martedì 9 dicembre 2014

Per Carlo Roma è perduta

Da: Roma Capitale News

Mafia Capitale, Carlo Verdone è senza speranze: “Roma è perduta”

Di Maria Romano – “Non c’è spazio per l’ironia”. E se a dirlo è anche un comico, allora dobbiamo davvero preoccuparci. È scorata e lascia poco spazio alla speranza, la fotografia di Roma scattata da Carlo Verdone all’indomani dello tsunami di mafia capitale.
In un’intervista a La Stampa, l’attore, romano doc, ammette infatti che “Roma è perduta”.

Una grossa parte della classe politica, non tutta ovviamente, è di bassissima qualità e quindi facilmente permeabile alla malavita – spiega – Il politico dovrebbe essere una persona seria, autorevole, dovrebbe aver seguito un corso di etica, esse animato da grande passione, aver fatto bene l’università e conoscere a fondo la letteratura italiana… mi è capitato che un politico, uno in vista, che fa comizi, mi si rivolgesse dicendo “se io dovrei darle un consiglio…”.
Verdone, che nel film la Grande bellezza interpreta un personaggio che alla fine molla tutto e va via, dichiara poi che quelli che hanno un’anima se ne vanno, è inevitabile… per me Roma è tutto, il luogo che non vorrei mai abbandonare, ma anche la città dove, alla seconda pioggia, l’asfalto si spazza, dove in piena estate, a luglio, gli alberi hanno un aspetto malato, dove i marciapiedi sono sempre sgretolati, una città opaca, ben lontana da quella celebrata da Tito Livio, ormai siamo una cloaca”.
In questo completo caos, secondo l’attore, la Chiesa dovrebbe intervenire. “Bisognerebbe riflettere sul fatto che nelle case di molti delinquenti si trovano sempre il Vangelo e l’immagine di Padre Pio, forse perchè pensano che poi c’è sempre l’assoluzione e invece non si può perdonare tutto”.
Rispondendo infine a come migliorare la situazione, Verdone spiega: “c’è un detto latino “gli stati più corrotti sono quelli dove abbondano le leggi”. Noi siamo campioni di legislazione, di comma e sottocomma, la burocrazia è talmente complicata e terrificante che porta alla corruzione”.
Amo Carlo Verdone, ma non come una donna può amare un uomo, ma come una persona può amarne un'altra per come parla, per quello che esprime con la sua intelligenza e la sua Arte.
Sottoscrivo ogni parola di quello che ha detto in questa intervista. I suoi sentimenti su Roma e per Roma sono i miei. Le sue considerazioni sulla classe politica sono le mie, come quelle sulle leggi e la burocrazia, come testimonia quello che ho scritto tante volte su questo mio piccolo blog.

Il dolore per la morte del fratello

Da: La Stampa

Morto il fratello di Mango, forse per un infarto

Giovanni ha avuto un malore nella villa di Pino dove è stata aperta la camera ardente
LAGONEGRO (POTENZA) 9 dicembre 2014
Un dolore troppo grande da sopportare: forse è stato un infarto a uccidere Giovanni Mango, fratello di Pino, il cantante morto mentre suonava la sua canzone più famosa, “Oro”, durante un concerto a Policoro, in provincia di Matera, nella notte fra domenica e ieri. Straziato dalla scomparsa del fratello, Giovanni, 75 anni, muratore in pensione, si è sentito male nella casa di famiglia, in via Sant’Antuono, dove è stata allestita la camera ardente. Soccorso dagli operatori dell’associazione «Humanitas», che hanno provato a rianimarlo, Giovanni è stato trasportato in ospedale ma a nulla sono servite le cure.  

La nuova tragedia che ha colpito la famiglia Mango si è consumata in uno dei luoghi più cari, la casa circondata di campagne terrazzate, su cui in primavera fioriscono i ciliegi, che hanno ispirato i pezzi più genuini del celebre cantautore. È lì che ieri era stata trasportata la sua salma, accompagnata dalla moglie Laura Valente, ex cantante dei Matia Bazar, e dai figli Filippo e Angelina. 

