domenica 17 febbraio 2019

Alcune cose dette da Amos Oz...

"La letteratura è cugina del gossip. Il gossip a sua volta è il risultato della nostra volontà di guardare dentro le finestre degli altri per sapere come vivono, cosa mangiano. La letteratura però fa un passo in più: non solo vuole vedere cosa c’è dentro la finestra altrui, ma indaga su che cosa si vede da quella finestra. La letteratura permette cioè di assumere lo sguardo altrui sul mondo. Un persona capace di vedere se stesso o l’universo con gli occhi degli altri non può essere un fanatico, perché una persona così sa che ci sono tanti modi di vedere e leggere la realtà."


Questa affermazione di Amos Oz mi ha fatto sorridere, non solo perché è quel che penso anch'io, ma perché mi ha ricordato una uguale affermazione di Dacia Maraini.
Questo mi conforta, perché una mia lettrice mi aveva fatto proprio una simile critica sul mio libro "Normalità apparente".
Inoltre vivo da 53 anni con un uomo per il quale la Letteratura deve essere per forza fantastica, mai basata sulla esperienza della realtà e dunque è il mio primo critico.
Tutti da giovanissimi abbiamo amato Salgari e Jules Verne, ma poi a me è piaciuto immergermi in altre realtà, vive e vissute da occhi diversi dai miei, e ritrovarmi in esse almeno nei sentimenti provati, sia pure in esperienze di vita diverse.
Adesso, ad esempio, sto leggendo una parte del romanzo di Oz "Una Storia di amore e di tenebra" in cui lui racconta con sottile umorismo di sé bambino.
Nonostante egli ne parli con divertito spirito critico, aspetto della realtà che mi riguarda ma che riguarda anche altri di cui narro, l'immagine del piccolo Amos mi appare come di piccola vittima dell'esagerato formalismo degli adulti, al quale viene sacrificato e a cui egli oppone, dietro un'apparente acquiescenza, un opportunismo difensivo. Così il bambino Amos per non scontentare  gli adulti li asseconda onde evitare conflitti, dimostrandosi così, ai miei occhi di lettrice, più maturo degli ignari e pretenziosi adulti preoccupati soltanto dei loro desideri, di come loro vogliono che il bambino sia, preoccupati solo delle loro aspettative e mai che si ponessero nel punto di vista dei bisogni di un bambino. Quindi, anche se lui ne sorride narrandolo, a me questi adulti appaiono ciechi e molto egoisti nei riguardi di Amos, a cominciare dai suoi genitori per finire agli amici di famiglia come la "zia" Mala infantilmente ed ottusamente convinta che lo sciroppo che lei chiama gazzosa sia nei desideri del bambino, scegliendo per lui e insistendo in totale egocentrica incomprensione perché ne beva ancora, senza percepire affatto che il bimbo ne prova uno schifo totale.
Ma Amos si industria e, per non essere scortese e ferire il fragile infantile io della creatrice di sciroppi rivoltanti, lo fa bere alle sue piante in vaso, dopo essere stato in forse se farlo bere al suo derelitto canarino in gabbia valutando, saggiamente, che forse nella piccola vaschetta del povero uccellino sarebbe stato più visibile che nella terra di un vaso.

mercoledì 13 febbraio 2019

Leggendo "Una Storia di amore e di tenebra"

