mercoledì 13 dicembre 2017

Novità sui figli di Franco Occhionero

Rita Coltellese *** Scrivere: Un bel passato, un presente angoscioso


Parto da quanto scrissi nell'immediatezza della notizia dell'arresto dei figli di quello che è stato un caro amico e di cui, insieme a sua moglie Marisa, ho un ottimo ricordo, e sopra metto il link di quel post del gennaio di quest'anno che rende l'idea dei miei sentimenti.
Mi sono chiesta più volte quale fosse la loro sorte, non volendo più disturbare una loro parente all'epoca sconvolta più di me. Giorni scorsi ho sentito, all'autoradio prima e in TG dopo, il loro nome. 
Al di là di quello che si contesta loro in una materia per me ostica e complessa, è un dato di fatto che in questo Paese si mandano ai domiciliari gli assassini acclarati come tali, dunque a me appare molto strana una così lunga e severa detenzione.
Forse sarà per un antico affetto che avevo per questa famiglia, che l'assenza di frequentazione di decenni non ha cancellato giacché davvero nulla avevo da rimproverare loro, a differenza di tanta altra gente, che sento dentro di me tristezza per la sorte toccata ai figli di Franco. Lui non c'è più e non lo sa e questa è l'unica consolazione.
Credo che forse dietro tutto questo ci siano degli intoccabili
Da: Il Dubbio
15 Jul 2017 

«Cronaca da una cella di Rebibbia: qui si vive all’inferno»


La dichiarazione spontanea di Francesca Occhionero, reclusa nel carcere di Rebibbia dal 9 gennaio del 2017 con l’accusa di cyberspionaggio

