giovedì 14 ottobre 2021

MADRE - Cap. XII

 Capitolo XII

Non poteva disporre di soldi per poterla condurre da uno Psichiatra in privato, né poteva parlare con suo padre della sua intenzione. Per quanto egli amasse sua figlia c'erano argomenti che lo rendevano nervoso e che sicuramente avrebbero provocato un litigio fra loro.

Rita se poteva evitava. Le erano sufficienti le tensioni quotidiane che viveva nella sua famiglia, così esigua ma densa di problemi e lei era stanca giacché i problemi dei suoi genitori la tenevano in uno stato ansioso perenne. Quello di suo padre, il bere, non era riuscita a risolverlo: gliene aveva parlato, con imbarazzo estremo, quando era sobrio. Lui era evidente che se ne vergognava ma in maniera altrettanto evidente non era in grado di dominare quella sua debolezza. Aveva sostenuto quel colloquio aperto da sua figlia umiliato, senza quasi guardarla in faccia.. Riusciva a non bere solo quando lavorava, e questo era già molto. Il guaio era che usciva poi per "svagarsi un po'" con i suoi "amici", che erano in realtà dei conoscenti abituali che incontrava in una trattoria-rosticceria che aveva dei tavoli all'aperto sotto dei grandi platani. Gli piaceva la conversazione, ridere un poco, fumare bevendo vino che non reggeva.

Prese dunque appuntamento per una visita specialistica presso l'Ambulatorio dell'Ente Mutualistico dei dipendenti statali: quello a cui il lavoro di suo padre lo iscriveva di diritto con tutto il suo nucleo familiare.

Dalla loro abitazione era raggiungibile a piedi e vi condusse sua madre. Lei la seguì docilmente, anche se intuiva qualcosa perché era presa da una interna agitazione, pur restando esternamente calma. Ma Rita la conosceva e la vedeva iniziare i suoi borbottii, muovere febbrilmente le mani e la testa con gesti brevi e contenuti ma che a lei trasmettevano un'ansiosa insicurezza.

L'Ambulatorio era pulito e disadorno. Sedettero sulle sedie di metallo e formica chiara in attesa nella sala d'aspetto semivuota. Quando entrarono, chiamate dall'infermiera per la visita prenotata, nella grande stanza munita di finestra dietro la scrivania sedeva lo Psichiatra, un uomo dall'apparente età di circa 50-55 anni: anche se era seduto si indovinava la figura alta e magra, egli non indossava camice, il viso serio, le invitò ad accomodarsi. Le due donne si sedettero in due sedie di metallo e formica come quelle della sala d'aspetto. Iniziò a parlare Rita spiegando che la visita era per sua madre, ma al medico la situazione era stata subito evidente: guardava la donna e la sua agitazione calma che, quando la figlia illustrò i suoi sintomi, si alzò senza parlare e iniziò a mormorare tra sé un muto dialogo con i suoi fantasmi interiori e a girare per la stanza sempre senza moti scomposti ma chiusa in sé, apparentemente non presente, ma Rita sapeva che sarebbe bastato che lei le parlasse per richiamarla alla realtà, sempre obbediente alla parola di sua figlia. 

Lo Psichiatra notò l'ansia e l'insicurezza sul viso di quella diciottenne che sembrava una bambina e, seguendo il suo sguardo apprensivo volto verso la madre che ora era nei pressi della finestra a parlottare con sé stessa, disse: "Io non sono d'accordo con i miei colleghi che parlano di ereditarietà di quello che ha sua madre: non abbia timore. Non sono forme ereditarie. Quello che ha sua madre è suo, è un suo problema dovuto anche alla sua vita, e l'esperienza di sua madre non è la stessa della sua." Rita fu colpita da quelle parole: era stato come se quell'uomo le leggesse nella mente. Pensò poi subito che era un Medico che studiava la mente umana e dunque non c'era da stupirsi.

L'uomo disse poi che l'anomalia della situazione di sua madre era evidente dal fatto che lei, così giovane, aveva dovuto prendersi cura della mamma e condurla lì, pur essendo suo marito vivo e vegeto: quell'assenza aveva sicuramente inciso nella presente situazione di sua madre. Prescrisse poi delle medicine per Serena raccomandandosi che le prendesse e capendo che tale incombenza gravava solo sulle spalle di quella ragazzina di 18 anni.

Poi Rita fu presa dalla sua vita e Serena forse neppure prese le medicine che lo Psichiatra le aveva prescritto.

Serena diceva: "Io sono una donna come tutte le altre." Respingendo l'etichetta di malata ed era insofferente al prendere le medicine. Sua figlia ora era distratta dall'amore che era entrato nella sua vita e suo marito arreso.

Fu dopo che sua figlia si sposò che le cose peggiorarono. Non c'era più lei a fare da cuscinetto fra quelle due sofferenze e le liti erano quotidiane. La figlia le telefonava tutti i giorni, abitava lontano, e Serena rovesciava su di lei tutte le sue amare critiche sul marito. Rita faceva due telefonate al giorno per sentire le due versioni diverse dello stesso episodio quotidiano. Suo padre ancora lavorava, dunque lo chiamava in ufficio.

La voglia di libertà di Serena, la sua irrequietezza, trovavano sfogo nel prendere autobus per far visita ai suoi parenti, i quali però non le davano quel conforto che lei cercava con "uno sfogo di parole". Allora scriveva lettere alla sua sorella più anziana che era rimasta a vivere nel paesetto d'origine, avendo sposato un compaesano che faceva l'agricoltore diretto.

Costei se ne lamentò con Rita: "Mi scrive lettere con frasi anche sulla busta... Il postino le legge.. Io mi vergogno." Si lagnava con la nipote con tono di scandalizzata protesta. E quella, ferita, le rispose: "Prima di diventare mia madre era tua sorella." Ma quell'essere sorella a Serena non aveva portato nulla di buono. Fratelli e sorelle della sua numerosa famiglia, di cui lei andava orgogliosa, le avevano sempre dimostrato scarso affetto ed altrettanto scarso interesse. In questo aveva avuto la stessa sorte di suo marito che dai suoi fratelli e dall'unica sorella  aveva ricevuto solo invidia meschina, lamentele e problemi. Le due infelici creature avrebbero voluto trovare per questo rifugio e consolazione nel loro amore. Ma le reciproche fragilità  non lo avevano consentito.


sabato 25 settembre 2021

Novella pubblicata nella Raccolta "Mostri e ritratti"

 Dietro il sipario

    "Non fumare quella roba Renato..." La preghiera di Francesca  era maternamente dissuasiva. Lui le sorrise e, in silenzio, infilò il grano di hascisc nella sigaretta. Erano nel piazzale antistante l'università, di fatto un parcheggio. La madre di Francesca non capì. Parlarono un altro pò. Renato propose alla genitrice della sua compagna di studi un gioco nuovissimo: "Dangeons and Dragons".

"Di cosa si tratta? - Chiese la madre di Francesca.

"Un gioco di ruolo: ognuno assume un ruolo...Può durare anche giorni..."

La donna sorrise alla proposta che le sembrò un poco bizzarra, anche se Renato le piaceva, era un ragazzo dolce e fine, un'amicizia di sua figlia che lei approvava.

Si salutarono e Francesca promise a Renato che sarebbe andata a casa sua in settimana per studiare insieme.

In auto, mentre tornavano a casa dall'università dove la madre lavorava e Francesca studiava a Lettere e Filosofia, chiacchieravano: "Ma cosa ha messo nella sigaretta, quando tu gli hai detto....".

Francesca non la fece finire: "Un grano di hascisc." Rispose con un lieve imbarazzo. "Lo fuma abitualmente."

La madre si stupì: "E' strano. Non è il solito sinistrorzo che fuma gli spinelli quasi per ideologia, non va in giro con i jeans sdruciti e la "kefia", non capisco. Mi hai detto che il padre è Nicola Padre, il direttore del quotidiano "Notizie del mattino", viene da una buona famiglia dunque."

"Va bè, mamma, ma che vuol dire..."

"Vuol dire, vuol dire eccome! Se una famiglia insegna ai figli ad avere dei valori non si capisce perché un ragazzo dolce, tranquillo, che veste con giacca e cravatta, debba sentire il bisogno di fumare droga, definita leggera!" Terminò polemicamente.

"Certo io lo ritengo sbagliato, infatti glielo dico come hai visto, ma lui lo fa comunque...."

"Ma la madre gli è vicino? Il padre capisco che può essere molto occupato, anche perché il suo giornale non sta a Roma."

"La madre lavora per Francesco Sassu."

"Caspita! E' vicina al potere!"

"Si“, è una sua stretta collaboratrice. Un giorno che ero a casa loro lei ci parlava al telefono chiamandolo semplicemente Francesco."

"Beati loro!" Commentò la madre con un sospiro.