Tanta, troppa gente, nel passato e nel presente e in troppi Paesi, parla di "ebrei" come se fossero una categoria di persone, categorizzando milioni di persone invece tutte diverse. Ma non solo perché italiani, o francesi, piuttosto che israeliani o statunitensi, polacchi o lituani, ma soprattutto perché persone diversissime tra loro in quanto individui!
Un esempio recente me lo suggerisce Philip Roth di cui ho scritto dopo averlo letto ed ora che sto leggendo Amos Oz.
Fra questi due uomini, di cultura ebraica, c'è un abisso immenso.
E non solo per le loro diverse esperienze di vita, bastando leggere le loro biografie, ma per il modo in cui la realtà viene interpretata dalle loro due menti, dai sentimenti che trasmettono attraverso la loro analisi della realtà.
Non c'è da stupirsi, naturalmente, dato che scrittori che vengono da una formazione e cultura cristiana sono fra loro ugualmente immensamente diversi, essendo ogni persona una cassa di risonanza della realtà specifica nella propria individualità. Ma la mia riflessione parte da questa inspiegabile e voluta categorizzazione dell' ebraismo. Amos Oz non solo non ha nulla in comune con Roth, ma di sicuro ha molto in comune con me, nata cristiano cattolica che ha elaborato la realtà oggettiva della propria esperienza fino a diventare atea e con sentimenti e visioni dell'esistenza che trovano in Oz una mente simile in alcuni passaggi. Ad esempio nella primissima infanzia, essendo il libro che sto leggendo autobiografico, in cui in età precocissima Amos pensava e rifletteva sui fatti che gli accadevano fino ad averne da adulto memoria.
Quando racconto mie esperienze in cui non potevo avere più di tre anni molti mi dicono "Non è possibile". Perché loro non hanno ricordi così precoci. Dunque, dicono "Ti sbagli, eri più grande". Ma non è così, perché posso datare quei nitidissimi ricordi per i luoghi dove sono avvenuti, luoghi dove ero solo a quella data età, poi non più.
Ma quello di cui voglio parlare, non avendo finito di leggere il libro ma stando circa alla metà, è della ferita principale della vita di Amos Klausner che si dette il nome di Oz, che in ebraico vuol dire Forza.
Non sono ancora arrivata al punto in cui, forse, darà dettagli sul suicidio di sua madre: come e in quali circostanze. Per ora sto scoprendo quello che lui scrive di aver provato subito dopo, aveva dodici anni e mezzo, e qualcosa di quello che ha provato pochi anni dopo.
Ma prima di leggere le pagine di un dolore, il solo fatto di aver appreso che la madre di questo scrittore si fosse uccisa quando lui aveva dodici anni e mezzo mi aveva fatto pensare all'immenso trauma che si spalanca dentro l'anima di un bambino lasciato solo, di colpo, dalla propria madre. Un abbandono totale, definitivo, inspiegabile. 
Lo scrittore bambino con sua madre Fania Mussmann e suo padre Yehuda Arieh Klausner

La madre se ne va volontariamente nel Nulla ed io, figlio bambino che resto da solo, non posso capire di depressione, di male psichico... Io sono, debbo essere al centro dei pensieri di mia madre, sono, debbo essere la sua ragione di vita, la cosa in assoluto più importante per lei, così, circondato e protetto dal suo amore io cresco come una piantina al sole del suo calore e all'acqua delle sue lacrime per me... Se sto male, se mi faccio male.. Lei è sempre preoccupata per me ed io sono io perché lei mi ama. Cresco sicuro di me perché c'è lei che mi ama.
Questo sono stata io bambina e questo, tenendolo ben presente dentro di me, sono stata, ho cercato di essere, per ognuno dei miei tre bambini.
Si può sbagliare, e si sbaglia, uno schiaffo, uno sculaccione, uno strillo, un rimprovero, ma mai far sentire ad un figlio che lui non è tutto per te, lui unico ed irripetibile, ciascun figlio, nessuno amato meno dell'altro, così, con l'amore, viviamo coperti come da una copertina calda in inverno.
Come deve essersi sentito il piccolo Amos, figlio unico, come sono stata anch'io, di fronte alla sparizione di sua madre per suicidio?
Non è solo l'assenza improvvisa e definitiva, ma è che quella madre non ha pensato a me andandosene, non ero io al centro del suo cuore, non sono stato io figlio il motivo sufficiente a farla stare al mondo: nudo, solo nudo al mondo deve essersi sentito Amos. Tradito anche. E in colpa. Come infatti lui scrive.
Non mi sono stupita di questo aspetto, anzi, me lo aspettavo. Sempre, quando ci viene inflitto un dolore ingiusto, ci incolpiamo attribuendo a noi stessi la colpa: "Forse ce  lo meritavamo?"
Poi c'è l'elaborazione...
Quanto deve aver sofferto il piccolo Amos per risalire dal pozzo nero in cui l'ha gettato l'abbandono volontario e definitivo di sua madre...
Non so, per mia fortuna, cosa sia la depressione, e dunque non ho il diritto di giudicare: è una malattia psichiatrica. Come si può imputare ad un malato la sua malattia? Eppure, eppure, sono sempre dalla parte di chi subisce danno e dolore in conseguenza degli atti di questi malati: per loro è più importante la loro malattia che chiunque altro. Non sono uno psichiatra, ma mi sembra che la malattia sia una fuga. Fuggire dalla realtà che non si sopporta pensando solo a sé stessi in un egocentrismo estremo. Perché, se solo l'amore per un figlio superasse ogni cosa, anche il malato potrebbe tenere conto che ogni cosa che fa nuoce a lui: al suo cucciolo. Un amore naturale, istintivo, animale dovrebbe salvare il malato psichiatrico da gesti estremi. Ma chissà, forse uno psichiatra non sarebbe d'accordo con queste mie analisi.

