giovedì 30 giugno 2016

Cugini come fratelli - dalla raccolta di novelle Parentopoli

Cugini come fratelli


Quando era molto giovane pensava solo a voler bene, d'istinto, senza fisime di analisi sui rapporti parentali.
Sara era figlia unica e forse per questo voleva molto bene ai suoi numerosi cugini, senza distinzione se fossero da parte di suo padre o di sua madre.
Certo avvertì quasi subito che non dipendeva tutto da lei, ma che l'andare d'accordo più con uno, piuttosto che con un altro cugino, molto dipendeva anche dal comportamento del cugino... Così, in particolare, sentiva un affetto fraterno per una cuginetta poco più piccola di lei, forse per una affinità caratteriale. Mentre trovava sciocca e smorfiosa Serenella, una cuginetta che il fanatismo materno aveva trasformato in una vanitosa stupidina.
I cugini di parte materna erano freddini e distanti, un po' imbalsamati e le riusciva difficile sentirli vicini come surrogati dei fratelli che le mancavano. Tranne due: Domenico, detto Mimmo, figlio di un fratello di sua madre, ed Elena, figlia della sorella minore.
Domenico era un ingenuone, irruento ed un poco arruffone, ma Sara lo gradiva proprio per questo, perché lo avvertiva spontaneo e sincero. Anche se poi a volte la faceva arrabbiare, come quella volta che, gesticolando in modo maldestro, le macchiò la camicetta di more. "Non sono stato io!" Cercò di giustificarsi Mimmo animosamente. Ma era negare l'evidenza... Sara non gliene volle più di tanto. Gli voleva bene e lo sentiva buono verso di lei, con buoni sentimenti.
Nonostante l'età giovanissima iniziava a percepire che i rapporti umani funzionano nel concetto di reciprocità: se non c'è interesse affettivo da ambo le parti sono rapporti vuoti di senso, che diventano difficili, farraginosi, imposti dal "legame di sangue", che in realtà è solo una penosa costrizione se non c'è amore reciproco.
Ci sono vari gradi di amore e di affetto, ma deve esserci un sentimento da tutte e due le parti, altrimenti meglio ignorarsi andando contro ogni inutile ipocrisia.
Mimmo o Mimmino, come lo chiamavano in famiglia, abitava nel retrobottega del negozio di "Vini e oli" che suo padre e sua madre gestivano. Quando Sara andava in visita con i suoi genitori zia Licia e zio Alceste erano sempre un po' imbarazzati. Alceste più di sua moglie, che si mostrava cordiale, mentre Mimmino era timido e felice della visita della cuginetta.
Sara cominciava a comprendere il loro imbarazzo: erano più poveri della famiglia di Sara, la cui madre, sorella di Alceste, non doveva lavorare come Licia, avendo un marito impiegato al Ministero che aveva acquistato un appartamento di proprietà in un bel quartiere borghese della città.
Alceste era sempre un poco freddo, come quasi tutti i fratelli di sua madre, che ne soffriva perché ella amava i suoi numerosi fratelli e sorelle.
Licia, pur essendo una zia acquisita, era più aperta e simpatica con loro. Né Sara aveva mai sentito in lei l'invidia e la malcelata acredine che sentiva in un'altra zia acquisita: Filomena, la madre vanitosa di Serenella.
Sara era troppo giovane per essere già giunta alla conclusione che non si deve cercare di far finta di nulla di fronte ai sentimenti meschini, né cercare di accattivarsi l'affetto o le simpatie del parente mostrandosi sorridenti e accoglienti nonostante la palese ostilità, che di solito si manifesta con azioni inequivocabili, come frasi malevole volte a colpire, o con atteggiamenti palesemente falsi, e tanto altro di tenore sgradevole.
Così si mostrava sorridente ed affettuosa anche con Filomena, cercando di ignorare la sua ostilità.
Licia, poverina, non era d'animo malvagio e Mimmino aveva preso di lei.
Gli anni passarono e quando Sara si sposò Mimmino, fattosi un bel giovanotto, venne al suo matrimonio.
Licia ed Alceste le fecero un regalo dignitoso e non vennero anch'essi alla cerimonia perché non avevano i mezzi per comperarsi un vestito adeguato. Spesero per vestire bene Domenico e per il regalo.
Sara comprese, conoscendo la loro situazione di dignitosa povertà: non avevano una casa e per un periodo avevano abitato in una stanza in subaffitto presso un appartamento i cui proprietari subaffittavano anche ad altre famiglie, nello stesso quartiere dove suo padre aveva invece acquistato un appartamento, mentre nei periodi peggiori abitavano nel retrobottega del negozio che gestivano in periferia.

Ma anche la zia acquisita Filomena non venne con lo zio Amedeo, inviando in rappresentanza Serenella.
