a passare la notte. Il paziente, senza sondino, ora riposava.

Qualche tempo dopo, in un altro Ospedale della grande città, un altro medico fu chiamato dal Pronto Soccorso: serviva la sua Specializzazione Chirurgica per un Codice Verde. Il Dott. Stefani era un Chirurgo Vascolare e quella sera non era in servizio, ma di reperibilità. Si precipitò in Ospedale e trovò un uomo di mezza età che era stato accompagnato al Pronto Soccorso dalla moglie, agitatissima, in quanto accusava dolore lombare. Al Triage lo avevano giudicato Codice Verde, ma qualcuno aveva predisposto subito per una TAC che aveva rivelato qualcosa di ben più grave: l'Aorta Addominale si stava dissecando! Stefani, avuta la TAC capì subito che l'uomo sarebbe morto in poco tempo se non si riparava la falla.
L'Aorta Ascendente e l'Aorta Addominale sono le arterie più grosse del corpo umano e la loro dissecazione, o fessurazione, porta a morte certa, in quanto, sotto la spinta della pompa del cuore, il sangue fuoriesce nel torace, se si tratta dell'Aorta che esce direttamente dal cuore, nell'addome, se si tratta dell'Aorta Addominale. Inoltre, sotto la spinta del sangue pompato dal cuore, la fessura si apre sempre più fino alla lacerazione dell'arteria e la morte.
Stefani sapeva che l'intervento era disperato. L'uomo non era ancora morto solo perché, probabilmente, il sangue aveva formato un coagulo che faceva da tappo momentaneo alla falla del tubo... Le arterie altro non sono che questo..
In questi casi intervenire è rischiosissimo per i chirurghi perché la morte sul tavolo operatorio può esserci sempre e nessun chirurgo la vuole. Non solo per il proprio curriculum, ma soprattutto perché la morte non è più accettata dalla mentalità corrente e dai medici ci si aspetta sempre il miracolo che, qualora non c'è e la morte vince sull'uomo, l'uomo non può essere che incompetente o, peggio, criminale. Molti parenti denunciano comunque, tanto, pure se si accerterà che non c'è né imperizia né dolo, loro non pagano niente e nessuno potrà chiedere loro i danni conseguenti alla loro inutile ed infondata denuncia. In mancanza di una legge forse sarebbe il caso che, una volta accertato che non c'è stato dolo né imperizia, ma semplicemente ha vinto la morte perché l'Uomo non può tutto su di essa non essendo Dio, il medico o i medici inquisiti comincino a chiedere i danni agli stolti denuncianti per l'infondatezza della loro denuncia.
Stefani, però, apparteneva ad una specie di Medici diversa da quella ad esempio di Andrei. E pensò solo a quello che poteva fare nel più breve tempo possibile per quella vita: per strapparla alla morte. Seguì l'istinto che l'aveva spinto a laurearsi in Medicina, e non pensò neppure un attimo alla cosiddetta "Medicina Difensiva", che ha indotto tanti medici a fare il meno possibile per evitare denunce, ormai all'ordine del giorno.
Il Dott. Stefani cercò quanto di meglio conosceva negli Ospedali della sua città e per primo chiamò l'Ospedale più importante del suo che costituiva il suo riferimento immediato, secondo i Protocolli Organizzativi della Sanità di quel Territorio. Fece quello che si fa in questi casi: telefonò. Quelli gli risposero subito di no, che il paziente in quelle condizioni era inutile trasportarlo nel grosso Nosocomio di riferimento del suo Ospedale. Ma Stefani, preso dalla sua passione di medico, non pensò a se stesso, non pensò di mandare un fax in modo che quelli dovessero rispondere per scritto il loro diniego... Chiamò un luminare della Chirurgia Vascolare che operava in un Ospedale come il suo: declassato per ragioni di economia, ma in cui, alla faccia della politica cieca che aveva operato tale declassazione, operavano chirurghi eccellenti. Il luminare accettò che il paziente a rischio di vita venisse portato in ambulanza a sirene spiegate nell'Ospedale dove operava. Stefani partì con la sua auto e la TAC attraversando la città come un pazzo, per arrivare almeno insieme all'ambulanza in cui era stato sistemato il paziente con altro medico a bordo.