mercoledì 6 febbraio 2019

La Compagnia del cigno: bravi attori sprecati

Prima di scrivere le mie personali impressioni su questo sceneggiato ho voluto leggere alcune recensioni di persone, peraltro mi sembra giovani da come scrivono, su vari siti che si occupano di spettacolo. 
Ebbene ho riscontrato esattamente le mie impressioni.
Non si comprende perché gli sceneggiatori, che poi ottengono finanziamenti per costruire la loro opera, mettano in dette opere tante superficiali ed inutili scene che danno fastidio, a quanto leggo, anche ai giovani.
Inserirò in questa recensione una mia personale esperienza: mia figlia era portata sia per le arti che per la scienza e sondò diverse strade. Una di queste, non potendo accedere alla scuola di regia che avrebbe preferito, fu tentare di scrivere delle sceneggiature. Niente di meglio che imparare da chi fa lo sceneggiatore di mestiere riuscendo anche a camparci. Il padre chiese ad un noto scrittore, regista e attore, con il quale ebbe una casuale conoscenza, se poteva indirizzarla a qualche sceneggiatore introdotto nell'ambiente per imparare. Il personaggio indirizzò mia figlia ad uno sceneggiatore e gratuitamente ella provò a lavorare con lui. Dopo un po' mia figlia capì che nulla di creativo e spontaneo avrebbe mai potuto scrivere e con molta sincerità, quasi con umile imbarazzo, lo sceneggiatore disse che in quella sceneggiatura che stavano costruendo bisognava metterci un po' di sesso, un po' di questo e un po' di quello che andava di più in quel momento, secondo i finanziatori s'intende, per farlo piacere alla gente... Da cascare le braccia. Mia figlia ringraziò e non ci andò più.
Le recensioni dei giovani che leggo, che costituiscono la "gente" come me, invece pensano in modo molto meno banale di come si figurano coloro che gestiscono il portafogli dello spettacolo in genere. Non si comprende dunque, allora come adesso, questo manierismo nel costruire situazioni sempre poco veritiere e spontanee. In che mondo vivono coloro che finanziano queste sceneggiature? Di certo non lo stesso della maggior parte della gente. E' vero che La Compagnia del Cigno ha avuto tanti telespettatori, ma intanto perché non c'è molto da vedere la sera in TV, e poi il merito va ascritto solo ed esclusivamente agli attori.
Penso alla sorte dell'attore. Di quello bravo, che deve soggiacere a sceneggiature non sempre accettabili... Ma deve pur vivere e quello dello spettacolo è un ambiente che se dici troppi no non lavori più.
Poi ci sono i registi. Se sei fortunato e capiti con uno bravo tanto di guadagnato, ma spesso sei costretto a soggiacere ad impostazioni che magari non condividi e non sempre ti puoi permettere di obiettare.
Il posto ideale per l'attore bravo è il Teatro e i testi teatrali consolidati: Pirandello, Shakespeare, Ibsen ecc.. Lì i personaggi sono ben costruiti, leggi il testo e puoi discutere con il regista se vuoi dargli una tua personale interpretazione, si discute insieme, si crea..
Mi dispiace che attori come Alessio Boni, che ho visto in varie interpretazioni, sia stato sacrificato dentro un Maestro d'Orchestra isterico, inutilmente aggressivo.. Eppure è riuscito, nonostante la sceneggiatura e il regista, a dare un volto intenso e sofferto al personaggio.
Dispiace per Anna Valle, sicuramente meno brava come attrice di Boni, ma comunque chiusa in un personaggio che non convince, appena sussurrante, mai uno scatto d'ira, mentre a Boni è stata chiesta l'esagerazione opposta.
Ario Nikolaus Sgroi - Musicista e attore. Di lui mi ha colpito lo sguardo: bellissimo, profondo, espressivo.