    Francesca andava a casa di Renato anche con altri compagni di studio. A volte si fermava a cena. Nei fine settimana il padre era sempre a casa, lasciava il giornale nelle mani del vicedirettore. Francesca era colpita dalla sua semplicità di modi: non disdegnava di lavare qualche stoviglia lasciata nell'acquaio. La sorellina minore del suo compagno di università era sordomuta e questo creava un forte legame protettivo fra i genitori. Naturalmente erano state fatte e si continuavano a fare tutte le cure riabilitative possibili per la piccola ed erano stati acquistati tutti i mezzi che la tecnologia metteva a disposizione per la sua infermità.     

    "Ho notato che la madre, soprattutto, controlla le amicizie di Renato." Confidò Francesca a sua madre.

"Se le controlla allora dovrà essere contenta se frequenta una ragazza come te, pulita e studiosa, che non usa droghe e cerca anche di dissuaderlo dall'usarle." Disse con una punta di acredine sua madre.

"Magari non lo sa che suo figlio fuma l'hascisc." Disse la giovane con un sorriso conciliante.

"Se lavora per quell'importante uomo politico non avrà molto tempo da dedicare a suo figlio, è possibile che non se ne accorga." Convenne la madre.

"Ma penso che lavori anche stando a casa, - rifletté la ragazza - perché abitano nello stesso palazzo dove lui ha il suo studio privato."

Sorpresa la donna guardò sua figlia: "Hanno preso la casa apposta lì perché lei possa lavorare per l'On. Sassu?"

"Non lo so... Forse ce l'avevano da prima."

"Strano che un uomo così importante si scelga una collaboratrice che abita nel suo stesso palazzo."

"Allora l'avrà presa lì per stare vicino a lui e non allontanarsi troppo dai figli..." Concluse con indifferenza Francesca.

"Certo è un ménage un pò sacrificato quello dei genitori di Renato. Per lavoro vivono in due città diverse." Chiuse il discorso sua madre.

    L'anno accademico si concluse e per l'anno successivo Renato si trasferì di università, scegliendone una nella città dove era il giornale diretto da suo padre. Non vi era un motivo intuibile dato che tutta la famiglia, a parte suo padre, viveva a Roma e la città dove si trasferiva non aveva università più prestigiose.

Passò un altro anno. Finì sui giornali ed anche sui telegiornali un duro scontro tra l'On. Sassu ed il direttore delle "Notizie del mattino". L'argomento era una divergenza sull'agire politico di Sassu su una questione marginale che il direttore di quel quotidiano aveva aspramente criticato. Sassu aveva reagito altrettanto aspramente attaccando il giornalista. Tutto era apparso a molti esagerato e sopra le righe, anche perché Sassu era dello stesso schieramento politico a cui si ispirava il giornale.

In casa dell'ex-compagna di studi di Renato Padre si commentò: "Ma come farà la mamma di Renato che lavora per On. Sassu se suo marito ci litiga pubblicamente? Si dovrà licenziare!" Disse la madre di Francesca.

"Bè certo il marito non le facilita il lavoro così." Commentò la figlia.

"Poi non è che c'è distacco, tu mi hai detto che gli dava del "tu" e lo chiamava semplicemente per nome... Non deve essere facile per lei questo momento..."


E non lo era, infatti. Renato aveva i capelli biondo rossastri come quelli di sua madre che, come aveva riferito la sua ex-compagna di studi alla sua, era molto graziosa. Aveva il viso dai tratti delicati come quelli di suo figlio. A Sassu, un uomo dai tratti forti, maschi, quel viso era piaciuto subito. Le donne gli erano sempre piaciute molto e per questo sua moglie era precipitata in una depressione da cui non si era più ripresa. Non lo accompagnava mai nelle cerimonie ufficiali e viveva appartata e quando la si vedeva in giro colpiva per la trasandatezza della sua persona. Nonostante ciò l'uomo continuava a vivere la sua ascesa politica fino alle più alte cariche, spesso coinvolto anche in vicende oscure, da cui però usciva sempre pulito. La madre di Renato lo aveva amato fino al punto di parlarne a suo marito. Di comune accordo, avendo come buona scusa il lavoro in due città differenti, avevano mantenuto un ménage familiare per i figli, considerando anche l'handicap della più piccola.

Renato, però, crescendo aveva capito tutto e non vi è nulla di più angosciante che vivere in mezzo a situazioni false. Si era allontanato da sua madre, che rifiutava per il suo rapporto adulterino con Sassu, ed aveva chiesto di andare a vivere con il padre. Nicola Padre aveva una grande e bella abitazione nella città dove era il quotidiano che dirigeva, e fu felice della scelta di suo figlio. Quella città era anche la sua città, quella dove era nato e cresciuto. Per lui non era stato facile adattarsi alla scelta di sua moglie ma, per il bene dei suoi figli, in particolare per la piccola così sfortunata, si era adattato a raggiungerli tutti i fine settimana. Ora non si poteva più fingere con Renato; l'aveva capito da solo e questo non era bene. Si sentiva in colpa. Avrebbe dovuto parlargli prima che capisse. Così, parlargli ora, sembrava un rimedio.

    Nella sua vita solitaria si era affacciata una giovane praticante del suo giornale. Aveva il viso dai lineamenti infantili e gli stessi colori di sua moglie. Non era fine come lei, anzi, era una ragazza quasi ordinaria, anche se veniva dalla media borghesia. Aveva modi spicci ed era molto determinata. Gli sorrideva molto e lo guardava con palese interesse. Certo lui era il direttore e lei una giovane che sperava di lavorare nel giornale... La diffidenza dettata dall'esperienza cedette al bisogno di credere ad un affetto sincero. Un ente esterno, finanziatore del suo giornale, bandì una borsa di studio per praticanti di giornalismo. Lei lo pregò di aiutarla. Lui l'aiutò.

Renato mal accettava l'intrusione di quella giovane nella vita del padre, anche se, razionalmente, si diceva che non poteva stare da solo.

In una delle sue visite a Roma Nicola condusse con sé la giovane borsista e la presentò a sua moglie. Lei capì immediatamente il rapporto che doveva esserci fra i due e ne fu contenta per lui. Alla piccola fu presentata come una collaboratrice del papà. La ragazza si comportava con semplicità e simpatia soprattutto con la bambina. La madre di Renato la invitò a cena e, durante la variegata conversazione, disse che al Senato avevano bandito un concorso per un addetto all'ufficio stampa e Francesco era il Presidente della commissione esaminatrice. Lei ci stava lavorando, doveva preparare le prove.

La giovane aspirante giornalista chiese se i termini di presentazione della domanda erano già scaduti e, avutane risposta negativa, disse con semplicità che avrebbe provato a concorrere, visto che la sua borsa finiva di lì a tre mesi e dopo non avrebbe avuto più una retribuzione. La moglie di Nicola la incoraggiò a farlo e le sembrò molto positivo che la ragazza cercasse altre strade e non solo quella comoda di restare al giornale sotto l'ala protettrice di suo marito, attendendo che, prima o poi, lui le facesse ottenere un'assunzione.

Nicola era, a sua volta, piacevolmente sorpreso dall'iniziativa della giovane. Se cercava altre strade non stava con lui per solo interesse dunque. Sentì una sottile euforia dentro di sé. In fondo in fondo, il timore di non essere amato per sé stesso c'era, anche se rimosso dalla coscienza perché faceva male.

    La simpatia che la semplicità di modi della ragazza ispirava indusse la moglie ad aiutarla. Parlò con Francesco di questa giovane che era accanto a suo marito con un sorriso benevolo e complice: "Vedi se puoi fare qualcosa. In fondo Nicola è sempre stato così civile nei nostri rapporti. Ha capito che tu non potevi lasciare tua moglie per la tua carriera politica e che per noi era un dovere mantenere un focolare per i figli... Con questa ragazza lo vedo sereno. Poi vedo che si dà da fare per guadagnare, in fondo poteva rimanere sotto l'ala di Nicola, invece cerca altre strade..."

Quando la giovane si spostò a Roma per dare il concorso passò a salutare lei e la bambina che l'accolse festosa. 

"Sai più o meno su cosa verterà la prova?" Chiese mentre giocava con la bambina. Ad un attento osservatore questa domanda, fatta casualmente, doveva apparire necessariamente premeditata e frutto di simulazione: la ragazza, infatti, non aveva forse appreso del concorso proprio da colei che ne parlava perché incaricata di preparare la prova? Ma l'altra non fu sfiorata da questa riflessione, anzi, le sembrò normale che la ragazza le chiedesse un aiuto, e l'aiutò.

    Francesco non l'aveva mai vista e gli piacque subito, appena si sedette nella sedia davanti a lui. Era bionda come la sua amante, ma più giovane e grezza. Quest'ultimo aspetto della ragazza, lungi dall'essere un punto a suo sfavore rispetto all'altra, stimolava invece la sua libidine. Come tutti gli arrivisti ed arrampicatori sociali in genere, lei capì di piacergli al volo e decise istintivamente che quell'uomo importante era il suo gradino successivo nella scalata.

    Nicola sentì un gelo per tutto il corpo nel sentire singhiozzare sua moglie al telefono: "Mi ha buttata via come una cosa usata...Con un cinismo mostruoso...." Avevano perso su tutta la linea e quella piccola, anche poco intelligente, donna li aveva raggirati tutti e due.

