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domenica 12 ottobre 2014

Poliziotto vittima due volte: degli aggressori e dei giudici

Da: Il Messaggero

Picchiarono un agente, nessun processo per due pugili


di Alessia Marani
​Sei anni per un’udienza, poi i continui rinvii per notifiche errate e il valzer dei giudici al tribunale di Civitavecchia: resta senza giustizia un poliziotto di Fiumicino che nell’aprile del 2007 venne massacrato di botte da due boxeur che aveva fermato per un’infrazione al codice della strada. Il processo a carico degli aggressori, S.S. e C.S., due cugini romani che all’epoca avevano 28 e 31 anni è caduto in prescrizione. «Per il mio assistito - afferma l’avvocato Annamaria Anselmi - è un duro colpo, forse anche più di quelli che incassò allora».

Corrado De Rosa, oggi 42 anni, assistente capo di Fiumicino, fu massacrato di botte davanti al commissariato solo perché fermò i due a bordo di una vettura che viaggiava contromano. Il poliziotto venne letteralmente messo kappao. Finì in ospedale con una forte commozione cerebrale. Fu costretto a nove lunghi mesi di convalescenza, con la prognosi rimasta riservata per molto tempo. «Ancora oggi - fa sapere tramite il suo legale - ho continue e improvvise cefalee, da allora la mia vita non è stata più la stessa».

Era il 28 aprile del 2007. Sette anni e mezzo fa: quanto bastato alla Procura di Civitavecchia per fare cadere in prescrizione il reato di minacce e lesioni gravi nei confronti dei due cugini che all’epoca vennero denunciati a piede libero. In quell’occasione picchiarono anche un collega di De Rosa, intervenuto per bloccarli. Per loro, in tutto questo tempo, nessun processo concluso, nessuna responsabilità. “Assolti” da una giustizia lenta, lentissima, che ha fatto scorrere inesorabilmente il tempo a loro favore, finendo per mortificare un uomo dello Stato.

«Quando sono entrato in aula all’ultima udienza - aggiunge De Rosa - mi hanno riso in faccia». L’ultima udienza era stata convocata il 22 settembre per ascoltare i due cugini e i testimoni di una parte e dell’altra: «Rimandata al 25 novembre perché nel frattempo il giudice Luigi Mazzeo ha lasciato Civitavecchia - spiega Anselmi - ma a quella data la prescrizione sarà già scattata, forse recuperiamo un mese se c’è stata sospensione. Ma il processo ormai è andato». Ci sono voluti ben sei anni solo perché il pm Laura D’Amore (succeduta nel frattempo a Corrado Fasanelli) formulasse la richiesta di rinvio a giudizio, dando il là al processo.

«Il pm - tuona Anselmi - si decise solo dopo le nostre continue richieste, per mezzo di due istanze rimaste senza risposta e a una terza inviata direttamente al Procuratore Capo Gianfranco Amendola perché prendesse in mano la situazione. Solo così, qualcosa si mosse e ottenemmo che l’udienza dal gup fosse fissata al 21 febbraio del 2013. Ma era già tardissimo».

L’AGGRESSIONE
Erano le 18,30 del 28 aprile 2007. De Rosa stava per prendere servizio al commissariato di via Portuense. Sulla strada c’è fila. A un certo punto sbuca davanti a lui un’auto contromano che supera la coda a tutta velocità. È quella dei boxeur. De Rosa si accosta, con la mano fa cenno loro di fermarsi. Quelli sì, si fermano, ma l’autista scende e urla: «Che c... vuoi?». De Rosa, che è in borghese, mostra il tesserino: «Devi andare più piano». «Se non te ne vai t’ammazzo», la risposta. Anche l’altro si avvicina ed ecco che i due sferrano contro l’agente una pioggia di colpi. «Al primo destro sono caduto a terra, non capivo più niente - continua il poliziotto - non vedevo più da un occhio, perdevo sangue. È arrivata l’ambulanza che mi ha portato in ospedale».