Ritengo che sia assolutamente infondato ed ingiusto quanto sostenuto per la custodia cautelare che sto subendo: ma ciò è stato e sarà trattato nelle opportune sedi.
Quel che, invece, ora mi preme evidenziare riguarda il fatto che la detenzione avviene in condizioni generali di assoluta, evidente e nota illegalità, e ciò rischia di essere strettamente collegato con i fatti di causa.
Sono note le condanne inflitte dalla Cedu all’Italia per lo stato di illegalità delle carceri ( per le dimensioni delle celle e per il sovraffollamento, che dovrebbe far pensare ad un ricorso eccessivo alla custodia cautelare in carcere).
Ma sono altrettanto ben note le condizioni concrete nelle quali i detenuti sono costretti a “sopravvivere”, così come mi trovo io, letteralmente a “sopravvivere”.
Qualche cenno:
1) Nel cortile della mia sezione c’è una fogna a cielo aperto, con odori insopportabili, tra sterpi da cui fuoriescono topi di varie dimensioni; ebbene, qui si svolge l’ora d’aria!
2) Detenute che hanno piaghe e sfoghi cutanei sono chiuse in “isolamento sanitario” per giorni, senza che si presenti un dermatologo, nonostante il sospetto ( arguibile dall’isolamento) del trattarsi di malattie infettive. Infatti, il reparto Nido è stato isolato in quarantena per “scabbia”.
3) Io stessa, ormai piena di sfoghi e punture di insetti, il 7 giugno scorso chiedevo di avere un parere medico. La risposta dell’infermiere di turno in ambulatorio è stata che il medico sarebbe stato disponibile per il mio settore solo il martedì successivo.
Insomma, ci si può ammalare solo di martedì, ovviamente iscrizione nella lista permettendo. Cosa analoga era successa a maggio, quando sono rimasta bloccata per un colpo della strega dovuto a cinque mesi passati su un letto con un materasso di cui dirò.
Per i miei ponfi, non sono riuscita ad avere neanche una crema cortisonica, in quanto, a detta dei vari infermieri di turno, sarebbe terminata da tempo. Ho assistito io stessa un infermiere mettere del Voltaren gel su un ponfo derivante dalla puntura di un’ape.
4) Una ragazza, che lamentava da tempo l’insorgenza di piaghe sulle gambe, dopo un mese ha finalmente ricevuto una visita medica e le è stata diagnosticata una micosi infettiva ( si è parlato di tigna).
La stessa ragazza ha continuato a condividere i 9 mq. di cella con la sua concellina ed a frequentare gli spazi comuni.
5) Condivido una cella di meno di 9 mq ( magari lo fossero!) con un’altra persona che dorme sul letto superiore di un letto a castello dotato di materassi di gommapiuma usurati, bucati, bruciati, pieni di acari e pulci, ormai scaduti da oltre 10 anni. Alla richiesta di sostituzione mi sono sentita rispondere, con il visibile sconcerto della stessa polizia penitenziaria, che non ci sono materassi a sufficienza.
6) Sono obbligata a nutrirmi mediante il vitto passato dal carrello del carcere, ma con grande disgusto e sofferenza fisica. Ne ho capito il motivo quando altre detenute che hanno lavorato in cucina me ne hanno riferito le pessime condizioni igieniche. Pentole, teglie, mestoli e tutto il resto viene infatti “lavato” con spugnette bisunte e praticamente senza detersivi.
Non vi è mancata la presenza di scarafaggi e persino un grosso topo. I grandi scolapasta vengono sfilati dalle pentole in ebollizione e, con tutta la pasta, trascinati sul pavimento anziché essere sollevati. E questo solo un cenno.
7) Il congelatore non funziona, col risultato che è impossibile conservare alcunché. Nella cella la temperatura è infatti ormai prossima a quella di un forno.
Il cibo si scongela e ricongela.
Per non dire che, ovviamene, gli approvvigionamenti interni sono fuori di qualsiasi logica: i prodotti sono limitati ed i prezzi raddoppiati e triplicati.
8) Il cortile, le grate delle finestre e i davanzali sono preda di piccioni ( e dei loro escrementi) e di gabbiani.
Sovente i gabbiani attaccano i piccioni lasciando i cadaveri a marcire sui davanzali delle finestre. Facile immaginare gli odori ed il vomitevole panorama.
9) Il carcere è teatro di continue risse e scontri tra le detenute a causa della difficile convivenza nelle celle, la cui assegnazione avviene inevitabilmente in funzione della scarsa disponibilità; e così vengono fatti convivere soggetti assolutamente incompatibili tra loro e con il carcere ( molti di loro dovrebbero essere indirizzati presso altre strutture, idonee per adeguati trattamenti psichiatrici).
10) Il bagno presente in cella è in condizioni pietose. Lo sciacquone perde acqua ininterrottamente, la cipolla della doccia, completamente intasata dal calcare, è un proiettile pronto a partire con la pressione dell’acqua. Dopo esserne stata colpita una volta, d’intesa con la mia concellina, mi faccio la doccia usando il solo tubo.
