venerdì 19 febbraio 2021

Matteo Cagnoni: epilogo

https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/cagnoni-cassazione-1.5956452 

Questo il link ad uno degli articoli di giornale che riportano l'epilogo di questa tristissima e tragica vicenda.

http://www.ritacoltelleselibripoesie.com/2016/11/si-puo-impazzire-per-lamore-tradito.html

Questo il link del post che dedicai al tragico fatto nel 2016.

La riflessione che viene da fare è che in questo caso non si può invocare la mancanza di cultura, di educazione, di benessere a motivazione di una simile esplosione di violenza: qui c'era cultura, buona educazione, agiatezza... bellezza.


Eppure questo uomo bello, fine, elegante, Medico Specializzato in Dermatologia, figlio di un Medico Professore Ordinario ed ex Primario nell'ospedale Careggi di Firenze, ha scelto una strada cruenta per liberarsi della sofferenza in cui il tradimento di sua moglie e la conseguente separazione e fine del suo matrimonio l'avevano gettato.

Non ha pensato quest'uomo, pure intelligente, al dolore dei suoi tre figli, ai suoi anziani genitori ... La sua frustrazione è stata più forte di tutto e, pur di liberarsene, non ha potuto che attirare sua moglie con una scusa in un luogo improbabile dove far ritrovare il cadavere e massacrarla, sfogando su di lei una violenza bestiale, a bastonate, sbattendola violentemente contro un muro... Per poi fuggire all'arrivo della polizia con un moto di incontrollato timore... Per poi negare ostinatamente di essere stato lui..



Ha avuto ragione, ma senza successo, il suo avvocato a chiedere la perizia psichiatrica.. Non perché il Dott. Cagnoni sia pazzo, ma per l'assurdità e la ferocia del suo gesto.

Il suo Ego fragile ferito, il suo narcisismo umiliato dal tradimento della moglie esigevano una riparazione che era più importante di qualsiasi cosa: delle vite segnate dei suoi tre figli, del triste epilogo della vecchiaia dei suoi genitori.. Della sua umiliazione davanti al mondo. Quest'ultima cosa però rimane importante, sempre per quell'Io fragile ed abnorme insieme, frutto forse dei doni che la vita gli aveva fatto, fascino e bellezza, e non accettandola usa come ultima, improbabile difesa, la negazione ostinata di fronte al mondo e dice: non sono stato io.

Non sono stato io, davanti ad ogni evidenza, come il bambino ostinato che nega difendendo il suo piccolo Io chiuso nel suo limitato mondo infantile.

domenica 14 febbraio 2021

Un film bellissimo del 1999: Sunshine sulla Storia di una famiglia ebrea.

 Da: DOPPIOZERO 19 maggio 2018

Sunshine: storia di una famiglia

"il film, che è del 1999 già Orbàn imperante. E lo abbiamo trovato bellissimo. Chi non perdonerebbe qualche difettuccio a un film che dura più di due ore per narrare vicende di due secoli e mezzo?
Non avevo mai visto descritta così bene la drammatica fase dell’assimilazione del popolo ebraico dopo la fine dei ghetti, che fu una sorta di sterminio culturale senza versare una sola goccia di sangue, come ben sapeva Proust; non avevo mai visto un Francesco Giuseppe così com’era, liberal e amico degli ebrei!

Credo che ormai pochi sappiano che lasciando andare il tempo senz’astio né persecuzioni, gli ebrei sarebbero pian piano spariti dall’Europa come lo furono dall’India e dalla Cina. Qualcuno mi ha detto che in Cina non esiste la parola ebreo, al posto della quale si usa “musulmano blu”, appunto perché il colore azzurro caratterizza la religione giudaica, e il verde quella islamica. Viste da Confucio.

 

Per poter cavalcare tanti decenni, il film è costretto a procedere per simboli di ogni epoca che la famiglia ha vissuto, dal tempo dello shtetl nell’Oriente ungherese a quello della parità austroungarica, in apparenza definitiva e con la sola messa in guardia di un nonno che dice simbolicamente: “Noi ebrei dobbiamo sempre limitare le nostre carriere, perché non si sa mai”. E invece quei consanguinei della puszta diventano industriali, e poi giudici della Suprema Corte, e poi infernali spadaccini e vincono la medaglia d’oro di scherma per la Patria ungherese alle Olimpiadi hitleriane della Berlino del 1936. 

Ed è qui che l’ebreo schermitore diventa simbolo anche lui con il suo martirio. Lui, di una famiglia che ha cambiato cognome da due generazioni, cattolica da una, campione di scherma, avvocato, capitano dell’esercito magiaro, dopo le dimissioni dell’Ammiraglio Horty nel 1944 viene torturato a morte dai nazisti ungheresi perché dice: “Sì, sono ebreo” e invece lui, il simbolo, non lo dice fino alla morte, ripetendo la sua identità acquisita ma vera che è diventata la sua e che è irrinunciabile.

La storia diversa del fratello comunista, medico, eroe della Resistenza francese, che sfiora il trionfo nel 1945 quando viene richiamato in patria come tanti altri ebrei ungheresi per collaborare alla costruzione del socialismo. I comunisti ungheresi si rivelano presto però infide bestiacce, cinici e crudeli anche se la loro miseria storica è differente da quella dei diavoli nazisti.

 

 E così il film arriva al fatidico 1956, quando l’ultimo erede del volto austroungarico giudaico, il figlio dello spadaccino, schiva la marea dei carri armati sovietici, corre all’anagrafe e torna al vecchio cognome yiddish abbandonato da quasi due secoli. Ed è allora che comprendiamo questo simbolo: senza più l’impeccabile scriminatura nei capelli biondastri, lo vediamo con i capelli rossi scarmigliati dell’avo mescolato all’anonima folla di Budapest, con il volto finalmente sereno della sua Aurora, quella del titolo.



Ho cercato invano una recensione particolareggiata di questo film che mi è capitato di vedere per caso ieri sera scorrendo i canali dove c'era il nulla, approdando per caso su Canale 10, mi sembra, dove il film era già iniziato.