Sul posto accorrono i colleghi del commissariato. Per fermare i due che si accaniscono su di lui, i poliziotti esplodono anche un colpo di pistola in aria. «Si scoprirà poi che C.S. era recidivo - continua l’avvocato -. Quelle due furie non si sono placate nemmeno davanti a un poliziotto che ha fatto solo il suo dovere. Figuriamoci se avessero avuto di fronte un normale cittadino. Già mi stupisco che non siano stati arrestati subito, ma lasciarli impuniti, senza nemmeno giudicarli in un processo, è un fatto gravissimo, una condotta imperdonabile».
Una riforma certa della Giustizia dovrebbe eliminare la prescrizione.
Non ho dubbi su questo.
Questo fatto vergognoso lo dimostra.
Se questi due figuri hanno potuto pestare un poliziotto che garanzie abbiamo noi semplici cittadini?
So, peraltro, che chi esercita il pugilato ha delle aggravanti se usa violenza. Almeno, un tempo era così. Un conoscente di mio padre si fece 6 mesi di carcere per aver usato i pugni per difendere sua moglie dal corteggiamento pesante di un tale: ebbe l'aggravante perché era un pugile, sia pure dilettante.
Il degrado della nostra società ci fa assistere ad ogni ingiustizia. Non sono un esperto di legge ma credo che, anche se i due non hanno avuto la condanna penale per prescrizione, il poliziotto può chiedere ugualmente il risarcimento dei danni in sede civile, avendo  testimone un suo stesso collega. 
Si fa sempre più urgente la vera attuazione di quanto richiesto dal popolo italiano in un referendum: la responsabilità civile dei giudici. In questo caso dovrebbero rispondere della lentezza vergognosa del loro operato che ha condotto ad una NON giustizia. 

Genova: dai fasti delle Repubbliche Marinare ai nefasti degli anni 2000 d.C.

Da: Il Sole 24h

Genova, contestato il sindaco Doria: «Posso dimettermi se serve». E sospende Tasi, Imu e Tari

Il comune di Genova sospenderà i termini per il pagamento di Tasi, Imu e Tari. Lo ha detto il sindaco, Marco Doria, in queste ore nel mirino perché ritenuto uno dei responsabili del disastro seguito all’alluvione a tre anni da un analogo episodio con la città sott’acqua, danni e vittime. L’allerta massima è stata fissata fino alla mezzanotte di lunedì. Il sindaco risponde così a chi gli chiede di dimettersi: «Posso anche pensarci e, se fossi sicuro che .....

Sospende i termini!! Solo i termini!!
E' contro ogni legge e, credo, contro ogni diritto dettato dalla Costituzione dover pagare tasse che sono state definite come tasse per i Servizi!!
Se i servizi sono questi che non ci sono e, peggio, la gestione pubblica crea nocumento e danno, togliendo la vita a chi sta aspettando semplicemente l'autobus o, come la volta scorsa, sta tornando da scuola dove ha preso i propri bambini, non solo non debbono essere pagate, ma chi amministra la cosa pubblica deve pagare i danni.

I mali, l'ho già scritto, nascono da lontano.
Da questo blog, post del 7 novembre 2011
ECCO LA STORIA IN SINTESI COME RIPORTATA DAL CORRIERE DELLA SERA .IT

Ecco il ponte «tappo» che ha sommerso Genova
L'ALLUVIONE

Il perito del pm: colpa del Bisagno. Progetti da 41 anni 

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

GENOVA - Le fatalità hanno sempre nome e cognomeC'è poco da tirare in ballo l'ineluttabile, perché poi va sempre a finire che piove, e una volta finiti di piangere i morti dell'alluvione, si torna a una storia molto italiana. Alla nostra incommensurabile capacità di farci male da soli. 

