giovedì 20 gennaio 2022

Sanita' allo sbando

 Da dove iniziare?

Dalla Liguria dove una persona amica mi dice che con un sospetto tumore la Sanità non può assicurare quanto scritto nell'impegnativa: cioè la lettera B che significa Urgenza (la più grave e che deve essere assicurata nei tempi più brevi è la U).

Ma in Liguria non riescono nella ASL a dare la prestazione nei tempi stabiliti dalla lettera B. L'esame viene eseguito dunque oltre i termini richiesti nell'impegnativa del Medico curante... Per certi problemi di salute si sa... intervenire in tempo è fondamentale!

Allora ecco che uno dei parametri che il Sistema Sanitario si è dato non c'è...

La regola che non viene rispettata non è più regola. Non c'è. Non esiste. Non può esserci a volte e a volte no... Tutto diventa incerto, non ci si può contare.

Spostiamoci nella Provincia Autonoma di Trento. Hanno l'Autonomia, sono più piccoli di una Regione, quindi tutto dovrebbe essere più facile... E invece no. Un'insegnante vaccinata totalmente e che ha il Green Pass si ammala ugualmente, risulta positiva al covid, guarisce, il tampone risulta negativo ma non le viene restituito il Green Pass e non può tornare a lavorare... Chiama il numero messo a disposizione dal Sistema Sanitario ma risulta eternamente occupato, potrebbe tornare a Scuola ma non può. Il Preside deve attuare una farraginosa procedura di sostituzione, chiamare una supplenza temporanea convocando da una lista vari nominativi, fare il contratto a chi avente titolo si presenta... Per pochi giorni un lavoro enorme di telefonate, mail, scrivere, scrivere, scrivere.. Ed è uno dei tantissimi adempimenti che un Preside deve fare ogni giorno, tutti urgenti, non rinviabili... Ma questo, gente che pretende di fare giornalismo ma non è degno neppure di vendere i giornali all'edicola, non lo sa... Ma questo è un altro capitolo triste di questo povero Paese...

Torniamo all'esempio Sanità della Provincia Autonoma di Trento... La Professoressa segnala l'anomalia su Facebook e.., sarà casuale, la situazione si normalizza: arriva il messaggio e l'insegnante potrà tornare alla sua cattedra: ma ha perso già così 2 gg. di lavoro, e altro ne è stato provocato alla Dirigenza Scolastica della sua Scuola, perché la ASL non ha fatto il proprio dovere.

Andiamo nel Lazio: testimonianza personale. Diabetica senile dai 62 anni, lo sono da 13. Ho il codice esenzione per un Diabete mellito controllato blandamente con un farmaco orale: la Metformina.

Non essendo una fissata della misurazione della glicemia lascio scadere il Piano Terapeutico. Spiego cosa è: un Diabetologo del SSN emette un calendario annuo con precise scadenze in cui il diabetico potrà, previa ricetta del Medico di base, ritirare in Farmacia gratuitamente l'occorrente per misurare la glicemia a casa autonomamente.

Un anno fa con l'impegnativa del Medico di base così scritta: PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO prenotai attraverso il Recup (Centro di prenotazione regionale) la visita specialistica dal Diabetologo per avere il Piano Terapeutico Annuale. Mi prenotarono alla ASL di Velletri RM.

Avrei voluto invece tornare dove mi avevano diagnosticato il Diabete mellito: Policlinico Tor Vergata, il Centro riprodotto in immagine:


 Come si può leggere è un Centro dedicato e per qualche tempo ho potuto riprenotarmi per i controlli annuali semplicemente con la richiesta del Medico di base.

Poi tutto è cambiato e nella prenotazione non mi era più permesso di scegliere il Centro dove ero seguita: dovevo accettare quello che l'impiegato del Recup trovava libero, essendo tale Centro talmente richiesto da sentirmi rispondere dall'addetto "che hanno chiuso le prenotazioni e non si sa quando le riapriranno".

Un anno fa sono finita a Velletri da un Diabetologo che non mi conosceva e che non rivedrò mai più, credo, dato il sistema adesso in auge nella Sanità Regione Lazio. Questo gentile Dottore mi ha misurato la pressione, la glicemia e fatto il Piano Terapeutico. Nel porgermi il foglio che qui pubblico mi ha detto: "Ora non dovrà rifare la visita quando avrà bisogno del Piano Terapeutico, basterà questo foglio per rinnovarlo ogni anno". Oggi ho ricordato quanto mi disse il Dottore che appose la sua firma su questo foglio alla mia Dottoressa di Base, la quale con tono secco mi ha detto che "nessuno può mai avermi detto una cosa simile". Io posso sbagliare, ricordare male, ma poco tempo fa una Farmacista, a cui ho chiesto lumi su questa cosa che mi venne detta un anno fa, ha confermato che: "così era stato deciso per via del Covid-19, per alleggerire le procedure burocratiche già appesantite dalla pandemia, ma queste disposizioni poi le hanno cambiate" . Nello spazio di un anno.


Dunque si può dire pirandellianamente "Così è se vi pare". Per la mia attuale dottoressa di base me lo sono sognato, per la Farmacista, che riceve ed evade le ricette per il materiale per i diabetici in base al Piano Terapeutico, invece questa disposizione c'è stata, sia pure poi cambiata per tornare ad una burocratica imposizione di andare a visita dal primo Diabetologo libero per avere il pezzo di carta che consente di ritirare lancette e striscette.

La nuova dottoressa di base mi ha fatto l'impegnativa con la stessa dicitura di quella dell'anno passato, fatta dalla mia precedente Medico di base:  PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO. Il Recup mi ha trovato un posto presso un Policlinico che rispetto alla mia residenza è a Km. 50, andata e ritorno Km. 100. Immagino sia del Vaticano, ma in convenzione con la Regione Lazio, esattamente come il Policlinico Gemelli...

A questi signori l'impegnativa NON è andata bene: non potevano darmi la prestazione anche se vedevano benissimo sul monitor che ho l'esenzione 013250. Motivo: "Il suo Medico di base ha scritto  PRIMA VISITA DIABETOLOGICA - PRIMO ACCESSO, invece doveva scrivere CONTROLLO, doveva mettere la parola CONTROLLO. Mi spiace ma così non possiamo darle la prestazione, a meno che non togliamo il codice 013250 e lei paga il ticket come se non avesse l'esenzione. Mio marito che era con me ha detto di pagare e lasciar perdere. Così pur essendo esente ho pagato il ticket. Inutile far notare che l'anno passato con identica dicitura NON avevo pagato il ticket. Certo, essendo diabetica dal 2008 trovavo strano che il Medico di base scrivesse PRIMA VISITA, ma mi fu spiegato che il SSN così voleva per darmi la visita specialistica in esenzione. Adesso invece volevano la parola, in fondo più realistica, CONTROLLO,  ma non ho capito ugualmente come hanno fatto a prendere per buona l'impegnativa, di cui pubblico copia, in cui c'è il mio codice esenzione, ignorandone l'aspetto esente e facendomi pagare la prestazione. L'impiegato dell'accettazione del Policlinico intestato al creatore della Caritas mi ha detto: "Chieda spiegazioni al suo Medico di base." Come se fosse colpa di un suo errore. 