Sconvolto il piccolo paese della Lucania che ha dato i natali ai fratelli e che per domani ha indetto il lutto cittadino. A fare parte della famiglia anche Armando, con cui il cantante aveva creato un sodalizio artistico che ha prodotto canzoni per altri colleghi, da Mia Martini alla Bertè, da Patty Pravo a Mietta. Tantissimi i messaggi di condoglianze alla famiglia sui social network. In attesa di eventuali accertamenti, i funerali di Pino Mango restano fissati per le 10 di mercoledì nella Chiesa Madre del paese. 

Commovente questa scomparsa del fratello maggiore del Musicista Mango...
Non ci sono parole... Se Mango aveva solo 60 anni anche suo fratello in fondo ne aveva solo 75... So che si muore a tutte le età, ma di certo Giovanni l'ha seguito per il dolore.
In un mondo in cui ho visto fratelli non amare affatto un fratello che pure aveva fatto loro del bene, questo triste avvenimento mi commuove.  

Da Andrea Titti ricevo e diffondo


Sabato 13 dicembre ad Albano Laziale, alle ore 11:00, presso la prestigiosa sede della Sala Nobile di Palazzo Savelli, in Piazza Costituente 1, verrà presentato il progetto del corso di comunicazione dal titolo "Giornalista non per Caso", rivolto alle scuole superiori del territorio dei Castelli Romani. Il progetto, ideato dalla testata giornalistica online Meta Magazine e realizzato in collaborazione con il Comune di Albano Laziale, attraverso l'Assessorato alla Pubblica Istruzione, con il Patrocinio della Regione Lazio, ha visto l'adesione del Liceo Classico Ugo Foscolo e dell'Istituto Professionale Nicola Garrone di Albano Laziale. L'idea è quella di proporre agli studenti un viaggio attraverso i molteplici linguaggi dei media e della comunicazione, ai tempi dei social network. Le lezioni si terranno ogni giovedì, a partire dal 18 dicembre prossimo, per una durata di 10 moduli da 2 ore ciascuno. A fare da docenti ai 36 ragazzi e ragazze che hanno inteso partecipare al corso saranno direttori di testate e giornalisti professionisti, grazie alla partnerschip ottenuta dal progetto con importanti testate giornalistiche regionali e nazionali quali: l'Agenzia Stampa Nazionale Dire, Radio Radio e Roma uno Tv. A tutti gli studenti partecipanti il corso fornirà un credito formativo da spendersi per l'esame di maturità, mentre per chi si sarà particolarmente distinto per attenzione e capacità durante le lezioni, sarà premiato con uno stage gratuito presso Meta Magazine, anch'esso propedeutico all'ottenimento di crediti universitari se richiesti.
"Comunicare bene - dichiara Andrea Titti, Direttore Editoriale di Meta Magazine - migliora i rapporti tra le persone e conseguentemente la convivenza civile. Conoscere le differenze tra i linguaggi dei media: tv, giornali cartacei, radio e stampa online, non solo permetterà ai ragazzi di ampliare le proprie conoscenze, competenze e capacità, anche in vista della prova scritta dell'esame di stato, ma permetterà loro di poter coltivare le proprie passioni, imparando a raccontarle nel modo più corretto. lo scrivere ed il parlare - continua Titti - è un tratto distintivo della nostra personalità, parlare e far parlare gli studenti permettendo loro di ritagliarsi un proprio spazio, è un servizio a loro ed un atto di giustizia che amplia la partecipazione alla vita sociale delle comunità. Meta Magazine - conclude il Direttore - per vocazione si caratterizza per attivismo sul territorio e nella società, valorizzando il patrimonio umano ed i talenti troppo spesso sconosciuti rintracciabili nelle nuove generazioni. Per noi il nostro motto: "Una Generazione in Movimento" non è retorica ma pratica concreta, visibile nei molti progetti che abbiamo lanciato e lanceremo sui territori, a partire dai nostri Castelli Romani".