Tutti sapevano che era diventata l'amante di Francesco Sassu e lui l'aiutava spudoratamente a fare carriera dandole incarichi sempre più importanti e di prestigio.

All'inizio, vinto il concorso come addetto stampa al Senato, Nicola aveva visto diradarsi i loro incontri, ma l'aveva attribuito all'impegno lavorativo di lei, per di più in un'altra città. Lontano dalla Capitale non ne aveva raccolto i sussurri ed i pettegolezzi. Finché un giorno un suo inviato gli aveva detto con un sorriso malizioso delle chiacchiere che giravano sulla loro ex-praticante e Francesco Sassu.

Come della relazione di sua moglie nulla si era mai potuto dire ufficialmente, così anche di questa storia nulla si poteva dire, ma questa era vissuta più sfacciatamente dai due protagonisti. Li accomunava, infatti, un cinismo sfrontato che a lui era servito a condurre una vita nel compromesso totale, sia pubblico che privato, ed a lei ad emergere dalla massa indistinta pur non avendo particolari meriti professionali


lunedì 20 settembre 2021

Barbara Palombelli linciata

 "Sono stata vittima di una diffamazione senza precedenti. Coloro che si sono resi protagonisti di questa palese falsità ne risponderanno in tribunale". Barbara Palombelli al contrattacco dopo le polemiche scatenate dalle sue parole sui femminicidi .


Le Società cambiano e anche in fretta. Io sto al mondo da quasi 75 anni e, se leviamo i primi tre di cui ho solo dei flash di memoria, dai tre in poi posso testimoniare che sono stata una bambina dalla sorprendente capacità di registrazione di ciò che mi capitava intorno, dunque sono una testimone del mio tempo per quasi 72 anni. E posso dire che se in molte cose la nostra Società è migliorata da un po’ di tempo si registra un imbarbarimento preoccupante.

E’ venuto meno il senso di responsabilità personale e ciascuno, soprattutto se scarsamente acculturato, si sente in diritto di aggredire chiunque si permetta solo di accennare un pensiero che gli appare contrario al suo, non cercando nemmeno di approfondire i concetti in uno scambio di idee appena civile, ma aggredendo immediatamente chi ha proferito questa o quella frase che egli ha interpretato a suo modo e lo fa insultando, minacciando e calunniando.

Se la TV, soprattutto la RAI di cui lo Stato pretende un canone-imposta, è scaduta a livelli di attricette assurte a conduttrici che ridono sguaiatamente e chiamano tutti “belli di zia”, i social non sono da meno e da essi ci si può difendere solo non entrandoci affatto o bannando le persone.

Ma chi sono queste persone che, ad esempio, hanno valangato la Palombelli di insulti, minacce e calunnie per aver dato uno spunto di riflessione agli ascoltatori della trasmissione che conduce su Rete 4?

Ecco cosa ha detto la conduttrice: "Parliamo della rabbia tra marito e moglie. Come sapete negli ultimi sette giorni ci sono stati sette delitti, sette donne uccise, presumibilmente da sette uomini. A volte però è lecito anche domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati oppure c'è stato anche un comportamento esasperante, aggressivo anche dall'altra parte? E' una domanda, dobbiamo farcela per forza, perché dobbiamo in questa sede soprattutto, in un tribunale, esaminare tutte le ipotesi".

Apriti cielo! L’assoluto esiste, ed è quello che queste menti senza freni hanno in testa. E l’assoluto non si tocca!

Ogni uccisione è un orrore, ha voluto dire Palombelli, ma forse in alcuni casi si può prevenire non esasperando le situazioni.

No! L’assoluto nelle teste urlanti parolacce contro Palombelli è che la vittima ha sempre ragione, in quanto vittima, e il suo comportamento non ha inciso in nulla nell’evento finale!

Se così fosse, secondo la teoria dell’assoluto, la giurisprudenza non terrebbe conto delle attenuanti, tipo la provocazione ad esempio.

Palombelli ha solo detto la verità e cioè che il nostro agire deve essere improntato alla prudenza, sia nelle scelte che facciamo sia nei comportamenti che teniamo. Basta pensare alla saggezza dei proverbi e agli insegnamenti dei nostri genitori se abbiamo avuto la fortuna di averne e perbene.

Certo non tutti hanno questa fortuna, certo ci sono persone sfortunate già dalla nascita che dunque non hanno guida e debbono imparare da sole con la propria esperienza cosa conviene fare, da quali persone tenersi lontano.

Ma la massa insultante stabilisce un canone assoluto e guai a te se non ti attieni a quello. Guai a richiamare ad un benché minimo senso di responsabilità personale!

Le donne uccise sono vittime e hanno tutte ragione in quanto tali e non ci sono differenze nei loro comportamenti: da quella fatta sparire in una notte gelida in pigiama di cui non si trova neppure il cadavere, tradita dal marito e dalla sua migliore amica, di cui si fidava, la quale lavorava nell’impresa messa su anche con i suoi soldi, e che dopo pochi mesi dalla sua sparizione si è installata in casa sua, continuando a lavorare nell’impresa anche sua, che si è presa anche i suoi figli i quali, lungi dal giudicarla, l’hanno accettata, a quella che vuole separarsi lasciando il marito in mutande e vuole rifarsi una vita con un altro uomo usando i soldi che pretende dal marito tramite il Tribunale. Uguali. Stessa situazione, per gli assolutisti.

Guai a porsi domande tipo Palombelli!

L’hanno assimilata a quelli che dicono che se una viene violentata è perché portava la minigonna.

Certo, non tutti gli uomini sono bruti che assaltano una donna in minigonna e la violentano, ma bisogna mettere in conto che esistono, e indossare la minigonna in circostanze in cui non si vada poi a passeggiare in luoghi solitari. Si chiama prudenza non "limitazione della mia libertà". 

Insomma, non viviamo in una realtà sterile né sterilizzata dalle Leggi, che pure esistono, e dobbiamo muoverci tenendone conto.

Invece questi barbari che insorgono e che si credono progrediti pretendono la libertà assoluta nei comportamenti e il discarico totale di responsabilità personali che possono renderci vittime e, a volte, carnefici.

A me, che non sono famosa come Barbara Palombelli, è capitato qualcosa di simile, e stavo anch’io per muovermi come la giornalista ha minacciato di fare, per aver rimpianto una giovane e bella vita di un ragazzo puro e generoso che è stato ucciso dall’amante pakistano di sua madre di appena 10 anni maggiore di lui e 20 più giovane di sua madre. Anch’io per una frase piena di amaro rimpianto-sarcasmo: “Se la madre non fosse stata così vogliosa suo figlio ora sarebbe vivo.” Quello che hanno scritto degli esseri umani su facebook, intrufolandosi pure sulla mia chat messenger e addirittura nel mio quasi inusato profilo Instagram, che ho aperto solo per stare in contatto con un mio nipote, è qualcosa di inimmaginabile. Questo l’articolo che ho scritto su tale fatto.

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2021/05/un-fatto-di-sangue-e-un-commento-che.html

Ne consegue che la Società attuale si identifica in gran parte con chi agisce senza prudenza, senza responsabilità, e guai a dare spunti di riflessione, vengono presi come condanne, giudizi e cattiverie fuori luogo.

domenica 12 settembre 2021

MADRE Cap. XI

 

Capitolo XI

 

Rita bambina era stata lucida testimone della vita insieme ai suoi genitori, ma mancava nella sua capacità di giudizio l’esperienza.

Una capacità di giudizio innata in realtà la bimba l’aveva in sé: quando aveva avuto paura che la consegnassero a suo padre ubriaco che urlava in fondo alle scale insensatamente “Voglio mia figlia!”. Come se qualcuno gliela negasse o gliela volesse portare via. Oppure quando aveva provato umiliazione e vergogna per sé e per sua madre quando, obnubilato da un’ubriachezza estrema già all’ora di pranzo, si era buttato sul piatto del suo collega che aveva invitato provocandone il disgusto. Ma anche il disagio e il senso di vergogna provato quando suo padre l’aveva preparata all’interrogatorio a cui era stata inconsapevolmente convocata dal maresciallo dei Carabinieri a seguito della denuncia di sua madre, di cui lei, bambina decenne, nulla sapeva. E ancora, elegantemente vestita, come suo padre la voleva comperandole personalmente gli abiti, con un cappotto cammello, cappello con falda ripiegata verso l’alto di ugual colore, e scarpe e borsetta marroni, si era discostata da suo padre che, barcollante perché totalmente ubriaco in pieno giorno, le camminava accanto appoggiandosi al muro per non cadere. Si era allontanata verso il lato opposto della strada che stavano percorrendo nel tentativo di mostrare a chi li vedeva che non stavano insieme, perché lei si vergognava moltissimo di lui: non aveva più di dodici anni.

Eppure lei amava suo padre e si rendeva conto che per lui lei era tutto.

Negli anni ’50 del 1900, dopo una guerra che aveva impoverito l’Italia, già povera da prima che scoppiasse, lei si rendeva conto che grazie a suo padre aveva sempre qualcosa in più rispetto alle altre ragazzine della sua età che incontrava a scuola oppure nel palazzo dove suo padre aveva acquistato l’appartamento dove vivevano.