Ben diversa è stata la spiegazione dell'indignata Medico di base che mi ha spiegato che decidono autonomamente le strutture ospedaliere in cui si viene prenotati: hanno un numero di Prime Visite e un numero di Controlli: hanno deciso loro che non potevano accettare una Prima Visita e l'hanno fatta pagare.

Ebbene, non credo che una Sanità Regionale che consente ciò sia nel lecito. 

giovedì 13 gennaio 2022

Strani suicidi: Liliana Resinovich come Mario Biondo

Il caso della signora Liliana Resinovich, ritrovata cadavere a Trieste dentro un folto boschetto facente parte del parco dell'ex Ospedale Psichiatrico, mi ha fatto pensare al tristissimo caso di Mario Biondo a cui ho dedicato già un post su questo Blog.

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/04/blog-post.html

La similitudine sta che nel caso di Liliana, ancora sotto indagine, si parla di possibile suicidio come un Tribunale spagnolo ha invece già decretato che lo sia stato nel caso di Mario Biondo, pur essendo in entrambi i casi due stranissime modalità suicidarie, al limite dell'irreale.

Liliana si sarebbe suicidata andando a piedi da casa sua (giacché non risultano auto parcheggiate nei paraggi che possano essere fatte risalire a lei) al posto dove è stata ritrovata cadavere, percorrendo un tratto di strada che Google Maps da percorribile in circa 22 minuti. Dopo di che, avendo portato con sé l'attrezzatura per il suicidio costituita da due grandi sacchi neri in plastica uso rifiuti e due più piccoli, avrebbe infilato il suo corpo dalle gambe dentro uno dei sacchi neri, avrebbe poi infilato dalla testa il secondo sacco nero tenendo con una mano i due sacchi più piccoli e da dentro questa gabbia in plastica che ne limitava i gesti sarebbe riuscita a calzare in testa i due sacchi più piccoli stringendoseli alla gola fino a morire soffocata.

Il giornalismo ignorante di cui disponiamo in abbondanza scrive che dal risultato dell'autopsia risulta che la causa della morte è da attribuirsi a ‘scompenso cardiaco acuto’.

Il Medico che ho in famiglia mi dice che in ogni morte c'è scompenso cardiaco acuto: aggiunge ironicamente che nel morire il cuore si ferma e questo si chiama scompenso cardiaco acuto.

Dato che aveva ben due sacchetti infilati in testa e fissati al collo gli inquirenti, cautissimi, hanno aggiunto che "forse è morta per soffocamento" e non respirando, aggiungiamo noi pensanti, è intervenuto lo ‘scompenso cardiaco acuto’...

Questo può essere un suicidio?

Con la stessa ipotesi realistica di quello attribuito a Mario Biondo. Non ripeto quanto riportato nel post a lui dedicato di cui ho dato in questo post il link: un uomo del peso di almeno Kg. 80 appeso con una sciarpa senza nodo scorsoio ad una libreria in cui appaiono innumerevoli ninnoli per soprammobili sugli scaffali di cui non ne è caduto nemmeno uno! Per morire impiccati (senza nodo scorsoio (?)) il corpo ha degli spasmi, delle contratture, ma i ninnoli non si sono mossi.

La ricostruzione nel caso di Liliana come in quello di Mario Biondo, se non si vuole passare per pazzi fuori dalla realtà, deve necessariamente essere un'altra e non è nemmeno difficile ricostruire la trama gialla che ha portato chi li ha uccisi a decidere di farlo, sia nel caso dell'una come nel caso dell'altro.

In un caso, quello di Liliana, il lavoretto l'ha fatto in prima persona chi si riteneva da lei danneggiato, nel caso di Mario Biondo qualcuno ha fatto il lavoretto per chi temeva quello che Mario aveva scoperto, qualcosa che avrebbe danneggiato la sua immagine e carriera, qualcuno che aveva relazioni con gente che ne sarebbe stata a sua volta coinvolta e che aveva i mezzi per rendere l'inchiesta sulla morte del giovane ridicola e piena di inspiegabili lacune.

E' tutto così chiaro che sarebbe ottimo materiale per scrivere due realistiche novelle gialle. 

https://www.blogsicilia.it/palermo/mario-biondo-madrid-mistero-riaperto/589924/


 

 

martedì 4 gennaio 2022

Ilda "la rossa"

Alberto Nobili, magistrato, che Ilda Boccassini nel suo libro chiama "compagno", mai marito, ma che sui giornali appare sempre come "il marito" e padre della sua secondogenita Alice, ed erroneamente spesso indicato come anche il padre di Antonio Pironti, suo primogenito frutto del suo primo matrimonio di cui l'ex magistrata parla nel libro "La stanza numero 30 - Cronache di una vita"

Di Ilda Boccassini non penso né bene né male, sapendo di lei soltanto quello che ci mostrano i media.
Certo avevo notato, in un filmato su una riunione pubblica, il suo intervento subito dopo il terribile avvenimento dell'uccisione di Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e alla scorta, tranne l'autista miracolosamente salvo, in cui Ilda non aveva nascosto il suo dolore personalissimo per questa tragica morte dicendo chiaramente che l'assassinio di Giovanni Falcone la toccava personalmente. 
Pensai a sentimento di vicinanza per il lavoro svolto insieme, per gli stessi ideali, che quella tragica morte cancellava con violenza inaudita. Pensai all'affetto e alla stima che la collega e amica personale nutriva per il grande magistrato.
Ora ella nel libro rivela che lo amava anche come donna, senza avere nulla a pretendere della sua vita intima.
Molti commenti ho letto sulla stampa su quella che a molti è sembrata essere una vera relazione adulterina fra Giovanni Falcone ed Ilda Boccassini, provocando anche la reazione della sorella di Falcone Maria: Le parole di Maria Falcone. «Quel che allarma innanzitutto - afferma - è che sembra si sia smarrito ormai qualunque senso del pudore e del rispetto prima di tutto dei propri sentimenti (che si sostiene essere stati autentici), poi della vita e della sfera intima di persone che, purtroppo, non ci sono più, non possono più esprimersi su episodi veri o presunti che siano e che - ne sono certa - avrebbero vissuto questa violazione del privato come un’offesa profonda».
In realtà leggendo è chiarissima la confessione di Ilda sui suoi sentimenti verso Giovanni Falcone ma nei fatti, così come raccontati, non vi è nulla di esplicito su rapporti intimi intercorsi fra lei e il magistrato ucciso, non essendo l'invito a fare una nuotata insieme e lo sfiorare una mano, o il viaggio di lavoro in aereo in top class in cui confessa di essersi stretta a lui al suono di una canzone di Gianna Nannini  beandosi di quel confortevole viaggio e della sua vicinanza, rivelazione di consumazione di un vero rapporto fra amanti...
A me possono apparire resipiscenze, ricordi, di attimi per lei, innamorata dell'uomo ammirato e stimato, preziosi, mentre per lui (ma non può confermare o smentire) forse solo cedimenti condiscendenti verso una collega per cui si prova  affetto e considerazione e di cui si avvertono il corteggiamento e i sentimenti che, non potendo corrisponderli, non si vuole offenderli con drastici gesti respingenti.
Pensare ad una consumazione di un rapporto su un aereo, quando a pochi passi ci sono le hostess e i rappresentanti delle Forze dell'Ordine facenti parte della delegazione che accompagnava i magistrati in missione, mi pare azzardato.