Intanto, dopo la telefonata di richiesta del Dott. Stefani, si era messa in moto tutta la organizzazione dell'équipe del luminare che aveva accettato il rischioso intervento.
La sfida con la morte è quanto di più eccitante per chi fa il medico con la sicurezza della propria professionalità, e il Prof. Immagini si sentiva sicuro del fatto suo. Il Dott. Stefani, che conosceva da tempo, gli aveva parlato di un versamento da drenare prima dell'intervento ed egli fece svegliare alle 4 della notte il Chirurgo Gastrointestinale che ben conosceva l'Anatomia dell'Addome, per avere un valido appoggio mentre la sua équipe sarebbe intervenuta sul fessurando grosso vaso.
Quella notte il Dott. Gialuanni, Chirurgo Gastrointestinale, era di reperibilità e, quando fu svegliato dal telefono, pensò ad una urgenza nel suo reparto: invece gli dissero che dall'Ospedale dei Partigiani stava arrivando un paziente per la Chirurgia Vascolare la quale richiedeva anche la sua presenza per la sua specializzazione.
Pietro Gialuanni arrivò nel suo ospedale contemporaneamente all'ambulanza; il Dott. Stefani era già lì con il CD della TAC.
Il paziente era vigile, parlava, ed era anche in grado di firmare la liberatoria.
La fessurazione era ora di almeno 5 centimetri. "Non c'è tempo per drenare, - disse Gialuanni al luminare della Chirurgia Vascolare - e si rischia che con lo svuotamento venga anche via il coagulo che fino ad ora ha fatto da tappo."
Il Prof. Immagini capì al volo che Gialuanni aveva ragione e si iniziò l'intervento. L'anestesista, una giovane donna, aveva paura ad addormentare un paziente in quelle condizioni: "Se muore poi è colpa mia.." Disse. Si optò per una anestesia parziale. L'intervento riuscì alla perfezione. Il grosso vaso era riparato, la protesi al suo posto ma... il cuore si fermò di botto. I chirurghi iniziarono un estenuante massaggio cardiaco dandosi il cambio sfiniti.. Il Dott. Gialuanni, che non aveva neppure potuto toccare il paziente, attendendo la fine dell'intervento operatorio in Chirurgia Vascolare per poi intervenire per lo svuotamento dei liquidi dall'addome, dette il cambio ai colleghi nel massaggio cardiaco, ma il cuore non ne volle sapere di ripartire e, dopo un'ora di stimoli di ogni tipo, si arresero.
Non vi è nulla di più desolante e triste del senso di sconfitta di un'équipe chirurgica che ha tentato con ogni mezzo di strappare un paziente alla morte senza riuscirvi..
Inutile l'affanno, la tensione, la speranza del Dott. Stefani che non si era fermato di fronte al diniego, che non doveva esserci, del Nosocomio di riferimento. Egli, non avendo nel suo Ospedale una équipe adatta a quel tipo di operazione ad altissimo rischio, si era rivolto a chi aveva avuto modo di conoscere come persona valente nella sua Specializzazione... La sua corsa nella notte, con il CD della TAC illustrando la situazione al luminare nel più breve tempo possibile, era stata inutile.
Anche il luminare era rabbiosamente sconfitto: una protesi da ventimila euro inutile ormai...

La moglie, saputo che il marito era morto, urlò, pianse e corse a denunciare tutti.
Carabinieri, giudici, avvocati, un'altra macchina fu inutilmente messa in moto. Periti, autopsia..

Molti medici hanno perso la voglia e la gioia della loro professione. Stefani forse non correrà più nella notte a tutta velocità con la sua auto per la grande città portando con sé la speranza di una vittoria. La prossima volta egli chiamerà il grosso Nosocomio di riferimento e al diniego spedirà comunque l'ambulanza in quel riottoso Ospedale, che legalmente deve accogliere il paziente proveniente dall'Ospedale declassato, non importa se finirà nelle mani del chirurgo di turno, se forse non opereranno nemmeno dichiarando il paziente inoperabile.. Stancamente egli si sarà messo al riparo da ogni denuncia: avrà fatto quello che il protocollo burocratico gli impone. Il suo Ospedale declassato non può operare un'arteria importante che si sta aprendo come il tubo dell'annaffiamento ormai usurato, ed egli lo trasferisce nel Nosocomio di riferimento, in mani qualsiasi, affari loro..