Seduta al tavolo della sala da pranzo della ampia casa in affitto dove abitava, Filomena le aveva detto che comperarsi un vestito per l'occasione era troppo costoso e dunque non sarebbero venuti con suo marito, fratello del padre di Sara.
La giovane capì fino ad un certo punto, provando disagio di fronte all'aria un poco arcigna con cui la zia le comunicò la notizia. Lei le aveva portato l'invito di persona, prendendo gli autobus per raggiungere il quartiere un poco periferico dove abitavano questi parenti.
Nessun sorriso l'accolse, nessun augurio di felicità. Solo al congedo le dette un consiglio non richiesto che lei ricordò, come tutte le cose che ci colpiscono perché estranee ai nostri pensieri:
"Se tuo marito ti darà uno schiaffo, tientelo, e non andare subito a piangere da tua madre." 
Uscì da quella casa alleggerita della bella bomboniera che aveva recato e con un senso di disagio che sfiorava la tristezza e un sottile sentimento di delusione.
Mentre tornava verso la fermata dell'autobus le tornò in mente quando, quindicenne, aveva fatto quello stesso percorso per andare a trovare i suoi cuginetti: Serenella e suo fratello Pierino, più piccolo. Anche quella volta suo zio non c'era, era al lavoro. Nonostante l'apparente cordialità di Filomena, in quella circostanza, i cugini la meravigliarono per il loro legato imbarazzo. Cosa mai sentivano su di loro, su suo padre, sua madre e lei, per essere così bloccati, affatto spontanei? Sua zia poi la mise molto a disagio, perché volle a tutti i costi chiamare suo zio al lavoro per farlo tornare a casa, visto che c'era lei in visita, certo non preannunciata, dato che per Sara era stato un moto spontaneo di affetto venire a trovarli.
"Ma no zia.. - provò a fermarla mentre afferrava il telefono - Sono venuta per stare con i cugini, non disturbare lo zio."
Ma lei, decisa, fece tornare suo marito dalla trattoria che gestiva nel quartiere.
Il disagio di Sara si era trasformato in penosa delusione, disse a suo zio che le dispiaceva di averlo disturbato, che lei era lì solo per stare con i cuginetti...
Fu evidente che non c'era nessun affetto, ma solo formalismo: era come se Filomena avesse voluto ribadire che quella visita non la riguardava, né riguardava i suoi figli: venisse suo marito che aveva il "legame di sangue" con la figlia del fratello...
Una visita affettuosa fra cugini era diventata un'altra cosa: era nulla.
Ma c'era stato altro in precedenza.
Una volta erano venuti in visita a casa di Sara tutti loro. In quel caso era suo padre al lavoro, ma la madre di Sara non lo chiamò per farlo tornare a casa, anche se pure quella era stata una visita improvvisa. Nacque una piccola disputa fra le due bambine, Sara e Serenella, per dei giocattoli... Filomena e Amedeo si alzarono e se ne andarono portando via la figlia, Pierino non era ancora nato, umiliando la madre di Sara che desolata e meravigliata li pregava di restare.
Due bambine che litigano non giustificano una simile villana reazione. La madre di Sara era una donna gentile, umile nei modi con tutti, anche con chi non meritava tanta arrendevolezza, come la coppia Filomena-Amedeo.
L'ostilità di Filomena verso suo padre si manifestava con critiche sul suo lavoro che, secondo lei, era "da mezze maniche". Quell'espressione veniva detta con un risolino di disprezzo che Sara non comprendeva, data l'origine di quella zia acquisita: una contadina che aveva studiato fino alla quinta elementare e nulla più. Come poteva dunque avere i numeri per disprezzare suo padre che era impiegato in un ministero? Cominciò ad affacciarsi alla sua giovane mente inesperta che forse la donna parlava per invidia meschina, giacché non si limitava a questo, ma arrivava a dire che il padre di Sara "si era comperata casa con i soldi dell'eredità del nonno" che erano anche di suo marito.
Il padre di Sara soffriva per come si comportava Amedeo, giacché l'ostilità della moglie lui la condivideva. Questa poi dell'eredità era una vera e propria calunnia che lo indignava profondamente. Parlava poco di questi problemi familiari con sua figlia, limitandosi a commentare solo sulla calunnia. Ma il resto, la verità, Sara la seppe da un altro fratello di suo padre: Quirino.
"Quando morì nostro padre tuo padre era ricoverato presso l'ospedale militare. Non gli facemmo sapere nulla, perché era ferito, stava male... Ma quando tornò, dimesso e in convalescenza, noi eravamo tutti in campagna e lui lo seppe da una paesana.. La prima che incontrò.. Quanto ci rimase male! Ci soffrì tanto. Papà, comunque, è morto con i debiti. Non che si fosse mangiati i soldi, ma la guerra ci aveva impoveriti ancora di più. Prima tuo padre lavorava e ci mandava qualcosa... Poi bisognava dare parte del grano all'ammasso, allo Stato, per l'esercito. Papà dovette indebitarsi per comperare il seme, altrimenti niente raccolto per l'anno dopo. Tuo padre, anche se ormai giravano i tedeschi, dopo l'armistizio del 1943, anche se era ancora debole per la convalescenza, era intelligente, capace, si mise a commerciare con il bestiame e, alla fine vera della guerra, ripartì per la città a riprendere il suo lavoro avendo pagato tutti i debiti che aveva lasciato papà e ci lasciò anche un bel patrimonio zootecnico." E le elencò tutti gli animali che il padre di Sara aveva ricomperato per la sua famiglia di origine.