Giovanni Falcone era un bell'uomo anche per i miei gusti, intendendo per bell'uomo quello che per molte donne non è comprensibile: i gesti, la voce, il modo di muoversi e di esprimersi, oltre alla personalità e all'intelligenza.
Capisco quindi che Ilda Boccassini possa essersene innamorata pur avendo un compagno, il padre di Alice.
Dal libro autobiografico si evince che ella è di temperamento appassionato e focoso: è rimasta incinta che doveva ancora laurearsi pur non essendo un grandissimo amore, dato che è durato poco e, racconta la magistrata, il suo matrimonio finì presto in una separazione e lei si ritrovò a condurre un difficile ménage fra studio e concorsi con un bambino ancora piccolo.

Ha avuto amori di cui uno stabile con il padre di Alice anch'esso finito visto che nel 1993 Nobili si è creato una nuova famiglia.

Giovanni Falcone ha avuto una prima moglie sposandosi a 25 anni: Rita Bonnici. Ma lei non tenne fede all'impegno e si innamorò di un collega di Giovanni: il magistrato Genna. il matrimonio finì. In seguito conobbe Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e con lei è morto nella strage di Capaci.


Rita Bonnici Genna nel 2014









Ma il libro di Ilda Boccassini non è soltanto l'autobiografia dei suoi sentimenti: è molto di più. E' il racconto del suo lavoro impegnativo e coinvolgente che, se vi siete mai interessati a capire i fatti di Mafia, è molto chiarificatore di alcuni aspetti giudiziari di cui lei si è occupata.

Si scopre, inoltre, quanto sia difficile "fare Giustizia", come sia facile sbagliare e finire sotto accusa sia magistrati che poliziotti. 

Si scopre la cattiveria e la meschinità fra colleghi dell'ambiente giudiziario, esattamente come in ogni altro ambiente, senza eccezione, anche se scoprirlo fa paura al pensiero che costoro hanno in mano la vita della gente, come i Medici...

Ammiro le scelte fatte da Ilda Boccassini di dedizione totale al suo lavoro. L'ammiro perché le ha fatte consapevolmente sapendo di sacrificare il rapporto con i suoi figli e la sua vita sentimentale.

Io ad esempio, non avrei mai potuto allontanarmi dai miei figli, non solo per un fatto affettivo, ma ancor di più per uno spietato senso del dovere verso di loro, per i loro minuti bisogni a cui io mai avrei potuto sottrarmi o deputare ad altri. Il senso di colpa mi avrebbe distrutta, apparendomi, come è sempre stato, il tempo sottratto a loro dai miei studi o per qualsiasi cosa mi riguardasse, un atto egoistico, giacché loro, ogni loro esigenza, veniva prima di ogni cosa. La responsabilità di averli messi al modo mi ha sempre vincolato all'obbligo conseguente di dare loro tutto il possibile di me stessa, senza far mancare mai la mia presenza per ogni loro piccola o grande necessità. 

Per fare quello che ha fatto Ilda Boccassini ci vuole coraggio. Il coraggio di sopportare i propri sensi di colpa pur di perseguire quella che si sente come una missione: il suo lavoro totalizzante anche se l'ha fatta anche molto soffrire.

Quello che mi chiedo e chiedo alla Boccassini, qualora le capitasse di leggere il mio commento al suo libro, è se lei giudice trova giusto quanto riportato dai giornali sull'incidente di cui sua figlia Alice è stata protagonista: avrebbe investito un Medico mentre egli con le buste della spesa in mano attraversava sulle strisce pedonali. Il Medico è morto in seguito per i traumi riportati. Sua figlia era su un motorino. Nell'immediato sembra si sia trovato sul posto (siamo a Milano) il Capo dei Vigili Urbani che sembra lei, Ilda, conoscesse. Sono fra coloro che hanno firmato per due raccolte firme per la Legge sull'Omicidio Stradale e per quanto ne so se si uccide qualcuno non rispettando alcune regole ci sono delle aggravanti. Ma scopro che per le strisce pedonali l'aggravante non c'è: "la reclusione da due a sette anni, a carico di “chiunque” cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale.

se si investe un pedone che si accinge o sta attraversando le strisce pedonali, non si risponde della fattispecie aggravata, in quanto l’ipotesi aggravata di reato non contempla il fatto di investire un pedone sulle strisce pedonali." Bene, ma il controllo immediato per l'alcool test e per le sostanze che alterano la mente il test si deve fare. Ma a sua figlia sembra che non fu fatto. Le sembra giusto? Infine, visto che il reato prevede la reclusione da due a sette anni come mai a sua figlia Alice sono stati inflitti solo 9 mesi?

Il suo libro è molto interessante per i tanti fatti che ci svela, visti dal suo punto di vista che sento sincero, e fra le innumerevoli faccende mi spiace e mi colpisce che per la faccenda Scarantino i giudici che gli hanno creduto sono andati prosciolti da ogni possibile accusa, mentre come al solito "volano gli stracci" e nel 2021 abbiamo ancora tre poliziotti sotto accusa.

Pentito Scarantino non ha confermato le accuse ai magistrati

di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 5 febbraio 2021

 

a Caltanissetta è in corso un processo contro tre dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, membri del gruppo Falcone-Borsellino che indagò sulle stragi mafiose del '92 di via D'Amelio e di Capaci. I tre, secondo l'accusa, avrebbero in qualche maniera manovrato le dichiarazioni rese da Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta
 
Ilda Boccassini ieri





 
Ilda Boccassini oggi

giovedì 30 dicembre 2021

Povera Pazza e la legge del contrappasso dalla Raccolta "Novelle Nuove"

 

Povera Pazza e la legge del contrappasso

 

Raccolta "Novelle Nuove"

 

 

Capiva con chi stava parlando al telefono da come si esprimeva: distingueva anche con quale dei figli, perché a ciascuno parlava secondo come era quel figlio.

Con la figlia aveva sempre una nota serena, lieta.. Con uno dei figli maschi era sempre conciliante, essendo il più difficile da prendere per i mutevoli umori. Con il più piccolo era normale, essendo quel figlio un carattere sereno e molto preciso.

Ma capiva, da come parlava, anche se all'altro capo del filo c'era un suo amico e, dagli argomenti, quale amico.

Non che si mettesse ad ascoltare, le bastava sentire passando oppure poteva trovarsi nella stessa stanza quando qualcuno chiamava al telefono e lui rispondeva.

Forse erano i tanti anni trascorsi insieme o forse era solo la sua empatia o entrambi.

 

Squillò il telefono diretto. Lui rispose. Da come dovette difendersi dal non essere stato trovato al cellulare o ad altro telefono pensò fosse il figlio polemico, poi capì.

Cercò di seguire la televisione accesa continuando a mangiare. Erano a pranzo. Pezzi della breve conversazione le arrivavano lo stesso nonostante cercasse di non sentire, avendo capito chi fosse.

"Sono vecchio, sì.." Rispondeva lui gentilmente ironico.