Il filtro/ riduttore del lavandino è analogamente “esploso” a causa del calcare e, data l’assenza di tappi, è finito nello scarico. Il water è privo di coperchio.
11) Una mattina mi sono svegliata con la cella completamente allagata a causa di un’enorme perdita dal muro del bagno ( problema che aveva già interessato la cella a fianco). Tutto galleggiava, sia nel bagno che nella cella, le lenzuola del letto del piano di sotto erano zuppe, così come le scarpe e tutto ciò che poggiava in terra.
A nulla sono valsi i solleciti alle assistenti di sezione, che ben poco potevano fare, se non a loro volta sollecitare la manutenzione. L’idraulico si è presentato solo tre giorni dopo.
Nel mentre, il bagno, il water e il bidet erano del tutto inutilizzabili, e quindi ci è stato dato l’unico suggerimento pratico possibile: «Chiudete tutti i rubinetti dell’acqua e … usate i secchi».
Tutto ciò, anche in estrema sintesi, era la necessaria premessa per OSSERVARE che le condanne inflitte dalla CEDU sono ben note, ma altrettanto note sono le concrete condizioni, come quelle da me vissute, nelle quali i detenuti e le detenute si trovano a “sopravvivere”, spesso in condizioni davvero disumane ed inaccettabili per una società civile.
Ebbene, poiché tutto ciò è ben noto, è mio libero pensiero ritenere che continuare a fare uso della custodia cautelare sia una forzatura inammissibile, un abuso del diritto, una ingiustizia.
Tanto più nei casi come il mio, nel quale il rischio di fuga è formalmente escluso, quello di inquinamento è riconosciuto come scemato, residuando, nei provvedimenti che mi hanno negato una attenuazione della misura, solo il rischio di reiterazione, il quale però resta escluso dalla assoluta mancanza di elementi circa i fatti di insussistenti e non provate esfiltrazioni informatiche.
Mi sembra, quindi, evidente la forzatura del mantenimento della mia custodia cautelare in carcere, che nei vari provvedimenti, in modo significativamente seriale, viene espressamente ancorata alla mia ( asserita) mancata resipiscenza ed alla mia mancata collaborazione, come se una qualche norma la ponesse a buon motivo della misura cautelare!
Tralascio le altre evidenti forzature contenute nei vari provvedimenti ( nei quali, ad esempio, si fa riferimento a dati informatici esfiltrati: ma da dove risultano tali esfiltrazioni? ma dove sono indicate negli atti di Pg?). Prima o poi inevitabilmente emergerà che dette forzature sono solo l’evidente segno della debolezza dell’impianto accusatorio, cui evidentemente il giudice avverte il bisogno di porre rimedio.
Tutto ciò premesso e considerato, la CONCLUSIONE appare evidente.
Infatti, quanto sopra sintetizzato induce a sospettare che le ben note, illegali e talvolta disumane condizioni carcerarie, rispetto alle quali non coglie il segno di alcuna reazione, vadano a conciliarsi perfettamente con l’aspettativa che il detenuto “collabori”, anche se per legge una collaborazione non è dovuta ed anche se ( come nel mio caso) una collaborazione è persino impossibile.
Ovvio che non posso minimamente accettare l’idea che tale sospetto possa avere un lontano fondo di verità: sarebbe a dir poco avvilente ed irrispettoso della intelligenza e della dignità umana e professionale di chi dovesse far uso di simili strategie.
Per cui, ferma restando la incomprensibile inerzia che accompagna le note condizioni carcerarie, voglio tenere del tutto lontano il sospetto di un uso strumentale e distorto dello strumento carcerario, che, diversamente ragionando, a ben vedere, si tradurrebbe in una vera e propria tortura.
Dovendo e volendo escludere l’indicato sospetto, debbo però aggiungere che nel mio caso non ritengo si possa in alcun modo ipotizzare la attuale sussistenza dei presupposti di legge per il mantenimento del mio stato di detenzione. Come ho già detto, fuga ed inquinamento sono esclusi; e il pericolo di reiterazione non ha ragione d’essere. Ed ovviamente la mancanza di tali presupposti non può essere colmata con riferimento ad insussistenti e non provati fatti di esfiltrazioni informatiche ( che peraltro non sarebbero a me riferibili): nel fascicolo non ve ne è la minima traccia e non capisco perché si continui meccanicamente ad invocarle.
Al riguardo non posso e non voglio trattare profili tecnici, ma ritengo significativo che, salvo errori nelle notizie di cui dispongono, io e mio fratello siamo, almeno in Italia, gli unici imputati per “tentati” reati informatici attualmente in carcere e certamente siamo i detentori di un record assoluto di durata di custodia cautelare carceraria per tali reati.
In conclusione, quindi, CHIEDO, in primo luogo, che ognuno per quanto di propria competenza si attivi affinché cessino le denunciate illegalità in ambito carcerario e, in secondo luogo, che, considerata la insussistenza almeno attuale – dei presupposti di legge, venga rimossa o attenuata la misura cautelare a me applicata.