Da Torino ricevo e rendo noto

ROMA: GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DISABILITÀ

Mercoledì 3 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale della Disabilità, il Governo ha convocato a Roma, presso Palazzo Chigi, per una manifestazione programmatica, un ristrettissimo numero di rappresentanti della categoria, circa ottanta fra esponenti di associazioni, sindacati, insegnanti e personalità istituzionali. Ebbene: con estremo piacere possiamo annunciare che APRI-onlus è stata ricompresa, insieme a FAND e FISH, fra le organizzazioni nazionali invitate. Un grande riconoscimento indubbiamente al nostro impegno ed al lavoro che stiamo svolgendo fra la gente.
La delegazione APRI-onlus era composta dal presidente Marco Bongi e dal consigliere Pericle Farris. In tale occasione abbiamo così potuto interloquire direttamente con alcuni ministri e col Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Il premier, nel suo intervento, ha ribadito il chiarissimo concetto che i soldi pubblici vanno spesi bene e non buttati a favore di organizzazioni di "furbetti" che non se li meritano. Anche per questo si è deciso di aumentare il fondo dedicato al cinque per mille: almeno saranno premiati coloro che riescono ad avere un seguito fra la cittadinanza.
L'occasione ci ha infine consentito di allacciare nuovi rapporti con esponenti delle istituzioni e con progettisti di valore. Ringraziamo dunque il Governo per la sensibilità dimostrata e lo assicuriamo che la nostra presenza sul territorio andrà sempre più sviluppandosi.  

A.P.R.I.(onlus) Associazione Piemontese Retinopatici ed Ipovedenti 


Telecamere e DNA: per fortuna che esistono!!

Da: TGCOM24


Chi è Veronica, la mamma di Loris: un passato difficile e i tentativi di suicidio

A 14 anni ha scoperto che il suo vero padre non era l'uomo che aveva considerato tale. E per due volte ha tentato di togliersi la vita prima di conoscere Davide, il suo compagno. Restando incinta a 17 anni

Ha scoperto chi fosse il suo vero padre solo a 14 anni, e durante l'adolescenza ha cercato per due volte di uccidersi. Con la madre c'è stato un rapporto burrascoso, e a sua volta è diventata mamma molto presto: nel passato di Veronica Panarello, che ha compiuto 26 anni solo un mese fa, c'è una vita di traumi e di dolore. E se davvero la donna è in qualche modo coinvolta nella morte del figlio, il suo passato potrebbe in qualche modo esserne complice.

"Io non ho fatto niente di male, non ho nulla da nascondere. Sono innocente. Là fuori c'e' chi ha ucciso mio figlio. Lo cercassero", ha urlato Veronica più di una volta in questi giorni. Eppure il suo racconto fa acqua da tutte le parti, e a Santa Croce Camerina le voci di paese dicono che la mamma di Loris sia "instabile, con problemi psicologici seri". L'ipotesi di chi indaga, del resto, è che abbia rimosso tutto: la stessa cosa che si diceva di Anna Maria Franzoni, la mamma di Samuele Lorenzi, il bambino ucciso a Cogne.

Veronica, finora, non è crollata, ma continua a chiedere di riavere il suo bambino: "Lo rivoglio, voglio solo abbracciare il mio bambino, perché non me lo vogliono dare?". Il perché sta nel fatto che ancora gli inquirenti stanno cercando risposte che continuano a mancare.

Anche se qualche indizio potrebbe forse venire dal passato burrascoso della donna. Che, non ancora 14enne, tentò di togliersi la vita bevendo candeggina. A Grammichele, dove era tornata dopo aver passato l'infanzia in Liguria per via del lavoro del padre, frequentava l'istituto artistico Albertini. "Era solare e bella - ricordava nei giorni scorsi una sua ex compagna di classe -. Ma questo non vuol dire niente perché poi le persone cambiano".

E a Veronica il cambiamento è crollato addosso scoprendo che l'uomo che per 14 anni aveva considerato suo padre, in realtà non lo era. Il padre era un uomo con cui la madre aveva avuto una relazione occasionale. E quando lei è andata a cercarlo, lui non si è rivelato essere il padre affettuoso che lei sperava di trovare.