E così, scendendo dal rio Fereggiano, si arriva al Bisagno, il torrente che divide il Levante di Genova dal Ponente. Lo vedi, e poi non lo vedi più. Entra nei quattro archi scavati sotto alla massicciata della stazione Brignole e scompare fino alla foce. 

L'imbuto è sempre quello. Nell'ottobre 1970 il Bisagno uscì dagli argini al ponte ferroviario, strozzato da un ingresso che limitava la sua portata a 500 metri cubi al secondo, contro i 1.200 trascinati dalla piena. Quel che non ci stava divenne una valanga d'acqua che si portò via la vita di 24 persone e sommerse Genova. Venerdì scorso quella massicciata ha respinto l'acqua di troppo, alzando il livello del torrente al limite degli argini, e creando un muro liquido che ha impedito lo sfogo al rio Fereggiano, che si getta nel Bisagno appena un chilometro prima del ponte. Ha fatto da tappo, gonfiando l'affluente, che ha rotto gli argini più in alto, trasformando la palazzina al civico 2B in un pozzo che ha inghiottito cinque persone. 

È andata così, dice il professore Alfonso Bellini, il geologo incaricato dalla Procura di cercare le cause del nuovo disastro. Non c'è voluto molto per arrivarci, giusto un paio di sopralluoghi, il problema che è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. «C'è una eterna spada di Damocle che pende sulle nostre teste» chiosa l'esperto. 

L'inchiesta dei magistrati genovesi guarda a valle, verso l'interratura del Bisagno, per ricostruire omissioni ed eventuali responsabilità sulla mancata realizzazione di un'opera che 41 anni fa venne giudicata «prioritaria» per la sicurezza del territorio nazionale. Il governo dell'epoca, presidente del Consiglio Emilio Colombo, chiede a una commissione guidata dal ministro senza portafoglio per le Regioni Eugenio Gatto di stilare un elenco delle cinque più grandi emergenze nazionali. Al primo posto c'è la messa in sicurezza dell'Arno, esondato quattro anni prima. Al secondo c'è il Bisagno. L'interratura del torrente viene giudicata «insufficiente». È stata progettata nel 1928 e realizzata in dieci anni dal governo fascista, che sull'alveo originario, largo 90 metri, costruisce una strada che nel 1945 diventa l'attuale viale delle Brigate partigiane, e lo circonda di palazzi, stringendo lo spazio del torrente ormai sotterraneo di una trentina di metri. 

Nel 1971 Colombo dà alle amministrazioni locali il compito di risolvere il problemaCon calma, che non c'è fretta: passano solo 18 anni, consumati in sfinenti dibattiti. C'è chi vuole deviare il torrente in cima, chi si accontenta di una via di fuga laterale per l'acqua, chi vuole grattare sul fondo, e chi invece si accontenterebbe di allargare la copertura esistente e portarla almeno a 800 metri cubi. Per ingannare il tempo e alleggerire il Bisagno, nel 1989 viene deciso di fare lo scolmatore del rio Fereggiano, che porta ancora il nome di «progetto pilota». I lavori si interrompono con la Tangentopoli genovese. Cade la giunta, il Comune paga 9 miliardi di lire in penali alle ditte appaltatrici. Resta un canale abbandonato lungo 900 metri, a futura memoria. 