Ora le appariva ancora più meschino e miserabile l'atteggiamento di suo zio Amedeo e di sua moglie. Cosa era quello che dimostravano: mancanza assoluta di amore e ingratitudine. Capiva quanto suo padre dovesse soffrirci.
Lei comunque continuò a cercare una normalità di rapporti che era difficile ottenere senza una reciprocità.
In questi casi i legami parentali diventano delle penose costrizioni in cui c'è chi tenta di fingere di niente e chi continua ad ogni occasione a dimostrare il proprio odio, appena coperto dalle convenzioni.


Con il passare degli anni l'esperienza le aprì ancora di più squarci sulla verità dei rapporti che lei considerava solo affettivi.
Le tornavano ricordi lontani: suo padre, investito di un'autorità che lui solo credeva di avere, in virtù del fatto che si era dato tanto da fare per la famiglia, accondiscese a quanto chiestogli da sua madre che, terribilmente contrariata dal fatto che lo zio Amedeo volesse sposare Filomena, gli aveva chiesto di fare le veci del padre morto e di ricordargli quanto fra lei e quella giovane e sua madre c'era stato.
Sara ricordava la scena: dormiva, infatti, fra le braccia di sua madre che si agitava cercando di intervenire nella conversazione. Ma il marito la metteva a tacere, trattandola, come sempre, senza alcun rispetto: "Stai zitta tu!". La madre di lui, sua nonna, era presente e vilmente muta.
La faccia di Amedeo, mentre suo padre parlava con sicurezza, era piena di odio, ma egli  sembrava non avvedersene, tutto compreso nel suo ruolo. Persino la sua bambina, pur mezzo addormentata, pensò: "Ma papà non si accorge che quel che dice non fa piacere allo zio? Se la sposerà odierà chi gliene ha parlato male. E poi, nonna perché non parla? Lei non si vuole compromettere!" Così pensava la bambina, infastidita perché le avevano turbato il sonno.
Quei ricordi di pensieri che si erano affacciati nella sua mente di bambina molto piccola la stupivano per la loro intelligenza e precocità di giudizio. Per questo Sara, una volta diventata madre, trattò i suoi bambini con il rispetto e la considerazione che si deve agli adulti, sia pur tenendo conto della loro necessaria inesperienza, giacché sapeva che già da piccolissimi si può essere acuti e vedere e capire a volte più degli adulti.
Il risultato di quel tentativo di dissuasione fu proprio quello che la piccola Sara aveva prospettato dentro di sé.
Filomena, dietro un sorriso ipocrita, malcelava una totale ostilità verso la madre di suo marito e, verso il fratello che si era permesso di agire per conto della madre, la stessa cosa. Il suo animo meschino non risparmiava neppure la nipote di suo marito, assolutamente estranea a queste azioni.
Ma perché suo padre e sua nonna non volevano che lo zio sposasse Filomena?
Sara aveva sempre pensato che fosse per un orribile delitto che era avvenuto nella famiglia di Filomena, cosa che costituiva vergogna infamante per tutto il parentado data la mentalità del luogo e del tempo.
Una sorella della madre di Filomena aveva ucciso con una coltellata un fratello. La ragione pare che fosse un rimprovero che il fratello le faceva di non saper lavorare bene le viti della vigna che stavano potando. Trovandosi con il coltello in mano per la potatura stagionale ella aveva risposto ai rimproveri con quel gesto inconsulto.
Sembrava davvero un gesto spropositato a fronte di un rimprovero, ma nel processo venne fuori dell'altro: la disperata assassina disse che il fratello la insidiava e i rimproveri erano una continua provocazione di fronte alla sua giusta ripulsa.
Il padre di Sara diceva che era solo una sporca invenzione che la famiglia aveva architettato per far abbassare la pena all'assassina. La verità non si seppe mai.
Ma non era quella la vera ragione del rifiuto della nonna di Sara, ed ella lo apprese, ormai adulta, da suo padre.
Spesso aveva assistito a commenti su Filomena e Amedeo fatti in conversazioni fra suo padre e il fratello minore Quirino, tutti dello stesso tenore: criticavano con sarcasmo la sottomissione del loro comune fratello a sua moglie, l'adesione alla sua ostilità verso la sua famiglia di origine e, per contro, l'affetto e l'aiuto che Amedeo dimostrava alla suocera e addirittura ai cugini di sua moglie.