Ario qualche anno fa: stesso sguardo intenso.

Poi le immancabili, imbarazzanti, scene di sesso. Ma per chi le fanno? Per i guardoni? La gente normale non ha bisogno di vedere che Boni si mette sopra Valle mimando un atto sessuale! Ci sono mille modi diversi per far capire che un uomo ed una donna che si amano fanno l'amore. Perché questa fantasia da porno film quanto più possibile esplicito? Perché costringere Anna Valle a mostrare i suoi capezzoli? E' bassa filmografia questa. Non ha senso. Persino quelle brave allieve, sembra prese dai conservatori dopo selezione, lo sceneggiatore e regista le ha costrette a mimare atti sessuali mostrando i propri seni. A che serve ai fini della storia? A quali spettatori è diretta questa roba? Se vogliono vedersi film porno non guardano una storia che vuol essere umana e di musica classica.
Peccato perché quei ragazzi sono tutti bravissimi anche come attori.
E che dire della brava (con una splendida voce) Natoli, troppo sclerotizzata in un rapporto madre-figlia innaturale, non spontaneo. E il bravissimo attore che interpreta il padre di Domenico costretto a recitare un pezzo di sceneggiatura di maniera privo di senso, imbarazzante, invitato a tavola con la Natoli...
Tutti bravi tranne la mente stupida di chi ha creato quelle scene.
Molte delle mie impressioni le ho ritrovate, come detto, nelle recensioni di persone giovani sul WEB, ad esempio su MyMovies.
Mio marito ha faticato a seguire i dialoghi innaturalmente sussurrati, a differenza degli urli imposti a Boni quando angariava i suoi studenti. Dato che ha un'età ha temuto di essere diventato sordo.. Invece altri spettatori giovani hanno denunciato questo modo di recitare il cui uso è invalso da un po' di tempo: un modo che vorrebbe forse far sembrare più spontanea la recitazione e invece, come scrive un recensore, "non parla così la gente".
Fabrizio Ferracane interpreta il padre di Domenico uno dei giovani musicisti

Anche sull'omosessualità ho letto critiche dirette e spontanee, vere.
Si esagera. Va bene che esiste ed è sempre esistita ma certo non riguarda la maggioranza della popolazione, dunque perché metterla dappertutto? Non lo scrivo io, anche se lo noto anch'io, ma dei giovani nei loro commenti. Anzi, qualcuno su La Compagnia del Cigno si è lamentato che alcune scene fossero volgari. Io non trovo questo, ma la scena in cui lo zio di Matteo cerca di nascondere le sue mutande nel divano tenendole in mano l'ho notata come esagerata. Non c'era bisogno di quelle mutande per far capire cosa stavano facendo con il suo amico quando Matteo è entrato in casa.
Insomma, peccato per gli attori, tutti bravi, anche i giovani musicisti.

lunedì 4 febbraio 2019

Tenente di Vascello Gregorio De Falco

Penso che l'Ufficiale di Marina Gregorio De Falco, dottore in Giurisprudenza, sia una di quelle persone italiane che si guadagnano quello che sono passo dopo passo, faticando sui libri, superando concorsi duri, con in più l'eterna insidia dei raccomandati in un Paese che fatica a vivere secondo le Leggi che si da, dunque, vista la corruzione delle commissioni concorsuali, chi studia e si prepara trova un ostacolo in più.

