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sabato 22 aprile 2017

Sabaudia: Incontro culturale più che elettorale

Oggi, nei colori del verde del giardino dell'Hotel Dune e dell'azzurro di un mare spettacolare, si è riunito lo staff del candidato Sindaco Pasquale Capriglione in nome della Pace. Nel programma di "Obiettivo in Comune" non poteva mancare l'aspetto culturale, ideale e, perché no, anche economico dato che si è parlato di Fondi Europei
Partendo dalla Dichiarazione di Bruxelles "Pledge to Peace" del 2011, progetto europeo per promuovere i valori della Pace, i relatori del gradevole convegno di oggi anno illustrato, ciascuno per la propria parte, l'argomento e come questo si può legare anche al futuro di Sabaudia.
Ha introdotto la discussione il candidato Sindaco lasciando poi la parola ai relatori.
Ha iniziato l'organizzatrice dell'incontro, Avv. Letizia De Magistris, che ha presentato un ospite illustre come Piero Scutari,  Presidente dell’associazione Percorsi e Segretariato del Pledge to Peace, il quale ha parlato delle Istituzioni che hanno aderito al Progetto per la Pace, fra cui Città Italiane, Scuole, Enti... Perché non anche Sabaudia in futuro?
La possibilità di poter presentare Progetti legati alla Pace e ottenere finanziamenti europei l'ha illustrata, nell'aspetto organizzativo e pratico, una giovane donna, Jessica Brighenti, che per il Comune di Pontinia ha creato, con altri giovani, Lo Sportello Europa e Informa Giovani, auspicando che questo si possa fare anche nel Comune di Sabaudia.
Infine un tocco ideale e culturale l'ha aggiunto la giovane, bella e promettente attrice Paola Lavini, che ha già dato prova della sua arte recitativa, ma anche canora, in numerosi spettacoli sia di cinema di pregio, che televisivi e teatrali, parlando di Pace nella sua Arte e dei valori cattolici che ispirano la sua vita morale anche nel suo lavoro.


Durante il convegno sono stati proiettati filmati e diapositive a corollario degli interventi grazie ad un tecnico d'eccezione: la candidata Consigliere Francesca Benedetti.
  

Ci hanno provato!!!

