domenica 24 gennaio 2021

THOMAS BERNHARD – “Piazza degli eroi”

 

Bernhard, “Piazza degli eroi”

THOMAS BERNHARD – “Piazza degli eroi” – Garzanti

Traduzione di Rolando Zorzi

Piazza degli eroi

“E’ tutto in via di estinzione”

Prima di tutto qualche data, per cogliere appieno l’importanza di “Piazza degli eroi” (“Heldenplatz”) all’interno della produzione teatrale, ma anche più genericamente letteraria, bernhardiana. L’opera viene pubblicata nel 1988 e rappresentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 4 novembre dello stesso anno, per la regia di Claus Peymann. L’ultimo romanzo di Bernhard, “Estinzione” era stato pubblicato due anni prima, nel 1986. Il 12 febbraio 1989 Bernhard muore. Siamo quindi giunti con questo dramma alla conclusione della parabola teatrale del suo autore, ovvero, come ben sottolinea Eugenio Bernardi, al punto “massimo di quella provocazione cui mirava da sempre il suo teatro”. Esattamente come, sul piano della narrativa, “Estinzione” rappresenta il tentativo, attuato mediante le raffinate armi letterarie a cui questo autore ha abituato i suoi lettori, di cancellare, di estinguere, uno per uno, i temi portanti della sua architettura artistica. Bernhard conclude quindi portando al massimo grado possibile la sua arte della provocazione e della esagerazione, consapevole che, esagerando la realtà, può renderla insopportabile e, quindi, distruggerla. Ci si può chiedere se fosse consapevole dell’avvicinarsi della fine, ma la sua stessa biografia ci dice che Bernhard ha sempre vissuto sapendo di portare con sé la propria morte, di allevare dentro di sé la propria malattia mortale e quindi questa è, in definitiva, una domanda inutile.