Per questo un giorno disse a suo padre: "Voi l'avete disprezzata per qualcosa di cui lei non aveva alcuna colpa. Casomai, sia lei che sua madre, hanno solo sofferto per l'omicidio avvenuto in famiglia, sono state vittime innocenti di azioni di altri."
"Ma non è per questo che tua nonna non voleva. La madre di Filomena, che tu dici innocente, certo non è l'assassina, ma è una donna cattiva e aggressiva e la figlia è come lei, per istinto e per educazione. Un giorno, insieme madre e figlia, aggredirono verbalmente tua nonna e mia sorella, allora una ragazzina, coprendole di insulti per una banale diatriba di cui non si ricorda neppure la causa e la ragione. Diedero loro addirittura delle puttane! Conosci tua nonna e il suo riserbo: voleva querelarle e andò da un avvocato. Ma mio padre non aveva soldi per pagarlo, allora tua nonna mi scrisse chiedendomi se potevo darglieli io e, nel farlo, mi raccontò in una lunga lettera il vergognoso episodio. Sono persone volgari. Non dimenticare che a distanza di tanti anni Filomena, insieme a mio fratello Amedeo, ricoprì di identici insulti la moglie di Quirino e sua figlia, che all'epoca era una ragazzina come mia sorella nell'episodio precedente, nell'androne del palazzo in cui, con fatica e denaro, come sai, ero riuscito a far avere un portierato a tuo zio Quirino."
Ricordava benissimo Sara. Suo padre aveva pagato pranzi al ristorante all'ingegnere che aveva costruito quel palazzo dove era avvenuta la scenata triviale, insieme agli altri amici comuni, in modo da ingraziarselo per poi chiedergli quel favore per Quirino in difficoltà.
Aveva avuto quel portierato senza pagare alcuna cauzione e Amedeo e sua moglie avevano fatto quella visita aggressiva perché Quirino semplicemente richiedeva ad Amedeo dei soldi che  gli aveva dato in deposito.
Quel giorno nel palazzo l'ingegnere, neanche a farlo apposta, transitava avendo ancora in loco appartamenti in vendita ed aveva assistito all'inqualificabile scenata che Quirino e la sua famiglia avevano subito. In seguito disse al padre di Sara: "Scusami se mi permetto: ma tuo fratello Amedeo ha preso moglie prima o dopo la chiusura delle Case per via della Legge Merlin?"

Sara, dunque, ignara di tutti questi veleni di cui aveva raccolto solo sporadici racconti, si era comportata con normale affetto, ma si rese conto a poco a poco che i suoi zii avevano impartito ai suoi cugini, Serenella e Pierino, un'educazione diversa da quella che lei aveva ricevuto dalla sua dolce mamma e dal suo ferito papà.
Non poteva dunque che arrendersi all'evidenza dell'assoluta assenza di reciprocità in questo sentimento che ella provava e a poco a poco si ritrasse da ogni rapporto.
Ci fu un momento in cui credette che questo affetto potesse esserci e fu quando suo padre morì.
Ma fu di breve durata, e da pochi episodi capì che i sentimenti e la visione della vita di quelle persone erano distanti dal suo sentire.
Invitò Serenella con il suo fidanzato a cena. Cucinò con attenzione e amore nonostante avesse dei frugoletti che certo appesantivano il suo lavoro.
Sua cugina, capitata in cucina dopo aver gustato i suoi buoni cannelloni al forno, vedendo che la teglia usata per comodità "usa e getta", che la sollevava dal lavaggio, era di alluminio, le disse: "Li hai ordinati al ristorante più vicino?" Sara ci rimase male e precisò che no, li aveva cucinati lei. Questo era stato il complimento alla sua fatica culinaria che, implicitamente, era come dire che erano così buoni che non poteva averli cucinati lei.
Una rozzezza di modi e di pensiero che meravigliò Sara, giacché Serenella aveva una laurea e avrebbe dovuto sollevarsi un poco rispetto ai suoi rozzi genitori che, Sara scoprì con altrettanta meraviglia, lei disprezzava considerandoli degli ignoranti.
Aveva infatti commentato con lei certe scelte di mobilio dei suoi genitori con una smorfia di indifferente spregio: "E' l'ignoranza!" Sara era rimasta colpita da quel giudizio sui suoi genitori espresso con distacco sicuro e tranquillo e in cuor suo l'aveva confrontato con sé stessa: anche i suoi genitori non avevano diplomi né lauree, ma lei mai li aveva considerati "persone ignoranti", anzi li aveva sempre apprezzati e valorizzati dentro di sé e parlandone con altri.
Suo padre amava la Storia e la Poesia e, nonostante i suoi risicati studi scolastici, si era costruito una vera cultura da autodidatta di cui Sara stessa aveva usufruito, apprendendo da lui cose che a scuola non le avevano mai insegnato. Sua madre aveva una cultura infinita sulla Storia dei Santi della Chiesa Cattolica e sulle Leggende Popolari.