Da: IL MANIFESTO


Anac, il Consiglio di Stato: mai chiesta l’abrogazione

Il comma cancellato. M5S all’attacco. Renzi: «Gentiloni ha già detto tutto quello che andava detto»
Il caso Anac resta aperto: continua la ricerca della «manina» che nel Consiglio dei ministri del 13 aprile ha cancellato il comma 2, eliminando la «raccomandazione vincolante» che consente all’Autorità anticorruzione di Raffale Cantone di intervenire rapidamente in casi gravi, senza attendere i tempi lunghi della giustizia ordinaria.
Depotenziare l’Anac ha aperto uno scontro che avrebbe potuto minare il governo, avvicinando la data delle elezioni proprio quando Matteo Renzi spinge per andare al voto prima del 2018. Dagli Usa il premier è intervenuto già giovedì per sancire la marcia indietro: «Sarà posto rimedio in sede di conversione» ha assicurato Gentiloni. L’altro ieri era circolata la versione che il comma fosse stato abrogato sulla base di un parere del Consiglio di Stato, che giudicava «eccessivi» i poteri dell’Anac. I renziani avevano così messo in giro il commento: «Il Consiglio di Stato è impegnato a smantellare le riforme del governo Renzi». Ma sarebbero stati gli uffici tecnici della presidenza del consiglio, retti da Maria Elena Boschi, a operare la correzione. E la ministra sarebbe stata presente.
Inoltre dall’Anac giovedì è stato spiegato che, nonostante «una proficua collaborazione» durante l’iter del provvedimento, nessuno li ha contattati per discutere una modifica che eccede i poteri del governo rispetto alla delega ricevuta dal parlamento. E ieri, in una nota, il Consiglio di Stato ha precisato che in «nessun parere è stata chiesta l’abrogazione del comma 2; al contrario, sono state fornite indicazioni per rendere la raccomandazione vincolante uno strumento efficace, immune da profili di eccesso di delega. Una riformulazione in chiave di controllo collaborativo che avrebbe condotto a un rafforzamento dei poteri dell’Anac».
Cantone, ieri su Repubblica, ha commentato: «C’è chi, nei palazzi qua intorno, sta seriamente pensando di ridimensionare l’Anac». Sono tanti i campi sensibili in cui l’Anticorruzione prova a fare luce, compresi l’inchiesta Consip e l’esposto sul salvataggio dell’Unità.
Giovedì Renzi ha fatto sapere alla stampa di essere molto contrariato, ieri ha assicurato che dietro l’iniziativa non ci sono né lui né Boschi: «Cantone lo abbiamo scelto noi. Mi pare che il presidente Gentiloni abbia già detto quello che andava detto, siamo tutti d’accordo con lui». Impegnati a sminare il campo anche i ministri: «C’è stato un errore tecnico, senza alcuna volontà politica» dice Roberta Pinotti. Attaccato dal renziano Ernesto Carbone, ieri Andrea Orlano ha ribadito: «Faccio mie le parole del premier: va assolutamente posto rimedio a questo errore». In difesa dell’Anac, ma anche del guardasigilli che appoggiano nella corsa alla segreteria, un gruppo di senatori (Camilla Fabbri, Stefano Vaccari, Rosaria Capacchione tra gli altri): «L’impegno contro la corruzione è stato sempre al centro dell’azione del Pd, che da questa vicenda è il primo a essere danneggiato».
Finito sulla graticola, Graziano Delrio ieri si è difeso: «Nessun ministro ha appoggiato in Cdm quella norma. La vicenda è grave, ma correggeremo l’errore già nello stesso decreto legislativo sul codice degli appalti oppure nella manovrina». Attaccano a testa bassa i 5S: «La manina che ha tolto all’Anac i poteri sugli appalti è del Pd», twitta Luigi Di Maio. Renzi replica usando l’ironia: «Ho sentito un deputato 5 Stelle difendere l’Anac. Finalmente elogiano le mie riforme».
Ci hanno provato! E' evidente. E se la Boschi lo sapeva temo che lo sapesse anche Renzi... Chi ha ispirato la cancellazione di quel comma?
Certo appare strano che sia proprio Renzi che l'ANAC l'ha voluta e così Cantone.
Il Consiglio di Stato smentisce di essere l'ispiratore della "manina", e il giallo rimane.
Certo il pensiero cattivo, che ci abbiano provato proprio coloro che Cantone l'hanno voluto con la sua ANAC, in politica non è peregrino.. Dipende dalle necessità.. Si possono fare due parti in commedia.. Si può dire "provaci e vediamo se qualcuno se ne accorge". Poi qualcuno in buonafede se ne accorge, Stefano Esposito, renziano, chiama Gentiloni, e Gentiloni chiama Cantone dagli USA scandalizzato e propone il rimedio... Poi si getta fumo sul Consiglio di Stato e il Consiglio dice: "Ma de' che?" Non siamo stati noi! Anzi!
In fondo potrebbe essere stato anche così per Zingaretti in Regione Lazio:  "provaci e vediamo se qualcuno se ne accorge" che abbiamo chiuso un'intera Unità Operativa di Chirurgia Toracica per far vedere che risparmiamo e, mentre i Chirurghi continuiamo a pagarli lasciandoli con le mani in mano, spendiamo per assumerne altri 6, senza utilizzare quelli che abbiamo messo in mobilità! La Legge e il Piano di rientro li ho scritti proprio io, Zingaretti, sono Commissario ad Acta per la Sanità, e c'è scritto che non posso fare bandi di concorso se prima non ho utilizzato il personale che ho messo in mobilità.. Però una "manina" ha fatto uscire ugualmente i bandi sulla G.U.!
Ma adesso porremo rimedio! Sicuramente si è trattato di un errore materiale!
In tutto questo brilla per il nulla l'opposizione a 5Stelle informata! Loro sanno fare solo polemiche, come i bambini...

La pena di morte inaccettabile per reati di opinione, necessaria per crimini efferati

Da: Il Post
4 MARZO 2017

L’ultima esecuzione per crimini comuni in Italia

Avvenne 70 anni fa, quando Giovanni D'Ignoti, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo furono fucilati per la strage di Villarbasse, in cui furono uccise dieci persone