Oltre il completo che portava quel giorno in cui aveva provato vergogna di suo padre fino a cercare di allontanarsene camminando da sola per la strada, aveva avuto un cappottino blù, con cappellino dello stesso colore e la falda ripiegata in su come l’altro, con borsetta e scarpe blu. Vedeva che la gente la guardava ammirata perché si trattava di un’eleganza non usuale.

Dunque, nonostante questa capacità di giudizio innata, ella aveva sempre privilegiato suo padre, perché sua madre era priva di volontà e subiva quella di suo padre, attraverso il quale la figlia aveva sempre percepito che la loro infelicità era causata da sua madre, dalle sue stranezze comportamentali, causa delle reazioni di meravigliata compassione, a volte malignamente derisoria, di certa gente che, al contrario, non provava lo stesso sconcerto di fronte alle ubriacature di suo padre.

Rita, quindi, aveva subito l’influenza dei sentimenti nei riguardi di sua madre che percepiva intorno a sé: nel padre segnatamente, e nella gente.

Ma via via si sviluppava in lei, attraverso l’esperienza, una visione che modificava il suo giudizio, sempre più soggettivo e non filtrato da quello percepito attraverso suo padre e certa gente.

Aveva odiato suo padre per la sua cecità in un episodio che aveva visto protagoniste una sua zia acquisita e la sua cuginetta, minore di lei di oltre tre anni: quanto avrà avuto lei, Rita, quando avvenne? Forse tredici anni. Erano ospiti in casa sua il fratello minore di suo padre con sua moglie e sua figlia. Gente che viveva nel piccolo paesino dove i suoi genitori erano nati coltivando la terra, che era anche di suo padre, e che suo padre beneficava in molti modi che agli occhi intelligenti di sua figlia non sfuggivano.

Sua madre aveva preparato un buon pranzo, cucinava bene, e la cognata non si alzava neppure per fare il gesto di aiutarla. Era seduta a tavola di fronte a Rita ed aveva accanto l’innocente cuginetta che seguiva con occhi meravigliati i gesti di Serena che li serviva a tavola, mentre suo padre, seduto a capo tavola avendo accanto il fratello, parlava con lui fitto fitto, e quello lo ascoltava come sempre apparentemente remissivo e sottomesso, non perché condividesse sempre quello che quel fratello maggiore diceva, ma perché ne riconosceva la generosità che nessuno di loro aveva mai dimostrato per gli altri fratelli.

Lo sguardo della cuginetta si era riempito sempre più di candida e quasi smarrita meraviglia guardando la madre di Rita e questa le affiorò sulle labbra innocenti proferendo una domanda rivolta alla madre: “Mamma, ma tu dici che zia Serena è matta! Ma a me non sembra!” La squallida donna, scoperta così dall’innocenza di sua figlia, lanciò un’occhiata terrorizzata alla nipote che le sedeva di fronte e la guardava, certa che quella aveva sentito tutto ed ora non sapeva dove nascondersi visto che la sua cattiveria meschina veniva svelata e clamorosamente scoperta la sua falsità. Con lo sguardo sfuggente sussurrò qualcosa alla figlia cercando di farla tacere, che non se ne uscisse con altro… Ma la cuginetta non disse altro, smarrita, senza capire il contrasto fra quello che vedeva e quello che abitualmente sentiva da sua madre. Rita temette solo che sua madre avesse sentito l’innocente domanda della nipotina e ne potesse restare ferita, ma lei volgeva le spalle andando verso la cucina con qualcosa in mano e sembrò non aver sentito distratta come era, allora Rita guardò suo padre, sperando che invece lui avesse sentito e capito finalmente chi beneficava e rispettava. Ma lui era troppo preso a parlare con quel fratello più ignorante di lui, meno intelligente di lui, ma, come diceva Serena, interessato. E lei lo odiò, perché da lui si sarebbe aspettata la reazione che lei, troppo piccola, non poteva permettersi con degli adulti.

Lui ricopriva di regali i figli di quel fratello che aiutava anche economicamente, e non si era mai permesso nemmeno di sfiorare con un dito quei nipoti amati, mentre lei dai suoi zii aveva preso botte ben due volte. Eppure li vedeva solo d’estate e se ora erano lì e godevano della loro ospitalità era perché di qualsiasi cosa avessero bisogno in città la loro casa fungeva da albergo e da ristorante, senza ritorno alcuno se non scoprire con quale spregio veniva chiamata Serena dietro le spalle.

Serena era matta? Eppure vedeva la realtà meglio del cieco marito che sempre la metteva a tacere tacciando ogni cosa vera e saggia che diceva come frutto di malattia.

A diciassette anni Rita cominciò a contestare al padre tutto quello che di sbagliato egli aveva fatto e continuava a fare a sua madre, ormai libera dall’influenza del suo giudizio che le aveva fatto schermo della realtà, troppo piccola per averne uno suo, pur con le cose che vedeva e viveva.

A diciotto anni decise di portarla a fare una visita specialistica, lucidamente cosciente che quella povera donna ne aveva fatta una sola quando lei aveva cinque anni e mai l’aveva vista prendere alcuna medicina e fare nessuna cura.

sabato 28 agosto 2021

"La Fine di un mistero" un gioiellino di film

 

Garcia Lorca ucciso perché "socialista, massone e gay"

E' quello che si legge in un documento della polizia franchista di Granada, redatto il 9 luglio 1965, 29 anni dopo la fucilazione del poeta e drammaturgo da parte delle truppe falangiste all'inizio della guerra civile spagnola

Il grande poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca (1898-1936) fu ucciso perché era "socialista, massone appartenente alla loggia Alhambra" e "praticava l'omosessualità e altre aberrazioni". L'autore di 'Romancero Gitano', il cui corpo non è stato mai ritrovato in una fossa comune di Alfacar, fu assassinato, insieme ad un'altra persona, dopo "aver confessato".

E' quello che si legge in un documento della polizia franchista di Granada, redatto il 9 luglio 1965, 29 anni dopo la fucilazione di García Lorca da parte delle truppe falangiste all'inizio della guerra civile spagnola. Il documento inedito con la versione franchista della morte del poeta, come riferisce la stampa spagnola, è stato ritrovato dall'emittente radiofonica Ser e dal sito Eldiario.es.

Il documento fu compilato dalla terza brigata regionale di investigazione della polizia di Granada, città dove trascorse l'adolescenza e dove tornò subito dopo lo scoppio della guerra civile. García Lorca fu fucilato da militanti franchisti all'alba del 19 agosto 1936 e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada.

Si tratta di un documento di notevole importanza storica, sottolinea la stampa spagnola, perché di fatto presuppone il riconoscimento, per la prima volta, da parte della dittatura del generale Francisco Franco dell'assassinio dell'autore di 'Poeta a New York'.

Il documento fu preparato dalla polizia nel 1965 per rispondere alla petizione della giornalista francese Marcelle Auclair, che aveva inoltrato presso l'ambasciata spagnola a Parigi. La petizione fu trasmessa al ministro degli Esteri dell'epoca, Fernando María Castiella, il quale sollecitò il collega ministro dell'Interno di avviare una ricerca negli archivi per cercare documenti sulla morte del poeta.


Ora ditemi voi se in un Paese civile si può essere privato della propria libertà personale, tradotto in questura e fucilato "perché omosessuale, socialista e massone".

La Spagna di appena 85 anni fa agiva allo stesso modo dei Talebani afghani oggi.

Il film che da il titolo a questo post è un gioiello che ho visto per caso su una rete TV privata che si chiama Canale 21
Ho iniziato a vederlo che era già cominciato ed essendo un film spagnolo, che mi ha catturato subito come spesso mi accade per i film europei, non ho pensato subito che sotto i panni del vecchio Galapago, in questa versione italiana tradotto "Tartaruga" (era molto meglio Galapago), ci fosse chi ho riconosciuto nonostante il trucco lanoso di barba e capelli incolti: Nino Manfredi. Mi sembrava, ma il film era spagnolo... Dunque.. Invece quando il lanoso trucco è stato tosato è venuto fuori proprio Nino Manfredi. Ho letto poi che è stata la sua ultima interpretazione: spettacolosa interpretazione. Ho letto anche che è stato doppiato, non so in quale versione giacché in questa che ho visto oggi la sua inconfondibile voce c'è, solo che il personaggio non parla per buona parte del film, per questo non l'ho riconosciuto subito coperto di pelume abbondante. Però la sua bocca e le poche parti che si vedevano del suo volto di fatto mi hanno subito condotto a lui, sia pure con qualche perplessità per i motivi che ho detto.

Una storia poetica, bravo ed espressivo l'attore spagnolo che interpreta Joaquin: l'uomo che appena 17enne raccoglie un giovane ferito vicino ai luoghi dove nel 1936 i fascisti di Franco uccisero crudelmente ed insensatamente il Poeta. Lo nasconde e lo cura, cerca un medico per lui ma due fascisti gli dicono che era un comunista ed è stato ucciso. Lo richiamano al fronte, deve partire per il nord, allora lascia il giovane ferito e immemore sulla porta di un convento di suore, l'unico possibile rifugio e cura per lui. La sua anima buona e umanissima sente di averlo abbandonato, invece che salvato, e dopo tanti anni torna a Granada e lo cerca. Alcuni segnali fanno pensare che egli sia Federico Garcia Lorca, miracolosamente scampato alla fucilazione, traumatizzato per sempre.