L'ultimo episodio fu quando Serenella si operò di appendicite e Sara ritenne di andarle a far visita nella clinica dove era ricoverata anche se molto distante da casa sua.
C'era Filomena, la quale fu, come sempre, sorridente a tutti denti e per niente vera e spontanea. Aveva, per sfoggio, disteso sul letto della figlia una pelliccetta di astrakan che doveva ritenere di grande eleganza e lusso. Sembrava in mostra. La figlia fu ugualmente formale e sorridente di fredda cortesia. Sara si sentì fuori posto e capì che la sua visita non aveva fatto né piacere né aveva commosso sua cugina per quell'attenzione che lei le aveva dedicato.

"Hai visto chi è passato fra te e i bambini? - Le chiese suo marito. Erano appena usciti dalla casa dei genitori di lui e lei camminava avanti, verso l'auto, dietro di lei i loro bambini e poi suo marito a chiudere la fila. Si girò: sul marciapiede deserto di un pomeriggio domenicale vide la figura di Serenella che si avviava verso il suo portone, poco distante da quello da cui erano appena usciti Sara e la sua famigliola. Suo marito aveva sulle labbra un sorriso fra il meravigliato e l'ironico: Sara guardò sua cugina passare come se lei, suo marito e i loro bambini, unici presenti su quel marciapiede di una stradina defilata, fossero stati invisibili e ne rimase esterrefatta.

Con i cugini materni, sia pure più distanti, le cose non andarono meglio.  
Persino Domenico, rimasto un poco sciocco e ingenuone, si comportò male con Sara, in modo stolto più che cattivo.
La madre di Sara era rimasta vedova e, completamente sola, era andata a vivere con sua figlia e la sua famiglia.
A parte Elena, la figlia della sua sorella più piccola, la madre di Sara non aveva ricevuto alcuna manifestazione di solidarietà e di affetto dai suoi nipoti. Questa cugina era stata molto vicina a Sara quando erano bambine. Più grande di lei di cinque anni era però compagna affettuosa e di ottimo carattere. Solo lei aveva più volte telefonato alla zia rimasta vedova. Gli altri nipoti, figli di un fratello e di una sorella maggiore, avevano ignorato la zia, Domenico compreso, finché un giorno, inaspettato, si presentò alla porta della casa di Sara.
Lietamente sorpresa Sara lo accolse. Non era tipo, come sono certe persone, da seccarsi per le visite improvvise e affatto annunciate.
"Mimmino! - Lo chiamò con il diminutivo di quando erano bambini, anche se ormai si era fatto un ragazzone alto e ben piantato. - Che bella sorpresa!" E lo fece accomodare in salotto chiamando lieta sua madre: "Mamma, guarda chi ti è venuto a trovare!"
La madre giunse in salotto sempre con un fare modesto e contenuto e non aperto e lieto come quello di sua figlia. Ella salutò con il sorriso suo nipote, ma la sua naturale mancanza di entusiasmo verso il figlio di suo fratello Alceste era più realistica dell'ingenuo e fresco entusiasmo della figlia Sara, che subito si rivelò mal riposto.
Non fece in tempo a chiedergli cosa poteva offrirgli e a fargli conoscere i suoi tre meravigliosi bambini che Domenico, imbarazzato, esordì in uno stravagante discorso:
"Sono venuto perché nei giorni scorsi qualcuno mi ha citofonato e senza dirmi chi era ha detto: "Domenico Ferrari è morto"."
Sara lo guardò senza capire. Per pura cortesia chiese: "Ma era una voce maschile o femminile?"
"Maschile." Disse Domenico, mentre assumeva sempre più un'espressione studiata e inquisitoria, e sulle labbra gli appariva un sorrisetto che voleva essere di intelligenza, accompagnato da una luce di malizia negli occhi accesi.
Sara lo guardava sempre più spiazzata da quell'atteggiamento inusitato, incongruo con la visita che lei credeva fatta alla zia per la sua fresca vedovanza.
"Mi sono fatto una lista di nomi di chi può essere stato e me li sto spuntando ad uno ad uno." Continuò con tono compiaciuto.
La madre di Sara e i bambini lo guardavano in silenzio, dato che un così particolare argomento, che veniva a porre in mezzo a loro, doveva apparire strano anche a quelle anime innocenti. Fu di nuovo Sara a parlare in quell'imbarazzante atmosfera:
"A me hanno fatto tante volte scherzi al citofono, come anche al telefono, ma chiunque fosse è sempre un povero cretino. Non te ne curare.." Ma mentre lo diceva non riusciva a sfatare l'anomala sensazione dell'esordio di quella visita: Domenico aveva detto che era venuto perché gli avevano fatto uno scherzo al citofono... Assurdo. Vai a trovare parenti che non vedi da anni perché ti hanno fatto uno scherzo al citofono?