Di nuovo si parla di ebrei e di nuovo la mia mente si chiede quale follia accompagni la persecuzione nel tempo e in ogni Paese verso chi è ebreo.

Non comprendo, non capisco, trovo solo che questo fatto storico che si ripete ovunque insensatamente mi toglie ogni speranza residua che l'Uomo sia un animale superiore agli altri su questo piccolo e bel pianeta.

L'Uomo, questo mammifero, ha un'intelligenza apparentemente superiore agli altri animali della Terra, ma in realtà egli è e rimane una bestia in molto del suo modo di essere e di pensare.

Rimane il riscatto dell'individualità ed io, individuo, da quando ho scoperto l'orrore dei campi di sterminio nazisti a 14 anni fino ad ora, 74 anni compiuti da un po', non comprendo come si possa pensare che un individuo sia diverso da me perché di cultura ebraica. Lasciando perdere la religione che attiene ai credenti. Essere ebreo vuol dire avere abitudini, tradizioni, costumi della propria famiglia come tutti.. Come io posso avere quelli della mia famiglia cattolica, pur nella mia evoluzione che mi ha condotta a capire che Dio non c'è e ad essere quindi atea.

Posso aborrire qualsiasi persona, di qualsiasi cultura, se agisce in modo da nuocere agli altri... Ma non perché appartiene a quel tipo di cultura, di tradizione, di usi e costumi..

La discriminante è legata solo al comportamento individuale di ogni essere umano per me.

Ed è sempre stato così, fin da piccolissima quando giocavo nello spazio fra la Fontana di Trevi e i sedili di pietra intorno ad essa con la mia amichetta dai capelli ricci e dalla pelle nera. Percepivo solo che era più educata di me.. Altra differenza non c'era per me.

E il senso di disagio e di imbarazzo, quasi di vergogna in cui mi metteva la maestra Lelli quando creava una discriminazione fra me, le altre compagne di classe e Disegni, la mia compagna dell'ultimo banco, rivolgendosi a lei come se fosse diversa e in difetto rispetto a noi che dovevamo dire la preghierina ad inizio lezione. Non volevo sentirmi io a posto, secondo la maestra, e lei in colpa non si sa di che. Chi mi aveva messo dentro quel sentimento? Nessuno. Me  lo sono ritrovato dentro: da piccolissima.

Perché tanti non sono come me?

Cosa hanno nella testa questi esseri appartenenti alla mia specie?

Ora, leggendo questo commento sul Film bello e doloroso, scopro che persino in Cina hanno la loro parte di antisemitismo folle.

L'essere umano in gran parte è rimasto una bestia feroce che si riconosce solo in un certo branco e discrimina gli altri... Forse è così.

La parte del film in cui il capo del poliziotto ebreo pretende che faccia confessare ad un suo superiore, ebreo anch'egli, ciò che non ha mai fatto è roba già letta, non ricordo in quale libro... Ricordi di letture in cui si documentava quello che accadeva nell' U.R.S.S.: chiunque, ebreo e non, pur appartenendo all'apparato, poteva essere accusato di cospirare contro il governo, senza prove, solo per false delazioni e testimonianze, e arrestato, fatto sparire in Siberia o in qualche prigione o giustiziato. Un clima di terrore e di sospetti, un orrore diverso dal nazismo ma non minore orrore. 

domenica 7 febbraio 2021

Tristezza infinita e orrore

 DA: IL GIORNO

Bolzano, 6 febbraio 2021 - Poco più di un mese dopo la scomparsa, Laura Perselli è stata trovata. Senza vita, purtroppo. A far emergere il cadavere che poi si è scoperto appartenere proprio alla donna scomparsa il 4 gennaio sono state le ricerche nel fiume Adige. Il corpo di una donna è stato ripescato dall' Adige tra gli abitati di San Floriano e Laghetti, a sud di Bolzano. Nel letto del fiume Adige da mattina è stato abbassato il livello dell'acqua di una trentina di centimetri per consentire le ricerche da parte di investigatori e inquirenti. Le ricerche riguardano Peter Neumair e Laura Perselli, 63 e 68 anni, entrambi insegnanti in pensione ed entrambi scomparsi dal 4 gennaio.  Proprio queste ricerche hanno fatto emergere una prima, terribile verità: il corpo ripescato nel fiume è quello di Laura Perselli. Il ponte sull'Adige a Laghetti, sponda a sud di Bolzano, è stato bloccato. Le indagini proseguono. Le ricerche si sono concentrare nella zona a sud di Bolzano, tra Vadena e Egna.

Il ponte sull'Adige in cui gli inquirenti suppongono che il figlio abbia gettato i cadaveri dei genitori



Ad un mese di distanza dal giorno in cui i due poveri genitori sono scomparsi gli inquirenti hanno trovato la prima tragica conferma alla loro ipotesi investigativa.

Questi orrendi fatti sono sempre accaduti ma ogni storia è una storia a sé.

A volte ci sono comportamenti dei genitori che provocano sofferenza nei figli e scatenano il delitto... Ma spesso non è così.

Da quanto riportato dai giornalisti della impagabile trasmissione "Chi l'ha visto?" il padre è stato visto nella cittadina fino alle h. 16:30, mentre la madre è rientrata in casa alle h. 18:30 dopo essere stata ad assistere a casa la madre 96enne insieme alla sorella.

Presumo che quando è rientrata abbia trovato il delitto contro suo marito già compiuto, forse c'era stata una discussione fra il padre e questo figlio, ormai trentenne, problematico.. E per nascondere l'assassinio del padre il mostro ha ucciso anche la madre.

Le due sfortunatissime vittime: Laura e Peter

Ma lo faranno parlare questo mostro che continua a dichiararsi innocente, soprattutto dopo i risultati dell'autopsia... Il sangue del padre, ritrovato sul ponte da cui presumibilmente l'ha gettato, fa pensare che la mia ipotesi sia possibile: non li ha uccisi sopraffacendoli entrambi nello stesso momento.. E forse nemmeno nello stesso modo... Quando la madre è rientrata ha ucciso anche lei.. Povera sorella innocente a cui è crollata sulle spalle questa immane tragedia.