Nonostante la confessione della madre di Veronica, la famiglia è rimasta unita e si è trasferita a Santa Croce Camerina, in una casa non lontana dalla zona del Mulino Vecchio. Una casa dove Veronica, a 15 anni, ha nuovamente tentato il suicidio, cercando di impiccarsi nella serra.

A questo punto della storia è comparso Davide, il ragazzo che poi sarebbe diventato il suo compagno. A 17 anni Veronica è rimasta incinta, e nel 2006 è nato Loris. Ma mamma e figlio sono spesso rimasti soli, con il compagno in giro per l'Italia con il suo camion. Sola come sabato, quando dice di aver portato a scuola Loris mentre invece le telecamere raccontano un'altra storia.

                                        

Cercare spiegazioni è sempre giusto e necessario, ma la spiegazione ultima è sempre nella testa della persona unica e irripetibile che compie l'atto inspiegabile anche per chi la conosceva e le era accanto. E' inevitabile riflettere sul fatto che persone soggette ad uguali percorsi dolorosi della propria esistenza non commettono delitto contro le proprie creature. Oppure che persone che non hanno subito apparentemente traumi familiari come la Franzoni li commettono.
Debbo dire che provo una grande pena ed un grande rispetto per David Stival, questo bel giovane dignitoso nel suo tremendo dolore che, di fronte ai pesanti indizi strumentali mostrati dagli inquirenti, dice:
"Se è stata davvero lei mi cade il mondo addosso, non ci posso credere..." 

Ben diverso fu e continua ad essere l'atteggiamento, per molti inspiegabile, del padre di Samuele Lorenzi, bastando ricordare lo stupore del carabiniere, presente nella casa dove il sangue del bimbo aveva imbrattato anche le pareti, quando arrivò il padre del bambino disperato e udì la Franzoni rassicurarlo e consolarlo con le seguenti parole: "Ne facciamo un altro, ne facciamo un altro.."
Come se avesse rotto un bambolotto sostituibile con un altro. 

Un aspetto che colpisce è la teatralità della madre di Loris nell'esprimere il suo dolore, lo scagliarsi dal balcone contro i reporters sotto casa, il coprirsi il volto quando esce per andare in Questura: un comportamento opposto al dolore muto del padre che, a differenza sua, non si copre mai il volto.

Personalmente non credo ad un vero meccanismo di rimozione del delitto commesso, quanto ad un egocentrismo così forte da difendere il proprio malato IO contro tutto e tutti, un egocentrismo che supera l'angoscia dell'aver annientato il proprio figlio. La reazione fredda di disfarsi subito dell'oggetto del proprio delitto, senza nemmeno rendersi conto, in questo caso, che il bimbo era ancora vivo, è sicuramente oggetto di osservazione psichiatrica, come la tragica recita televisiva con lacrime della Franzoni.
Non possiamo far altro che accettare che questo esiste, anche se ci fa male e ci sconvolge. Il pensiero va a quelle madri assassine che però hanno coscienza dell'orrore commesso, ammettono il loro delitto e, in molti casi, tentano il suicidio non reggendo al pensiero della propria colpa, infine espiano con pena e dolore in carcere sopravvivendo alla propria creatura, il cui pensiero è sempre presente.

 

Mele marce o altro?

Da: LINKIESTA 26/05/2013

Roma, la mappa della “mala” nella città eterna

Poche famiglie malavitose si dividono il potere su Roma, nuova capitale della polvere bianca