Un gioiello di film, con recitazione perfetta e sensibile, ottima regia, e musica che non sovrasta ma accompagna le emozioni che suscita la storia.  Scopro poi che è di Ennio Morricone...


 







Alfredo Landa come appare nel film in cui interpreta Joaquin

Alfredo Landa più giovane: un volto che abbiamo visto in tanti film


venerdì 20 agosto 2021

AFGHANISTAN

 


L'Afghanistan ha avuto anche governanti illuminati.
La sua Storia ha pagine buone, di speranza per il popolo.

Le riforme di Amānullāh Khān e la guerra civile

Re Amānullāh Khān, durante il tour europeo, qui con Mustafa Kemal Atatürk in Turchia (1928).

Con l'ascesa del re Amānullāh Khān nel 1919 il Paese riprese il controllo della propria politica estera, uscendo dalla zona di influenza del Regno Unito.

Il Re operò per mettere fine al tradizionale isolamento del Paese negli anni successivi alla terza guerra anglo-afghana: stabilì rapporti diplomatici con i Paesi più importanti, e, a seguito di un viaggio in Europa e Turchia (durante il quale osservò l'operato di Atatürk), introdusse diverse riforme intese alla modernizzazione. Fu costretto ad abdicare nel gennaio 1929 dopo che una insurrezione armata guidata da Habibullah Kalakānī prese Kabul.


Purtroppo l'oscurantismo ebbe la meglio con la forza delle armi nel 1929.

Ed è stato un susseguirsi di uccisioni di chi comandava per poi sostituirsi alla figura di turno al comando, senza la luce che si era accesa con il Re Amānullāh Khān.

La Storia più recente aveva ridato ossigeno al popolo:

Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA), d'ispirazione marxista-leninista, rovesciò il Governo di Mohammed Daud Khan il 27 aprile 1978 con un colpo di Stato (la cosiddetta Rivoluzione di Saur) e diede vita alla Repubblica Democratica dell'Afghanistan governata dal leader del partito, Nur Mohammad Taraki. Nei mesi successivi al colpo di Stato, il governo avviò una serie di riforme: fece distribuire le terre a 20.000 contadini, abrogò l'ushur (ovvero la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti) e bandì l'usura, regolò i prezzi dei beni primari, statalizzò i servizi sociali garantendoli a tutti, diede il riconoscimento al diritto di voto alle donne, legalizzò i sindacati, vietò i matrimoni forzati e lo scambio di bambine a scopo economico, sostituì leggi tradizionali e religiose con altre laiche, mise al bando i tribunali tribali e rese pubblica a tutti l'istruzione, anche alle bambine che in precedenza non potevano andare a scuola. Queste riforme si scontrarono fortemente con le autorità religiose locali e tribali che si opposero alle politiche di Taraki.


Nel mese di settembre 1979 Taraki venne assassinato, su ordine del suo Vice Primo Ministro Hafizullah Amin, il quale lo sostituì alla guida del Paese. L'URSS non si fidò di Amin, sospettato di legami con la CIA, e decise di invadere il Paese, anche a seguito di un aumento delle rivolte e del conseguente rischio di destabilizzazione della zona. L'Armata rossa entrò a Kabul il 27 dicembre 1979 e mise al potere Babrak Karmal. La guerra con i Mujaheddin, finanziati anche dagli Stati Uniti, fu lunga e cruenta e terminò con l'abbandono del Paese da parte dei Sovietici nel febbraio 1989.


Lo Stato islamico dell'Afghanistan fu proclamato il 17 aprile 1992. Il fronte dei Mujaheddin si dimostrò comunque molto frammentato e disunito e ciò consentì, dal 1996 al 2001, la presa del potere da parte della fazione dei talebani, salvo che in alcuni territori settentrionali controllati dall'Alleanza del Nord dei restanti mujahidin anti-talebani, guidati dal comandante Ahmad Shah Massoud. I Talebani proclamarono l'Emirato islamico dell'Afghanistan e applicarono al Paese una versione estrema della shari'a e ogni deviazione dalla loro legge venne punita con estrema ferocia.



Se, pur per brevi periodi, l'Afghanistan ha potuto avere suoi governanti illuminati, senza presenze straniere, l'unica cosa che i confusi governi europei e gli USA potrebbero fare, e fino ad ora NON HANNO SAPUTO FARE, è aiutare i leader illuminati del nord del Paese, unici che potrebbero prendere in mano il destino dell'Afghanistan liberandolo dall'infausta influenza dell'oscurantismo religioso, che, si ricordi, abbiamo vissuto anche noi sotto la Chiesa di Roma: si ricordi l'Inquisizione con le orrende torture, le accuse folli, le donne bruciate per stregoneria e l'oppressione, il condizionamento e la paura in cui il popolo visse sia in Italia che in Spagna.

 Ashrad Massoud, figlio del comandante dell'Alleanza del Nord ucciso alla vigilia degli attacchi dell'11 settembre, afferma che "l'America può ancora essere un grande fautore della democrazia" sostenendo le sue milizie
19 agosto 2021

AGI - La conferma di Mosca ratifica a livello mondiale la resistenza del Panshir: per la seconda volta, la regione a Nord Est di Kabul e' la sola a non essere caduta sotto il giogo dei talebani, e su essa si concentrano le speranze di chi auspica che la situazione non sia già definitivamente consolidata.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha sottolineato oggi che "I talebani non controllano tutto l'Afghanistan. Ci sono informazioni dal Panshir dove sono concentrate le forze di resistenza del vicepresidente Saleh e di Ahmad Massoud", ha detto Lavrov, tornando a caldeggiare "un dialogo nazionale che permetta la formazione di un governo rappresentativo".

L'Afghanistan evidenziato in rosso

Massoud eroe della Resistenza afghana contro i Talebani
Fu ucciso nel 2001
Oggi c'è suo figlio.

Che l'Europa e gli USA, insieme alla Russia, anch'essa sfavorevole ai Talebani, aiutino queste forze a liberare il Paese da questi oscurantisti che interpretano in modo distorto il Corano






lunedì 16 agosto 2021

MADRE Cap. X

Capitolo X

Suo padre l'amava totalmente, per lui lei era la sua ragione di vita; ritenendo sua moglie non all'altezza responsabilizzava al massimo la bambina. Quando portava a casa lo stipendio, rigorosamente in contanti non avendo mai aperto un conto corrente in banca, la chiamava e le mostrava dove  lo riponeva contando il denaro davanti a lei.
Lei lo contraccambiava di uguale amore ma la totale mancanza di comprensione verso sua madre, l'evidente disistima verso di lei, il non apprezzare le sue qualità approfittando della sua arrendevole passività, creavano nella bambina una sperequazione emotiva.

Ospitava i suoi parenti nella loro casa romana e sua moglie, colei a cui lui rinfacciava i suoi disturbi del comportamento, il suo chiudersi, il suo parlare da sola, cucinava per tutti e non vi era nulla che non facesse come qualsiasi persona ritenuta normale, anzi, in molte cose anche meglio.