Il tratto del fiume Adige dove il corpo di Laura è stato trascinato nel tempo di un mese per una ventina di chilometri circa. Forse il padre è stato gettato per primo e per questo bisognerà cercare più a sud del punto in cui è stata ritrovata la mamma. Da quel che è trapelato il corpo non sarebbe stato zavorrato. Qualora il corpo del padre lo fosse sarebbe più a fondo, ma forse la corrente ha avuto più difficoltà a portarlo lontano. Il corpo della madre potrebbe essere rimasto nel portabagagli per non prolungare la scena sul Ponte Vadena alle h. 21:00 - 21:30 circa del 4 gennaio, quando si presume abbia gettato il corpo del padre. Questa ipotesi spiegherebbe perché il figlio sia andato via dalla casa dell'amica, in cui era giunto in ritardo per la cena alle h. 22:00, con il buio la mattina del 5 gennaio alle h. 05:00, con la scusa di portare fuori il cane dei genitori, in realtà a disfarsi in Adige anche del corpo della madre rimasta nel portabagagli.



lunedì 1 febbraio 2021

Lo Stato contro Fritz Bauer

Lo Stato contro Fritz Bauer : Lo Stato contro Fritz Bauer   Il racconto della vicenda del magistrato le cui indagini portar...

I Film vedibili e apprezzabili la RAI li manda in onda in tarda serata ma, proprio perché veri bei film, tengono desta la mia attenzione.
Su RAI 5 ieri sera ho visto questo film bellissimo ed interessantissimo.
E' un Film che parla di Storia, che io non conoscevo, dell'orrendo periodo hitleriano, di una figura importante, Fritz Bauer, ebreo tedesco come lo era Einstein, che ebbe un ruolo importante nel suo Paese dopo la prima Guerra Mondiale nella Repubblica di Weimar e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla sua morte nel 1968.

Trama

Germania, 1957. L'autista del procuratore tedesco Bauer trova il suo capo privo di sensi nella vasca da bagno. Viene portato in ospedale, mentre la polizia, politicamente motivata, sospetta un tentativo di suicidio. I suoi avversari - in particolare il procuratore generale Kreidler e Paul Gebhardt dell'Ufficio federale di polizia criminale (BKA) - hanno la meglio. Durante il recupero di Bauer, un dossier scompare dal suo ufficio. Egli, una volta ristabilito, convoca quindi i pubblici ministeri e chiede loro i progressi nella persecuzione dei criminali nazisti che si rivelano praticamente inesistenti.

Il giovane procuratore Karl Angermann gli ricorda di aver ricevuto il fascicolo in questione da parte dello stesso Bauer, con la richiesta di redigere una dichiarazione. Bauer ha la sensazione di poter contare sul giovane e lo invita ad un incontro nel fine settimana a casa sua, poiché immagina nella sua autorità come "nel paese nemico". Bauer vuole portare Adolf Eichmann, nascosto in Argentina, in un tribunale tedesco. Tuttavia, dal momento che la BKA e l'Interpol non sono responsabili per i crimini politici, Bauer prende in considerazione il coinvolgimento del servizio di intelligence israeliano Mossad.

Ricevendo una lettera dall'Argentina, Bauer scopre che Eichmann vive lì con un nome diverso. Passa quindi la lettera al Mossad e parla anche con i vertici dell'intelligence. Il boss del Mossad, Issel Harel, ha già controllato questa pista, ma vuole che Eichmann venga rapito solo se Bauer ha una seconda prova. Contemporaneamente Angermann chiede a Bauer un consiglio sulla sentenza in un processo omosessuale. Grazie al riferimento di Bauer ad un processo simile, Angermann richiede quindi una pena sensazionalmente bassa. Victoria, amica dell'imputato, ringrazia Angermann e lo invita al night club "Kokett", dove l'uomo si innamora della donna, che risulta essere una cantante transgender. Allo stesso tempo la BKA scatta delle foto di attività sessuali tra di loro e cerca di ricattarlo con loro.

Quando Bauer scopre che l'ex capo nazista Schneider lavora nel dipartimento delle risorse umane della Daimler-Benz per il Sud America, lo mette sotto pressione per ottenere il nome in codice di Eichmann in Argentina. Passa poi le informazioni ricevute al Mossad, confermando quanto affermato nella lettera. Eichmann viene quindi rapito dal Mossad e condotto in Israele. La richiesta di Bauer di estradizione di Eichmann viene respinta dal governo federale di Konrad Adenauer, in quanto vi sono ampi accordi sulle armi tra Germania e Israele e sono temute le possibili dichiarazioni di Eichmann di fronte a un tribunale tedesco, a cui potrebbe seguire una crisi del governo, dato che molti ex nazisti sono rappresentati nell'apparato statale fino al Consiglio dei Ministri. Angermann, ricattato dalla polizia per il suo legame con la cantante transessuale, si costituisce per non tradire i rapporti di Bauer con il Mossad. Bauer, che pensò temporaneamente di arrendersi, si rituffa nell'inchiesta nazista, che alla fine portò al processo di Francoforte.

Burghart Klaußner

Burghart Klaußner interpreta il giurista tedesco ebreo Fritz Bauer e, riscontrando la sua trasformazione nel personaggio con la figura reale, si resta impressionati.

La sua interpretazione è eccezionale per bravura.

Del contesto storico quello che mi colpisce è la realtà, mai abbastanza ricordata, che in Germania come in Italia nazisti e fascisti che si erano macchiati di vari crimini, invece di essere in galera, occupavano posti di rilievo nell'apparato dello Stato e posizioni apicali in Società del mondo produttivo.

Il vero Fritz Bauer giovane


Fritz Bauer anziano: è morto all'età di 65 anni.

domenica 31 gennaio 2021

La Sacra Rota che annulla il Sacramento che più "Sacro" non è.

Sono sposata da 55 anni felicemente con matrimonio celebrato in Chiesa con effetti civili, quello che si chiama matrimonio concordatario, in base al Concordato fra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica di Roma.