Il luminare che ha fatto un'operazione perfetta non accetterà più nel cuore della notte di operare un paziente proveniente da un Ospedale declassato come il suo.. E si dirà con una punta di cinismo che avrà fatto risparmiare la comunità dei contribuenti non usando una protesi del valore di 20.000 euro!
Nessun entusiasmo, nessuna passione, nessun tentativo di vincere la Morte che signoreggia e se la ride, mentre ottusi e disperati parenti se la prendono con gli sconfitti.                 


lunedì 21 marzo 2016

Dal sito SPECCHIO ROMANO


Premio della bontà per una piccola poetessaRAFFAELLA LA CROCIERA
Appena usciti dal quadriportico del Verano, nel vecchio reparto del Famedio, accanto al monumento a Bruno Buozzi spicca una tomba candida, con la statua marmorea di una giovanetta che stringe nella mano destra un quaderno. Sopra la sua testa spicca la scritta “Premio della bontà 1954”. Qui è sepolta Raffaella La Crociera, piccola poetessa romana (23 novembre 1940 – 2 novembre 1954), eternata nella scultura del genovese Silvio Minaglia di S.Elia.
La sua storia commosse tutta l’Italia. Nell’ottobre del 1954 un violento nubifragio aveva colpito la costiera salernitana, mettendone in ginocchio le popolazioni. Gli alluvionati avevano bisogno di tutto e la Rai aveva aperto una pubblica sottoscrizione per raccogliere fondi. Dal suo lettino, dove giaceva da tempo per una malattia terribile, il lupus eritematoso cronico, anche una fanciulla di Testaccio ascoltava gli appelli radiofonici e si tormentava perché non aveva nulla da offrire a quei poveri bambini privati degli affetti più cari, delle loro case, dei generi di prima necessità. I genitori di Raffaella avevano speso tutti i loro averi nel vano tentativo di guarirla e lei non poteva nemmeno uscire di casa, lasciare quel letto di sofferenza. Le venne però un’idea: avrebbe potuto donare una poesia, qualcuno di quei versi con cui, fin da bambina, riempiva i suoi quaderni. Alla Rai arrivò una commovente lettera che accompagnava la sua composizione dal titolo “Er zinale”, termine dialettale con cui si chiama a Roma il grembiule di scuola:
“Giranno distratta pe casa, / tra tanta robba sfusa, / ha trovato: ah! come er tempo vola, /er zinale de scola. / Nero, sguarcito, / Un po’ vecchio e rattoppato, / è rimasto l’amico der tempo passato. / Lo guarda e come se gnente fusse / a quell’occhioni / spunteno li lucciconi, / e se rivede studente / allegra e sbarazzina / tanto grande, ma bambina. / Lo guarda e come un’eco risente / quelle voci sommesse: Presente! / Li singhiozzi, li pianti, / li mormorii fra li banchi, / e senti…senti… / pure li suggerimenti. / Tutto rivede e fra quer che resta, / c’è la cara sora maestra. / Sospira l’ècchese studente, perché sa / che a scola sua non ce potrà riannà. / Lei cià artri Professori, poverina. / Lei cià li Professori de medicina”.
Nel primo pomeriggio di domenica 31 ottobre Giovanni Gigliozzi, nella sua rubrica radiofonica “Campo de’ Fiori”, leggeva la poesia, comunicando agli ascoltatori l’intenzione di metterla all’asta per destinarne il ricavato agli alluvionati. Cominciò subito una gara di solidarietà a mezzo di telefonate, fino a quella – arrivata dalla Svizzera – della contessa Cenci Bolognetti, che si aggiudicò la poesia con l’offerta strabiliante per l’epoca di mezzo milione di lire. Raffaella non riusciva a credere alle proprie orecchie e a frenare la commozione: era riuscita a dare il suo contributo, e che contributo! Un giocattolaio romano decise di ringraziare la piccola poetessa donandole la più bella delle sue bambole. Ma il tempo di Raffaella era agli sgoccioli. Due giorni dopo la trasmissione lasciava questo mondo. La bambola arrivò, ma su un cuscino di fiori bianchi, appena in tempo per accompagnare il suo viaggio verso il camposanto.