Da: Il Dubbio 
18 Aug 2017 

«Vi racconto la fantasiosa montatura sui fratelli Occhionero»


Parla l’avvocato Roberto Bottacchiari
Qualche settimana fa abbiamo pubblicato in esclusiva la lettera integrale che Francesca Occhionero ha scritto dal carcere romano di Rebibbia per denunciare le condizioni disumane di detenzione che sta vivendo insieme alle altre detenute. Oggi, mentre è in corso anche una petizione su Change. org rivolta al Presidente Mattarella per chiedere di porre fine alla detenzione preventiva della donna, torniamo sulla vicenda dei fratelli Occhionero, accusati dalla Procura di Roma di aver creato una centrale di cyberspionaggio per monitorare istituzioni, pubbliche amministrazioni, studi professionali, imprenditori, politici di primo piano e massoni. Sentiamo il punto di vista della difesa.
Avvocato Roberto Bottacchiari, sulla stampa è emerso che i fratelli Occhionero sapevano di essere indagati e per questo avrebbero sistematicamente cancellato file compromettenti. Addirittura avrebbero negato di fornire le password e bloccato l’accesso ai loro pc lanciandosi sui computer appena gli agenti sono entrati a casa loro.
Si tratta di una fantasiosa ricostruzione giornalistica. Gli investigatori sono entrati per arrestare Giulio con un provvedimento che prevedeva anche il sequestro dei pc, non l’accesso agli stessi, ma la polizia insisteva nel voler accedere. Questa cosa ha indisposto Giulio che si è rifiutato di fornire le credenziali di accesso anche per proteggere i dati dei suoi clienti. I computer devono essere analizzati nel rispetto di tutte le regole del contraddittorio, in base alla metodica forense che preserva dal rischio di contaminazione e cancellazione dati. Cosa analoga è accaduta con Francesca: in maniera insistente, con fortissima pressione, le chiedevano la password di accesso, lei rispondeva che non aveva la password perché lavorava con la smart card. Loro l’hanno costretta a digitare la password ma non è servito a nulla e gli investigatori hanno sostenuto che lei abbia sfilato di proposito la smart card. Il fatto di averla sfilata è stata una reazione di autodifesa rispetto a quello che stava accadendo. Non è che Francesca non ha collaborato, sono gli investigatori che sono andati contro le regole. E poi in assenza dell’avvocato: ero stato avvisato ma nessuno mi aveva parlato di accesso ai computer.
Sta dicendo che la polizia ha operato in maniera illegale?
Quantomeno con dubbia legalità: d’altronde basti pensare che la polizia postale ha inoculato, qualche mese prima dell’arresto, un malware nel computer di Giulio. Sono entrati con un falso aggiornamento Microsoft. Da intercettazione passiva si è trasformata in attiva: hanno compiuto una attività di perquisizione e sequestro e non lo hanno comunicato. Giulio comunque ha presentato una denuncia alla Procura di Perugia che ha avviato le conseguenti indagini.
Passiamo al cuore dell’indagine: gli Occhionero sono accusati di essersi introdotti in oltre 18000 profili e di aver conservato in server americani i dati acquisiti illecitamente.
Punto primo: sul fatto che il malware appartenga a Giulio non esiste alcuna prova. Inoltre sono state fatte anche indagini patrimoniali e non sono stati trovati soldi estorti a qualcuno dei possibili soggetti spiati. Poi sfatiamo subito un altro aspetto che è stato urlato dalla stampa: il computer di Matteo Renzi non poteva essere infettato perché usava Apple mentre il software che avrebbe usato Giulio è Microsoft. Inoltre dall’analisi dei nostri periti solo 1935 ( 8,2%) username recano anche la password ma non risultano essere stati mai utilizzati; all’interno dei 1.935 indirizzi, solo 11 ( 0,5%) sono relativi ad Enti; da essi, non risultano essere mai state utilizzate le credenziali; nessun elemento risulta transitato verso Giulio Occhionero: nessuna esfiltrazione. Rispetto a quest’ultimo punto un grave errore è stato commesso dal Tribunale del Riesame che scrive di dati esfiltrati. Il pm Albamonte ci ha confermato che invece nelle contestazioni manca l’esfiltrazione.
Però addirittura nelle indagini sarebbe intervenuta l’Fbi con i suoi potenti mezzi.