Avevo 19 anni ed ero credente. Oggi ne ho 74 e sono serenamente atea, non per scelta ideologica ma semplicemente perché in tutto questo tempo ho capito che purtroppo Dio invisibile, immensamente giusto che si interessi all'animale Uomo non c'è.
Lo Stato Italiano più moralista della Chiesa Cattolica ha concesso il Divorzio solo dopo un Referendum nel 1970, mentre la Chiesa Cattolica da prima concedeva l'Annullamento di quello che dice sia un Sacramento, qualcosa gestito da Dio. Bastava pagare. Tanto. Non si sentiva di annullamenti fra la gente comune, ma solo da parte di facoltosi ed importanti personaggi che dovevano aspettare molto tempo e pagare molti soldi per appianare le difficoltà che tale Atto, intrinsecamente ritenuto immorale, comportava. Ma Dio, che la Chiesa amministra, evidentemente alla fine dava il suo consenso attraverso imperscrutabili segnali noti solo agli avvocati della Sacra Rota e il Sacramento veniva sciolto, anche quando c'erano frutti concreti come i figli.
Dopo che lo Stato Italiano ha interrogato il suo popolo addirittura con un Referendum, dando conto così del lacerante dilemma con cui affrontava il problema del Matrimonio Civile indissolubile, e averlo reso scioglibile, la Sacra Rota ha aumentato il numero degli Annullamenti rendendo sempre più facile Annullare il Sacramento accorciando i tempi ed abbassando i prezzi.
Vorrei mettere l'accento fra il concetto di SCIOGLIBILE ed ANNULLABILE che, credo, sia evidente a tutti.
Lo Stato Italiano si è lacerato moralmente per renderlo non a vita come era, la Chiesa Cattolica dice non è mai esistito (abbiamo scherzato) anche quando sono nati figli.
Trovo tutto questo di un'IPOCRISIA siderale, della Chiesa naturalmente che ci guadagna come su tutto, ma anche di chi accetta questo sistema per sposare "santamente" quella o quello (ma più spesso quella) che è l'amante.
Se si legge l'articolo si scoprono le FACILITAZIONI introdotte da Bergoglio per rendere più rapidi gli ANNULLAMENTI.
Ditemi voi dov'è il SACRO.



Esempi di Annullamenti della Sacra Rota prima della LEGGE sul Divorzio in Italia e dopo:

Alessandro Gassman e Nora Ricci
la coppia il cui Sacramento fu annullato qui con la figlia Paola


Carolina di Monaco e Philippe Junot
Da: La Repubblica, luglio 1992 - CITTA' DEL VATICANO - Il Vaticano ha riconosciuto nullo, in quanto inesistente fin dall' inizio, il matrimonio di Carolina di Monaco con Philippe Junot. Da questo momento, se lo vorrà, la principessa potrà risposarsi in chiesa. 



8 apr 2019 — Bufera di critiche per Amadeus: Arriva l'annullamento di matrimonio.
l'annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota. ... Il matrimonio con Marisa de Martino, durato dal 1993 al 2007 e dal quale ha avuto una figlia, Alice.

Sotto il video della trasmissione in cui Amadeus lavorava con la ballerina Giovanna Civitillo che ha sposato in Chiesa dopo l'Annullamento della Sacra Rota.



Alice Sebastiani (il vero cognome di Amadeus) nata dal matrimonio annullato.


venerdì 29 gennaio 2021

Della PRESCRIZIONE

Mercoledì 27 gennaio 2021 il Ministro Alfonso Bonafede doveva leggere la sua Relazione sull'Anno Giudiziario a compendio del completamento della sua Riforma del Sistema Giudiziario iniziata un anno fa, gennaio 2020, con l'abolizione della Prescrizione.

LEGGE 9 gennaio 2019, n. 3 (GU Serie Generale n.13 del 16-01-2019)

d) all'articolo 158 C.P., il primo comma e' sostituito dal seguente: 
  «Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal
giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui e'
cessata  l'attivita'  del  colpevole;  per  il  reato  permanente   o
continuato,  dal  giorno  in  cui  e'  cessata  la  permanenza  o  la
continuazione»; 
    e) all'articolo 159 C.P.: 
      1) il secondo comma e' sostituito dal seguente: 
  «Il  corso  della  prescrizione  rimane  altresi'   sospeso   dalla
pronunzia della sentenza di primo grado o  del  decreto  di  condanna
fino alla data  di  esecutivita'  della  sentenza  che  definisce  il
giudizio o dell'irrevocabilita' del decreto di condanna»; 
      2) il terzo e il quarto comma sono abrogati;

La Prescrizione è un Istituto del nostro Ordinamento Giudiziario che estingue il reato se il giudizio finale (Cassazione) non viene emesso entro un tempo stabilito dalla gravità del reato commesso.
Ci sono reati gravissimi che hanno tempi di prescrizione più lunghi di altri ritenuti meno gravi.
Questa prima parte della Riforma Bonafede, approvata, elimina tale Istituto rendendo ogni reato commesso dall'entrata in vigore di queste modifiche, 1° gennaio 2020, imprescrittibile.  
Ma questa Legge, che somiglia in questo aspetto alla "common law" inglese in cui la prescrizione NON ESISTE e i termini dei gradi di giudizio dei processi previsti dal loro ordinamento DEBBONO essere rigorosamente rispettati, non piace a nessuno dei partiti politici italiani, tranne il M5S che l'ha voluta.
Per trovare un accordo fra il M5S e il PD, in modo da correggere in parte il blocco della prescrizione, è stato fatto un cambiamento all'impianto iniziale dato dal Ministro Bonafede chiamato "lodo Conte bis", dal nome del parlamentare di Leu Conte che l'ha curato,  Leu terzo partito di governo, che prevede lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado di condanna, con la 
possibilità di ottenere un ricalcolo retroattivo dei termini se in secondo grado la sentenza 
viene ribaltata in un’assoluzione. 
Questo lodo Conte bis è stato approvato in un Consiglio dei Ministri a febbraio 2020 e doveva essere incardinato
all'intera Riforma che prevede dei meccanismi per accorciare i tempi dei processi con termini
precisi come in Gran Bretagna, che qualora non rispettati dai magistrati prevedono sanzioni a 
loro carico.
Ma Mercoledì 27 gennaio 2021 il Ministro Alfonso Bonafede NON ha letto la sua Relazione, anche 
se a mio avviso avrebbe potuto farlo (c'è un precedente) senza addivenire alla votazione essendo 
il governo dimissionario. 

martedì 26 gennaio 2021

Da IL MANIFESTO una riflessione sul PCI in confronto al Partito Socialista

Di:  Pier Giorgio Ardeni

Certo, il comunismo è «roba d’altri tempi», ormai, ed è inutile «rivangare il passato» (solo un socialista come Claudio Martelli può continuare a dire che avevano ragione quelli di allora). Eppure, se c’è una ragione per cui nacque il PCdI fu proprio perché i socialisti di allora non seppero farsi carico non tanto della «spinta rivoluzionaria» del movimento operaio, quanto delle rivendicazioni di operai, braccianti e contadini, delle masse proletarie insomma.

