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domenica 9 novembre 2014

Scrivere della realtà

L'ho già scritto in un post sullo scrittore Leonida Repaci: se si vuole scrivere delle vicende umane per farne letteratura che dia un messaggio di riflessione sull'uomo, comunque si voglia contestualizzarle, bisogna rispettare la realtà, altrimenti si possono scrivere racconti fantastici, con i quali comunque si può fare letteratura se di buon livello e si può, attraverso questo tipo di scrittura fantastica, lasciare un messaggio, uno spunto di riflessione sull'uomo ed il mondo che lo circonda usando, ad esempio, la metafora. 
Ma non è accettabile scrivere del reale cose inverosimili.
Eppure trovai questa pecca in uno scrittore celebrato come Leonida Repaci. Riporto il punto della mia critica preso dal mio post del 18 gennaio 2014:
se leggo qualcosa scritto da Leonida Répaci, per di più un libro grandemente autobiografico, e leggo che "Lina in dicembre ottenne il divorzio e poté risposarsi" mi scandalizzo e sento di aver perso tempo, giacché il fatto è precisamente contestualizzato sul piano storico con date ed ampi riferimenti agli avvenimenti di quel momento della Storia d'Italia: 1913 e dintorni!
Ma di quale divorzio parla questo scrittore che pure è stato molto quotato nel secolo passato?
Il libro è "Storia dei Rupe - Principio di Secolo", è scritto bene, con una prosa ricca ed elegante, anche se a tratti ridondante, e con interessanti descrizioni di fatti storici e politici dell'inizio del secolo scorso. Perché abbia rovinato tutto con un fatto che non poteva esistere in quell'Italia lo sa solo lui... Ma non è più credibile per me.

Ecco, mi è avvenuta la stessa cosa rileggendo una novella di Pirandello: "In silenzio".
Vi si narra la storia di Cesarino che vive con la madre, insegnante, che sa suo padre morto prima che potesse serbarne il ricordo. La madre non gliene parla mai per ricordarne la figura, né lui ne chiede. Ormai adolescente accondiscende alla proposta della madre di andare in convitto per continuare gli studi, al fine, dice la mamma, di stare in mezzo ai compagni visto che vive troppo isolato e non ha amici.
La novella poi rivelerà in modo drammatico che in realtà tale scelta è stata dettata alla madre dalla necessità di nascondere al figlio una gravidanza. Egli lo apprenderà quando il Direttore del Convitto, con molta comprensione umana, lo chiamerà ed egli saprà che sua madre è morta di parto lasciandogli un fratellastro: Ninnì.
Il racconto prosegue con la descrizione della vita dell'orfano Cesarino che, con l'aiuto del buon Direttore del Convitto, trova lavoro come scrivano al Ministero e come insegnante serale presso il Convitto dove, fino alla morte di sua madre, era stato studente.
Ninnì è tutto il suo affetto: egli provvede a pagare una balia dapprima, poi accoglie la vecchia serva di sua madre che si prende cura di Ninnì e di lui.
Cesarino studia la sera per diplomarsi e fa progetti di andare all'Università per migliorare il suo futuro e quello del fratellino.
Ma un brutto giorno si presenta a casa sua un signore, Alberto, reclamando la paternità di Ninnì. Per chi vorrà leggere la novella non rivelerò la fine della storia, ma riporto l'argomento che ha destato la mia perplessità: Pirandello fa ottenere il diritto di paternità di Alberto su Ninnì così come segue... 

Devo darglielo. M’hanno chiamato in questura. C’era anche lui. Ha mostrato le lettere di mia madre. È suo.
Disse cosí, a scatti, senza alzar gli occhi a guardare il bimbo, che Rosa teneva in braccio.
– Oh cuore mio! – esclamò questa, stringendosi al seno Ninní. – Ma come? Che ha detto? Come ha potuto la giustizia?. ..
– È il padre! è il padre! – rispose Cesarino. – Dunque è suo!
– E lei? – domandò Rosa. – Come farà lei?
– Io? Io, con lui. Ce n’andremo insieme.
– Con Ninní, da lui?
– Da lui.
– Ah, cosí?... tutt’e due insieme, allora? Ah, cosí va bene! Non lo lascerà... 

Ora mi spiace per il genio di Pirandello, ma nemmeno la legislazione del primo novecento consentiva che un tizio, semplicemente andando in Questura con le lettere in cui la madre morta dichiarava che il bimbo che portava in grembo era suo, potesse rivendicarne la paternità.

Quando vi siano figli nati fuori del matrimonio e non siano adulterini e incestuosi, quando, cioè, vi siano figli naturali semplici, la paternità, come la maternità, si accerta attraverso il riconoscimento, che è precisamente la confessione, da parte del genitore, della propria paternità o maternità. Il riconoscimento è atto meramente dichiarativo, in quanto non crea lo stato di figlio, ma lo accerta,

 Il riconoscimento si può fare soltanto o nell'atto di nascita o con atto autentico (cioè, oltre che con atto pubblico, con testamento segreto, con scrittura privata autenticata) e simili anteriore o posteriore alla nascita (art. 181 cod. civ.).
 Nel caso in cui il riconoscimento non avvenga contestualmente alla nascita, ma tardivamente (ovvero con un testamento o una dichiarazione apposita ricevuta dall’ufficiale dello stato civile o dal giudice tutelare o dal notaio) ecc. ecc.....

E' palese che, prima di un passaggio così immediato, troppi atti avrebbe dovuto compiere il personaggio di Alberto...
Mi spiace ma queste costruzioni, che poco hanno a che fare con il mondo del reale, rendono la storia inverosimile, né si può rivendicare una licenza poetica che, dato che questo atto determinerà l'immediato e successivo svolgimento della storia ed il suo finale, in questo caso non ha alcun senso.