Come si legge espressamente nel documento che vi ho fornito, il 21 marzo 2016 la Polizia Postale Italiana chiedeva agli americani di sapere dove Giulio avesse comprato la licenza di un software ( Afterlogic Corporation) che sarebbe servita, a parer loro, per comporre il malware. L’Fbi ha risposto, specificando che tutto quello che aveva comunicato non poteva essere usato dall’Italia in nessun procedimento legale. E invece ce lo troviamo nell’ordinanza di custodia cautelare. Ma poi secondo il buon senso Giulio andava a comprare la licenza dando il suo nome e la sua carta di credito se avesse avuto intenzioni illegali? Per non dire del fatto che mai un hacker collocherebbe i propri server nel Paese – gli Usa – con la più severa legislazione in materia di crimini informatici. Insomma, tutto stride con la linea dell’accusa.
Si è scritto anche che Giulio Occhionero spiasse il pm Albamonte.
Non è affatto così. Semplicemente aveva incaricato una persona di procurargli gli appunti di un intervento che Albamonte aveva tenuto in un convegno sui reati informatici.
La sua cliente è in custodia cautelare da ormai quasi otto mesi.
Purtroppo, come ha ben descritto nella sua lettera Francesca, le condizioni di detenzione sono difficili. Contro di lei sembra esserci una sorta di accanimento. Alcuni esempi: la precedente udienza è stata segnata da un episodio che lascia quantomeno perplessi: i fratelli Occhionero sono stati condotti in Tribunale con le manette ai polsi, con un caldo afoso, e senza poter bere dell’acqua dalla bottiglietta che gli volevamo offrire noi avvocati. Ma la cosa drammatica è che la giudice era in ferie e nessuno ci aveva avvisato! Per non parlare delle vessazioni che subisce: circa un mese fa una detenuta si è infiltrata tra i visitatori tentando la fuga. Hanno dato la colpa a Francesca chiedendole perché non avesse avvisato le guardie che la detenuta voleva fuggire. Dopo questo le è stato dimezzato il piazzale dove corre. Questa cosa è fuori da ogni regolamento.
Secondo gli inquirenti ad incastrarla sarebbero sostanzialmente due intercettazioni telefoniche: in una lei rispondendo al fratello dice ‘ Giulio ti prego di non coinvolgere mamma nei nostri problemi…… come vedi sono dei falsi allarmi’ e la seconda in cui lei, parlando con un tecnico informatico, dice che ha necessità di connettersi ai server Usa, dove, secondo la relazione della Mentat, sarebbero custoditi i dati esfiltrati.
Nel primo caso quell’espressione è mal collocata nel contesto investigativo, non è oggetto di acquisizione agli atti del processo e si riferiva ai problemi economici per superare i quali la mamma aveva ampiamente contribuito, ad esempio vendendo un villino a Santa Marinella per dividere il ricavato tra i due figli. Come si legge chiaramente dalla trascrizione della seconda telefonata la mia cliente dice espressamente ‘ non sono un tecnico informatico’ e chiede aiuto per entrare nel dominio dell’azienda che dirige, ossia la Westlands. com a cui specifica che accedono anche altri dipendenti. Quindi di quale oscuro server stiamo parlando? Ci tengo però a dire che a riguardo della mia cliente è avvenuto un fatto gravissimo: a Francesca il Tribunale del Riesame ha negato i domiciliari perché si rifiuta di collaborare. Quale norma prevede questo? Un’altra motivazione è che potrebbe reiterare il reato utilizzando lo smartphone ma i periti hanno già stabilito che dal cellulare quel malware non può essere utilizzato.
Avvocato ascoltando la sua versione, quella dei fratelli Occhionero sembrerebbe una montatura gigante.
Senza il reato di esfiltrazione di dati, di cui ripeto non si hanno prove, il reato minore che così rimarrebbe sarebbe quello di aver tentato di utilizzare una email con relativa password. Questa è cosa ben diversa dall’aver danneggiato il computer di qualcuno, che è l’aggravante che giustifica la custodia cautelare, ma non vi è stato nessuno che abbia potuto dire una simile cosa. L’Acea ha persino rinunciato a costituirsi parte civile per non aver subito danni.
Da: La Repubblica.it  25 settembre 2017