Suo padre non aveva avuto una vita facile ma avrebbe potuto reagire in modo diverso alla manifestazione di fragilità di sua moglie. Non era la violenza la medicina.
Medicine Serena non ne aveva mai prese.
Dopo quella visita che Rita bambina molto piccola ricordava non ve ne erano state altre, né cure di alcun tipo.
Eppure sua madre la stupiva per la sua rassegnata dolcezza nel rivelarle cose gravi senza acrimonia verso suo padre, ma come triste resoconto di un fatto che doveva per forza averla annichilita nel suo amore e nelle sue speranze con suo padre:
"Pensavo che il matrimonio fosse anche fare commenti sui fatti e sulle persone parlando fra di noi, fare le cronache... Un giorno accennai sorridendo alle chiacchiere su zia Giustina, così bella e lo zio Josafat così brutto, aveva le gambe storte... Dicevano di uno che la filasse e lei sembrava starci.. Dicevano.. voci di paese. Mi colpì con pugni e calci per questo. Ero incinta di te..."
Rita rimase basita.
Avrebbe potuto non nascere affatto per un commento innocente di sua madre su una chiacchiera che girava su una zia acquisita di suo padre, moglie di un fratello di suo nonno..
Zii che a lui, suo padre, non lo avevano mai filato...
Questo tassello della debolezza caratteriale di suo padre era il più grave in assoluto. E lei, la sua remissiva genitrice, non glielo aveva mai detto... E con quanta spenta animosità glielo aveva svelato, giacché la violenza cieca, vile ed ingiusta del suo sposo doveva aver annichilito in lei ogni aspettativa di amore, di dolcezza, di considerazione per ciò che lei era. 
Eppure per anni la piccola Rita aveva straveduto per il padre: perché immersa nella più totale inesperienza di vita, pur registrando quelli che in seguito le furono chiari come gravi errori di suo padre, la sua scelta andava verso il più forte, colui che imponeva la sua volontà in famiglia, mentre sua madre era la perdente.
Eppure, le sovvenne in seguito, suo padre non era mai venuto neppure una volta a parlare con i suoi insegnanti: era sempre sua madre a compiere questa incombenza necessaria per seguire l'andamento degli studi della loro figlia.
Fin dalla scuola elementare con umile dolcezza ella era andata a sentire prima le maestre, poi i professori ...
Dunque in cosa si concretizzava la malattia mentale di sua madre?
Forse in quella passività, quel piegarsi in tutto alla volontà di suo padre?
Le manifestazioni più evidenti erano quel suo assentarsi a volte nel parlare da sola, oppure nell'aprire le finestre per rispondere alle voci che la calunniavano, ma che sentiva soltanto lei.
Allora la piccola Rita sentiva salire in sé un disagio che le creava tensione ed interveniva come poteva: chiudeva la finestra richiamandola alla realtà bruscamente e, stranamente, lei smetteva di parlare da sola tornando del tutto normale, a volte però difendendo quella sua fissazione delle calunnie che le "mormorazioni" dicevano su di lei.
Allora la bambina cercava di riportarla alla realtà con la sua lucida ragione: "Mamma, tu credi di essere così importante che tutto il mondo parla di te?"
Allora Serena faceva un sorriso quasi a scusarsi ridendo di sé...
Ma erano momenti e quel tormento che aveva nella testa non l'abbandonava per sempre.
Suo padre, dopo quella lontana visita dei primi anni di vita della bambina, non si era più curato di tentare una qualsivoglia cura per sua moglie. Serena non aveva mai usufruito di una visita specialistica. Suo padre viveva con rabbiosa rassegnazione i disturbi di sua moglie a cui reagiva con urla e violenza chiamandola "matta" quando litigavano.
Ma la silenziosa, dolce, rassegnata Serena a volte riacquistava una normalità nella cattiveria reagendo e chiamandolo "tubercoloso".
La loro bambina non capiva il perché e una volta ne chiese la ragione a sua madre e lei le disse che in guerra era stato ferito al polmone e a seguito di ciò aveva avuto un ascesso polmonare e un'infezione di Tbc che gli avevano curato all'Ospedale Militare.

domenica 8 agosto 2021

GOCCE DI VITA - Estorsione consentita dalla legge?

 

GOCCE DI VITA

 

Argomento: Giustizia

 

Estorsione consentita dalla legge?

 

L’Ing. Antonio Pietri aveva una grande passione per il mare. Lavorava moltissimo per assicurare alla sua numerosa famiglia il necessario e l’unico svago per lui era il mare.

Nuotava come un pesce e amava immergersi in apnea con maschera e pinne, d’inverno anche con la muta.

Con pochi soldi si era comperato un gommone usato fin da studente e con quello riusciva ad andare al largo e a pescare.

Poi comperò una barchetta da lago, sempre usata, dopo aver rivenduto il suo gommone iniziale. E incredibilmente era così abile da riuscire ad andare per mare, anche mosso, con la sua barca da lago a motore. Se il motore si ingolfava o altro lui sapeva risolvere tutto, sempre, con un’abilità che trascendeva il fatto che fosse un Ingegnere, dato che la sua professione era incentrata nell’Ingegneria Informatica.

Con gli anni e una maggiore possibilità economica iniziò a comperare gommoni sempre più grandi e sempre usati, ma in buono stato. Poi se ne stancava e li rivendeva acquistandone di più grandi e con motori più potenti.

Per qualche anno ebbe una barca da mare, ma non cabinata, vi apportò anche delle modifiche per avere delle comodità: ad esempio una doccetta di acqua dolce per poter lavare l’acqua salata dai corpi dei suoi bambini e di sua moglie che erano il suo equipaggio.

Vendette alla fine anche quella barca dopo averci lavorato tanto. Quando non era in acqua quello era il suo hobby: lavorare sulla barca o sul gommone di turno.

Di certo quando li vendeva erano migliorati rispetto al momento dell’acquisto sempre all’usato.

L’ultimo gommone che vendette era veramente enorme e con due motori. Scomodo da tenere in rimessaggio per le sue dimensioni che non gli consentivano di tenerlo nel suo garage e nemmeno in quello più grande di suo padre, che amava coinvolgere nelle sue uscite in mare con tutta la famiglia al seguito cedendo all’anziano anche il volante.

Finalmente acquistò un gommone che entrava perfettamente con tutto il suo carrello nel garage paterno.

Dopo oltre due mesi dalla vendita del penultimo gommone posseduto, il più grande che avesse mai avuto, gli arrivò la telefonata dell’acquirente che lamentava la rottura di uno dei due motori accusandolo di averlo frodato.

Antonio Pietri si meravigliò e si tese a sentire una così offensiva accusa e gli rispose che lui gli aveva venduto il gommone perfettamente funzionante e che tutto era scritto nella loro scrittura privata. Come poteva, dopo aver usato per due mesi in mare in piena estate il natante, venire a reclamare che la colpa della rottura fosse sua?

Ma quello insistette puntigliosamente che il meccanico dove aveva portato a riparare il motore gli aveva detto che la rottura era dovuta a qualcosa che già c’era da prima e che lui glielo aveva fatto mettere per iscritto e che se l’Ingegnere non avesse pagato la costosa riparazione lui gli avrebbe fatto causa.

“Ma faccia quello che vuole! – Rispose sicuro di sé Antonio. – Io so cosa le ho venduto, il motore a me non si è mai rotto, l’ho tenuto bene, mai sforzato, perché ci portavo i miei bambini e mio padre l’ha anche guidato. Mio padre ha ottanta anni!”

Ma quello gli scrisse allora una raccomandata chiedendo ancora soldi e minacciando azioni legali.

Antonio rispose con una lettera in cui rintuzzava sia tecnicamente che legalmente le pretese del nuovo proprietario, sottolineando che lui non era una rivendita autorizzata di natanti e che le vendite fra privati non prevedono l’emissione di una garanzia scritta come colui pretendeva.

 

Infine gli arrivò una lettera di un avvocato con dichiarazioni assolutamente false del suo cliente che asseriva di essere stato raggirato.

Antonio pensò seriamente di querelarlo per diffamazione, poi ripiegò per la consultazione di un avvocato di una Associazione di Consumatori a cui era iscritta sua madre, che si era dimostrato molto in gamba nel risolvere diversi contenziosi promossi dalla sua genitrice contro abusi vari di erogatori di Servizi… Ma non solo, l’avvocatessa, una bella donna pacata e ben preparata, si era dimostrata brava anche in altri campi della giurisprudenza civile.

La prima cosa che disse all’Ingegnere fu che serviva una perizia se fossero andati in causa, dato che quello insisteva, e le perizie costano. Suggerì di accettare la mediazione che aveva un costo minimo, giacché la recente giurisprudenza si era orientata sulle mediazioni per evitare l’affollamento delle cause nei Tribunali.

“Ma perché debbo spendere dei soldi per un imbecille che sforzando il motore per due mesi l’ha rotto e chiede a me di pagargli la riparazione! Io il motore gliel’ho venduto funzionante, perché dovrei pagare un danno che non mi compete? Dovrei querelarlo per aver detto che l’avrei raggirato! Non sono mica un rivenditore di natanti che gli dovevo dare una garanzia scritta… E’ tutto scritto nella carta privata allegata al passaggio di proprietà in cui descrivo lo stato del tutto e che lui ha accettato.”

“Lei ha ragione, Ingegnere, – gli disse la pacata avvocatessa – ma questo insiste e lei o lo denuncia, e allora deve rivolgersi ad un penalista, oppure deve andare in mediazione dove lei esporrà in mia presenza e in presenza dell’avvocato della controparte, oltre che dell’avvocato mediatore, le sue ragioni ben documentate e sentiamo questo cosa risponde.”

“Quanto mi costa questa mediazione, avvocato, oltre la sua parcella naturalmente che per fortuna è a misura per gli iscritti alla Associazione… mia madre, ma intendo iscrivermi anche io.”

“Non è necessario, Ing. Pietri, sua madre ha portato tanti di quegli argomenti vincenti in questa Associazione che, oltre alla tessera e ad aver pagato le nostre sia pur agevolate parcelle, ci ha fatto fare bella figura in diversi contenziosi. Sua madre è una combattente ed è una che, pur non essendo un avvocato, sa impostare bene le sue battaglie sul piano del Diritto. – Sorrise: “Io gliel’ho detto più di una volta che è anche merito suo se vinciamo, quando lei mi loda e mi ringrazia.”

“Ma guarda un po’ se uno deve spendere tempo e soldi senza aver fatto nulla!”

“Caro Ingegnere accade anche di peggio sa? Gente che muore a causa dei comportamenti ingiusti di altri e i poveri parenti debbono spendere soldi di avvocati senza neppure avere giustizia.”

“Oh! Certo, ma sa io ho una famiglia numerosa, mia moglie non lavora, e questa persecuzione di questo imbecille mi fa indignare!”