Un socialista come Claudio Martelli non lo considero neppure socialista, avendo fatto parte di un sistema corruttivo: ricordo a tutti che era il delfino di Craxi.

Marx, molto hegelianamente, era rimasto affascinato dalla prima comune di Parigi, quella del 1793, e dalla rivoluzione francese, perché vi aveva visto la presa del potere di una classe su un’altra (era la prima volta della storia che un rovesciamento aveva una base di classe). E aveva pensato che, ora che la classe borghese soggiogava la classe operaia, la soluzione era la rivoluzione proletaria e la sparizione delle classi (si scusi la semplificazione). Il capitalismo si è affermato grazie allo sfruttamento, se ne è alimentato.

E' indubbio l'impatto storico della Rivoluzione francese che non fu solo la presa del potere di una classe su un'altra ma la distruzione da parte del Terzo Stato, la plebe, di due classi oppressore: i Nobili e il Clero. Quello che però la Storia ci ricorda è che pochi anni dopo proprio un militare rivoluzionario si mise in capo la corona di Imperatore. E dopo la sua caduta ripresero potere, anche nei costumi della società francese, i Nobili.

La democrazia liberale, in Italia come altrove, era a quei tempi una faccenda in mano ad un’élite borghese, dove la progressiva cooptazione (di parte) dei ceti popolari non avvenne, nemmeno con l’affermazione dei partiti popolari, quello socialista e quello cattolico (di Sturzo), nel 1919. Quell’affermazione non fu sufficiente ad offrire condizioni di vita e di lavoro decenti per quelle masse, che si rivoltarono.

E i socialisti non seppero guidare quella rivolta in chiave progressiva. Poi, certo, venne il fascismo, quando la borghesia industriale e agraria preferì la soluzione autoritaria al gradualismo giolittiano. Gramsci, pur ancora convinto della via leninista (la rivoluzione), capì che in Italia non era solo una questione operaia, ma anche contadina e, quindi, meridionale.

Il PCdI nacque perseguendo questa opzione che non fu mai del partito socialista che rimase sempre giolittiano nel fondo. Con la resistenza, l’antifascismo e la nascita della repubblica prese piede l’idea di una democrazia progressiva che avrebbe potuto portare al socialismo, nelle condizioni date. Ma a cambiare fu anche il capitalismo che, pur rimanendo classista e imperialista, trovò il modo di perseguire una migliore distribuzione delle risorse.

Certo, lo fece per preservarsi e preservare la classe dominante borghese, ma nell’allargamento della sua «base sociale» al ceto medio e medio-basso vide le premesse per la sua sopravvivenza. Incalzato dal movimento operaio e dal suo partito (dove c’era). E se fu doppiezza, fu «a fin di bene»: miglioriamo le condizioni di vita delle masse qui e oggi, il socialismo sarà il prossimo passo.

Per tutto il dopoguerra e fino all’89 il partito comunista perseguì questo obiettivo, nei vincoli dati, perdendo per strada perfino le ragioni di fondo che lo avevano separato dal partito socialista delle origini (che sopravvisse sempre a se stesso, in una vaga idea identitaria di socialismo «democratico», come se anche il comunismo italiano non lo fosse).

Poi, però, il capitalismo travalicò, i suoi orizzonti si aprirono all’intero mondo e riprese a correre, grazie ai proletariati della terra desiderosi di uscire dalla miseria. Il socialismo appassì perché ad appassire fu l’idea di rivoluzione, perché non era più «necessaria». Ma ci si dimenticò, invece, che era necessaria, ancora, una migliore distribuzione delle risorse e della cittadinanza democratica.

L’errore, dopo l’89, non fu quello di cambiare nome, ma di perdere di vista un obiettivo, mutuando quello liberale. La crescita non avrebbe garantito nulla, se non a vantaggio del capitale, se non si fosse tenuta ferma la barra su uguaglianza e distribuzione. Il mantra di un «capitalismo ben temperato» non venne più suonato dal clavicembalo della sinistra, ormai sussunto nel paradigma liberale da cui, pure, era stato generato.

Il partito socialista si è dissolto mentre quell’altro, che aveva raccolto la sintesi vincente, si è avviluppato. Non c’è più la rivoluzione, all’orizzonte, ma non c’è neppure un obiettivo di «trasformazione della società», di lotta alle disuguaglianze (che sono ancora di classe e di condizione). Non si tratta di rovesciare la borghesia, ma di ri-garantire quel progresso equo che l’avanzata del movimento operaio aveva saputo conquistare, fino ad un punto. (E non diamo la colpa al fatto che «non c’è più la classe operaia», come se non esistessero più le masse popolari!)

Se c’è una lezione da trarre da questa storia, che guardi all’oggi, è che lo spettacolo odierno di un capo del governo che va a cercarsi una maggioranza in parlamento – nella migliore tradizione di Depretis, Crispi e Giolitti – è non tanto da associare al famigerato «trasformismo», quanto al fatto che non ci sono più i partiti (e, in particolare, uno). Un partito che, come un secolo fa, si ponga l’obiettivo di guidare i bisogni di una società più giusta raccogliendo attorno a sé quegli strati che, nella situazione attuale, sono ancora sfruttati e dal cui sfruttamento il capitalismo trae vantaggio perpetuo. Anche se non è più «comunista».