Fu il senatore Ugo Angelilli, assessore capitolino alle Scuole, a comunicare alla famiglia l’assegnazione del Premio bontà “Livio Tempesta” alla memoria di Raffaella. Il 20 novembre il sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini, consegnava l’ambito riconoscimento nelle mani di Marinella, più piccola delle tre sorelle La Crociera. 
 
di Cinzia Dal Maso
07  settembre 2015

Mille modi per morire - Novelle Nuove

Mille modi per morire - Novelle Nuove

Il pensiero che si accende nella mente di un bambino non concepisce la morte, ma solo la gioia del vivere.
In questo racconto non vogliamo tener conto dei bambini sfortunatissimi che nascono afflitti da tali malattie o malformazioni che incontrano immediatamente la sofferenza e quindi pure il concetto di fine,  forse sentita anche come una liberazione da una vita avuta non interamente.
Ma non possiamo tener conto in questo racconto neppure di quei bambini sanissimi ma che si trovano in situazioni ambientali di inaudita e traumatica violenza, ai quali la morte viene imposta con visioni terribili e orrorifiche.
Non possiamo e non vogliamo perché altro dovrebbe essere il narrare e dovremmo raccontare di immenso dolore e sofferenza. Ma qui vogliamo riportare la storia di un bambino fortunato che vive traumi e malanni sopportabili e quindi egli "è vita" e non sa cosa è la morte, ma la incontrerà nel suo cammino come tutti, anche se non è mai per tutti uguale la sua scoperta, ad iniziare dai bambini sfortunati di cui abbiamo fatto cenno nell'incipit di questa novella.
Luigino si ritrovò vivo e felice, pieno di curiosità per tutto e non sapeva cosa fosse la morte.
Quando la incontrò per la prima volta aveva 4 anni e non ne fu traumatizzato perché forse non la capì fino in fondo. Era morta la nonna e l'avevano messa, con un fazzoletto bianco legato sotto il mento, dentro una spoglia cassa di legno, poggiata sul pavimento in semplice cemento grigio della grande cucina.  Nessuno badava a lui e la vasta cucina, con il camino speciale dotato di sedili a nicchia laterali  e un piccolo finestrino, sempre sporco di fuliggine, per guardare fuori stando seduti al calduccio, quel giorno era piena di gente che portava ceste di cibo che venivano posate poi sull'immenso tavolone, dove Luigino aveva visto per l'ultima volta la nonna intenta a preparare l'impasto per la pasta fatta in casa. Sua madre piangeva e i suoi zii pure e lui non capiva come in quello stato potessero mangiare tutta quella roba. Incustodito si avvicinò al viso della nonna per vederla da vicino: lui era poco più alto di quella cassa di legno grezzo e rimase intento a guardare il bel viso della nonna che sembrava dormisse. Nella sua mente bambina si affacciò allora il ricordo di qualche tempo prima, quando era ancora più piccolino e, in quella stessa casa, cercando qualcuno della famiglia si trovò ad attraversare la cucina vuota, salendo poi la breve scala di legno che portava ad alcune camere da letto e, sollevandosi sulla punta dei piedini, tirò il paletto che chiudeva la porta che si schiuse, mostrandogli la scena di due donne che reggevano i lembi di un lenzuolo, una dal capo ed una dai piedi, in cui era il corpo giallognolo di un vecchio di cui Luigino vide solo il capo reclinato con radi capelli bianchi e un braccio abbandonato e penzolante fuori da esso. Le donne dettero un grido vedendolo e: "Via, via, via!!!" Dissero richiudendo subitamente la porta sulla sua figuretta attonita, con il viso rivolto verso l'alto giacché, per entrare nella stanza, c'era ancora un altro gradino. Capì che quello doveva essere suo nonno, anche se nessuno gli aveva detto che era morto, o egli nella sua scarsa percezione della realtà, legata alla sua tenera età, l'aveva avvertito. Ma quel breve filmato rimase nella sua memoria fissandovisi ed egli capì cosa stavano facendo le pie donne secondo l'uso delle comunità contadine: stavano lavando il cadavere per poi vestirlo e prepararlo per l'ultimo saluto. Ne provò disgusto, per la ripugnanza che quel corpo giallognolo così abbandonato e nudo gli trasmise, insieme al pensiero, altrettanto ripugnante, dell'operazione pietosa che l'ufficio di quelle donne comportava.