Un crocevia del traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, racket delle estorsioni e dell’usura. Attività in cui fioriscono e imperano realtà criminali feroci quanto abili nello spartirsi l’egemonia sul territorio. E in grado di reinvestire con grande fiuto finanziario i profitti delle proprie malefatte in settori produttivi altamente redditizi come edilizia e appalti pubblici, la creazione e la gestione di ristoranti e locali di prestigio, autosaloni di lusso, fino ai negozi di abbigliamento. Penetrando in forma capillare nell’economia pulita grazie a una zona magmatica di connivenze, complicità e intrecci con imprenditori, commercianti, professionisti, amministratori.
È questo il volto inquietante di Roma al voto per l’investitura del primo cittadino. Una metropoli permeata dal predominio della violenza, dell’intimidazione, della sopraffazione, rispetto a cui le istituzioni e i rappresentanti della legalità agiscono in un cronico ritardo. Perché nel corso degli ultimi anni la Città eterna ha visto affermarsi e consolidarsi il potere di poche figure e famiglie malavitose, che hanno assunto un ruolo nevralgico nelle sue aree strategiche anche nei confronti dei gruppi mafiosi originari del Mezzogiorno e dei sodalizi etnici internazionali.
Nella Capitale si sarebbe imposto un patto di “governo del territorio” che vede protagonisti gli eredi della Banda della Magliana, i reduci delle faide di camorra degli anni Ottanta, e i clan nomadi attivi nel tessuto urbano da lustri. Il loro impero, come messo in luce dall’Osservatorio sulla legalità dell’economia creato dagli studenti dell’Università Luiss di Roma, trova le sue radici nel mercato di stupefacenti, in primo luogo della cocaina. Che costituisce una fonte di guadagni per decine di milioni di euro al mese e circolerebbe in una quantità tripla rispetto a Milano, fino a poco tempo fa ritenuta l’epicentro del consumo di polvere bianca in Italia. Solo nell’agosto 2012 sono stati sequestrati 30,174 chili e altri 30 sono stati confiscati a ottobre, soprattutto nello scalo di Fiumicino, ormai divenuto uno snodo cruciale per corrieri e importatori.
Attorno al traffico di droga si cementano alleanze per lo più temporanee tra i gruppi malavitosi locali e le organizzazioni transnazionali artefici della raffinazione e del commercio di cocaina. Che invade l’intero tessuto metropolitano in modo indiscriminato, dalla periferia ai palazzi del centro storico, fino ai quartieri benestanti della zona Nord, e garantisce ai “signori del crimine” ricchezze e influenza smisurate. Con una differenza rilevante rispetto alle capitali dello spaccio di droga: i capi delle principali organizzazioni malavitose governano, regolamentano e autorizzano la compravendita di sostante stupefacenti nel “loro territorio”, permettendo o vietando l’accesso ai traffici ai gruppi di minore caratura, e riscuotendo in genere una percentuale sui ricavi dello spaccio. 
Ma proprio per assicurare a se stessi e ai loro affiliati la certezza e l’impunità di un simile commercio, tendono a evitare ogni guerra e manifestazione eclatante di violenza. Meglio puntare sulla spartizione incruenta e condivisa dello spaccio in settori distinti di competenza, senza danneggiarsi e attirare l’attenzione delle forze investigative nonché i riflettori degli organi di informazione. A Roma domina una “pax malavitosa” a tutela del buon funzionamento degli affari.
Nel commercio di stupefacenti, le uniche gravi forme di violenza sono provocate dall’esigenza di punire una mancata consegna della merce commissionata o ritardi e inadempienze nel pagamento delle partite di cocaina. E soltanto quando un singolo soggetto vuole sottrarsi alle regole fissate nell’accordo tra i boss, si giunge alla decisione di eliminarlo in modo plateale. Non è casuale che negli ultimi dodici mesi siano stati compiuti solo due omicidi connessi alla criminalità, entrambi sul litorale.
La mappa elaborata da l’Espresso e pubblicata insieme ad un lungo articolo di Lirio Abbate nel dicembre 2012 che raccontava la spartizione territoriale del crimine a Roma
Le principali famiglie
Ma chi sono questi personaggi potenti e pericolosi, spesso inquisiti, arrestati, condannati, mai neutralizzati e sempre in grado di ritornare a spadroneggiare impunemente anche grazie all’assenza di misure preventive e cautelari incisive da parte dell’autorità giudiziaria?
Fortemente radicato nel terreno del narcotraffico sarebbe il clan guidato da Michele Senese, legato negli anni Settanta alla Nuova famiglia del boss di camorra Carmine Alfieri protagonista della sanguinosa faida con la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Una guerra cui Senese è scampato per trasformarsi, una volta giunto a Roma, nel punto di riferimento dei gruppi criminali campani e laziali operanti nel traffico di stupefacenti.
La sua sarebbe una figura d’influenza nelle zone orientali e a sud-est della Capitale e del suo hinterland. Senese è stato catturato più volte ma, per via di alcune perizie psichiatriche che ne attestano incapace di intendere e volere, ha terminato il suo periodo di detenzione. Per cui oggi sarebbe conosciuto nell’ambiente con l’appellativo di «O pazzo». Certificati ai quali sommare l’ultima sentenza della Corte d’Appello di Roma che non ha riconosciuto la sussistenza a suo carico del reato associativo riducendo la condanna inflitta in primo grado da 17 ad 8 anni di detenzione. Regime che dal febbraio 2012 l’uomo ha iniziato a scontare in una casa di cura privata. Il che, a quanto risulterebbe da diversi filoni di indagine in corso in Procura, non gli avrebbe impedito di continuare ad esercitare la sua influenza in una zona ricca di palazzi residenziali e sedi di multinazionali. Finché le autorità giudiziarie non ne hanno ordinato il trasferimento nel penitenziario di Rebibbia. Ma è durato poco. Nell’estate dello scorso anno, infatti, il boss ha ottenuto gli arresti domiciliari, in virtù di attestati sanitari che stabilivano la sua incompatibilità con la prigione.