Il Tenente di Vascello Dott. Gregorio De Falco saluta militarmente


Quella sera del ridicolo, assurdo e tragico naufragio della Concordia De Falco, l'ha detto ieri nell'intervista rilasciata alla giornalista Annunziata, nemmeno aveva sotto la sua giurisdizione l'Isola del Giglio, ma quando uno dei suoi ragazzi gli ha fatto notare la lentezza con cui si muoveva un puntolino sullo schermo di controllo, troppo vicino alla costa, ha agito perché, come ha detto oggi, "qualcuno doveva pur farlo": evidentemente da quel punto di osservazione sono stati gli unici ad accorgersi del disastro che Schettino stava provocando.
Da lì, dal fare anche oltre il suo dovere, De Falco è diventato famoso. Ma mal gliene incolse, perché questo è un Paese in cui nessuno vuole prendersi responsabilità, onori si, ma responsabilità è meglio di no e il disastro della Concordia ha svelato varie carenze in Istituzioni che avevano la responsabilità di non consentire "inchini" invece tollerati...
Così De Falco invece di essere premiato è stato mandato a fare un lavoro dietro una scrivania e tolto dalle mansioni operative.
Ha fatto ricorso, il ricorso non è stato accolto, ma comunque lo hanno tolto da quel ruolo e inviato in un comando della Marina Militare.
Tutto questo subbuglio nella sua vita precisa e corretta deve aver giocato un qualche ruolo nella sua scelta di accettare l'offerta del M5S di entrare in politica: sperava di dare un buon apporto, avendo subito un'ingiustizia...
Ma l'illusione di poterlo dare è durata poco: è stato espulso dal M5S per non aver seguito l'ordine di scuderia.
Ora l'ordine di scuderia debbono seguirlo tutti gli eletti di tutti i partiti, anche se la Costituzione Italiana ha lasciato libertà di scelta con quella frase "senza vincolo di mandato", che nei fatti per molti diventa cambio di casacca, se fa comodo, e basta, ma guai ad applicarlo veramente, si finisce come Gregorio De Falco, espulso anche se figura di indubbio prestigio; meglio tenersi l'autotrasportatore  frascatano che dichiarava zero reddito, lui si che è un degno senatore a 5S!
Oggi ho ascoltato attentamente il suo punto di vista di uomo di mare sulle discusse (non da me, anzi!) scelte del Ministro dell'Interno Matteo Salvini per fermare gli sbarchi continui provenienti dai più disparati Paesi del Continente africano.
Egli è preparato nella sua materia e quello che ha detto va rispettato. In materia di naufraghi ha detto come stanno le cose dal punto di vista delle Convenzioni sulle quali, egli ha detto, non si può imporre alcuna legiferazione.
Mentre parlava delle regole sull'indubbia imposizione a tirare in barca o nave dei naufraghi e che quindi la Sea Watch non poteva fare altrimenti, mio marito, che sedeva accanto a me, ha espresso a voce alta quello che era anche il mio logico pensiero: "Sì, va bene, ma perché poi portarli fino qua in Sicilia?" 
Già, Senatore De Falco non più a 5S ma nel Gruppo Misto, non ha riflettuto che forse il porto sicuro Sicilia era un po' lontano dal luogo del naufragio?
Non si accorge, nonostante tutte le giuste regole che lei ha ricordato, che c'è una stranezza in tutti questi salvataggi di naufragi organizzati da criminali ed è la prua sempre verso la Sicilia?
Lei ha ricordato le regole dei naufragi e lei, oltre le Convenzioni, conosce inevitabilmente il Codice Italiano di Navigazione là dove parla dei naufragi:
Art. 491 - Indennità e compenso per assistenza o salvataggio di nave o di aeromobile