Ma la sensazione di anomala irrealtà che Sara e gli altri, bambini compresi, sentivano si concretizzò nella successiva frase di Domenico: "Sto girando tutti gli indirizzi della lista e ora sono venuto qui."
Sara lo guardò come si guarda un pazzo, mentre un'indignazione incontenibile le saliva nell'animo: "Sei venuto qui per questo? E chi sarebbe di noi che viene a casa tua, che non so nemmeno dove abiti, a fare scherzi così assurdi e scemi?!!"
"Era una voce maschile, quindi tuo marito." Concluse lo stolto.
L'ira di Sara salì alle stelle. Incurante della sua annichilita, povera madre che aveva creduto anche lei ad una quasi ovvia visita di cortesia visto il fresco lutto, gridò: "Ma tu sei pazzo! Completamente insano di mente! Mio padre è morto da poco e ti presenti in casa mia, davanti a tua zia vedova, con l'ardire di pensare che mio marito, un Ingegnere, un Funzionario dello Stato, non ha nulla da fare che andare a suonare ai citofoni di gente che conosce appena??!! Pazzo! Ma se ti ha visto si e no il giorno del nostro matrimonio anni fa e poi non più! E poi, ma se non so nemmeno dove abiti! Fuori da casa mia! Fuori! Devi essere malato per presentarti a casa della gente con simili assurde motivazioni! Ed io che pensavo che eri venuto a trovare mia madre! Fuori! Fuori!" E spalancata la porta lo cacciò letteralmente dalla casa mentre lui, goffamente intimidito, era tornato il Mimmo timido di quando era bambino, e se ne andò con la coda tra le gambe.

Questo episodio Sara lo raccontò a tutti indignata e convinta che Domenico non fosse solo imbecille, ma gli fosse dato di volta il cervello.
Il fratello di suo padre, Quirino, mortificato, le rivelò che si era presentato dapprima a casa sua chiedendo l'indirizzo di Sara. Anche lui aveva pensato che volesse far visita alla zia per la sua fresca vedovanza e se ne scusò perché, in buona fede, glielo aveva dato.
Sara gli disse che non doveva scusarsi e che non gliene voleva per averglielo dato, giacché era più che naturale che, data la recente morte di suo fratello,  pensasse che non c'era nulla di male a dare l'indirizzo di Sara al cugino. Pare che Domenico abitasse nello stesso quartiere di periferia economica in cui abitava questo zio paterno di Sara e che si incontrassero spesso, dato che il denominatore comune era, non tanto la parente Sara, quanto il paesetto da cui provenivano in origine la famiglia del padre di Sara come anche quella della madre. 

Molti anni dopo arrivò in casa di Sara una telefonata di Elena, con cui era sempre rimasta in sporadici ma affettuosi contatti.
"Sara, - esordì - è morto lo zio Egidio."
"Mi dispiace molto. - Disse sinceramene Sara. - L'ultima volta che lo sentii al telefono fu quando morì lo zio Serafino e, sapendolo rimasto solo, gli chiesi se aveva bisogno di qualcosa, e lui mi toccò il cuore perché mi disse "Il bisogno sarebbe tanto." Però non mi ha chiesto mai nulla.. Mi spiace davvero."
"Devi sapere che Domenico e il figlio dell'altro zio, Eriberto, gli stavano intorno per farsi fare il testamento e, siccome lui non glielo voleva fare, mi hanno detto che gli facevano un sacco di dispetti. Mi hanno raccontato che sono arrivati addirittura a nascondergli la legna per il camino! Questi squallidi! E la nostra cugina Erminia è in combutta con loro."
"Hai detto bene: squallidi. Povero vecchio! Io avrei voluto fare di più per lui ma, non so se te l'ho mai raccontato, dopo la morte di papà andavo ogni tanto nel loro paesetto, finché non ho venduto la casa, e andavo a trovare questi zii rimasti scapoli e soli. Veniva anche mio marito. Portavamo loro liquori e, per lo zio Ottavio, anche stecche di sigarette, visto che lui fumava. Ebbene lo zio Ottavio un giorno ci chiamò con il cognome di mio marito con aria sorniona e, da certi suoi atteggiamenti ed allusioni, capii che lui credeva che quelle attenzioni mirassero a farci fare il testamento. Provai un senso di delusione e di dispiacere per essere così male interpretata. Mio marito, che non conosce la mentalità contorta di quei posti, nemmeno aveva capito. Glielo spiegai io e se ne sorprese, anche perché non aveva alcuna aspirazione su qualche fabbricato rurale fatiscente e terre buone per una agricoltura montana. Da quel momento non andammo più a portare regali, per non essere male interpretati. Se, sempre più raramente, capitavo in quei posti li salutavo ma niente di più. Mi spiace per lo zio Egidio, perché lui non ha detto mai niente poverino... Però, capisci, vivevano insieme e non si poteva che essere affettuosi con tutti o con nessuno..