Sua nonna invece, così vestita e quieta nel suo sonno apparente, non lo turbò.
Né lo turbò la visione della salma di zio Paoluccio, un vecchietto piccolo e magro, nonno di sue compagne di giochi, che vegliò in ginocchio insieme ad esse, come usava facessero anche i bambini più grandicelli in quei luoghi.
La morte come un sonno eterno, tranquillo, in quei visi composti di vecchi.
Ma crescendo Luigino preferiva vivere in città, in mezzo alla confusione e alla vita, tornare in quel mondo contadino, anche solo d'estate, gli dava un senso di scoramento e di paura, perché lì il cimitero era vicino al paesetto e ricordava alla vita che vi faticava che la sua fine ineluttabile era là, dentro quel campicello triste, con poche lapidi spoglie, molte croci e una cappellina con l'ossario in cui, gli avevano detto, esservi in una cassettina i resti di un altro suo nonno, morto prima che egli nascesse.
Quella vicinanza della morte con la vita lo opprimeva e avrebbe voluto tornare subito nella casa di città, dove il cimitero non si vedeva, era lontano, mentre le strade brulicavano di traffico, di gente e di vita. Una volta, accompagnato dalla mamma e da altre persone, ci era andato, ma non era triste come quello del paesino: c'erano statue che raccontavano la vita di quelli che erano dentro le tombe di marmo, piene di fiori. Una lo colpì: era la statua a grandezza naturale di una bambina che era morta a tredici anni per lupus; era una poetessa e aveva lasciato una poesia in dialetto romano che era un soffio di vita rimasta di lei: "...è n'sogno, n'illusione.. na' bolla de' sapone..".
Un giorno suo padre gli disse che un suo compaesano, certo Giulio di anni 25, era stato rimpatriato dal Canada dove era emigrato, presso una sorella che già viveva là, per cercare un lavoro che l'Italia non gli offriva.
"Ha un tumore, - disse - facendosi la barba una mattina si è scoperto un gonfiore sotto la mandibola. I medici non gli hanno detto la verità, l'hanno detta alla sorella e l'hanno rimpatriato perché malato e ha pochi mesi di vita, dicono 5".
Luigino aveva circa 15 anni e scoprì così che non solo il lupus uccideva poetesse tredicenni, ma anche il tumore.
Andò con il padre a trovare Giulio in ospedale: era un immenso stanzone, una corsia a tre file di letti, l'ospedale si chiamava Santo Spirito. Giulio gli strinse la mano sorridendo, Luigino pensò al fatto che egli era ignaro del suo breve destino e guardò con orrore l'enorme deformazione che il gonfiore, ormai esteso, aveva prodotto sotto la sua mandibola. Suo padre dopo avrebbe voluto che si lavasse la mano che aveva stretto quella del malato, ma Luigino, sia pure con timore, aveva stretto quella mano sapendo che certo quel male non si sarebbe trasmesso a lui per quella via, dato che i tumori non erano contagiosi. Ricordò quell'immagine di Giulio, sorridente nonostante il male, che seduto sul letto si piegava in avanti stendendo il braccio verso di lui per stringergli la mano in un saluto. Morì come da previsione medica dopo 5 mesi da quel momento.
Luigino in cuor suo avrebbe voluto che si sbagliassero almeno un po', ma purtroppo non fu così.  