"Vai a ballare? Ne sono felice!" 

"Dove? In una casa o... Ah, in un locale! Bene, divertiti!"

"Certo, io sono vecchio, vado a cena da mia figlia.. Cosa dici? Tu sei giovane? - Rise senza cattiveria - Ma certo, sei giovane e dunque fai bene ad andare a ballare. Auguri anche a te!"

Chiusa la telefonata rialzò il volume del televisore e guardò verso di esso riprendendo a mangiare.

 

Lei lo guardò e con tono neutro ma annosamente comprensivo disse: "Tua sorella."

"Si, - sorrise lui continuando a seguire con gli occhi lo schermo televisivo - ha detto che va a ballare perché lei è giovane mentre io sono vecchio. Certo ho compiuto da poco 80 anni.."

"Ma lei ne ha 76!" Pensò la moglie che ne aveva 73, ma non disse niente. Come al solito c'era ben poco da dire.

Suo marito portava visivamente così bene i suoi 80 anni che quando li dichiarava suscitava in tutti meraviglia e complimenti.

La Povera Pazza, come ormai dentro di sé la chiamava impietosamente Anna, la moglie, aveva inanellato la sua vita di scelte che erano state altrettante zappate che si era date sui piedi da sola.

Pensò che quel dichiararsi giovane a quella tarda età, più che felicità, esprimeva una reazione ad una inevitabile depressione nel ritrovarsi sempre da sola nelle Feste principali. Aveva iniziato ormai anziana a cercare gruppi di aggregazione umana pur di non vivere nel deserto che si era creata intorno nei rapporti affettivi veri. Li chiamava amici ma erano solo compagnie superficiali che nulla sapevano di lei, di quello che era stata nella sua vita.

Anna aveva molti cari amici e amiche. Le veniva naturale legare con le persone. Era vera, semplice, naturale, curiosa e interessata agli altri, aperta a parlare di sé, anche dei suoi problemi familiari o di salute, pronta ed interessata all'ascolto degli altri e dei loro problemi.
Quando conobbe Povera Pazza, che si chiamava Liliana, le sembrò naturale che diventassero amiche ma si trovò davanti una persona respingente che assumeva atteggiamenti di superiorità senza ragione alcuna. Si sentì dire: "Ho tre anni di più, non è possibile essere amiche, tre anni di più è una generazione!"
Anna era stupita. Aveva un paio di amiche che avevano giusto tre anni più di lei.
Poi l'aggredì perché si scoprì che covava odio verso chi aveva una cultura che lei non era stata in grado di raggiungere.
Complessi di inferiorità l'abitavano inducendola ad atteggiamenti di importanza fondati sul nulla, coadiuvata in questo da una madre profondamente stupida che credeva Liliana importante perché aveva un lavoro di segretaria in una filiale di una Società con sede principale a Milano, e diceva che sicuramente il fatto che avesse la patente di guida doveva suscitare invidia in chi non l'aveva ancora conseguita, magari solo perché non aveva raggiunto l'età minima di legge per prenderla...
Anna non aveva mai incontrato persone di così limitata visione della realtà e meschinità di pensiero.

Nessuno che sia intelligente coltiva complessi di inferiorità. Chi è intelligente cerca di raggiungere i propri obiettivi, magari con fatica, ma non si crogiola nei propri limiti odiando chi ritiene possa avere qualità che vorrebbe per sé, non cerca di porvi rimedio assumendo per reazione atteggiamenti di superiorità senza basi e senza costrutto.
Anna non pensò subito che fosse malata. Lo capì a poco a poco. Fino alla diagnosi che venne però molto tempo dopo.

L'atteggiamento verso suo fratello, più grande di lei di quattro anni, così dotato di volontà da conseguire una laurea in Ingegneria Aerospaziale pur lavorando in fabbrica per aiutare il bilancio familiare, era stato di orgoglio finché questi non aveva trovato finalmente l'amore in Anna.
A quel punto era iniziata un'insana gelosia che, se nella madre poteva spiegarsi con un complesso edipico rovesciato, Anna pensò "Ha il complesso di Giocasta" scoprendo poi, leggendo libri di Psicologia, che esisteva realmente, in Liliana si spiegava solo nel fatto che ormai quel fratello era di quella donna e non più il faro intellettuale di una famiglia altrimenti senza luce culturale.
Oltre lei anche il fratello minore aveva faticato negli studi.
Attaccava criticamente il fratello su ogni cosa ed era ostile con la sua fidanzata poi moglie.
Anna assisteva a offese continue nei suoi riguardi e critiche in quelli di suo marito per lei inaccettabili, ma volendo bene a lui e non volendo creare lacerazioni non chiese mai a suo marito di troncare quei rapporti umilianti.
Lui non si spiegava quell'atteggiamento né sviluppava un comprensibile rancore. I suoi genitori, d'altra parte, lungi dal correggere la Povera Pazza l'assecondavano difendendola da ogni possibile reazione del fratello maggiore.
Anna trovava tutto questo patologico visto che suo marito aveva provveduto ad aiutare il padre nel mantenimento familiare per diversi anni e si era laureato spesandosi totalmente per i suoi studi.

I passaggi illogici in Liliana erano la normalità. Tre anni di più costituivano una generazione di differenza aveva detto, non avendo altra superiorità da contrapporre ad Anna di cui avvertiva differenze da sé nei modi, nel linguaggio, nel comportamento, di cui Anna stessa non si rendeva conto, ma lo capì a poco a poco assistendo a continue sceneggiate recitate dalla Povera Pazza.

Esempio: desco domenicale  a cui suo marito non poteva sottrarsi per la abnorme suscettibilità della madre.
Liliana rivolta ad Anna: "Tuo marito ti dovrebbe dare lo stipendio di infermiera, donna di servizio e prostituta, perché una moglie è tutto questo!" Il tono è sempre di grande sicurezza e superiorità.
Ha da poco lasciato un fidanzato che, si è appreso, le diceva cose umilianti del tipo: "I miei genitori non possono venire a conoscere i tuoi che non hanno neppure dei quadri alle pareti!"
"Ma che volgarità! - Pensa Anna per l'uscita della Povera Pazza, stupefatta sia dalla miseria di un simile pensiero sia dal mancato richiamo dei genitori .
Poi pensa che lo sfumare di un matrimonio atteso per cinque lunghi anni con quello che la madre ritiene un ottimo partito le ha provocato la sindrome "della volpe e l'uva": ciò che si vorrebbe ma non si può avere si disprezza, e a farne le spese è sempre Anna.
"Questa folle perché non dice anche alla madre queste squallide assurdità? Oppure a Caterina, la moglie del fratello minore..."

Ma Caterina era stata per la Povera Pazza un partito preso! Non bastando alla sua rabbia quello che faceva da sola, cercò nella bruttina fidanzata del fratello minore un'alleata per criticare e sminuire Anna e suo fratello colpevole di amarla.

Caterina non le provocava le stesse sofferenze mentali dovute all'invidia, sia per l'aspetto, sia perché compagna del fratello ritenuto meno intelligente del maggiore.