Altro elemento di spicco sarebbe la vasta famiglia dei Casamonica, i rom e sinti originari dell’Abruzzo insediati nel territorio capitolino da più di trent’anni. Forte di vincoli solidissimi e di una rete di un migliaio di persone, sarebbero riusciti come pochi altri a costruire un impero di proprietà e beni di lusso legando al traffico ramificato di stupefacenti attività come la ricettazione di macchine rubate, le truffe e i prestiti a tassi usurari. Grazie alla loro forza di intimidazione e a una fitta ragnatela di relazioni con gli esponenti della criminalità romana e delle organizzazioni mafiose tradizionali trapiantate nel Lazio, la loro area d’influenza andrebbe dalla fascia Sud della Capitale al confine con i Castelli, in una zona a elevata commercializzazione. Vivono in ville sfarzose e si muovono in auto di lusso, risultando ufficialmente poveri o nullatenenti.
Fino al gennaio del 2012, con l’arresto tra gli altri del loro leader Giuseppe, nessuna delle numerose operazioni di polizia dirette dagli inquirenti della Direzione investigativa antimafia aveva intaccato alla radice il potere dei Casamonica. Soltanto allora è stato contestato nei loro confronti il reato di associazione per delinquere. E, fattore singolare sul piano sociologico, tutte le vicende giudiziarie vedono sul banco degli imputati una forte componente femminile, da sempre investita di un ruolo nevralgico nei traffici illeciti del clan. Che adesso sarebbe guidato proprio dalla moglie del boss arrestato a inizio 2012.
Gli intrecci che si snodano sul litorale costiero della Città Eterna troverebbero il loro punto di riferimento nel gruppo diretto dai fratelli Carmine e Giuseppe Fasciani. Quella che sarebbe una figura di spicco all’interno del sodalizio, Carmine Fasciani, sarebbe riuscito a imporre la propria egemonia sulle spiagge di Roma. Una zona dove chi opera ha intrecciato rapporti intensi con le organizzazioni criminali attive in Spagna per l’importazione di stupefacenti. Una delle attività di reinvestimento delle enormi risorse sarebbe la creazione e gestione di prestigiosi locali della movida estiva di Ostia. Uno dei più frequentati e alla moda, il Village, fu sequestrato nel 2010, perché era stato pagato 780mila euro a fronte di una dichiarazione di soli 14mila. Ma dopo due anni di indagini e un processo sfociato nell’assoluzione è stato restituito a Carmine Fasciani. Alcuni mesi più tardi, però, gli sono stati confiscati altri beni. Provvedimento che ha rappresentato il preludio di una condanna non definitiva nel dicembre 2011 alla pena di 26 anni e 8 mesi di reclusione come capo e organizzatore, assieme al fratello, di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Attualmente l’uomo si trova in stato di detenzione preventiva in una struttura ospedaliera.
A “governare” il cuore e l’area Nord della Capitale, storicamente benestante e legata alle professioni, sarebbe una figura di maggiore spessore e più enigmatica. Si tratta di Massimo Carminati, milanese trapiantato nella Città eterna. Il suo curriculum, il suo profilo, il suo modus operandi, lo distinguono. Militante fin dagli anni Settanta nella sezione Eur del Movimento sociale italiano, poi aderente al terrorismo di estrema destra dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari fondati dai neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, e infine killer per conto della banda della Magliana tra il 1977 e il 1978.
Un passato “nero” che ha portato più volte il suo nome nel registro degli indagati di diverse procure e spesso sul banco degli imputati in vari processi. Il più celebre ed eclatante dei quali è senza dubbio quello per l’omicidio del giornalista direttore dell’Osservatore politico Mino Pecorelli, avvenuto nel marzo del 1979. Una vicenda giudiziaria tormentata e memorabile, che sulla base delle tesi accusatorie dei magistrati di Perugia individuava in Massimo Carminati l’autore materiale di un delitto ordinato dai boss di Cosa nostra su ispirazione e richiesta di Giulio Andreotti al fine di togliere di scena un personaggio insidioso per la fortuna politica del leader democratico-cristiano.
A differenza dell’ex capo del governo, che dovette attendere il verdetto della Suprema corte per veder riconosciuta la propria innocenza, l’ex militante di estrema destra fu assolto già nel primo grado di giudizio per uno dei tanti insoluti misteri d’Italia. Più volte arrestato per decine di rapine e omicidi e mai condannato all’ergastolo, oggi Carminati non presenta conti aperti con la giustizia. E, nonostante l’appellativo di «Cecato» per la ferita all’occhio sinistro rimediata nel 1981 in uno scontro a fuoco con un carabiniere, ha scelto di darsi un’immagine più rassicurante e apparentemente più dimessa, ideale per mimetizzarsi nel turbinio quotidiano della Capitale. Non ama ostentare il lusso e la ricchezza, non veste in maniera appariscente, è misurato e gentile nei rapporti con gli altri. Una persona “normale” che tuttavia riesce a suscitare nell’universo malavitoso romano timore se non terrore.
Forse per questo è oggi più che mai avvolto dal rispetto e dalla deferenza dovuta a un uomo di potere, spietato con i nemici e i “trasgressori” dell’ordine criminale ma allo stesso tempo dotato di una grande capacità di risolvere problemi a chi gli chiede aiuto. È questo il segreto più profondo, psicologico, della sua forza. E imprenditori e i commercianti possono chiedere protezione, interventi per recuperare crediti non pagati, aiuti per reperire denaro liquido. 