Roma, cyberspionaggio: torna libera Francesca Occhionero

Con il fratello Giulio, che resta in carcere, sospettati di aver spiato diversi politici. I due erano stati arrestati il 9 gennaio
In carcere per otto mesi Francesca Maria Occhionero,sospettata assieme al fratello Giulio di cyberspionaggio, torna libera ma con l'obbligo della firma. La decisione è del giudice monocratico del tribunale di Roma che ha, invece, respinto l'istanza presentata dal fratello che resta in carcere, a Regina Coeli.

Il magistrato, accogliendo la richiesta avanzata dall' avvocato Roberto Bottachiari difensore della donna, ha disposto per la Occhionero l'obbligo di firma. Secondo il giudice nel corso dell'istruttoria dibattimentale è emerso un "chiaro ridimensionamento"
del ruolo di Francesca Maria nella vicenda mentre per il fratello, ingegnere nucleare, il quadro probatorio resta immutato.

Da: Il Dubbio 

29 Sep 2017 Francesca Occhionero: «Pensavo che in cella ci andasse chi commette dei reati. Invece…»



Francesca Occhionero, scarcerata lo scorso 25 settembre, dopo circa 9 mesi di detenzione preventiva nel carcere romano di Rebibbia si racconta al Dubbio




«Mi preparavo a trascorrere un’altra notte in cella. Un’ora dopo mi sento chiamare dall’altoparlante “Occhionero scendi a piano terra” e la guardia “prepara la tua roba e vattene perché sei libera”». Comincia così il racconto al Dubbio di Francesca Occhionero, scarcerata lo scorso 25 settembre, dopo circa 9 mesi di detenzione preventiva nel carcere romano di Rebibbia, nel quale era rinchiusa perché accusata di cyber spionaggio col fratello Giulio, che rimane a Regina Coeli. Nel provvedimento firmato dal giudice Bencivinni si legge che viene concesso alla Occhionero l’obbligo di firma e dimora a Roma, oltre il parere favorevole per i domiciliari del pm Albamonte, per questi due motivi: la “condotta rispettosa” tenuta in carcere e gli elementi emersi dall’incipit dell’istruttoria dibattimentale “consentono di ritenere che vi sia stato un parziale ridimensionamento” della posizione della donna.