Iniziarono poi insinuazioni continue sulla fedeltà del marito di Anna, senza alcun fatto che le alimentasse, se non il desiderio pazzo e malato di Liliana che così avrebbe voluto che fosse.
Il lavoro del marito di Anna doveva svolgersi anche di notte per particolari misure tecnico scientifiche che, peraltro, dovevano avere continuità e dunque non conoscevano interruzioni di giorni festivi. Questo induceva la malata Liliana a fare ammiccanti insinuazioni su "chissà cosa invece faceva di notte suo fratello". Anna era stupefatta non più dall'evidente volontà di colpire lei calunniando il fratello, quanto dall'ignoranza di Liliana che, pur essendole nota, non finiva mai di stupirla. Eppure gente non particolarmente scolarizzata trovava normale lo svolgersi del lavoro del marito di Anna.
Per contro, del tutto casualmente, scoprì che anche il fratello minore a volte svolgeva lavoro notturno, pur facendo tutt'altra professione in cui tale evento appariva meno spiegabile.
Nella mente della povera pazza c'erano due canali di interpretazione della realtà totalmente separati: gli stessi eventi, che in un fratello venivano interpretati in senso negativo, in quello ritenuto meno dotato non erano messi in rilievo.
Quando questi dovette stare due mesi lontano da casa per un lavoro in Svezia "le svedesi erano diventate tutte brutte", secondo la malata.
Bisogna dire che se Liliana era così i suoi genitori che non la correggevano non erano da meno.
La madre, quando il suo figlio maggiore dovette stare negli USA per alcuni mesi per lavoro, teneva su il morale della nuora Anna, incinta e con due bambini piccoli, dicendole cose dello stesso tenore delle insinuazioni di sua figlia
E che dire del padre: un omino completamente succube di queste due donne senza opinioni personali.
Eppure Anna non disse mai che era pazzo.
Ma ci pensò Caterina che, pur assecondando per opportunismo quella triste compagnia che la favoriva, ne vedeva l'anomalia e, un giorno, disse che Liliana era pazza, malata e il padre pure. Anna pensava che Caterina era squallida nel suo comportamento verso di lei e verso suo marito, tenuto insieme al suo altrettanto meschino consorte per  compiacere Povera Pazza, che in cambio elargiva loro aiuto e favori di ogni tipo, oltre alla sconcertante negazione della realtà negativa che li riguardava, sostituita da lodi per ogni cosa li riguardasse, ma era ben conscia dello stato di quelle persone pur servendosene cinicamente.
In quella circostanza il marito di Anna intese difendere solo suo padre dicendo che lui non era pazzo.

La non reazione del fratello maggiore alle critiche e agli affronti, perché superiore a quella meschina follia, ma forse anche vile nel non voler affrontare inevitabili scontri, e la volontà di Anna di non abbassarsi al livello meschino di quella mente e di coloro che, per interesse, la assecondavano, fecero sì che Liliana, come una mosca cieca impazzita, continuasse per una vita intera a mantenere i due canali di interpretazione della realtà sui due fratelli ben distinti.

Anna a poco a poco prese le distanze dalla Povera Pazza osservandone le scelte e le follie che diceva, le realtà che negava e quelle che inventava deformandole per vantare la vita dei componenti della famiglia di quel fratello che cinicamente la sfruttava. Finché crollò, non riuscendo più, anche per l'età, a star dietro a tutti i carichi che per quella famiglia si prendeva. Finì in clinica psichiatrica e la diagnosi fu psicosi e la cura l'elettroshock.
"Per una vita intera ho subito con mio marito questo rapporto insopportabile con una pazza." Pensò Anna, rendendosi conto che averla appellata "Povera Pazza" non era cattiveria, ma clinica realtà.
Questa diagnosi però non creò in Anna alcuna compassione.
"Ci sono persone malate che non proferiscono malvagità in continuazione e sempre verso le stesse persone, non è comunque meritevole di pietà fino al punto di cancellare un atteggiamento univoco durato una vita intera."
Non reagire mai, assistendo ad una serie infinita di comportamenti ingiusti, meschini, miserabili e calunniosi era stata una scelta per Anna ma l'aveva resa indifferente a quella folle persona.

Sempre pronta a criticare ferocemente Anna e suo marito trovò ogni giustificazione al fatto che il fratello minore, a cui faceva ogni tipo di servigio, tipo lasciare l'ufficio per andare a preparare il pranzo per la moglie di lui, che lavorava solo mezza giornata, per poi tornare al lavoro fino a sera, non si trovò quando il comune padre morì. Mentre il marito di Anna e uno dei loro figli lo assistettero per tutta l'agonia.
Il giorno del funerale alcuni parenti ignari si rivolsero a quel figlio di Anna perché accompagnasse a casa la Povera Pazza facendole compagnia. Anna guardò la figlia del fratello minore che taceva senza avere la dignità di dire: "No, vado io. Noi non c'eravamo quando nonno è morto, c'era lui che gli è stato accanto fino alla fine, ora tocca a me." Né la madre, Caterina, a cui la Povera Pazza preparava i pranzi e anche la cena da portarsi a casa, disse nulla. Né suo marito che con l'intera famiglia era stato assente, in vacanza..
Anna allora, di fronte a quella miserabile vigliaccheria, disse  qualcosa per difendere suo figlio, traumatizzato da un'agonia urlata, devastante, poche parole trovate al momento per impedire quell'ennesima ingiustizia. La Povera Pazza fece finta di nulla, né richiamò nessuno di quegli egoisti al dovere di restituire un po' di ciò che prendevano da lei.

Lo schifo di quelle finzioni era indimenticabile per Anna.

Ma le parole trovate al momento da Anna risparmiarono a suo figlio quell'ennesima ingiustizia.

 

La maldicenza in cui aveva trovato sfogo tutta la vita la sua malata invidia veniva ascoltata da Caterina con piacere. Senza arrivare alla distorsione della realtà della Povera Pazza, essendo una persona sana, Caterina era però piccola e meschina. Aveva dunque le sue piccole malignità.

Quando si sposò la figlia di Anna, mentre gli sposi si allontanavano dal ricevimento di nozze, disse con un maligno sorriso: "Speriamo nella durata"

La pazza Liliana mise del suo dicendo con un sorriso di superbia che la nipote, figlia di Caterina, "farà un vero matrimonio", rivelando così implicitamente che non riteneva un vero matrimonio quello contratto dalla figlia di Anna essendo Matrimonio Civile, dato che gli sposi erano entrambi non credenti.

Forse esiste una legge del contrappasso nelle umane cose perché il matrimonio della figlia di Anna andò benissimo e durò felicemente e a lungo.

Quando si sposò la figlia di Caterina con un divorziato, con matrimonio in Chiesa annullato dalla Sacra Rota per la facciata, giacché già vivevano insieme da anni ed avevano addirittura un figlio grandicello, tutto normale: nessun commento malevolo, anzi! Quello fu per la Povera Pazza "il vero matrimonio"!

Anna fino a quel momento ancora comunicava nel suo modo trasparente, che usava con tutti anche con quelle persone, non avendo nulla da nascondere, ed aveva detto della separazione poi seguita da divorzio dei genitori di suo genero.

La Povera Pazza un giorno aveva commentato con soddisfazione che "lì era tutto uno sfacelo".