La morte si annunciò in un suo cugino di secondo grado: era bello, biondo e più piccolo di lui di due anni. Aveva iniziato proprio quell'anno l'università, Corso di Laurea in Fisica. Si erano visti d'estate nel natio paesello dei loro rispettivi genitori, primi cugini, e avevano parlato dei suoi studi appena intrapresi. Pochi mesi dopo seppe che gli avevano diagnosticato un tumore al midollo spinale. Le cure durarono due anni, con grande sofferenza. Uno zio di Luigino, che riportava sempre notizie di morte e di sofferenze in genere ogni volta che Luigi lo incontrava, disse che era andato a trovare Gabriele in ospedale e che gli aveva detto: "Datemi una pistola che mi sparo." Luigi ne fu colpito dolorosamente, immaginando la sofferenza del cugino e il suo desiderio di liberarsene con un gesto disperato, e desistette dall'intenzione di andare a fargli visita in ospedale.
Dopo due anni di sofferenze morì all'età di 21 anni.
Queste morti non gli recarono timore o angoscia che potesse capitare anche a lui, ma piuttosto lo scoramento che provava da bambino quando sentiva troppo vicino il cimiterino alla vita del paesello, la morte troppo vicina alla vita.

Gli capitò di vedere per la strada un morto appena investito: l'avevano coperto con un lenzuolo bianco e qualcuno gli disse che l'uomo stava leggendo il giornale, seduto su una panchina nel giardinetto spartitraffico, ed un'auto era piombata su di lui. Luigi risalì in auto tremando e con le lacrime agli occhi per la commozione, per quella morte inattesa di quell'uomo sconosciuto che se ne stava tranquillamente a leggere il giornale in quel lembo di verde strappato al traffico.
Se c'è qualcosa di altamente variabile è la morte. Essa è certa, ma si presenta in varie forme, modi, tempi e circostanze.
All'inizio della sua vita giovane ed adulta Luigi aveva capito questo. Non se ne fece spaventare. Comunque visse. La morte lo sfiorò due volte: una volta per aiutare un amico che stoltamente si era messo in pericolo e stava affogando e, pur sapendo di rischiare, Luigi pensò in un attimo che, fra morire pure lui e vedersi morire l'amico davanti agli occhi senza aiutarlo, preferiva morire con lui. Mentre lottava con l'acqua che voleva ingoiarlo pensò a suo padre e a sua madre, che sarebbero impazziti di dolore quando avessero appreso del suo affogamento. Questo pensiero gli dette dolore, più del suo morire.
Ma si salvò insieme all'amico irresponsabile ed incosciente.
La seconda volta finì in coma per una improvvisa malattia e quando si risvegliò e gli dissero che era stato per morire disse convinto: "Se questa è la morte è senza alcuna sofferenza, morire così è dolce." Fu il riprendersi dopo che gli fece capire quanto il suo corpo avesse sofferto avvicinandosi alla morte: era molto debole, la mente sveglia ma il corpo non si reggeva nemmeno in piedi e cadeva a terra come un palloncino sgonfio. La ripresa fu lenta e Luigi non capiva cosa fosse avvenuto al suo corpo debole, aveva capogiri e nausee. Il coma, sia pur breve e non profondo, aveva cancellato alcune cose che gli erano abituali, come se non fossero mai avvenute. Ne era sorpreso. A poco a poco però quei ricordi si ripristinarono, tornarono ed egli scoprì come i ricordi possano cancellarsi dalla memoria, come se qualcuno avesse usato un'invisibile gomma da cancellare su un foglio di scrittura.
La vita riprese e continuò. Luigi non aveva paura della morte, solo pensandovi provava una sottile malinconia mista ad una consapevole rassegnazione.
Quando ebbe figli cominciò a preoccuparsi della sua eventuale morte per loro, per la mancanza del suo sostegno protettivo nei loro confronti.
Morì all'improvviso un suo amico a 39 anni, lasciando figli piccoli. Un altro amico comune ebbe una crisi di paura della morte, come se dovesse ingoiare pure lui dato che aveva la stessa età.  Luigi non capiva la ragione di quella angosciosa reazione emotiva, gli sembrò nevrotica. L'amico era morto in ospedale dove era stato ricoverato per problemi respiratori presentatisi all'improvviso mentre era in vacanza in Sila. L'avevano immediatamente soccorso quando era arrivata la crisi fatale, era stato intubato, ma i tentativi dei sanitari erano stati sconfitti. La morte aveva vinto nonostante fosse nelle mani di chi stava cercando di capire cosa avesse. Dopo l'autopsia dissero che aveva avuto tanti microemboli polmonari. Era forse allergico ed aveva respirato dei particolari pollini in montagna? No, era un frequentatore della montagna che amava più del mare, dunque non faceva immersioni, né fumava più da tempo. Ricostruirono che qualche tempo prima, dopo una nuotata in piscina, aveva avuto un dolore al petto. Niente di insopportabile e che era passato. Ipotizzarono che fosse stato un microinfarto che poi aveva forse portato quelle embolie...

