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venerdì 22 maggio 2015

Stralci da un Romanzo

Nascere e morire, null'altro




CAPITOLO I  - Rione Colonna e Rione Ponte intorno al 1949-1952
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Spesso andiamo negli ambulatori dell'ENPAS, che è la mutua degli statali come papà. Mamma dice che sta dietro al Parlamento. Sono ambulatori puliti, luminosi, addirittura eleganti. Anche lì andiamo a piedi. Qui è tutto vicino quello che ci serve.
Quando mamma non ha tempo per portarmi al Pincio a giocare mi conduce a "Fontan de' Trevi": lei la chiama così. Non c'è quasi nessuno. Lei si siede sui sedili di marmo bianco e lavora ai ferri qualcosa di lana, mentre io gioco. Sempre da sola, a meno che non incontro la mia amichetta più alta di me, tanto che io debbo alzare il viso verso il sole per guardare il suo bel visino color cioccolato chiaro circondato da una corona di riccioli scuri leggeri. Con lei gioco bene: è buona, gentile, ben educata e siamo in grande armonia. Il padre legge il giornale seduto su una panchina e ha una gamba tesa, non la può piegare. Un giorno è passato anche papà e mi ha detto che quel signore, dalla pelle del colore di quella della mia amichetta, è un mutilato di guerra di prima categoria. L'ha detto con rispetto e quasi ammirazione, aggiungendo: "Io sono solo di seconda categoria." Ho capito che dipendeva dalla gamba. Forse il padre della mia compagna di giochi era somalo ma era cittadino italiano e aveva dovuto combattere in guerra come mio padre, che non voleva, ma ci era dovuto andare lo stesso altrimenti, diceva, "ti fucilavano". Papà aveva sofferto molto di andare "a uccidere gente che non ti ha fatto niente". Parlava di Mussolini dicendo che "era un pazzo", "aveva gli occhi da pazzo", "quel mascalzone", "quel delinquente", "quel pagliaccio": lo odiava perché, diceva, "sono partito per la guerra che ero un uomo e sono tornato che ero mezz'uomo". 
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Mamma racconta che appena sposati, per un tempo breve, hanno abitato in uno degli appartamenti fatiscenti che papà aveva comperato in Trastevere: due in Vicolo del Moro e due in Vicolo del Cinque. Poi papà due li aveva rivenduti allo stesso prezzo che li aveva pagati a zio Gianni, per gratitudine, perché l'aveva fatto lavorare come cameriere la sera, nelle trattorie che lui prendeva in gestione. Così, oltre allo stipendio del Telegrafo, aveva potuto guadagnare qualcosa in più.
Gli altri due li aveva venduti guadagnandoci  e con quei soldi aveva comperato un appartamento affittato in Via Ottaviano.
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Intanto il nostro contratto d'affitto per la soffitta era scaduto e, dato che quelli non se ne volevano andare, siamo andati ad abitare nella grande casa  del Sig. Micarelli in Via dei Soldati. 
Mica c'eravamo solo noi anche lì! Noi avevamo una stanza grandissima e papà aveva comperato i mobili nuovi per la casa  di Via Ottaviano e la nostra stanza era la più bella. Nelle altre, oltre al proprietario di quell'immenso appartamento e a suo figlio, il giovane Ing. Micarelli, c'erano tante famiglie. 
Accanto alla nostra stanza c'era la famiglia Russo: padre, madre, un figlio di circa la mia età e una figlia un poco più grande. Parlavano con un accento del nord ed erano bianchissimi di pelle! La loro stanza era un terzo della nostra, poverini, e ci stavano in quattro! Poi c'era una cucina grandissima e ognuno aveva il suo fornello a gas a due fuochi. Quello nostro era il più nuovo e ne aveva tre. Tutta questa gente a volte aveva qualche attrito, ma dirimeva tutte le questioni il Sig. Micarelli: un vecchio alto e magro, sempre con il cappello in testa, anche in casa, che girava in canottiera e pantaloni appoggiandosi lievemente ad un bastone per aiutare le gambe insicure. Quando c'era qualche problema più grosso interveniva il giovane ingegnere: alto e magro come il padre, bello e molto rispettato perché era laureato!