«Ho sempre avuto l’impressione di essere stata arrestata sulla base di un fumus che non si è mai concretizzato in una serie di prove ci racconta nello studio del suo avvocato Roberto Bottacchiari. Al giudice è bastato da un lato che le intercettazioni fossero chiarite e dall’altro sentire paradossalmente solo il primo teste dell’accusa, il dottor Pereno del Cnaipic ( Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche della Polizia postale), per capire che contro di me non ci sono elementi probanti: nessuna esfiltrazione di dati, nessun collegamento con il malware e i server». E sul perché abbia fatto nove mesi di carcere preventivo Francesca Occhionero si dà due spiegazioni: «Avendo avuto molto tempo di pensare in cella, temo che abbiano strumentalizzato la mia detenzione per fare leva su Giulio, e per acquisire conoscenza di elementi da poter poi contestare in maniera specifica, anche se ad oggi manca ancora l’individuazione di un fatto criminale». E sul rapporto con suo fratello, che i giornali hanno descritto talvolta come in crisi, ci risponde: «Assolutamente, il rapporto tra me e mio fratello è solidissimo».
Tornando al 25 settembre, le chiediamo cosa ha fatto appena saputo di dover lasciare Rebibbia: «In pochissimo tempo ho preparato la mia roba. Poi grandi abbracci più o meno sinceri: ho stretto amicizie profonde che mi hanno fatto trascorrere domeniche normali. Prima di uscire mi hanno prelevato il dna. E poi l’incontro con mio marito fuori dal carcere. Ero emozionata ma anche tesa perché credevo che qualcuno potesse cambiare idea e rispedirmi dentro. La prima notte non ho dormito, ero adrenalinica, carica, non sapevo cosa fare». Il mattino invece sono subentrati sentimenti contrastanti: «Da un lato avevo una grande voglia di uscire, di tirare subito su le tapparelle e di andare a correre lungo il Tevere, ma poi è subentrata l’ansia del giudizio popolare. Sono entrata in banca e mi sono sentita gli occhi addosso di chi sussurrava nelle orecchie il mio nome, guardandomi e pensando di non essere visto. Mi sono resa conto di avere una popolarità negativa».
E sulla celebrità che il caso ha suscitato: «Non mi ero resa conto subito di quello che riportavano i giornali e le televisioni, perché nei primi giorni di detenzione non mi era stato permesso di accedere a nulla. Poi ho notato due cose: che per la stampa mio fratello era ingegnere nucleare, io semplicemente ‘ la sorella di’ o la runner. Tutti avevano omesso il mio dottorato di ricerca in chimica. Poi ho letto che mi dipingevano come “lady hacker”, “la bella spia” e mi sono resa conto che si trattava di una montatura, di una enorme bufala che si smonterà. Ma purtroppo qualcuno dentro e fuori il carcere ha goduto nel vedermi rinchiusa». Qualche mese fa il Dubbiopubblicò in esclusiva una lettera dal carcere di Francesca Occhionero in cui denunciava le pessime condizioni di detenzione: «Le prime notti ho pianto, poi alla disperazione è subentrata la rabbia per una situazione così surreale e shockante. Ho passato i primi venti giorni nella sezione Camerotti, dove ci sono quelli in attesa di giudizio. Avevo paura ad uscire dalla cella fredda e spoglia per farmi la doccia, temevo di essere aggredita. Non capivo perché le guardie mi davano del “tu” e si rivolgevano a me con “questa”, “quella”, palesando una chiaro atteggiamento di insufficienza. Poi sono stata trasferita in un reparto migliore. Comunque non sono mai riuscita ad abituarmi alla condizione di detenzione perché per me ogni giorno era l’ultimo psicologicamente, non riuscivo a entrare nel sistema, lo rigettavo, pensavo di uscire subito. Passavo il tempo leggendo e scrivendo, anche un libro sulla mia vicenda, e facendo sudoku. E poi nell’ultimo mese sono riuscita a far riaprire una palestra donata al carcere da De Rossi e Totti e ho insegnato fitness a oltre 50 detenute». Sarà il processo a mettere un punto a questa storia ma concludiamo chiedendo a Francesca Occhionero che idea in generale si sia fatta di questa vicenda: «All’inizio pensavo che qualcuno doveva far carriera sulla nostra pelle. Adesso credo che siamo un perfetto capro espiatorio, il soggetto giusto a cui dare la colpa di qualcosa messo in piedi da altri nel passato, essendoci altri sei malware in circolazione». Un ultimo pensiero sul carcere: «È un mondo che non mi aveva mai incuriosita. Confesso di aver avuto un pregiudizio, per cui se qualcuno entrava in carcere doveva aver fatto qualcosa. Il classico luogo comune su cui mi sono dovuta ricredere. Ora dico che bisogna pregare di non incappare nella giustizia; purtroppo si è incrinata la mia fiducia in alcuni ambiti delle istituzioni e delle forze dell’ordine».
Da: Il Sole 24 Ore 