Nel 1998 tutti d'accordo. Allargamento più scavo del fondo, si parte cominciando dal mare e all'indietro verso la massicciata, dividendo l'opera in tre parti. Con il primo lotto tutto bene. Un po' meno con il secondo, che doveva essere completato nel 2009, ma è ancora un cantiere aperto. La Pamoter, unica azienda titolare, subisce una serie di rivolgimenti societari, i lavori vengono divisi in subappalti, due ditte subentranti falliscono. E i costi si impennano, passano da 50 a 70 milioni di euro, con la Guardia di Finanza che indaga sulle cause del salasso, mentre un'altra inchiesta viene aperta sulla girandola di società. 
L'ultimo capitolo della saga porta una firma destinata da lì a poco ad avere una certa notorietà. Il progetto esecutivo del terzo lotto, quello che arriva fino alla massicciata, mestamente ferma a 500 metri cubi di portata, viene approvato nel giugno 2008 dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici presieduto da Angelo Balducci, attuale imputato principe nel processo sulla presunta «cricca». Grandi strette di mano, complimenti a mezzo stampa. Ma c'è un dettaglio. Il costo previsto è di 250 milioni di euro, oggi lievitato a 270Dal ministero dell'Economia fanno sapere che manca la copertura finanziaria, tanti cari saluti al nuovo alveo. E un benvenuto al liberatorio coro sulla fatalità. Le colpe dell'ultima alluvione, quelle sono come il Bisagno. Le vedi, e poi non le vedi più. 

Marco Imarisio 
Corriere della Sera.it
07 novembre 2011 09:59

ELIMINANDO IL VITALIZIO AI PARLAMENTARI (LORO NON HANNO VOLUTO) SI RECUPEREREBBERO 150.000.000 DI EURO L'ANNO. PENSATE QUANTE OPERE PUBBLICHE CI SI POTREBBERO FARE.

Oggi apprendiamo che i soldi stanziati, dopo i morti di tre anni fa, ci si è messa la Burocrazia Legale ed Amministrativa a bloccarli nonostante la Necessità del Bene Comune ed il Buon Senso!!

Non sono un giurista ma così, ad orecchio, un Bene Superiore, in questo caso l'interesse del Bene Comune di vite umane da salvaguardare, del lavoro devastato, dunque sopravvivenza di un popolo, non dovrebbe giuridicamente imporsi sopra un diritto di parte come un ricorso al TAR?
Io nella mia ignoranza giuridica chiedo a chi ne sa di più se non è così.
E se è così, in punta di diritto, non si poteva far valere codesta necessità comune facendo andare avanti i lavori, invece di irresponsabilmente bloccarli, facendo salvi i diritti di risarcimento del ricorrente qualora il TAR gli avesse dato in futuro ragione?

Marco Omizzolo mi informa

Da: IL MANIFESTOITALIA

Aviointeriors, Fiamme Gialle dopo i licenziamenti

Scatole cinesi. La Procura di Latina procede per bancarotta e malversazione nei confronti dell'imprenditore Alberto Veneruso. In affari con Licio Gelli, ha avuto finanziamenti pubblici per reindustrializzare il sito dismesso della Good Year
Si chia­mano Avioin­te­riors, Mec­cano Hol­ding, Good Year e Per­ma­flex. Aziende con­trad­di­stinte da ingenti finan­zia­menti pub­blici in cam­bio di vaghe pro­messe di ricon­ver­sioni indu­striali, rias­sun­zione di pre­cari e impre­ci­sate boni­fi­che ambien­tali dei siti dismessi. Pro­ta­go­ni­sta di que­ste sto­rie è Alberto Vene­ruso. Rap­pre­sen­tante di una “classe impren­di­trice” felice dell’abrogazione dell’articolo 18 e sinora pas­sata indenne tra i mag­giori scan­dali economico-finanziari pontini.
Una sto­ria che è esplosa mer­co­ledì mat­tina quando con il primo turno di lavoro ai can­celli della Avion­te­riors di Latina (che pro­duce sedili per aerei), si pre­senta anche la Guar­dia di Finanza. La Pro­cura di Latina sta pro­ce­dendo nei con­fronti di Vene­ruso per ban­ca­rotta frau­do­lenta e mal­ver­sa­zione. Per­qui­si­zioni sono state effet­tuate anche nelle sue abi­ta­zioni pri­vate a San Felice Cir­ceo e a Napoli.
Ad inne­scare l’intervento dei finan­zieri, la denun­cia pre­sen­tata dalla Fiom di Latina all’inizio di set­tem­bre e sot­to­scritta dagli ope­rai della fab­brica minac­ciati di licen­zia­mento. Dopo un’apposita assem­blea, gli ope­rai si sono recati dalle Fiamme Gialle per denun­ciare nume­rose irre­go­la­rità sulle ultime buste paga e strani pas­saggi pro­prie­tari dell’azienda attra­verso alcune “sca­tole cinesi”, tutte risul­tate fal­lite, die­tro le quali ci sarebbe sem­pre lo stesso Vene­ruso. Sem­brava (così la pen­sano anche in Pro­cura) la clas­sica situa­zione dove un impren­di­tore, con la scusa delle dif­fi­coltà eco­no­mi­che, “svuota” dall’interno tutte le atti­vità, lasciando cre­di­tori e lavo­ra­tori senza pro­spet­tive.
La bat­ta­glia si era fatta dura dopo l’annuncio del licen­zia­mento di circa 150 dipen­denti. Le prime let­tere sono state reca­pi­tate pro­prio mer­co­ledì. Licen­zia­menti inspie­ga­bili, sot­to­li­nea la Fiom, con­si­de­rando che è pre­vi­sta per aprile 2015 la con­se­gna di una com­messa per quat­tro Boeing 747–8 di un’importante com­pa­gnia aerea russa.