Oggi il capitalismo è incarnato dall'Alta Finanza che, lungi dal create lavoro come il capitalismo, sfruttatore o illuminato che fosse, specula succhiando i soldi dei contribuenti, come si è visto ad esempio con MPS, con la complicità dei partiti sempre in cerca di soldi per alimentarsi.

Senza scomodare sempre l'esempio storico di Adriano Olivetti quale capitalismo illuminato, leggiamo qualcosa di recente:

Vicedirettore de "Il Resto del Carlino", Beppe Boni :" L’imprenditore milanese Del Vecchio è un esempio della lungimiranza industriale che caratterizza il nostro Paese. Guida un’azienda che marcia a gonfie vele e premia con il concetto del profitto e della professionalità i propri dipendenti. Altri casi in Italia, che si ispirano al modello Fiat anni Sessanta, sono la Ferrari di Maranello e il gruppo Della Valle, esempi virtuosi di come le aziende possono investire contemporaneamente nella crescita e nel benessere dei propri collaboratori. Alla Tods’ di Della Valle, appunto, nel cda è stato addirittura nominato un consigliere delegato alla solidarietà con l’aggiunta di operazioni di welfare legate anche al territorio. Alla Gd di Bologna, in una sede avveniristica, i lavoratori trovano palestra, asilo nido, tecnologia, arte e musica. E’ il capitalismo illuminato che sta facendo scuola".

Ma d'altra parte il lavoro chi lo crea? Lo Stato con il suo apparato necessario al suo funzionamento non può bastare, serve sempre l'iniziativa privata che, creando lavoro per sé stessi, ne crea anche per chi non ha capacità di farlo da sé. Chi pretende di negare questa semplice realtà umana vive  nell'utopia. Lo Stato con le sue leggi deve garantire i lavoratori senza però asfissiare gli imprenditori, siano essi semplici artigiani e commercianti, siano piccoli e medi industriali, assicurando il libero svolgimento dell'imprenditoria senza soffocarla di burocrazia demenziale e organizzando un sistema fiscale che non consenta evasione.

domenica 24 gennaio 2021

THOMAS BERNHARD – “Piazza degli eroi”

 

Bernhard, “Piazza degli eroi”

THOMAS BERNHARD – “Piazza degli eroi” – Garzanti

Traduzione di Rolando Zorzi

Piazza degli eroi

“E’ tutto in via di estinzione”

Prima di tutto qualche data, per cogliere appieno l’importanza di “Piazza degli eroi” (“Heldenplatz”) all’interno della produzione teatrale, ma anche più genericamente letteraria, bernhardiana. L’opera viene pubblicata nel 1988 e rappresentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 4 novembre dello stesso anno, per la regia di Claus Peymann. L’ultimo romanzo di Bernhard, “Estinzione” era stato pubblicato due anni prima, nel 1986. Il 12 febbraio 1989 Bernhard muore. Siamo quindi giunti con questo dramma alla conclusione della parabola teatrale del suo autore, ovvero, come ben sottolinea Eugenio Bernardi, al punto “massimo di quella provocazione cui mirava da sempre il suo teatro”. Esattamente come, sul piano della narrativa, “Estinzione” rappresenta il tentativo, attuato mediante le raffinate armi letterarie a cui questo autore ha abituato i suoi lettori, di cancellare, di estinguere, uno per uno, i temi portanti della sua architettura artistica. Bernhard conclude quindi portando al massimo grado possibile la sua arte della provocazione e della esagerazione, consapevole che, esagerando la realtà, può renderla insopportabile e, quindi, distruggerla. Ci si può chiedere se fosse consapevole dell’avvicinarsi della fine, ma la sua stessa biografia ci dice che Bernhard ha sempre vissuto sapendo di portare con sé la propria morte, di allevare dentro di sé la propria malattia mortale e quindi questa è, in definitiva, una domanda inutile.