L’aspetto più apertamente provocatorio della pièce consiste nei violenti attacchi che contiene, attacchi per nulla velati e sottintesi, ma diretti e ampiamente ripetuti, nei confronti dello stato austriaco, dei suoi rappresentanti, delle sue istituzioni e, in definitiva, dell’intero popolo austriaco. Lo spunto per la scrittura del dramma è il cinquantenario dell’annessione dell’Austria alla Germania nazista e la tesi sostenuta da Bernhard è che, dopo cinquant’anni, complice lo stato, il nazismo e l’antisemitismo stanno nuovamente diffondendosi, senza trovare ostacoli apparenti, tra i politici più potenti, nei luoghi dell’arte e della cultura e, infine, tra la stessa popolazione. Si va dagli accenni velati, alle battute ironiche, alla constatazione amara fino alla vera e propria invettiva (e Bernhard sa come dosare tutto questo e come variarlo per suscitare le reazioni del pubblico). E’ un crescendo che, dopo gli accenni contenuti nella prima scena, si distende, diventando sempre più esplicito nella seconda e nella terza (fino alla splendida conclusione che non svelo, per non rovinare ai futuri spettatori gli effetti dell’inventiva di un vero animale da palcoscenico). E’ significativo il fatto che l’azione scenica di questo dramma, a differenza di quanto avviene nelle altre opere teatrali di Bernhard, dove sono ridotte al minimo le indicazioni di luogo e di tempo, sia ben collocata nel tempo e nello spazio: il testo reca “Vienna” come indicazione iniziale, seguita dalla data, “Marzo 1988” (il 15 marzo 1938, Hitler annuncò nella centralissima Heldenplatz di Vienna alla folla acclamante l’Anschluss dell’Austria alla Germania); le indicazioni sceniche, inoltre, collocano chiaramente la I e la III scena all’interno di un appartamento che si affaccia sulla Heldenplatz e la II nei giardini pubblici del Volksgarten; dai personaggi vengono infine ripetutamente citati il Burgtheater, la Ballhausplatz, su cui si affaccia la Cancelleria federale, il Parlamento, l’Università, la Biblioteca nazionale, oltre alle più importanti vie e piazze di Vienna. Insomma, una serie di accurate indicazioni spaziali e una precisa collocazione dell’azione scenica nel tempo, inusuali per lo stile di Bernhard che sembra in questo modo perseguire un intento di chiarezza e trasparenza e assicurarsi che il suo estremo giudizio sull’Austria venga colto pienamente. Si va da considerazioni generiche come “…che io sia austriaco è la mia più grande disgrazia”, a constatazioni esplicite: “oggi la situazione è veramente quella/ che c’era nel trentotto/ a Vienna ci sono adesso più nazisti/ che nel trentotto/ lo vedrai/ come tutto finirà male/ per capirlo non c’è mica bisogno/ di una mente tanto acuta/ adesso stanno venendo fuori di nuovo/ da tutti i buchi/ che più di quarant’anni fa erano stati tappati/ basta che ti metti a parlare con uno qualunque/ e non ci vuole tanto/ perché salti fuori un nazista”;’da attacchi diretti alle istituzioni culturali: “pure l’università è piena di idioti/ e fra questi lui ha sopportato per ventanni/ degli imbecilli della Stiria e degli idioti di Salisburgo/ come colleghi/ la vita intellettuale in questa città/ è pressochè soffocata nell’infamia/ e nell’ottusità dei suoi trafficanti di posti/ Dei miei colleghi il novanta per cento sono nazisti/ diceva il babbo/ o rappresentano l’ottusità cattolica/ o quella nazionalsocialista/ beceri e infami sono tutti quanti/ la città di Vienna è tutta un’infamia ottusa”, a vere e proprie accuse rivolte agli uomini di potere: “il presidente della repubblica un borghesuccio furbo e falso/ e tutto sommato un tipo deprimente/ il cancelliere uno scaltro maneggione politico”, “stia un po’ a sentire il cancelliere federale/ quello non riesce neanche a finire una frase correttamente/ e neppure gli altri/ da tutta quella gente non vien fuori che immondizia/ quel che pensano è immondizia/ e anche il modo in cui lo dicono è immondizia”, “Herr Landauer che ne dice vinceranno i rossi alle prossime elezioni/ quelli non hanno proprio