L’assistenza e il salvataggio di nave o di aeromobile, che non siano effettuati contro il rifiuto espresso e raGionevole deL comandante, danno diritto, entro i limiti del valore dei beni Assistiti o salvati, al risarcimento dei dannI subiti e al rimborso delle spese incontrate, nonché, ove abbiano conseguito un risultato anche parzialmente utile, a un compenso.

Il compenso è stabilito in ragione del successo ottenuto, dei rischi corsi dalla nave soccorritrice, degli sforzi compiuti e del tempo impiegato, delle spese generali dell’impresa se la nave è armata ed equipaggiata allo scopo di prestare soccorso; nonché del pericolo in cui versavano i beni assistiti o salvati e del valore dei medesimi.

Comunque anche nella Convenzione SAR è scritto MOMENTANEAMENTE: i naufraghi vengono scaricati nel primo porto sicuro (che nel caso Italia chissà perché è sempre il nostro) momentaneamente.
Però in Italia quel momentaneamente non viene rispettato e i naufraghi diventano stanziali in centri di accoglienza mantenuti dai contribuenti italiani.
Questo DEVE finire e il Ministro Matteo Salvini ha ragione e l'avrà anche se smette di fare il Ministro in questo governo. Ci saranno altri governi e gli italiani si pronunceranno se va bene loro questa imposizione, che limita la libertà di autodeterminazione del Paese, o se va bene la linea intrapresa con mille difficoltà da Matteo Salvini.
Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo, adottata ad Amburgo nel 1979 (SAR) Search and Rescue 

 Il paragrafo 3.1.9 SAR sancisce che l’obbligo dello Stato responsabile della


zona in cui viene prestato il soccorso non è necessariamente quello di accogliere le navi nei propri porti quanto di coordinare le operazioni e cooperare affinchè la nave che ha garantito il primo soccorso possa approdare in un luogo sicuro dove far sbarcare momentaneamente i passeggeri.

venerdì 1 febbraio 2019

Racconti lunghi e brevi di persone vere. "Il Maestro"

"Il Maestro"