 

Venne fissata la data della mediazione. L’Ing. Pietri provava una vera repulsione a doversi sottomettere ad un accordo per qualcosa che lui non aveva fatto, di cui era accusato ingiustamente, e pensava che quello dell’acquirente era un vero tentativo di estorsione: aveva sforzato il motore perché era un cretino che non sapeva usare quel gioiello che aveva comperato e con il quale lui, Antonio Pietri, aveva girato per isole e andando costa costa portandoci l’intera famiglia, senza mai problemi: “Gliel’ho dato funzionante e questo l’ha rotto e vuole che gli paghi io una riparazione di migliaia di euro! La legge dovrebbe tutelarmi consentendomi di denunciarlo per estorsione, visto che mi chiede soldi perseguitandomi con raccomandate e lettere di avvocati, invece mi offre il canale di una mediazione che mi ripugna! Debbo mediare cosa?! Con uno che si inventa qualcosa di falso coadiuvato da un mascalzone di meccanico che gli ha scritto cose che non stanno né in cielo né in terra sul piano tecnico, ipotizzando difetti che il motore non aveva!”

Ma scoprì anche dell’altro: nella convocazione dell’Ufficio del Mediatore appariva il riferimento ad una denuncia penale che l’insistente acquirente aveva presentato contro l’Ingegnere.

Sbalordito Pietri telefonò all’avvocato che lo assisteva nel contenzioso civile.

“Dovevo farlo io visto che mi sta accusando di frode senza prove se non le assurdità che gli ha scritto il meccanico, mi sta diffamando ed io sono un professionista conosciuto e stimato.. E questo mi ha denunciato per cosa?”

“Per saperlo dovrei chiedere un accesso agli atti ingegnere, - gli rispose l’avvocato – forse l’accusa di averlo frodato, frode è penale.. Non posso assisterla in questo, deve rivolgersi ad un penalista che faccia l’accesso agli atti per lei. Poi, sulla base di quello che ha scritto, lo controquerela per diffamazione con ampia facoltà di prova…”

 

A questo punto l’Ing. Pietri cominciò a stare in tensione giacché si rendeva conto che, pur non avendo fatto nulla, si poteva essere accusati ingiustamente e la Legge, invece di punire il tentativo di estorsione, diceva alla persona a cui si chiedevano soldi con false accuse, “mettetevi d’accordo”.

Non solo, ma se avesse rifiutato quel passaggio della mediazione e quello fosse andato avanti chiamandolo in causa, il giudice sarebbe stato mal disposto verso la sua parte perché dal verbale risultante dalla mediazione avrebbe letto che egli non si era presentato.

L’avvocatessa dell’Associazione glielo aveva spiegato chiaramente: i soldi della mediazione erano una spesa inevitabile; se fosse andato subito in causa intanto la sua parcella non poteva essere quella di routine dell’Associazione, poi avrebbe dovuto per forza presentare una perizia tecnica firmata da qualche perito, dunque altri costi.

Fu così che l’ingegnere, per quanto esperto di motori nautici, scoprì che la sua testimonianza tecnica, essendo di parte, non bastava.

Non solo, ma dato che l’acquirente l’aveva denunciato, dovette pagare anche un  avvocato penalista perché facesse l’accesso agli atti in modo da visionare tale denuncia ed il suo contenuto, per poi decidere se procedere ad una controquerela per diffamazione.

Alla mediazione l’acquirente non aveva il coraggio di guardarlo in faccia e rimase sempre con gli occhi bassi.

Quando egli espose i fatti  su richiesta della sua avvocatessa lo fece con perizia tecnica e servendosi anche di un filmato, tramite il suo tablet, che ammutolì sia l’avvocato della controparte sia l’avvocato mediatore: il filmato mostrava dall’alto, dunque da lontano,  un natante che dal Porto di S. Felice Circeo andava verso l’Isola di Ponza.

“Ecco, - illustrò Pietri – questo è il percorso che ha fatto in mare ogni giorno per due mesi, avanti e indietro, il gommone da me venduto alla controparte qui presente.”

“E quello ripreso è il gommone?” Chiesero quasi in coro l’avvocato del silente richiedente danni e l’avvocato mediatore.

“No, - disse secco l’ingegnere – quello del filmato è il traghetto lungo trenta metri, con adeguati motori ovviamente. Immaginate il gommone lungo sei metri con due motori fare questo percorso ogni giorno per due mesi avanti e indietro sforzando al massimo i motori, cosa che avevo ampiamente sconsigliato alla controparte qui presente.”

Controparte che taceva guardando il pavimento. A questo punto tacquero tutti.

Ma la legge deve mediare e l’avvocato mediatore, visibilmente conscio della situazione, disse comunque: “Va bene. Ma qui c’è una fattura di 3.500 euro. Cosa vogliamo fare?”

L’avvocatessa che difendeva l’ingegnere chiese di potersi consultare con il suo assistito e uscirono dalla stanza.

“Ing. Pietri, lo so e hanno capito tutti, ma questo conviene liquidarlo qui. Quanto è disposto a dare?”

Pietri non avrebbe voluto cedere all’estorsione legalizzata, ma quello che gli si prospettava d’avanti era una causa con spese vive maggiori: solo la parcella della brava avvocatessa, lei glielo aveva detto schiettamente, sarebbe stata dell’ordine di 2.000 euro.

L’esito poi, anche con un verbale di mediazione in cui sarebbe comparso che lui si era presentato, era nebuloso, come la giurisprudenza italiana dimostrava continuamente con sentenze sorprendenti che lasciavano i cittadini esterrefatti.

Si piegò al saggio consiglio della bella avvocatessa e accettò di dargli 1000 euro.

“Mille euro senza aver fatto niente!” Pensò con rabbiosa frustrazione.

Rientrarono. L’avvocatessa comunicò l’offerta all’avvocato mediatore. Questi dette del tempo alla parte ricorrente per valutarla e fissò una riunione di lì a 2 mesi per una risposta: se accettazione o se la parte ricorrente voleva andare in causa.

L’ingegnere intanto si era rivolto ad un anziano penalista per l’accesso agli Atti della querela che l’irragionevole acquirente aveva presentato su di lui, ma di cui nessuno gli aveva dato notizia, pur essendo trascorsi, dalla data del riferimento che appariva nella convocazione della mediazione, ormai 9 mesi!

“L’avranno archiviata.” Gli disse sua madre. “Archiviano tutto ormai. Ho denunciato quel farabutto presidente del consorzio che doveva costruire la casa che volevo donare a tuo figlio, con tanto di impegno da lui firmato davanti all’avvocatessa Nobili di restituzione dei miei soldi che ormai deteneva senza ragione alcuna, avendo accettato il mio ritiro dal progetto visto che la casa non la costruiva, e l’Ispettore Capo del Commissariato me lo aveva preannunciato: “Signora vedrà che l’archiviano.” “Ma è appropriazione indebita!” Avevo detto io. Invece ha avuto ragione lui ed io i miei soldi sono riuscita ad riaverli solo grazie all’Avv. Nobili, bravissima! Facendogli pignorare tutti i conti correnti a quel farabutto! Comunque, se invece mandassero avanti una simile denuncia temeraria, perché in questo Paese bisogna aspettarsi di tutto, noi lo controquereliamo e gli chiediamo i danni a questo stupido mascalzone!” Concluse la battagliera anziana signora.

domenica 25 luglio 2021

GOCCE DI VITA - Causa condominiale

 

GOCCE DI VITA

 

Argomento: Giustizia

 

Causa condominiale

 

“Hai saputo? – La voce di Rosina al telefono era eccitata più del solito. – Quegli zoticoni hanno creato il condominio e hanno messo per amministratrice quella Poretti che non paga i servizi del Consorzio da dieci anni!”

“Che vuoi farci cara Rosina, - le rispose pacata Anna – potevano farlo lo sai. Il Codice Civile stabilisce che bastano 4 proprietari di unità immobiliari che abbiano beni immobili in comune e sono costituiti automaticamente in condominio. Fino a qualche anno fa dovevano essere 9 ma ora hanno abbassato il numero a quattro.”

“Ma che bisogno c’era per quelle poche cose che abbiamo in comune, se il costruttore stesso saggiamente aveva detto che potevamo averne cura noi stessi senza ulteriori spese!”

“Il costruttore si è così risparmiato la spesa della parcella ad un geometra per fare le tabelle millesimali..” Rilevò realisticamente Anna.

“Comunque non possiamo pagare lo stipendio ad un’amministratrice che non lo è! Quella non è iscritta agli elenchi professionali degli Amministratori di Condominio, non ha alcuna preparazione!” Proferì esasperata Rosina.