In Italia la pena di morte per reati civili non esiste più dal 1948, mentre quella per reati militari è stata abolita solo nel 1994. Sia l’ultima esecuzione capitale per reati civili che quella per reati militari, però, furono eseguite nel 1947, a un giorno di distanza. Il 4 marzo furono fucilati Giovanni D’Ignoti, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo, condannati per la cosiddetta “strage di Villarbasse” in cui furono uccise dieci persone. Il 5 marzo invece furono fucilati per collaborazionismo, sevizie e deportazione di migliaia di persone nei campi di sterminio tre ex membri della Guardia Nazionale Repubblicana del governo fascista: Aurelio Gallo, Emilio Battisti e Aldo Morelli. Quando fu eseguita la condanna a morte di D’Ignoti, La Barbera e Puleo, la Commissione per la Costituzione, cioè l’organo che realizzò il progetto dell’attuale Costituzione, aveva già deciso che la pena di morte sarebbe stata abrogata, ma l’allora presidente della Repubblica Enrico De Nicola decise di non graziare i tre uomini per l’efferatezza del loro crimine.
La strage di Villarbasse
Gli omicidi per cui D’Ignoti, La Barbera e Puleo furono condannati a morte avvennero il 20 novembre 1945 in una cascina di Villarbasse, un comune in provincia di Torino. I tre uomini commisero il crimine insieme a una quarta persona, Pietro Lala, che però fu ucciso in Sicilia prima di essere arrestato; tutti e quattro erano siciliani. Il piano iniziale prevedeva di rapinare l’avvocato Massimo Gianoli, proprietario della cascina: sapevano che teneva in casa grosse somme di denaro perché Lala aveva lavorato per lui come garzone. Per compiere la rapina D’Ignoti, La Barbera, Lala e Puleo sequestrarono Gianoli e Teresa Delfino, una sua dipendente che si occupava delle faccende domestiche, insieme ad altre nove persone: l’affittuario di Gianoli Antonio Ferrero e sua moglie Anna Varetto; il loro genero Renato Morra e suo figlio, un bambino di due anni; le dipendenti Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, e i loro mariti Gregorio Doleatto e Domenico Rosso; il bracciante Marcello Gastaldi.
I quattro uomini si erano coperti le facce con dei fazzoletti ma Lala fu riconosciuto: per questo i rapinatori decisero di uccidere i sequestrati per non lasciare testimoni. Solo il bambino non fu ucciso, perché troppo piccolo per riconoscerli. Tutti gli altri furono colpiti più volte con dei bastoni e poi gettati ancora vivi in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che si trovava nel cortile della cascina. D’Ignoti, La Barbera, Lala e Puleo rubarono 200mila lire, un paio d’orecchini d’oro ed altri oggetti di scarso valore. Poi D’Ignoti tornò a Torino, dove viveva e lavorava come operaio alla Fiat, mentre gli altri tre andarono in Sicilia. I corpi delle persone uccise furono ritrovati otto giorni dopo gli omicidi, anche se le ricerche erano cominciate fin dal giorno successivo, perché il nipote di Ferrero era stato trovato solo in casa.
La polizia indagò presto sull’ex garzone Lala, che aveva usato il nome falso di Francesco Saporito con gli abitanti della cascina. Ciononostante si riuscì a risalire a D’Ignoti, in quanto torinese, che raccontò come si erano svolti i fatti. La sua confessione permise di arrestare anche La Barbera e Puleo. I tre uomini furono condannati a morte il 5 luglio 1946, e la condanna fu confermata dalla Corte di Cassazione il 29 novembre dello stesso anno. L’esecuzione avvenne alle 7.45 del 4 marzo 1947 al poligono di tiro delle Basse di Stura di Torino, che è tuttora aperto come centro per allenarsi nel tiro a segno. Tra le persone presenti all’esecuzione c’era anche il giornalista Giorgio Bocca.
Cosa dice la Costituzione sulla pena di morte
La pena di morte è vietata dall’articolo 27 della Costituzione, approvato dall’Assemblea Costituente il 15 aprile 1947, poco più di un mese dopo l’esecuzione di D’Ignoti, La Barbera e Puleo. Nella sua formulazione originale l’articolo diceva
«La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra»
Entrò in vigore il 22 gennaio 1948 grazie a due decreti attuativi firmati da De Nicola. Il testo dell’articolo fu modificato nel 2007 e ora rispetta il protocollo n. 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (relativo all’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza) che l’Italia ha ratificato nel 2008:
«La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte».


Ecco un articolo di vero giornalismo, intendo il

giornalismo che fa informazione, chiara nell'esposizione e nei fatti.

Il giornalismo che dà qualcosa in più a chi legge e non un confuso

sbrodolamento di commenti strampalati e fuorvianti da quella che

deve essere la vera missione del giornalismo: informare,

informare, informare.

Sulla pena di morte ho già scritto e riporto qui i link che rimandano

ai post che ho pubblicato sull'argomento:











E c'è chi non vorrebbe nemmeno l'ergastolo! Nell'ordinamento 

italiano esiste l'ergastolo ostativo, vuol dire privo della possibilità 

di chiedere la Grazia al Presidente della Repubblica, ed è solo per 

casi di omicidi compiuti essendo legati alla 

criminalità organizzata (Mafia, N'drangheta, Camorra

ecc.).