 

Al pidocchioso pranzo di nozze della vantata nipote, Anna vide per la prima volta i suoceri di lei: per tutto il tempo stettero seduti distanti, senza scambiarsi nemmeno un segno di conoscenza, ma Liliana non disse nulla su quella evidente anomalia. I pettegolezzi Povera Pazza li faceva solo da una parte: quella che riguardava il suo fratello maggiore, inventando ciò che non c'era, mettendo in cattiva luce realtà come il divorzio dei suoi consuoceri, ma tacendo sull'evidenza che si rivelò agli occhi di Anna durante quel misero rinfresco. Misero per taccagneria, come era stato per la Prima Comunione di quella nipote, non certo per mancanza di mezzi. Un modo di essere, di quella cognata che dominava sul marito, che dimostrava la sua assenza di un minimo di signorilità, nonostante pretendesse di ostentarne una presunta, seguendo in modo grottesco mode che lei riteneva fossero indice di finezza.

Per tutto il tempo dello scarso rinfresco la consuocera di Caterina la intrattenne vantando la sua gioventù in quello che doveva ritenere un quartiere altolocato: Ponte Milvio.

Oggi famoso per un film e un amore metallaro fatto di lucchetti, nella gioventù di quella donna come in quella di Anna, che era cresciuta nel quartiere Prati, abitare a Ponte Milvio non era propriamente da quartieri alti, per usare un eufemismo.

Per educazione Anna non lo disse ma dentro di sé ne rise, ricordando certi commenti che si facevano a scuola su chi abitava in quella zona, ritenuta un posto inferiore sia a Prati che al quartiere della Vittoria da cui provenivano la maggior parte dei suoi compagni di scuola.

 

E che dire del "vero matrimonio", così lo aveva definito Liliana, della figlia di Caterina con il divorziato poi annullato "davanti a Dio": il marito "era una persona importante" all'interno della Casa Editrice sponsorizzata dal Partito di cui il padre aveva la tessera da una vita. Raccomandandosi da iscritto e militante il padre lo aveva "sistemato" come impiegato dentro tale Casa Editrice che, entrata in crisi economica per il blocco dei finanziamenti statali, lo aveva messo in cassa integrazione. Ma per Liliana  "era una persona importante" perché si arrabattava a tenere la contabilità residuale della piccola Casa Editrice quale cassaintegrato, e lui "sapeva fare un po' di tutto, capiva come si versano i contributi ai dipendenti".

Anna ascoltava la Povera Pazza senza commentare ma pensando che quell'uomo non era neppure laureato e nella vita tutto quello che aveva saputo fare era farsi mettere dal padre in un posto e, una volta messo in mobilità, non aveva saputo trovare altro.

Inutile fare paragoni con suo genero, Ingegnere che, lasciato volontariamente un lavoro in una Società di Informatica, ora faceva il Professore.

 

D'altra parte i paragoni, tutti a favore del fratello minore e di tutte le persone, le cose e i fatti a lui legati, con il maggiore e le persone, le cose e i fatti a questi legati, li aveva fatti sempre lei, Liliana,  patologicamente.

Prima di conoscere la famiglia di suo marito Anna non aveva mai fatto paragoni con nessuno.

Certo, di fronte a tanto, fu inevitabile che ai suoi occhi si rivelasse il contrario di ciò che la realtà manipolata da Liliana voleva dimostrare. Se non aveva mai pensato di quanto, all'opposto, le  persone, le cose e i fatti che riguardavano suo marito, fossero di qualità migliore e, purtroppo per Povera Pazza, superiore alle persone, le cose e i fatti che riguardavano il suo fratello minore, Anna lo aveva scoperto proprio grazie ai paragoni della folle.

 

Certo era anche l'esempio materno, unito ai suoi scarsi studi scolastici, ad averne fatto una donnetta meschina, a cui si era unita una vera e propria patologia.

La madre faceva paragoni fra sua figlia e gli altri supponendo invidie nei riguardi della figlia che lei vedeva bellissima, e che erano proiezioni della sua anima meschina e invidiosa.

Da questo esempio con il quale era cresciuta Liliana non aveva saputo evolversi né punto né poco.

Quando conobbe Caterina trovò nell'ascolto che quella le diede, molto divertita, lo sfogo della sua frustrazione nei riguardi della cultura del fratello maggiore e della sua adeguata compagna.

Questa poi aveva il difetto di essere molto fine e molto graziosa.

 

Liliana usò Caterina come contraltare ad Anna facendo paragoni tutti a favore dell'una e a sfavore dell'altra. Usare Caterina era un modo, per la sua frustrata psiche, per spostare il paragone da sé che sentiva perdente.

Caterina si prestò volentieri senza vergogna che si potesse pensare che la cosa le faceva piacere, fatto che meravigliò Anna la quale, pensando ad una situazione rovesciata, si sarebbe sentita in grande imbarazzo ad essere coinvolta nel fare disdicevole della reciproca cognata e che si potesse lontanamente pensare che la cosa potesse farle piacere, essendo per lei segno di sentimenti miseri.

 

Così il teatrino grottesco, Caterina compiacente e assolutamente priva di autocritica, si sviluppò per il resto della vita di Liliana, con Anna spettatrice silenziosa dapprima stupefatta poi via via malignamente divertita.

Arrivava a dire  a Caterina frasi del tipo "sei la più bella del mondo", pur essendo la donna quel che si dice "un tipo" non avendo lineamenti armoniosi.

Per contro cercava il pelo nell'uovo sull'aspetto di Anna: la derideva dicendo che era troppo magra, mentre lei, Liliana, aveva la tendenza ad ingrassare.

Non le fece mai un complimento sul suo aspetto e, se qualcuno vedeva in lei la somiglianza con questa o quell'attrice e lo diceva in sua presenza, con faccia scura diceva: "Io non ti ci vedo per niente".

Quando Anna dovette ricostruire un dente le disse che si vedeva che era diverso dagli altri, anche se il dentista aveva fatto invece un ottimo lavoro, ma tacque sulla dentatura rifatta di Caterina tutt'altro che gradevole.

Quando Anna si fece le mèches disse che non andavano più di moda, anche se lei stessa erano anni che le faceva...  

Caterina a lungo andare o era stata contagiata o per la sua natura misera ogni tanto imitava la comune cognata. Così, quando Anna si tinse i capelli di biondo e persone che non l'avevano conosciuta bruna, il suo colore naturale, apprendendo che era tinta le dicevano che credevano fosse bionda naturale tanto quel colore le era congeniale, Caterina parlando di una presentatrice bionda disse: "Non mi piace, tutto quel giallo!" Spostava, come Povera Pazza, il paragone in via indiretta, ma l'oggetto della denigrazione si capiva che era sempre lo stesso.

Anna aveva una bella voce e spesso cantava in auto ed era accaduto che, guidando  suo marito e in presenza della sorella di lui, cantasse canzoni di musica leggera. Suo marito aveva scherzato rivolto alla sorella dicendo: "Capisci perché non accendo l'autoradio?!" Orgoglioso della bella voce di sua moglie e inconsapevole, forse volutamente, del rodimento di Liliana che non disse una parola di commento.

In compenso vantò Caterina che secondo lei cantava bene. Cantava sì, ma solo in falsetto non avendo note basse...