“E qui hai proprio ragione, - disse Anna – e mentre parlavi ho aperto la pagina dell’ANAIP sul PC dove è scritto:  l’amministratore di condominio dovrà possedere a partire dal 18 giugno 2013, data in cui entrerà in vigore la legge n. 220 dell’11 dicembre 2012 che modifica la disciplina del condominio negli edifici,  i seguenti requisiti

Possono svolgere l’incarico di amministratore di condominio coloro:

a) che hanno il godimento dei diritti civili;

b) che non sono stati condannati per delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio o per ogni altro delitto non colposo per  il  quale  la legge commina la pena della reclusione non inferiore, nel  minimo,  a due anni e, nel massimo, a cinque anni;

c) che non sono stati sottoposti a misure di prevenzione divenute definitive, salvo che non sia intervenuta la riabilitazione;

d) che non sono interdetti o inabilitati;

e) il cui nome non risulta annotato nell’elenco  dei  protesti cambiari;

f) che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado;

g) che hanno frequentato un corso di formazione iniziale e svolgono attività di formazione periodica in materia   di amministrazione condominiale.

I requisiti di cui alle lettere f) e g) del primo comma non sono necessari qualora l’amministratore sia nominato tra i condomini dello stabile.

Possono svolgere l’incarico di amministratore di  condominio anche società di cui al titolo V del libro V del codice. In  tal  caso, i requisiti devono essere posseduti dai soci illimitatamente responsabili, dagli amministratori e dai dipendenti incaricati  di svolgere le funzioni di amministrazione dei condominii a  favore  dei quali la società presta i servizi.

La perdita dei requisiti di cui alle lettere a), b), c), d) ed  e) del  primo  comma  comporta  la  cessazione  dall’incarico.

In tale evenienza ciascun condomino può convocare senza formalità l’assemblea per la nomina del nuovo amministratore.

A quanti hanno svolto attività di amministrazione di condominio per almeno un anno, nell’arco dei tre anni precedenti alla data di entrata in vigore della presente disposizione, è consentito lo svolgimento dell’attività di amministratore anche in mancanza dei requisiti di cui alle lettere f) e g) del primo comma.

Resta salvo l’obbligo di formazione periodica.   

 

“Vedi?!! – Commentò Rosina. – Quella la conoscono tutti nel Consorzio, è una che parla ma non sa nulla e millanta professionalità che non ha. Inoltre non paga i Servizi da 10 anni e noi, che paghiamo tutto, paghiamo l’acqua e  il giardinaggio del verde  anche per la sua famiglia! Questi che l’hanno messa a fare l’amministratrice non si rendono conto di niente perché sono degli ignorantoni! Dobbiamo andare da un avvocato dell’Associazione di Consumatori a cui sono iscritta e cercare di mandarla via!”

“Sono d’accordo Rosina, bisogna parlare con gli altri condomini e cercare di farlo bene questo condominio, visto che l’hanno voluto per forza proprio quelli che non pagavano nemmeno le spese consortili.”

“Capisci?! Per questo mi preoccupo! Molti di questi che hanno voluto costituire il condominio sono in mora per le spese consortili e faranno uguale per le spese condominiali!”

 

Le due donne facevano parte di un piccolo agglomerato di villette che avevano in comune solo delle stradine che, secondo la saggia Rosina, bastava pulire ciascuno per il pezzo davanti al proprio cancello e si era a posto, senza ulteriori spese. Ma ormai si era costituito un partito che, stranamente, era fatto proprio da quei proprietari che anni prima si erano opposti al tentativo di Anna di trovare un omino che almeno una volta al mese pulisse le stradine comportando, per ciascun proprietario di villetta, solo una piccola quota uguale per tutti. Inoltre alcuni di loro davvero non pagavano le quote del grande Consorzio che forniva loro l’acqua e il taglio dell’erba degli spazi consortili, in attesa che questi venissero presi in carico dal Comune una volta completate le opere di urbanizzazione.

La contraddizione era palese. E non soltanto per questi aspetti, ma anche perché non pulivano davanti al loro cancello e una vicina di Anna la derise con un’altra perché invece lei puliva anche la grata per lo scolo delle acque piovane lontana dal suo cancello e vicina a quello della irridente vicina. Anna pensava che togliere le foglie da sopra quella grata avrebbe favorito lo scolo delle acque di impluvio ed evitato l’accumulo di terra, non certo bella da vedere.

Qualche anno dopo la scenetta derisoria, avente per oggetto la civile Anna, la casa della vicina si allagò insieme a quella della donna con cui l’aveva derisa.

Anna seppe quanto accaduto da un altro vicino: “I mobili a casa di Besti galleggiavano!” Raccontò. Ma gli allagati tacquero anche se Anna quella sera sentì un gran trambusto a casa della ridanciana vicina con inequivocabili rumori e sciabordii…

Ostile ad ogni accordo comune, il partito del costituendo condominio aveva dimostrato in diversi suoi elementi anche una certa prepotenza sulle cose comuni, del tipo costruire dossi non a norma sulle strade di cui erano proprietari tutti, e una totale indifferenza alle normali regole del silenzio, tipo urlare nelle ore del riposo pomeridiano o oltre le ore ventitré per non dire mezzanotte.

Ora volevano il condominio. Dunque regole.

Alcuni avevano fatto opere edilizie fuori da ogni legge-condono, e Anna si chiedeva malignamente come si sarebbero messi con la stesura delle tabelle millesimali..

E qui c’era da ridere davvero.

Ma gli ottusi si spinsero fino a pagare l’avvocato per l’amministratrice che non aveva i requisiti di legge per esercitare tale professione, dato che l’avevano messa lì loro. Capirono a poco a poco che non avrebbe dovuto essere a loro carico tale onere, essendo lei a doversi difendere facendo resistenza alla richiesta presentata in Tribunale dai condomini, fra cui Rosina ed Anna, per la sua destituzione per mancanza dei requisiti di legge.

Di fronte alla mazzata di tale spesa a qualcuno di loro si smosse qualche neurone e capirono che il loro partito, autonomamente costituito in opposizione agli altri condomini, stava facendo una battaglia insensata in quanto quelli volevano solo un rappresentante legale che fosse professionalmente affidabile.

Ci fu un’assemblea di condominio in cui fu evidente anche agli ottusi, che ne avevano voluto la costituzione legale, l’incompetenza sconcertante della Poretti la quale, con arroganza e aggressività, arrivò a minacciare di querele chi si fosse permesso di “spargere voci” sulla sua incompetenza e, segnatamente, dimostrò di alludere ad Anna che non ne aveva parlato che al telefono con Rosina.

Anna capì che la cialtrona aveva raccolto voci malevole quanto infondate fra gli elementi del partito degli ottusi, e rispose che bisognava prestare attenzione a ciò che si diceva e con chi l’avesse perché altrimenti le querele sarebbero partite da lei all’indirizzo di chi attribuiva a lei come ad altri cose mai dette.

Infatti Rosina ed Anna avevano convinto altri condomini, che avevano accolto sgradevolmente l’iniziativa della costituzione ufficiale del condominio, a rivolgersi ad un avvocato per, almeno, mandare via la donna scelta improvvidamente dagli altri condomini.

Spesero un po’ di soldi per gli avvocati dell’Associazione di Consumatori a cui Rosina era iscritta che si dimostrarono non pronti ed incisivi, ma la sentenza, firmata da tre giudici del Tribunale della Provincia, fu ancora più stupefacente.

L’avvocato della Poretti aveva fornito, come d’obbligo, i nomi dei proprietari favorevoli all’amministratrice con tutti i loro dati anagrafici e catastali, lo stesso avevano fatto gli avvocati della Unione di Consumatori a cui era iscritta Rosina per quel che riguardava i ricorrenti contro detta nomina.

I giudici avevano dunque i nomi di tutti i proprietari del condominio con la documentazione che ne attestava la proprietà.

La stupefacente sentenza per la quale i tre giudici che la firmarono si erano presi un mese di tempo fu la seguente: La Sig.na Poretti non ha i requisiti di legge necessari per esercitare la professione di Amministratore di Condominio ma tali requisiti non sono necessari qualora l’amministratore sia nominato tra i condomini dello stabile e la Sig.ra Poretti, essendo proprietaria, può esercitare tale incarico per il Condominio di cui fa parte.”

Conclusione: esterrefatti i condomini ricorrenti rinunciarono al ricorso a tale sentenza, che conteneva un falso documentato, perché avevano già speso oltre euro 300 a testa, fra parcella agli avvocati poco incisivi e tasse e bolli per il Tribunale emanante tali stupefacenti sentenze contro ogni realtà oltre che contro ogni Giustizia.

Il partito per la costituzione ufficiale del condominio si era nel frattempo reso conto della totale incompetenza amministrativa della Poretti e anch’esso, leggendo tale sentenza, era rimasto basito, sapendo che tale donna non era proprietaria di niente dentro il loro condominio. A questo punto si trovarono completamente d’accordo con i ricorrenti, pur questi sconfitti da tre giudici incommentabili, e alla successiva Assemblea votarono all’unanimità le dimissioni dell’Amministratrice in carica la quale, dimostrando una risibile faccia tosta, dichiarò che lei era stata confermata dai giudici e dunque un Tribunale aveva stabilito che lei poteva tenere l’Amministrazione di quel condominio.

L’intera proprietà reale degli immobili, ormai perfettamente d’accordo, decretò senza commenti destituita l’Amministratrice.

IL RACCONTO SI ISPIRA AD UN FATTO REALE NEI FATTI E NELLA SENTENZA.