La porta si aprì e mio padre apparve sulla soglia sorridente accompagnato dall'ennesimo sconosciuto.
Il suo carattere aperto al prossimo, per cui nutriva un affettuoso interesse, lo induceva ad interessarsi ai personaggi più disparati: non importa se fossero gli ultimi nella scala sociale, poteva essere anche colui che dagli altri era considerato lo scemo del villaggio, quello che amava in ciascuno e che sapeva cogliere era la specificità di ciascuno, l'umanità.
Si irrigidiva e giudicava i comportamenti falsi o immorali, oppure egoisti e irresponsabili, insomma tutti quelli che portavano danno agli altri, e allora non era affatto amichevole con costoro, ma la sua bonomia spariva lasciando il posto ad una seria e critica distanza.
La persona che recava in casa quel giorno era un omino all'apparenza più giovane di lui, sorridente.
"Lui è un maestro! Vedrai come è bravo." Mi disse presentandomelo.
Lo fece accomodare nella nostra piccola sala da pranzo e mia madre gli offrì qualcosa.
Non so dove mio padre l'avesse conosciuto: forse nella rosticceria del "Sor Achille", dove si vedeva con alcuni suoi conoscenti nelle ore libere dal lavoro, forse qualcuno glielo aveva presentato.
Il maestro aveva un'aria di persona dignitosamente vestita, modi semplici ed educati.
Subito si interessò a me e alle mie difficoltà con l'aritmetica.
Ero arrivato alla quinta elementare senza sapere ancora le tabelline.
"Lui ha brevettato un modo per imparare le tabelline giocando." Lo vantò mio padre sorridendo.
Il maestro tirò fuori quello che sembrava un normale mazzo di carte da gioco italiane, ma che si rivelò qualcosa di molto diverso. Sorridendo e giocando con me mi illustrava come imparare la tabellina. Non so dirvi come fu e quale era il metodo da lui inventato, né cosa avessero di diverso quelle carte da lui brevettate dalle carte con cui giocavo a "ruba mazzo" o ad "asso piglia tutto", so che, dopo aver giocato con lui che come un prestidigiatore mi insegnava con quel metodo la tabellina, io sapevo tutta la tabellina e non la dimenticai più.
Era riuscito, con il sorriso e nello spazio di mezz'ora, ad ottenere da me quello che le maestre, che si erano succedute nei cinque anni delle scuole elementari, non erano riuscite ad insegnarmi.
Ero stupefatto. Quel maestro mi aveva conquistato.
"Purtroppo, - disse mio padre con dispiaciuta ammirazione - lui non può insegnare nella scuola pubblica, perché ha superato l'età massima per partecipare al concorso pubblico."
Il maestro ascoltava serio quello che mio padre mi diceva.
Ero in quell'età in cui ogni adulto ti sembra una persona grande e senza età, con una distinzione per gli adulti molto giovani o per i vecchi già con le rughe... Dunque accettai quello che mio padre diceva senza farmi tante domande sull'età del maestro che, forse, aveva superato i 40 anni che la legge metteva allora come limite per accedere ai pubblici concorsi.
Egli aveva un viso buono: somigliava vagamente all'attuale Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, un misto di candore e di mansueta simpatia nell'espressione.

Egli mi indicò oltre il vetro della grande finestra, eravamo al quinto piano di un palazzo del centro, delle nuvole gonfie e bianche che si stagliavano nel cielo azzurro: "Guarda quella nuvola - mi disse - cosa ti sembra?"
La guardai e lui continuò: "Non ti sembra un elefante? Vedi? Ha la proboscide.. e le orecchione.. Con la fantasia, se le guardi bene, potrai trovare in ognuna una figura che ricorda qualcosa.."
"E' vero! - Dissi ravvisando proprio un elefante nella prima nuvola che mi indicava.
"Vedi? - Sorrise lui gentile. - "Ora già ha cambiato forma e non puoi più ravvisare in essa un elefante.. Ma in ciascuna nuvola, se guardi bene, potrai ravvisare una forma che ti ricorda qualcosa."
Il maestro se ne andò ed io non lo incontrai mai più, ma aveva lasciato in me un ricordo bello ed indelebile. In così poco tempo aveva catturato la mia indolente attenzione di bambino, mi aveva insegnato finalmente la tabellina ed aveva stimolato la mia fantasia.
Chiesi a mio padre di lui, in seguito; lui lo incontrava ancora di tanto in tanto nei tavoli esterni della rosticceria del Sor Achille, dove si sedevano vari amici e conoscenti a chiacchierare sotto i grandi platani, al riparo di siepi cresciute in cassette sorrette da portavasi in ferro battuto.
Peccato che non potesse insegnare nella Scuola pubblica lui che aveva quel dono.. Mi dispiacque davvero e chiesi a mio padre se poteva farlo almeno nella scuola privata: "Il diploma magistrale ce l'ha.. Certo in qualche modo dovrà pur vivere." Mi rispose serio.
Cominciai a distinguere qualcosa di quello che avrei scoperto a poco a poco vivendo: pensavo alla maestra Mencarelli che teneva una bacchetta lunga di legno sulla cattedra, con la quale ci picchiava sul palmo delle mani se solo ci giravamo a guardare fuori dalla finestra dell'aula un elicottero che volava basso: "Porgi la mano!" Diceva con voce acuta e puntigliosa e noi paurosi allungavamo il palmo alla punizione con timore..
Ogni fantasia veniva repressa. Era la Scuola Elementare dell'Italia negli anni 1950 ed oltre.