Luigi tornò a vivere le morti degli anziani, come da bambino quando aveva assistito per la prima volta alla visione della morte senza saperne la causa: era la vecchiaia... dunque la fine ineluttabile della vita.
Suo padre veramente anziano non era: aveva 55 anni. Un ictus devastante gli dissero. Lui non lo vide giacché era morto nel sonno in una casa di campagna dove era da solo. Nessuno se ne era accorto e quando Luigi lo cercò gli dissero che era partito. Ma a Luigi non risultava, sapeva che suo padre era lì, e capì subito. Ordinò a distanza che aprissero la casa e così fecero: suo padre era morto da 10 giorni, come lui ricostruì in seguito interrogando chi l'aveva visto per ultimo. Fu una notte fra un mercoledì ed un giovedì, e la mattina dopo aveva dato appuntamento ad un contadino che doveva seminargli l'orto. Quello raccontò di essersi presentato la mattina del giovedì alle sette in punto come d'accordo, ma non vedendo il padre di Luigi pensò che fosse partito dimenticando il cancelletto aperto e glielo chiuse. Così, per dieci giorni, fino alla telefonata di Luigi a vicini conoscenti, dato che suo padre non aveva telefono, quella casa era stata la tomba di suo padre.
Poi la morte iniziò un bombardamento, parenti, amici... Ma anziani o vecchi.
"Si avvicina, - pensò - prima o poi colpirà anche me".
Sua suocera, 65 anni, era appena partita per le vacanze. Li chiamarono dalla casa estiva dicendo che stava male e di andare. Era già morta. Aveva fatto l'elettrocardiogramma di controllo due giorni prima di partire, soffriva di ipertensione arteriosa controllata da farmaci e voleva stare tranquilla. Tutto a posto le aveva detto il medico.
Quel giorno la figlia si sentì chiamare con voce strana, andò verso il bagno dove la madre stava controllando la lavatrice, la trovò, già con gli occhi che non la vedevano più, poggiata con le spalle al muro mentre scorreva lungo di esso fino a sedersi, la lingua fuori gonfia e bluastra. La figlia gridò: "Mamma, mamma!" Ma in pochi istanti, minuti forse, lei non c'era più. Fu un aneurisma dell'aorta.
Fu la volta poi di una parente di sua cognata: 65 anni, al ritorno dalla spesa della mattina fatta con suo marito, lo lascia un momento per un subitaneo bisogno di andare in bagno. Entra, alza la tavoletta, forse per un bisogno improvviso di vomitare, ma cade a terra con i denti serrati, morta per infarto.
Poi morti annunciate dai soliti tumori: sofferenze, cure, interventi chirurgici, poi morte comunque.
Tre fumatori, tre tumori polmonari con istologia diversa.
Uno, fumatore da quattro pacchetti di sigarette al giorno, ha un abbassamento di voce. Pensa ad un mal di gola, invece è un microcitoma che gli ha paralizzato un nervo della gola. Luigi apprende che quel tipo di tumore è inoperabile e che l'unico modo per rallentarne la micidiale corsa verso la morte è la devastante chemioterapia. L'amico muore a 60 anni.
Un altro ha avuto un tumore da fumo di altro tipo che, se preso in tempo, avrebbe potuto essere arrestato con la chirurgia coadiuvata dalla chemioterapia. Ma lui se ne è accorto solo quando ha iniziato a ridere senza motivo: il medico, consultato telefonicamente da un suo familiare, ha capito che si trattava di un sintomo delle metastasi cerebrali. Inutile ormai la chirurgia e di lì a poco è sopraggiunta la morte.