Alla fine Caterina forse ci aveva preso gusto ad essere vantata nella sua mediocrità.

Per l'ignorante Liliana Caterina era persona colta, anche se aveva un diploma quadriennale e vagheggiando di iscriversi all'Università doveva fare un anno integrativo, cosa che non fece rinunciando.

Anna, iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, abbandonò gli studi quando i carichi familiari divennero troppo onerosi, ma mai sentì apprezzamenti sulla sua cultura ma, mentre ancora dava esami, si sentì dire da Povera Pazza: "Studiare Medicina imbruttisce, imbruttisce molto".

Anna ci pensò un po' senza capire, poi capì che la poveretta forse voleva dire abbrutire; non disse nulla né sull'ignoranza linguistica né sul fatto che studiare il corpo umano, le malattie e il dolore non è abbrutente, tutt'altro.

Anna era abituata dall'educazione familiare al risparmio e sapeva scegliere abiti graziosi senza gli sprechi continui di denaro di Liliana e anche di Caterina. Il risultato era che Anna passava per una persona elegante e riceveva complimenti in tal senso da tutti, anche da persone ignare della malevolenza delle due cognate a cui facevano i complimenti per l'eleganza della loro comune cognata senza sospettare di dare loro un dispiacere.

Le due non capivano che non è il costo degli abiti, ma il sapere scegliere quello che va bene per il proprio aspetto, gli accessori per valorizzarlo che fanno l'eleganza.

Così, non potendo che accettare il fatto dato che veniva loro detto da altri, un giorno Anna le sentì dire in sua presenza che la cugina Maria, una che spendeva anche più di loro, risultava più elegante di loro che spendevano tanto anche se "spendeva di meno".

"Ma parlate di Maria che spende patrimoni in vestiti?" Le colse in fallo Anna, molto divertita dall'ennesimo "spostamento" per non citarla direttamente.

Dato che tutti conoscevano le abitudini di quella parente le due si confusero, visto che spesso avevano commentato i costosissimi abiti di Maria. Ridendo dentro di sé Anna non disse: "Chi è dunque che risulta più elegante di voi pur spendendo meno?"

A 54 anni Caterina si precipitò a farsi togliere delle macchie sul dorso delle mani per un precoce invecchiamento della pelle.

A 70 si fece fare delle iniezioncine sulle labbra per far sparire le rughette verticali che vi erano comparse. La modifica della linea del labbro superiore non sfuggì all'occhio ormai ironico di Anna che, per una strana legge del contrappasso, contro tutte quelle cattiverie e negazioni della realtà, non aveva rughe, cosa che con meraviglia veniva rilevata da tutti.

Anna, graziata dalla legge del contrappasso che sembrava farsi beffe di quelle due signore, vide le prime macchie di pelle sulle mani a 75 anni.

Altri aspetti più che alla legge del contrappasso erano legati alla stupidità proterva delle due donne: l'una sana ma che si sopravvalutava anche grazie alle vanterie della malata, l'altra decisamente fuori dalla realtà. 

Pur spendendo molti soldi in abbigliamento, essendo incapaci di vero buongusto personale ma inseguendo la moda del momento, vestivano in modo grottesco a volte, visibile soprattutto alla distanza nel tempo quando, nel rivedere foto di eventi comuni, l'estremismo di certa moda imposta mostrava l'aspetto caricaturale.

Come le scarpe verdi serpentate con punta lunghissima, assolutamente antianatomica per il piede, che per un breve periodo la moda aveva proposto al pubblico e che lo spirito critico ed indipendente di Anna aveva immediatamente trovate orribili e ridicole, e che invece Caterina aveva indossate destando la nascosta meraviglia di Anna per l'insopportabile cattivo gusto.

Per non parlare del cappottone lungo fino ai piedi di Povera Pazza, costato chissà quanto data la moda del momento, indossato per il matrimonio del caro fratellino con Caterina e scelto di un color vinaccia, abbinato ad un altrettanto ridicolo cappellone a larga falda di identico colore. A rivedere quella mise a distanza di tempo nelle foto, risaltava l'eccessiva aderenza ad una moda imposta a chi, seguendo senza autocritica i suoi dettami, risultava quasi una caricatura.






 

Nonostante Povera Pazza, alias Liliana, dopo il ricovero in clinica psichiatrica avesse iniziato a manipolare di meno la realtà, Anna colse ancora, non senza ironia, alcune frasi patologiche: la figlia di Caterina avrebbe passato la Pasqua "dai suoceri".

Anna ridendo dentro di sé avrebbe voluto chiederle: "A casa di lui o a casa di lei?"

Gente che al secondo matrimonio del figlio era stata a larga distanza, ignorandosi peggio che due estranei, e la cui anomalia non era stata registrata da Liliana, ora diventava un vago "dai suoceri", a fronte della chiarissima e mai nascosta situazione dei consuoceri di Anna definita da Povera Pazza "tutto uno sfascio", i quali però si frequentavano civilmente con i rispettivi nuovi coniugi nelle circostanze necessarie riguardanti i figli o la salute di ciascuno...

In fine la malata accennò ad una presunta nobiltà dell'impiegato cassintegrato per via del cognome preceduto da un "Del". Del Monte, Del Donno, Del Torrione, Del Castiglio... Quanti nomi in Italia sono preceduti dalla particella Del, e nessuno si ritiene per questo di discendenza nobiliare. Ma tant'è... Il cassintegrato, divorziato, annullato da Sacra Rota si chiama Del Torrione! Vuoi mettere?!

 

sabato 18 dicembre 2021

I Racconti di una cattivissima vecchia 14°: "Distanza consigliata metri 1 per Covid"

 "Distanza consigliata metri 1 per Covid" 

 

Il grande magazzino è di quelli che vendono un po' di tutto a prezzi buoni. Qualche difetto però lo ha: quando vai a pagare 2 volte su 5 capita che la cassiera ti dice :"Non accetta la carta." E succede in particolare in quel magazzino.

Ora anche i governi hanno stabilito che i commercianti debbono accettare il pagamento elettronico per disincentivare il contante, e questo per più di una ragione.

Questo magazzino però non lo fa apposta a non ricevere bene questo tipo di pagamento, non credo che sia perché esso è più tracciabile ai fini fiscali, dato che debbono comunque rilasciare scontrino fiscale... Credo che abbiano proprio loro un sistema difettoso.

La scena del rifiuto mi secca e dico sempre: "L'ho appena usato dal benzinaio e funzionava.." La cassiera prova una volta, due.. Alla fine il pagamento va a buon fine. Ma intanto che noia  dover ridigitare più volte il pin senza che sia tu ad averlo sbagliato ma loro ad avere un sistema difettoso.

Oggi ero con mia figlia. Nel fare gli acquisti lei è un poco più lenta di me, dunque io ero già alla cassa e prima di lei si è messo un altro cliente riempiendo dei suoi acquisti il nastro trasportatore. Pago e dato che la cifra era di euro 14,90 la cassiera passa il mio Bancomat con il contactless. Ma poi: "Non lo prende." - Fa dispiaciuta anche lei per l'intoppo. Ed io come al solito faccio presente che ho usato il Bancomat poco fa al Conad ed aveva funzionato. Lei mi prega con gentilezza di fare il Pin. Ma, altro difetto che ha la cassa di questo grande magazzino, la tastiera per digitare sta prima del séparé in plastica, anche quello messo per le provvidenze anticovid, ed io mi debbo spostare tornando di poco indietro dove è il cliente che viene dietro di me.