"Non prendertela Sara, - la consolò Elena - i figli delle sorelle femmine, come me e te, per loro, non chiamandosi Ferrari, non valevano niente. Ecco perché lo zio Ottavio quel giorno vi chiamò con il cognome di tuo marito, per far risaltare che tu non eri una Ferrari... Hai visto che lo zio Ottavio, come anche l'altro "zitellone" di zio Vito, hanno fatto testamento in favore dei soli nipoti figli dei fratelli maschi?"
"Bah! Peggio per loro. Io avrei voluto solo il loro affetto... Mi dispiace solo per lo zio Egidio che era buono e senza queste stupide malizie."
"Comunque, Sara, questa volta c'è la grande casa dove sono nate le nostre due madri, le terre e, mi dicono, lo zio Egidio aveva molti soldi in banca, frutto dei suoi spartani risparmi, e Erminia, in combutta con Mimmino e Eriberto, è stata elusiva su parecchie faccende, fra cui un misterioso testamento di cui dice di non sapere niente."
"Ma chi se ne importa Elena! Se zio Egidio ha fatto testamento per me va bene così..."
"Eh no! - Fece Elena. - Se l'ha fatto debbono essere chiari. Il problema è che loro gli forzavano la mano a farlo, te l'ho detto, anche facendogli dispetti per indurlo... In paese lo dicono tutti.. Ma se non parlano chiaramente vuol dire che non ci sono riusciti, ma intanto si sono fatti dare le chiavi di casa dal maresciallo dei carabinieri della locale stazione che le aveva prese in consegna, dato che zio è morto da solo e qualcuno doveva prendersi questa responsabilità. I due farabutti si sono presentati come i nipoti e quello in buona fede gliele ha date. Vedrai che ora faranno sparire tutto quello che c'è che vale qualcosa! Ma se non c'è testamento loro non possono toccare nulla!"
A questo punto in Sara scattò il suo senso innato di giustizia e la sua indignazione verso chi pensa di essere più furbo e per questo di poter fregare il prossimo. Si meravigliava di Domenico, giacché lo riteneva un tontolone mezzo scemo, visto anche l'assurdo episodio avvenuto l'ultima volta che aveva avuto il dispiacere di incontrarlo, e pensava che qualche influenza stupidamente maligna degli altri due, Erminia ed Eriberto, lo aveva condotto a fare cose illegali quanto avventate.
"Ci penso io Elena, - disse prendendo in mano la situazione - chiamo i carabinieri del posto e spiego loro la situazione in cui sono incorsi in buona fede."
Si lasciarono così. Lo spirito pratico e realista di Elena si sposava con il puntiglioso senso del diritto di Sara, più colta e capace di muoversi nella società.
Ella chiamò senza indugio la Stazione dei militi del posto e chiese di parlare con il maresciallo che la comandava. Spiegò al militare che i due a cui aveva consegnato le chiavi dell'abitazione di Egidio Ferrari non erano gli unici eredi del de cujus, ma oltre lei c'era Elena e i numerosi figli della sorella maggiore di sua madre, oltre l'ambigua Erminia naturalmente!
Il maresciallo si preoccupò realmente, temendo di essere incorso in un errore che poteva costargli caro: aveva dato le chiavi di un'abitazione a dei non aventi  diritto. Qualsiasi cosa fosse venuta a mancare in quella casa avrebbe dovuto risponderne lui nei confronti degli eredi. Non aveva fatto che un sommario inventario...
"Signora, - le disse preoccupatissimo - sommariamente posso dirle che in quella casa non vi erano cose di valore. Solo il televisore, peraltro vecchio... Comunque quei due mi hanno mostrato un testamento scritto di pugno di suo zio ma senza firma.. Già questo mi aveva insospettito. Ho sbagliato, ma loro la pagheranno perché hanno indotto in errore un tutore della legge. Ora telefono subito a queste persone e impongo loro di riconsegnare le chiavi altrimenti sono io che li denuncio."
Ne seguì uno squallido teatrino in cui i due cialtroni e l'ambigua cugina dovettero fare marcia in dietro.
Ne seguirono inevitabili contatti dato che erano tutti eredi e per la successione dovevano firmare tutti.
Elena, pur realista, quando sottolineava la falsità di Erminia e la pochezza del trio che aveva tentato di truffarli, avendo un animo semplice, ripeteva: "Erminia non mi telefona più. E' proprio falsa." E ripeteva le frasi stupidamente menzognere che la cugina le aveva detto nel tempo.