La terza è una donna che muore poco più che sessantenne. Qualche anno prima aveva espettorato del sangue. Un parente medico le evita un chirurgo, accademicamente titolato, ma macellaio per chi conosce quella professione, e la indirizza ad un chirurgo di cui si dice sniffi cocaina, ma indubbiamente bravo.  Spostandole solo due costole, senza nessun taglio demolitivo, il chirurgo bravo la libera dal tumore legato al fumo. Ma 5 anni dopo il tumore torna e questa volta la ghermisce e la porta a morte.
Luigi ha accettato la morte per sé, ma non potrebbe mai accettarla per le persone che ama. Vive senza pensare a questa possibile realtà perché ne ha paura.
Ormai sa dell'immenso orrore della morte imposta da uomini ad altri uomini, in passato e nel presente che lui sta vivendo, e pensa che questo non smetterà mai, giacché non c'è progresso di civiltà che abbia potuto cambiare questa orribile attitudine dell'uomo ad uccidere: singoli ammazzamenti e stragi su grandi numeri, l'uomo dà la morte ad altri uomini.
Per questo Luigi, ormai non più Luigino, ha orrore dei cadaveri e delle religioni che, non accettando la morte, imbalsamano i cadaveri, mantenendoli quali reliquie. Ogni volta che gli è capitato di visitare Musei in cui erano esposte le mummie dell'Antico Egitto, egli ha provato un disgusto senza fine alla visione di quelle bende macchiate dai liquami, emessi da quei corpi, pur nella imbalsamazione.
Nella sua città, ad una mostra di antichi reperti provenienti dalla Cina, Luigi è rimasto fermo, con tanta altra gente, davanti ad una teca in cui, coperta da tanti pezzetti di avorio tenuti insieme dall'oro, giaceva la mummia di un uomo di potere dell'antica Cina. Il cadavere mummificato non era visibile se non nella forma umana interamente ricoperta da quella sontuosa veste d'avorio ed oro, ma ugualmente Luigi ha provato disprezzo e ripugnanza insieme al pensiero della superbia arrogante di quel morto, che aveva pensato di rendersi preziosamente eterno rivestendosi di una veste costosissima, il cui valore avrebbe potuto essere usato in modo migliore, ad esempio sfamando gli schiavi e i poveri del suo tempo, invece di rivestire la sua spoglia in disfacimento.
La madre di Luigi era una donna pia e spesso lo recava bambino con sé in Chiesa. Mentre la madre era intenta alla preghiera, Luigino girovagava per la Chiesa di turno, giacché sua madre amava frequentarne diverse, di cui la loro città era piena. Erano Chiese Cattoliche e in molte, negli altari laterali, mettevano nel sottoaltare delle teche illuminate in cui giaceva la salma imbalsamata di un santo; per fortuna non in tutti gli altari... E Luigino, camminando, girava con circospezione il capo di lato, sperando che nell'altare laterale ci fosse solo marmo anche sotto, ma se capitava che ci fosse una salma rigirava orripilato la testa e guardava avanti, verso l'altare principale.
Questo uso necroforo della religione della sua famiglia lo impauriva da piccolo e lo disgustava totalmente da grande. L'uso di reliquie, come un pezzo di osso del santo o il suo sangue, lo trovava ripugnante e per lui nulla aveva a che fare con un'idea soprannaturale e mistica di un eventuale Dio.
La superstizione, più che la religione, ispirava quei "credenti" che mostravano una manifesta necrofilia, facendo addirittura la fila per "ammirare" il cadavere imbalsamato di un vecchio, dichiarato dalla Chiesa Cattolica santo, acconciato con cera sul viso per nascondere e mistificare il disfacimento operato dalla morte.

Luigi pensava a quel cantante popolare romano che, amando la vita, pur essendo nato poverissimo ed avendo lottato con la sua bella voce per farsi strada, sapendo di dover morire perché il suo cuore cedeva, si dice che abbia detto: "Vita sei bella! Morte fai schifo!"

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A margine di questa novella voglio ricordare la piccola poetessa di cui ho riportato il monumento funebre nella foto. Si trova nel Cimitero Monumentale del Verano a Roma. Pubblico la sua storia nel prossimo post.