Chi proteggeva banda Carminati? Sospetti su poliziotti e carabinieri

Chi proteggeva banda Carminati Sospetti su poliziotti e carabinieri
04 DIC 2014

(AGI) - Roma, 4 dic. - C'era Massimo Ursini, detto 'Massimetto la guardia', un appartenente alla Polizia di Stato che forniva "numerosi congegni elettronici a prezzo fuori mercato". Poi c'era Lucio Camilletti, un ex carabiniere che in passato aveva fornito un paio di esemplari di cane di razza Corso. E c'era Salvatore Nitti, anche lui definito 'Salvatore la guardia', poliziotto in pensione. Sono alcuni dei rappresentanti delle forze dell'ordine la cui posizione e' attualmente al vaglio dei magistrati della procura di Roma che vogliono capire la natura dei contatti e dei rapporti avuti con Massimo Carminati e con altri esponenti del sodalizio di Mafia Capitale finiti in manette due giorni fa.
Obiettivo degli inquirenti e' accertare se l'ex terrorista dei Nar e gli altri associati abbiano goduto nel tempo di coperture e appoggi da parte di soggetti in divisa. Al vaglio di chi indaga c'e' anche la posizione di due persone che il 4 ottobre del 2013 - stando all'ordinanza cautelare del gip Flavia Costantini - incontrarono Carminati in un distributore di benzina di Corso Francia, usato dal sodalizio come base per riunioni e appuntamenti, giungendo a bordo di un'Alfa 156 intestata alla Questura di Roma. "Gli interlocutori - si legge - dialogano del trascorso criminale di Carminati facendo comprendere che essi avessero ben chiara la caratura del personaggio con cui si stavano relazionando. I due discutono apertamente con Carminati del fatto che questi fosse oggetto di un'indagine condotta dalle forze di Polizia, motivo per cui egli avrebbe dovuto adottare delle cautele ritenute necessarie al fine di evitare l'attenzione degli inquirenti sulla sua figura. 'Perche' adesso te stai sotto indagine... devi evitare...' gli fa un poliziotto e Carminati 'e' un casino. Adesso so' un vecchietto'".