L’aspetto più apertamente provocatorio della pièce consiste nei violenti attacchi che contiene, attacchi per nulla velati e sottintesi, ma diretti e ampiamente ripetuti, nei confronti dello stato austriaco, dei suoi rappresentanti, delle sue istituzioni e, in definitiva, dell’intero popolo austriaco. Lo spunto per la scrittura del dramma è il cinquantenario dell’annessione dell’Austria alla Germania nazista e la tesi sostenuta da Bernhard è che, dopo cinquant’anni, complice lo stato, il nazismo e l’antisemitismo stanno nuovamente diffondendosi, senza trovare ostacoli apparenti, tra i politici più potenti, nei luoghi dell’arte e della cultura e, infine, tra la stessa popolazione. Si va dagli accenni velati, alle battute ironiche, alla constatazione amara fino alla vera e propria invettiva (e Bernhard sa come dosare tutto questo e come variarlo per suscitare le reazioni del pubblico). E’ un crescendo che, dopo gli accenni contenuti nella prima scena, si distende, diventando sempre più esplicito nella seconda e nella terza (fino alla splendida conclusione che non svelo, per non rovinare ai futuri spettatori gli effetti dell’inventiva di un vero animale da palcoscenico). E’ significativo il fatto che l’azione scenica di questo dramma, a differenza di quanto avviene nelle altre opere teatrali di Bernhard, dove sono ridotte al minimo le indicazioni di luogo e di tempo, sia ben collocata nel tempo e nello spazio: il testo reca “Vienna” come indicazione iniziale, seguita dalla data, “Marzo 1988” (il 15 marzo 1938, Hitler annuncò nella centralissima Heldenplatz di Vienna alla folla acclamante l’Anschluss dell’Austria alla Germania); le indicazioni sceniche, inoltre, collocano chiaramente la I e la III scena all’interno di un appartamento che si affaccia sulla Heldenplatz e la II nei giardini pubblici del Volksgarten; dai personaggi vengono infine ripetutamente citati il Burgtheater, la Ballhausplatz, su cui si affaccia la Cancelleria federale, il Parlamento, l’Università, la Biblioteca nazionale, oltre alle più importanti vie e piazze di Vienna. Insomma, una serie di accurate indicazioni spaziali e una precisa collocazione dell’azione scenica nel tempo, inusuali per lo stile di Bernhard che sembra in questo modo perseguire un intento di chiarezza e trasparenza e assicurarsi che il suo estremo giudizio sull’Austria venga colto pienamente. Si va da considerazioni generiche come “…che io sia austriaco è la mia più grande disgrazia”, a constatazioni esplicite: “oggi la situazione è veramente quella/ che c’era nel trentotto/ a Vienna ci sono adesso più nazisti/ che nel trentotto/ lo vedrai/ come tutto finirà male/ per capirlo non c’è mica bisogno/ di una mente tanto acuta/ adesso stanno venendo fuori di nuovo/ da tutti i buchi/ che più di quarant’anni fa erano stati tappati/ basta che ti metti a parlare con uno qualunque/ e non ci vuole tanto/ perché salti fuori un nazista”;’da attacchi diretti alle istituzioni culturali: “pure l’università è piena di idioti/ e fra questi lui ha sopportato per ventanni/ degli imbecilli della Stiria e degli idioti di Salisburgo/ come colleghi/ la vita intellettuale in questa città/ è pressochè soffocata nell’infamia/ e nell’ottusità dei suoi trafficanti di posti/ Dei miei colleghi il novanta per cento sono nazisti/ diceva il babbo/ o rappresentano l’ottusità cattolica/ o quella nazionalsocialista/ beceri e infami sono tutti quanti/ la città di Vienna è tutta un’infamia ottusa”, a vere e proprie accuse rivolte agli uomini di potere: “il presidente della repubblica un borghesuccio furbo e falso/ e tutto sommato un tipo deprimente/ il cancelliere uno scaltro maneggione politico”, “stia un po’ a sentire il cancelliere federale/ quello non riesce neanche a finire una frase correttamente/ e neppure gli altri/ da tutta quella gente non vien fuori che immondizia/ quel che pensano è immondizia/ e anche il modo in cui lo dicono è immondizia”, “Herr Landauer che ne dice vinceranno i rossi alle prossime elezioni/ quelli non hanno proprio carattere/ e i neri sono tutti degli imbecilli/ e le porcate sono la forza motrice di tutti quanti i partiti/ Se oggi in Austria lei dà il voto a un uomo politico/ può star sicuro che dà il voto a un porco corrotto”, fino ad investire l’intero popolo austriaco con un astio e una violenza verbale troppo radicali per non indurre nello spettatore almeno il sospetto che al fondo di tutto ciò ci sia una cocente delusione, un desolato rammarico nei confronti di una patria forse molto amata e per questo dolorosamente ripudiata: “mi meraviglia soltanto che tutto il popolo austriaco/ non si sia suicidato da un pezzo/ ma gli austriaci nell’insieme in quanto massa/ oggi sono un popolo brutale e stupido/ In questa città uno che ci vede dovrebbe essere/ ventiquattr’ore su ventiquattro in preda a raptus omicida/ Quel che è rimasto a questo povero popolo minorenne/ non è altro che il teatro/ L’Austria stessa non è altro che un palcoscenico/ sul quale tutto è depravato deteriorato e decomposto/ una compagine di comparse detestata da se stessa/ fatta di sei milioni e mezzo di abbandonati a se stessi/ sei milioni e mezzo di dementi nonché pazzi furiosi/ che ininterrottamente gridano a squarciagola reclamando un regista/ E il regista verrà/ per spintonarli definitivamente giù nel baratro”. “Piazza degli eroi” resterà in scena al Burgtheater fino alla morte del suo autore, provocando, come si può facilmente intuire, un seguito di attacchi a Bernhard da parte di tutta la stampa e di molti esponenti politici, tanto che lo scrittore, come risposta, disporrà nel suo testamento il divieto di stampare, rappresentare o leggere in pubblico i suoi scritti in territorio austriaco per la durata dei diritti d’autore. Un’uscita di scena ad effetto, un vero “colpo di teatro” per un autore così enigmatico, disturbante e delirante, perfetta in fondo per chi ha potuto scrivere, a ragion veduta, molte volte anche se in forme diverse, una battuta come questa: “Ah, la vita è proprio tutta una commedia sapete”. Detto tutto ciò, sarebbe veramente limitante ridurre “Piazza degli eroi” al suo contenuto provocatorio e collegare questo dramma alle sole polemiche che ha scatenato. Non ho mai avuto l’opportunità di vederlo rappresentato, ma credo di essere in grado di cogliere tutta la sua grandezza anche mediante la sola lettura. Per l’ennesima volta, quella definitiva, Bernhard mette in scena l’assurdità e l’ottusità brutale del mondo, con il realismo lucido che gli è proprio e con l’intransigenza che ha sempre caratterizzato la sua arte. Il suicidio dell’intellettuale ebreo, Professor Schuster, che, tornato a Vienna cinquant’anni dopo l’Anschluss, non riesce a sopportare la situazione dell’Austria e si getta dalla finestra, diventa il pretesto e l’occasione, al di là della provocazione, per attuare quella variazione di temi in cui Bernhard è maestro; ecco allora entrare di nuovo in scena la dissoluzione familiare, l’incomunicabilità, l’incapacità di adattarsi ad un luogo che diventa eterna e frenetica preparazione di viaggi in fondo privi di una meta soddisfacente, le fissazioni e la reiterazione di gesti quotidiani che finiscono per rappresentare l’unica certezza e l’unica via di scampo, il rifugio nell’arte, sentita alternativamente come consolazione e disgusto, l’apparente assenza di sentimenti (ma anche qui, folgorante, inaspettato e per questo commovente, quell’intercalare, raro ma a me tanto caro, quel “bambina mia”, unica apertura verso un mondo di sentimenti negato a cui si può solo alludere, che, posso sbagliarmi, è presente in quasi tutte le opere teatrali di Bernahrd) e, infine, quel perenne senso di inquietudine, di “perturbamento”, la cifra e l’identità del teatro bernhardiano che, ancora una volta, è teatro di parola. E se fondamentale nel teatro è il ritmo, è proprio nel ritmo delle parole, che spiccano nella staticità dell’azione, che va ricercato il valore anche poetico dell’ultimo gesto teatrale di Bernhard, quello su cui cala il sipario della sua vita d’artista.