carattere/ e i neri sono tutti degli imbecilli/ e le porcate sono la forza motrice di tutti quanti i partiti/ Se oggi in Austria lei dà il voto a un uomo politico/ può star sicuro che dà il voto a un porco corrotto”, fino ad investire l’intero popolo austriaco con un astio e una violenza verbale troppo radicali per non indurre nello spettatore almeno il sospetto che al fondo di tutto ciò ci sia una cocente delusione, un desolato rammarico nei confronti di una patria forse molto amata e per questo dolorosamente ripudiata: “mi meraviglia soltanto che tutto il popolo austriaco/ non si sia suicidato da un pezzo/ ma gli austriaci nell’insieme in quanto massa/ oggi sono un popolo brutale e stupido/ In questa città uno che ci vede dovrebbe essere/ ventiquattr’ore su ventiquattro in preda a raptus omicida/ Quel che è rimasto a questo povero popolo minorenne/ non è altro che il teatro/ L’Austria stessa non è altro che un palcoscenico/ sul quale tutto è depravato deteriorato e decomposto/ una compagine di comparse detestata da se stessa/ fatta di sei milioni e mezzo di abbandonati a se stessi/ sei milioni e mezzo di dementi nonché pazzi furiosi/ che ininterrottamente gridano a squarciagola reclamando un regista/ E il regista verrà/ per spintonarli definitivamente giù nel baratro”. “Piazza degli eroi” resterà in scena al Burgtheater fino alla morte del suo autore, provocando, come si può facilmente intuire, un seguito di attacchi a Bernhard da parte di tutta la stampa e di molti esponenti politici, tanto che lo scrittore, come risposta, disporrà nel suo testamento il divieto di stampare, rappresentare o leggere in pubblico i suoi scritti in territorio austriaco per la durata dei diritti d’autore. Un’uscita di scena ad effetto, un vero “colpo di teatro” per un autore così enigmatico, disturbante e delirante, perfetta in fondo per chi ha potuto scrivere, a ragion veduta, molte volte anche se in forme diverse, una battuta come questa: “Ah, la vita è proprio tutta una commedia sapete”. Detto tutto ciò, sarebbe veramente limitante ridurre “Piazza degli eroi” al suo contenuto provocatorio e collegare questo dramma alle sole polemiche che ha scatenato. Non ho mai avuto l’opportunità di vederlo rappresentato, ma credo di essere in grado di cogliere tutta la sua grandezza anche mediante la sola lettura. Per l’ennesima volta, quella definitiva, Bernhard mette in scena l’assurdità e l’ottusità brutale del mondo, con il realismo lucido che gli è proprio e con l’intransigenza che ha sempre caratterizzato la sua arte. Il suicidio dell’intellettuale ebreo, Professor Schuster, che, tornato a Vienna cinquant’anni dopo l’Anschluss, non riesce a sopportare la situazione dell’Austria e si getta dalla finestra, diventa il pretesto e l’occasione, al di là della provocazione, per attuare quella variazione di temi in cui Bernhard è maestro; ecco allora entrare di nuovo in scena la dissoluzione familiare, l’incomunicabilità, l’incapacità di adattarsi ad un luogo che diventa eterna e frenetica preparazione di viaggi in fondo privi di una meta soddisfacente, le fissazioni e la reiterazione di gesti quotidiani che finiscono per rappresentare l’unica certezza e l’unica via di scampo, il rifugio nell’arte, sentita alternativamente come consolazione e disgusto, l’apparente assenza di sentimenti (ma anche qui, folgorante, inaspettato e per questo commovente, quell’intercalare, raro ma a me tanto caro, quel “bambina mia”, unica apertura verso un mondo di sentimenti negato a cui si può solo alludere, che, posso sbagliarmi, è presente in quasi tutte le opere teatrali di Bernahrd) e, infine, quel perenne senso di inquietudine, di “perturbamento”, la cifra e l’identità del teatro bernhardiano che, ancora una volta, è teatro di parola. E se fondamentale nel teatro è il ritmo, è proprio nel ritmo delle parole, che spiccano nella staticità dell’azione, che va ricercato il valore anche poetico dell’ultimo gesto teatrale di Bernhard, quello su cui cala il sipario della sua vita d’artista.