Ci sono cartelli all'ingresso a ricordare il distanziamento da rispettare e il giovanotto sembra ricordarsene scostandosi qualche passo indietro, dato che il tastierino obbliga me a stare in un punto preciso mentre lui ha spazio a iosa.  Mentre sono in posizione scomoda a digitare il Pin inopinatamente il giovanotto, che si era dapprima educatamente spostato, mi viene da dietro addosso sulla spalla toccandomi nel piegarsi verso la sua merce che sta sul nastro in attesa dicendo "Scusi.". Mi giro seccata e gli dico : "Ma il metro?!" La cassiera intanto mi dice che il Pin è errato. E' possibile visto che lo stavo digitando quando quello mi è venuto addosso. Di solito cerco di coprire l'operazione con il corpo o con l'altra mano e mi è sembrato ancora più stolto che quello, per aggiustare meglio la sua merce che stava immota sul nastro, mi venisse dietro proprio a pochi centimetri del tastierino, oltre a non rispettare affatto le regole anticovid.

Ripeto seccata l'operazione mentre mia figlia in coda oltre il giovanotto mi chiama facendomi cenno e dicendomi che paga lei con la sua carta visto che la mia non funziona. A quel punto mentre ripeto il Pin seccatissima le rispondo: "Ma no! Non è la mia carta! Non hai visto poca fa al Conad?! Funzionava! E' qui che non va, sono loro!" Poi rivolta alla cassiera, un poco mortificata dalla mia evidente seccatura, dico:"Qui succede spesso, solo da voi!"

Insomma, se non ci fosse stato l'intervento inopinato e senza senso del giovanotto che mi è venuto addosso proprio mentre stavo digitando il Pin distraendomi, per la doppia ragione di proteggere il mio codice segreto e la mia prevenzione covid, forse non mi sarei seccata così tanto. Anche perché di certo la  cassiera non ha colpa se tengono un collegamento così traballante, ma nemmeno la direttrice che era lì vicino ed ha visto la scena, la quale avrà sicuramente fatto presente al gestore l'inconveniente e so bene che non dipende neppure da lei se poi il gestore non provvede.

Ma a riprova della incapacità a saper rispettare le regole comportamentali da parte di certa gente e di scaricare l'anomalia sempre su chi glielo fa notare, mentre mi allontanavo ho sentito che la cassiera mortificata commentava che non poteva farci nulla se la linea non funzionava bene e il giovanotto stolto coglieva l'occasione per scaricarsi da ogni responsabilità dicendo: "Ma se la signora è matta che ci vuol fare!"


 

 

venerdì 10 dicembre 2021

Morti per mano di pazzi

Il recentissimo fatto di cronaca nera riguardante il Docente Universitario di Tarquinia ucciso a 50 anni, probabilmente per mano di un paranoico che perseguitava una donna di 39 anni e vedeva nel povero ucciso un rivale, mi ha fatto pensare alla povera Nada Cella, uccisa molti anni fa, il cui caso è stato recentemente ripreso in esame seguendo una pista di una probabile assassina accecata, anche in questo caso, da un'insana gelosia. 

In entrambi i casi, dai fatti che vanno via via emergendo, le persone oggetto delle fissazioni paranoiche non avrebbero in alcun modo alimentato ed orientato gli assassini verso coloro che sono diventati le loro vittime.
Sembrerebbe dunque che nel chiuso dei loro malati cervelli costoro si siano fatti un film e da tali deliranti costruzioni sarebbero scaturiti i delitti.

E' qualcosa che turba molto, perché fa pensare che ciascuno di noi può essere esposto ad una simile imprevista sorte essendo inconsapevole del pericolo che suo malgrado si sta addensando sulla propria testa.
Nel caso di Nada Cella, comunque, gli inquirenti hanno nutrito e nutrono tutt'ora dubbi sul comportamento del datore di lavoro di Nada riguardo atteggiamenti ambigui che egli avrebbe avuto nei rapporti con la sospettata assassina.
 
La donna sospettata dell'omicidio di Nadia Cella

 
Insomma che egli, per arginare le aspettative della donna che aveva delle mire su di lui, si sia fatto schermo con l'ignara Nada, millantando ipotetici legami.
Avrà la 39enne ricercatrice fatto la stessa cosa per arginare il suo molestatore che ha assassinato il Professore di Tarquinia?
 
Da: Radio Colonna
Per l’omicidio è stato fermato dai carabinieri Claudio Cesaris, un 68enne originario di Pavia, che aveva lavorato come tecnico all’università in un laboratorio di eco-etologia dei vertebrati del Dipartimento di Scienze della terra e dell’ambiente.
Claudio Cesaris

 
Si può perdere una vita umana per mano di folli più o meno influenzati dalle millanterie di persone che con le vittime non avevano alcun rapporto?
Sembra allucinante, anzi lo è, e la stupidità, unita alla superficialità, può mettere in pericolo gente ignara dei castelli che si sono costruiti su di lei.

Di ben altro tenore, quanto a danno, ho assistito ad una millanteria vanesia di un tale che ha scatenato la gelosia di una folle con conseguenze grottesche per lei e per lui, che è stato smascherato.
Una mia giovane collega, felicemente fidanzata, ha risposto al telefono dell'ufficio dove anch'io lavoravo e, invece di una normale telefonata di servizio come se ne ricevevano tante in quella struttura pubblica, dall'altra parte c'era la voce volgare ed isterica dell'amante del tecnico  dell'Officina meccanica facente parte della nostra Sezione. Costei urlando ricopriva di insulti la povera fanciulla di 19 anni minacciandola e dicendole di "lasciar perdere il suo uomo". La ragazza è scoppiata a piangere comunicando agli esterrefatti colleghi presenti quanto accaduto. Tutti abbiamo pensato che il tecnico aveva un'amante pazza ma che a costei certi nomi doveva averli fatti lui, inventando attenzioni a lui rivolte che nessuno si sognava di avere, tantomeno un fiore come la mia giovane collega, vista l'età avanzata di questo tecnico e la sua figura insulsa e priva di ogni interesse anche per persone della sua stessa età anagrafica.
La mia collega si rivolse al Direttore della Sezione che, chiamato il tecnico dell'officina, gli fece una ramanzina, invitandolo ad un comportamento responsabile che non coinvolgesse persone del nostro luogo di lavoro che nulla avevano a che fare con le sue vicende affettivo sentimentali, e intimandogli di non dare il numero di telefono dei nostri uffici a tale persona che con lui intratteneva rapporti privati, la quale non doveva permettersi più di effettuare di tali telefonate.
Questo episodio (ce ne furono altri di diverso tenore, ma sempre improntati ad una grottesca follia che coinvolgeva il tecnico millantatore e la sua folle amante) mi fece scoprire menti che, dietro un'apparente normalità, nascondevano deliri inconfessati in cui coinvolgevano gente innocente quanto ignara.