Con la chiusura dei Teatri causa pandemia ho potuto gustare il dramma di THOMAS BERNHARD in un allestimento di Roberto Andò che la RAI ha mandato su canale 5.

E' la Piazza degli eroi, la Heldenplatz di Vienna, dove nel '38 una folla di deliranti si accalcò per festeggiare l'annessione dell'Austria alla Germania nazista. E dove la moglie di Schuster, interpretata da Betti Pedrazzi, in quella nuova casa, anche 50 anni dopo, continua a sentire le urla degli austriaci inneggiare a Hitler (nel cast anche Silvia Ajelli, Paolo Cresta, Francesca Cutolo, Stefano Jotti, Valeria Luchetti, Vincenzo Pasquariello, Enzo Salomone).

Renato Carpentieri nella parte di Shuster, il fratello del suicida, a cui l'Autore affida il suo caustico pensiero sull'Austria degli anni ottanta del secolo scorso, che mi fa pensare anche all'Italia di oggi per il giudizio sulla mediocrità dei politici e degli universitari .
L'unica cosa che penso e spero per il mio Paese è che non gli appartenga l'antisemitismo che 
BERNHARD denuncia per la sua Austria

Renato Carpentieri: eccezionale

  

Tutti gli attori, bravissimi, in scena







MADRE Cap. I

Capitolo I

Il telefono squillò. Lei andò a rispondere. 
"Signora Rrrita? Sono Suor Fernanda." La pressione prolungata sulla R e la o chiusa le evocarono il mondo dove viveva sua madre ancora di più del nome di chi la chiamava.
Quella voce, proveniente da quel luogo, le provocava sempre un'aspettativa ansiosa di notizie non buone o, quantomeno, di chiamata a risolvere problemi piccoli o grandi di sua madre.
"Buongiorno sorella. Mia madre ha qualche problema?"
"Io sono stata una settimana in Sardegna, sono tornata oggi, e ho trovato questa donna deperita."
Il tono della suora che fungeva da "femme de chambre" per sua madre era serio e con un sottofondo di meraviglia.
"Ma deperita come?" Chiese lei senza capire, ma già in ansia.
"Dimagrita, questa donna in una settimana è dimagrita. Io l'ho lasciata una settimana fa ed oggi la ritrovo dimagrita in modo non normale.."
Cercando nella mente Rita trovò il ricordo recente di suo figlio che, come accadeva ogni tanto, andava al posto suo ad accompagnare la nonna a ritirare la pensione all'Ufficio Postale.
"Ma non più tardi di dieci giorni fa è venuto mio figlio con la sua fidanzata per accompagnare la nonna a prendere la pensione e non mi ha detto niente.."
"E' successo tutto in questa settimana, io sono mancata solo una settimana."
"Ma perché la suora infermiera, suor Virginia, non mi ha avvertito?" Chiese la donna, cercando di mettere in chiaro nella sua mente la situazione.
Chiuse la telefonata con la suora ringraziandola di averla avvertita e, nel contempo, dicendole di chiamare il dottore a cui sua madre era iscritta. Un Medico di Base che bisognava stanare dal suo studio per fargli fare una visita domiciliare, in barba alla convenzione con il Servizio Sanitario in cui era scritto che fra i suoi compiti c'erano anche le visite domiciliari, qualora il paziente non fosse in grado di raggiungere il suo studio per serie ragioni di salute.
Andò poi a cercare suo figlio Diego e lo trovò nella sua stanza che stava studiando con Rachele. Seguivano lo stesso Corso di Studi all'Università.
"Scusate ma siete stati da nonna venerdì della settimana.. non questa appena passata.. quella ancora prima no?" 
I due giovani la guardarono interrogativamente dopo aver staccato gli occhi dai libri: "Sì, certo. Perché cosa è successo?" Chiese suo figlio, già in ansia anche lui. Diego era sensibile e conosceva ogni aspetto dei problemi che sua madre viveva per quella nonna che tanto li amava e che lui amava.
"Mi ha appena chiamato suor Fernanda che dice di essere stata via una settimana, sai loro ogni tanto hanno periodi di riposo e lei era andata in Sardegna, penso alla Casa Madre, e ha trovato nonna molto dimagrita. Come era dieci giorni fa?"
Lesse nell'espressione di suo figlio la sua stessa meraviglia: "Ma normale.. Come sempre."  Guardò come per conferma Rachele che annuì.
"L'abbiamo accompagnata all'Ufficio Postale facendo la fila per lei e poi lei ha preso la sua pensione e - sorrise guardando la fidanzata - ha provato come al solito a darmi dei soldi e al mio solito rifiuto ha provato a metterli in tasca a Rachele."
L'immagine tenera della nonna che in mezzo alla gente, incassata la pensione, voleva dare i soldi ai due ragazzi, più che suscitare imbarazzo faceva, appunto, tenerezza, e il rifiuto era una consuetudine a cui ci si sottraeva a stento e, alla fine, lei riusciva a volte ad imporre le sue piccole o grandi donazioni ai nipoti o alla figlia, che cedevano per farla felice.
"Debbo andare subito. Debbo vedere con i miei occhi." Disse con una rattenuta angoscia. 
Rifiutò l'offerta di Diego di venire con lei, disse che restassero pure a studiare. Sarebbe andata lei, come sempre per i bisogni di sua madre, facendosi aiutare solo ogni tanto o da Diego o da Monica, la figlia femmina, per non prendere troppi permessi al lavoro, ma solo per non farla andare da sola a prendere la pensione, dati i pericoli di scippi, e ancora più raramente per qualche esame diagnostico dato che, per tutto ciò che riguardava la sua salute, Rita voleva essere in prima persona per rendersi conto bene delle cose.
Aspettò di sapere se il Medico recalcitrante era andato a visitarla. Suor Fernanda la richiamò per dirle, con voce grave, che il dottore era venuto ed aveva detto che bisognava portarla in ospedale, sì certo aveva lasciato il foglio per il ricovero.