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  • Movimenti finanziari esteri ed email della P4 In chiusura il filone bis sull’ingegnere-hacker Occhionero

    Movimentazioni finanziarie su conti correnti esteri riconducibili a Giulio Occhionero, l’ingegnere-hacker sotto processo per «accesso abusivo» ai sistemi informatici di Camera, Senato, ministeri, del sito personale di Matteo Renzi (matteorenzi.it) e dell’ex casella di posta di Mario Draghi alla Banca d’Italia. Un particolare di non poco conto nel secondo maxi filone d’indagine che sta conducendo il sostituto procuratore di Roma Eugenio Albamonte. 
    L’accesso abusivo ai sistemi informatici pubblici Gli accertamenti del Centro nazionale anticrimine informatico (Cnaipic) e della polizia postale hanno consentito di individuare i presunti accessi ai sistemi informatici istituzionali (vicenda ad oggi sotto processo a Roma). L’accesso però avrebbe avuto il presunto scopo di carpire informazioni e documenti riservati, che poi sarebbero finiti in server custoditi negli Stati Uniti d’America. Gli inquirenti, però, hanno scoperto che parte di questo materiale «riservato» sarebbe finito anche su email che i magistrati avevano già individuato. Nei documenti investigativi, infatti, si legge che queste caselle di posta elettronica «risultavano essere già emerse nel luglio 2011 nel corso del procedimento della cosiddetta P4». 
     Le email emerse nell’inchiesta sull’associazione a delinquere detta P4 Stando agli atti, sono molteplici gli indizi probatori che «lasciano intendere che la vicenda non sia una isolata iniziativa dei due fratelli ma che, al contrario, si collochi in un più ampio contesto dove più soggetti operano nel settore della politica e della finanza secondo le modalità sin qui descritte (carpire informazioni segrete, ndr)». I documenti fanno riferimento all’esistenza di quattro diverse caselle di posta elettronica utilizzate da Giulio Occhionero per le sue operazioni (purge626@gmail.com, tip848 @gmail.com, dude626 @gmail.com e octo424@gmail. com): stando agli investigatori, le stesse email sono state individuate in un’altra indagine, quella sulla P4 della Procura della Repubblica di Napoli, che ha portato al coinvolgimento di Luigi Bisignani. 
    La rete di società estere di Giulio Occhionero Un’inchiesta giornalistica de Il Sole24Ore ha dato un contributo alle indagini della magistratura. In particolare è stata ricostruita la rete di società riferibili a Giulio Occhionero e alla sorella Francesca Maria, tutte domiciliate al civico 207 di Regent Street, nel cuore della capitale britannica. Si tratta delle società “gemelle” Westlands Securities Limited e Westland Securities srl Limited, entrambe ora inattive. Francesca Maria ha ricoperto incarichi in otto società, tra le quali la Westlands Securities Srl, cancellata dal registro delle imprese nel 2015 e trasferita a Londra. Fino ad allora, azionisti della Westlands risultavano la Westlands Securities Limited di Londra con il 49% delle azioni, la Owl Investments (Tci) Limited, domiciliata nelle isole Turks & Caicos, con un altro 49% e Marisa Ferrari, madre di Giulio e Francesca Maria, con una quota del 2%. Ad amministrare l’entità londinese, inoltre, erano un cittadino maltese, John Galea, e una società delle Turks & Caicos, la Carlton Directors Limited. Ma chi controllava la Westlands, che è stata sciolta nel giugno 2014? Se si sale al piano superiore si arriva ancora una volta nelle isole delle Indie occidentali britanniche, fino alla Icsl Trust Corporation. La Westlands Securities Srl Limited, società “gemella” della prima, aveva tre amministratori: uno è Giulio Occhionero, gli altri sono la International Company Services di Malta e la Marashen Corporation del Delaware. Se si sale ancora una volta al al livello superiore, si arriva proprio nel Delaware, dove ha sede la Westlands Securities Llc. Impossibile risalire al reale beneficiario e quindi a chi controlla la società.