I due agenti - si legge ancora nel documento del gip - "si mostrano attratti e affascinati dal passato e dalla levatura criminale di Carminati, al punto che uno dei due afferma '...io starei due giorni a sentirti', mentre lo stesso Carminati appare compiaciuto dell'effetto che il proprio peso criminale, nonche' quello dei soggetti che all'epoca avevano costituito l'organizzazione di cui Carminati era parte, provoca negli interlocutori asserendo che 'quella e' la storia... la nostra storia... hai capito?'". Tra gli altri soggetti che gravitavano attorno al gruppo Carminati c'e' anche un altro poliziotto, tale Federico definito in una conversazione dall'ex terrorista dei Nar "forte ed esperto e a disposizione per qualunque cosa".
  Risale al maggio 2013, infine, un contatto tra alcuni indagati e diversi militari, tra cui un appuntato scelto in servizio al nucleo operativo presso la compagnia di Roma Trastevere. Il gip evidenzia come non sia chiarissimo lo scopo di questi incontri ma "gli elementi raccolti consentono di affermare che gli indagati avessero in programma un'attivita' illecita, probabilmenteuna rapina, da effettuare con la complicita' degli appartenenti all'Arma".
(AGI) .
Mentre per il criminale Senese, ad esempio, esistono spiegazioni dettagliate sul suo curriculum giudiziario relativo alle sue detenzioni carcerarie comunque comminate (domiciliari, ospedali ecc.), per Massimo Carminati, dopo l'unica sentenza del 1998 che doveva portarlo ad una qualsivoglia detenzione, c'è il buio totale nelle informazioni che continuano a ragguagliarci sempre sugli stessi processi da cui è stato prosciolto, ma non ci dicono che fine ha fatto, per l'Autorità Giudiziaria, la sua "pratica" carceraria.
La condanna in Appello del 1998 è andata poi in Cassazione?
Per caso la Cassazione l'ha annullata? Oppure è rimasta in piedi? E, in questo ultimo possibile caso, perché l'Autorità Giudiziaria non l'ha fatta eseguire? Le uniche tracce su questa storia si trovano in un articolo di Daniele Mastrogiacomo su La Repubblica, ripreso e ripetuto su altri giornali come Il Post, che dicono che è fuggito forse in Giappone per poi tornare "alla chetichella". Allora era latitante "alla chetichella"? Ma leggiamo nelle notizie di Agenzia che lo contattavano elementi delle Forze dell'Ordine, tutti sapevano che "riceveva" a Corso Francia... Ma allora perché non è stato arrestato?
Non sono domande infantili come, parlando con qualcuno che domande non se ne fa più perché ha già risolto che TUTTO E' MARCIO E TUTTO E' IRRIMEDIABILMENTE CORROTTO IN ITALIA, quel qualcuno pensa e dice: sono domande provocatorie che esigono una risposta in base alle Leggi che ci siamo dati. Se chi aveva l'onere ed il compito di arrestarlo ed eseguire la sentenza non l'ha fatto esca il nome ed il cognome del responsabile o dei responsabili e si mettano in galera anche loro.
Altrimenti il resto sono chiacchiere e fumo, il solito gossip  di gesta criminali,  da gettare negli occhi e nelle orecchie della gente, con il risultato che la gente non crede più in niente, perché non è stupida come pensa chi emette fumo e bla, bla, bla, e NON VA PIU' A VOTARE.