Vene­ruso è noto anche per altre vicende. Come nel caso della Good Year di Cisterna di Latina. Era il giorno dell’Epifania del 2000 quando l’allora vescovo, Mons. Petroc­chi, cele­brò messa davanti ai can­celli di quella fab­brica, nata nel 1965 gra­zie ai soldi della Cassa per il Mez­zo­giorno. La mul­ti­na­zio­nale ame­ri­cana dei pneu­ma­tici, dopo aver rice­vuto impor­tanti incen­tivi sta­tali, aveva deciso la chiu­sura dell’impianto, che peral­tro avrebbe pro­cu­rato la morte di decine di ope­rai per tumori legati ai suoi pro­cessi pro­dut­tivi. La “levata di scudi” fu una­nime. L’allora Sin­daco di Cisterna Car­tu­ran si recò per­sino negli Stati uniti per con­te­stare quella deci­sione. La pro­prietà Good Year rispose pic­che, ma si impe­gnò a cedere a prezzo sim­bo­lico l’intero sta­bi­li­mento per con­sen­tire l’insediamento di nuove imprese.
Così alla vigi­lia di Natale del 2000 arrivò il “mira­colo”: fu indi­vi­duata nella Mec­cano Hol­ding Srl la società per la rein­du­stria­liz­za­zione del sito. Una società costi­tuita appena un mese prima. Da subito furono osan­nati gli «impren­di­tori locali»; il 60% era in mano ad Alberto Vene­ruso, men­tre l’altro socio, Fabio Mas­simo Bom­bacci, risul­tava tito­lare di una serie di società «ces­sate» e «in liquidazione».