Sara era più analitica e non aveva ripensamenti di fronte a fatti e comportamenti così squalificanti. Quella persona le appariva per una sciocca pidocchia, con scarsa intelligenza e scarsa morale. Faceva l'insegnante nella scuola di infanzia  ed era convinta per questo di essersi sollevata chissà a quali vette intellettuali. Era evidente la carenza intellettiva proprio da questa sopravvalutazione di sé, da questo farsi coinvolgere dagli altri due in un tentativo di truffa ai danni degli altri cugini senza costrutto, in modo stupido. Parlandole al telefono per gli inevitabili scambi di informazioni su dove riunirsi per svolgere tutti i passaggi relativi alla triste pratica della successione, le capitò che le rispondesse la sua unica figlia, ormai diciottenne. Per buona educazione e perché in vita sua aveva sempre applicato con tutti, anche con gli estranei, la disposizione mentale all'accoglienza, non avendo per questo mai pensato male di qualcuno per prima e tantomeno detto parole o apprezzamenti offensivi per prima, Sara si rivolse con cordialità alla giovane ed ebbe con lei una breve conversazione in cui si interessò ai suoi studi, poi la ragazza andò a cercare sua madre, ma mentre lo faceva, educata evidentemente in un modo plebeo e meschino, a distanza dal telefono e pensando di non farsi sentire, disse a sua madre: "Mamma è quella sciocca."
Così Sara scoprì come Erminia si esprimeva su di lei.
La cosa non avrebbe dovuto meravigliarla giacché gli sciocchi, essendo tali, suppongono sempre di essere intelligenti più degli altri, né i loro errori di valutazione sugli altri, che credono di poter ingannare a loro piacimento, servono a formare loro una esperienza che sia speranza di crescita per il loro intelletto.
Signorilmente Sara parlò normalmente con la povera stupida Erminia che si credeva scaltra e fissò con lei, come aveva fatto con gli altri coeredi, l'ultimo appuntamento per concludere quella penosa successione.
Uno dei risvolti comici della faccenda fu che la RAI inviò proprio a Sara la richiesta del canone che pagava il povero zio defunto, essendo prassi normale che gli Enti erogatori dei vari servizi, in mancanza del documento della successione, inviino ad uno qualsiasi degli eredi, come da Codice Civile,  le richieste dei pagamenti in scadenza.
Sara inviò all'Agenzia delle Entrate di Torino, ufficio competente per la materia, la copia della successione, che lei aveva già presentata, con allegata la dichiarazione di non essere in possesso del televisore dello zio.
Divertita, poi, segnalò la cosa ai coeredi e Domenico e il suo "compare", Eriberto, imbarazzatissimi dissero che il televisore dello zio era vecchio e loro, quando avevano avuto le chiavi della casa per la svista del Maresciallo dei Carabinieri, lo avevano gettato via. Con ironica indulgenza per i due sciocchi, che si credevano furbi mettendosi nei guai, Sara disse a Domenico che dovevano dichiarare all'Ufficio preposto dove lo avevano gettato e di non esserne più in possesso.
Ma la meraviglia di Sara su questi cugini arrivò al massimo quando, parlando con Erminia, ricordò l'episodio in cui Domenico si era presentato a casa sua con una improntitudine incredibile, pretendendo che suo marito, che avendolo a malapena intravisto alla cerimonia del loro matrimonio una sola volta nella sua vita ne ignorava addirittura l'esistenza, fosse andato a fargli scherzi citofonici dicendogli: "Domenico Ferrari è morto".
"E' stata colpa mia, - disse la cugina che dietro le spalle diceva che la scema fosse Sara - perché mi ero rivolta a un ragazzo di un'agenzia che fa anche pratiche per le successioni, sta vicino casa mia (e nominò una via del quartiere periferico dove abitava) - e gli avevo dato l'indirizzo di Domenico perché siamo tutti e due eredi... Cioè ... anche tu.. naturalmente.. e tutti gli altri, - aggiunse con imbarazzo -  e quello andò a casa di Domenico e gli citofonò senza sapersi spiegare bene sul motivo della visita... esordendo con "Domenico Ferrari è morto", ma intendeva nonno che, come sai, si chiamava come Domenico... Zio Alceste volle dargli il nome del padre.. E' stato tutto un equivoco.."
Sara non sapeva se mettersi a ridere smodatamente dandole della matta in coppia con lo stolto Domenico, o tacere pietosamente ridendo dentro di sé: scelse la seconda soluzione.

Alla fine di tutta quella pletora di cugini a Sara restava solo Elena: unica verso la quale aveva un senso avere un affetto fraterno. Ma ce ne era un'altra, una della numerosa prole della sorella maggiore di sua madre, degna di affetto e di considerazione: Paola. Era questa molto più anziana di Sara, tanto che da bambina una dei suoi figli era stata sua compagna di giochi, avendo circa la sua stessa età. Paola era buona, oltre che bella, con occhi di un azzurro intenso, che aveva trasmesso ad alcuni dei suoi figli. Ma l'età così distante aveva fatto sì che non ci fosse una grande frequentazione... Ma Sara non dimenticava la gentilezza che Paola aveva avuto verso sua madre in un momento in cui, in vacanza da sola nel paese natio, era stata poco bene e la nipote ne aveva avuta cura... 

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