Con la chiusura dei Teatri causa pandemia ho potuto gustare il dramma di THOMAS BERNHARD in un allestimento di Roberto Andò che la RAI ha mandato su canale 5.

E' la Piazza degli eroi, la Heldenplatz di Vienna, dove nel '38 una folla di deliranti si accalcò per festeggiare l'annessione dell'Austria alla Germania nazista. E dove la moglie di Schuster, interpretata da Betti Pedrazzi, in quella nuova casa, anche 50 anni dopo, continua a sentire le urla degli austriaci inneggiare a Hitler (nel cast anche Silvia Ajelli, Paolo Cresta, Francesca Cutolo, Stefano Jotti, Valeria Luchetti, Vincenzo Pasquariello, Enzo Salomone).

Renato Carpentieri nella parte di Shuster, il fratello del suicida, a cui l'Autore affida il suo caustico pensiero sull'Austria degli anni ottanta del secolo scorso, che mi fa pensare anche all'Italia di oggi per il giudizio sulla mediocrità dei politici e degli universitari .
L'unica cosa che penso e spero per il mio Paese è che non gli appartenga l'antisemitismo che 
BERNHARD denuncia per la sua Austria

Renato Carpentieri: eccezionale

  

Tutti gli attori, bravissimi, in scena







MADRE Cap. I

Capitolo I

Il telefono squillò. Lei andò a rispondere. 
"Signora Rrrita? Sono Suor Fernanda." La pressione prolungata sulla R e la o chiusa le evocarono il mondo dove viveva sua madre ancora di più del nome di chi la chiamava.
Quella voce, proveniente da quel luogo, le provocava sempre un'aspettativa ansiosa di notizie non buone o, quantomeno, di chiamata a risolvere problemi piccoli o grandi di sua madre.
"Buongiorno sorella. Mia madre ha qualche problema?"
"Io sono stata una settimana in Sardegna, sono tornata oggi, e ho trovato questa donna deperita."
Il tono della suora che fungeva da "femme de chambre" per sua madre era serio e con un sottofondo di meraviglia.
"Ma deperita come?" Chiese lei senza capire, ma già in ansia.
"Dimagrita, questa donna in una settimana è dimagrita. Io l'ho lasciata una settimana fa ed oggi la ritrovo dimagrita in modo non normale.."
Cercando nella mente Rita trovò il ricordo recente di suo figlio che, come accadeva ogni tanto, andava al posto suo ad accompagnare la nonna a ritirare la pensione all'Ufficio Postale.
"Ma non più tardi di dieci giorni fa è venuto mio figlio con la sua fidanzata per accompagnare la nonna a prendere la pensione e non mi ha detto niente.."
"E' successo tutto in questa settimana, io sono mancata solo una settimana."
"Ma perché la suora infermiera, suor Virginia, non mi ha avvertito?" Chiese la donna, cercando di mettere in chiaro nella sua mente la situazione.
Chiuse la telefonata con la suora ringraziandola di averla avvertita e, nel contempo, dicendole di chiamare il dottore a cui sua madre era iscritta. Un Medico di Base che bisognava stanare dal suo studio per fargli fare una visita domiciliare, in barba alla convenzione con il Servizio Sanitario in cui era scritto che fra i suoi compiti c'erano anche le visite domiciliari, qualora il paziente non fosse in grado di raggiungere il suo studio per serie ragioni di salute.
Andò poi a cercare suo figlio Diego e lo trovò nella sua stanza che stava studiando con Rachele. Seguivano lo stesso Corso di Studi all'Università.
"Scusate ma siete stati da nonna venerdì della settimana.. non questa appena passata.. quella ancora prima no?" 
I due giovani la guardarono interrogativamente dopo aver staccato gli occhi dai libri: "Sì, certo. Perché cosa è successo?" Chiese suo figlio, già in ansia anche lui. Diego era sensibile e conosceva ogni aspetto dei problemi che sua madre viveva per quella nonna che tanto li amava e che lui amava.
"Mi ha appena chiamato suor Fernanda che dice di essere stata via una settimana, sai loro ogni tanto hanno periodi di riposo e lei era andata in Sardegna, penso alla Casa Madre, e ha trovato nonna molto dimagrita. Come era dieci giorni fa?"
Lesse nell'espressione di suo figlio la sua stessa meraviglia: "Ma normale.. Come sempre."  Guardò come per conferma Rachele che annuì.
"L'abbiamo accompagnata all'Ufficio Postale facendo la fila per lei e poi lei ha preso la sua pensione e - sorrise guardando la fidanzata - ha provato come al solito a darmi dei soldi e al mio solito rifiuto ha provato a metterli in tasca a Rachele."
L'immagine tenera della nonna che in mezzo alla gente, incassata la pensione, voleva dare i soldi ai due ragazzi, più che suscitare imbarazzo faceva, appunto, tenerezza, e il rifiuto era una consuetudine a cui ci si sottraeva a stento e, alla fine, lei riusciva a volte ad imporre le sue piccole o grandi donazioni ai nipoti o alla figlia, che cedevano per farla felice.
"Debbo andare subito. Debbo vedere con i miei occhi." Disse con una rattenuta angoscia. 
Rifiutò l'offerta di Diego di venire con lei, disse che restassero pure a studiare. Sarebbe andata lei, come sempre per i bisogni di sua madre, facendosi aiutare solo ogni tanto o da Diego o da Monica, la figlia femmina, per non prendere troppi permessi al lavoro, ma solo per non farla andare da sola a prendere la pensione, dati i pericoli di scippi, e ancora più raramente per qualche esame diagnostico dato che, per tutto ciò che riguardava la sua salute, Rita voleva essere in prima persona per rendersi conto bene delle cose.
Aspettò di sapere se il Medico recalcitrante era andato a visitarla. Suor Fernanda la richiamò per dirle, con voce grave, che il dottore era venuto ed aveva detto che bisognava portarla in ospedale, sì certo aveva lasciato il foglio per il ricovero.