La fami­glia Vene­ruso era già cono­sciuta in zona per la vicenda della Per­ma­flex di Fro­si­none: la nota fab­brica di mate­rassi pre­ce­den­te­mente ammi­ni­strata da Licio Gelli, a sua volta costruita, finan­ziata e rifi­nan­ziata con i fondi della Cassa per il Mez­zo­giorno. Gra­zie alle sue scon­fi­nate cono­scenze, il «vene­ra­bile» aveva fatto incetta di appalti per la for­ni­tura di mate­rassi agli enti pub­blici (ospe­dali, car­ceri, ecc.), salvo poi andar­sene por­tan­dosi die­tro il suo “patri­mo­nio” rela­zio­nale. Inu­tile dire che Vene­ruso, una volta acqui­stato lo sta­bi­li­mento di Fro­si­none, per man­te­nere i livelli occu­pa­zio­nali ottenne cospi­cui fondi pub­blici. La vicenda ter­mina con il fal­li­mento dichia­rato dal Tri­bu­nale di Latina, con­si­de­rando il tra­sfe­ri­mento nel con­tempo della sede legale nel capo­luogo pon­tino, arri­vato a quasi 20 anni di distanza dalla chiu­sura delle atti­vità. All’epoca, insieme alla “decotta” Per­ma­flex, ancora dal «vene­ra­bile» Vene­ruso acqui­stò anche la Avioin­te­riors e con que­ste cre­den­ziali fu avan­zata la pro­po­sta di ricon­ver­sione dell’impianto Good Year. Pro­po­sta subito accolta con la crea­zione di appo­sito con­sor­zio: il Comune di Cisterna e la Pro­vin­cia di Latina, con la quota del 51%, costi­tui­rono la società pubblico-privata Cisterna Svi­luppo, nella quale la Mec­cano Hol­ding aveva il 49% delle azioni. Ma prima di avviare la pro­du­zione risultò neces­sa­rio boni­fi­care il sito,fortemente inqui­nato. Inol­tre c’era da riqua­li­fi­care il per­so­nale per le nuove man­sioni. Pun­tuale arrivò un’altra piog­gia di soldi pub­blici. In quel periodo il Comune di Cisterna si era impe­gnato a “fra­zio­nare” la pro­prietà e a “retro-cedere” il ter­reno (cioè cederlo a prezzo sim­bo­lico) alla Mec­cano Hol­ding. Società che nel frat­tempo si era di nuovo impe­gnata a rias­sor­bire tutto il per­so­nale. Sulla carta.
Anche in que­sto caso i soldi, stan­ziati dalla Regione Lazio, non basta­vano. Il socio pri­vato della Cisterna Svi­luppo, nel frat­tempo diven­tato il solo Vene­ruso con la tra­sfor­ma­zione di Mec­cano Hol­ding in Mec­cano Aero­nau­tica, pro­pose al socio pub­blico di met­tersi da parte. Negli anni seguenti, pre­via minac­cia di licen­zia­mento, quel socio pri­vato (che nel frat­tempo tra­sfe­rirà la sua sede legale a Napoli), otterrà ulte­riori finan­zia­menti dalla Regione. Sem­pre soldi in cam­bio di pro­messe; i pochi lavo­ra­tori della Good Year pas­sati poi alla Mec­cano Aero­nau­tica sono finiti tutti a casa.
Ora sem­brava pro­porsi il mede­simo copione con l’annuncio dei licen­zia­menti alla Avioin­te­riors; poi se arri­ve­ranno altri soldi pub­blici, magari sotto forma di cassa inte­gra­zione per dif­fi­coltà azien­dali ine­si­stenti, se ne potrà ripar­lare. Intanto sin­da­cati e lavo­ra­tori hanno voluto sapere da chi è pre­po­sto ai con­trolli e alle inda­gini cosa c’è den­tro quelle “sca­tole cinesi”. Domande che tro­ve­ranno forse pre­sto una rispo­sta giudiziaria.

Il mio amico Marco Omizzolo mi ha preannunciato ieri l'uscita di questo articolo, anche a sua firma, sulla situazione della AvioInteriors, fabbrica davanti alla quale passo nel mio percorso sull'Appia, andando e tornando dai Castelli Romani a Sabaudia, e ogni volta mi si stringe il cuore e con mio marito commentiamo con amarezza  lo smantellamento del lavoro in Italia.
Scopriamo dunque che è la solita storia di fregarsi il denaro di noi tutti contribuenti con artifizi vari per poi scappare con la cassa. Perché è di questo che si tratta ed è un copione ripetuto e ripetuto, in questi ultimi decenni, da tanti pseudo imprenditori, capaci solo di svuotare le saccheggiate casse pubbliche proponendo lavoro come specchietto per le allodole. 
La corruzione ci corrode come ruggine sul ferro lasciato alle intemperie: la nostra povera Italia è lasciata letteralmente alle intemperie.. pensate ai fatti di Genova in questo momento.