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venerdì 29 novembre 2013

Un prete dagli occhi buoni...


La gente ha bisogno di consolazione, la gente ha bisogno di verità, la gente ha bisogno di pulizia e questo Papa dà consolazione...
Non tutti si riesce ad accettare che non c'è alcuna giustizia divina, alcun essere soprannaturale che possa rimediare alle ingiustizie, al sudiciume... Dunque ben venga un Padre Consolatore come Bergoglio, che ha voluto chiamarsi Francesco come il grande mistico di Assisi che parlò ai papi del suo tempo di povertà della chiesa.

giovedì 28 novembre 2013

Roberta Ragusa: un fantasma che appare

Roberta Ragusa: "L'ho vista a Cannes a maggio", ma a "Chi l'ha visto?" aveva detto settembre

Roma, 27/11/2013 - Aveva chiamato anche lo 068262 di "Chi l'ha visto?" il cuoco che da alcuni giorni ripete convinto in alcuni programmi televisivi di aver incontrato Roberta Ragusa il 17 maggio 2012, mentre era insieme a un accompagnatore a Cannes. Il primo ottobre dello scorso anno Pasquale Davi ha lasciato al programma un messaggio vocale nel quale diceva di avere visto la donna scomparsa il 27 settembre. Nella puntata l'audio della telefonata e il commento delle cugine di Roberta Ragusa, che trovano offensivo affermare che lei fosse in compagnia di un uomo in Francia mentre il marito viene accusato del suo omicidio e i figli sono nella più cupa disperazione. Quando è scomparsa, il marito Antonio Logli, i familiari, gli amici e le amiche avevano tutti dichiarato a “Chi l'ha visto?” che Roberta Ragusa non avrebbe mai lasciato i suoi figli.

Dal sito della trasmissione di RAI3 "Chi l'ha visto": l'unica meritevole di incassare l'imposta che chiamano impropriamente "canone".

Chi segue come me da sempre questa insostituibile trasmissione di Servizio non si stupisce più di tanto di sentire "visioni" di persone scomparse che invece sono morte da tempo.

Emblematico di questi casi è il caso della famiglia Carretta: ben tre persone! Li vedevano dappertutto, addirittura nell'isola Margarita in Venezuela: si dicevano sicuri che fossero loro, felici e vacanzieri.
Le indagini, molto grazie all'ottimo giornalista Giuseppe Rinaldi, portarono alla verità: li aveva uccisi tutti e tre il figlio e fratello maggiore subito, il giorno stesso che erano spariti.

Questo cuoco, poi, a parte tutte le ovvie riflessioni già fatte in trasmissione anche dalle due cugine della povera Roberta, è addirittura ridicolo per come afferma con sicurezza "Che era lei! Io ho visto Roberta Ragusa!"

Viene da chiedergli: "Ma che la conoscevi e dunque l'avevi vista prima per affermare con tanta sicurezza che era lei?"

Pazzesco! Questo soggetto è sicuro di aver visto senza ombra di dubbio una donna che non ha mai visto in vita sua di persona!
Le foto stesse mostrano espressioni diverse dei tratti del viso di questa sfortunata madre!

Mesi fa, in perfetta buona fede ma non con la stessa incrollabile sicurezza, diverse persone credettero di ravvisarla in una signora molto somigliante che abitava proprio vicino ai luoghi dove la sventurata Roberta viveva prima di sparire in pigiama in una notte gelida di gennaio. 

Somiglianze sono possibili e, unite ad una mitomania di cui le forze dell'ordine ed i giornalisti di  "Chi l'ha visto" hanno diffusa esperienza, portano a questi falsi allarmi. 

I tre sventurati componenti della famiglia Carretta uccisi dal figlio e fratello maggiore

Girone e La Torre: Sacco e Vanzetti dell'India

Da: RAINews24

Marò, i media indiani: non esclusa la pena di morte

La polizia avrebbe chiesto di perseguire Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in base a una legge che prevede la pena capitale. Posizioni diverse tra i ministeri degli Esteri e degli Interni indiani. A decidere sarà un giudice.
Nuova Delhi, 28 Novembre 2013
La polizia indiana Nia ha presentato un rapporto in cui accusa i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in base a una legge che prevede la pena di morte. A scriverlo è un giornale locale, The Hindustan Times, che riferisce di avere avuto conferma della consegna del rapporto dai ministeri degli Interni, degli Esteri e dalla stessa Nia.
La richiesta degli investigatori
Secondo la testata indiana gli investigatori avrebbero presentato lunedì al ministero degli Interni un rapporto in cui si chiede di perseguire i due militari in base al "Sua Act", che reprime la pirateria marittima con la pena di morte. Questo "nonostante le ripetute richieste pressanti del ministero degli Esteri di trattare il caso con capi di imputazione che prevedono pene più lievi".

A decidere sarà un giudice
Una fonte diplomatica ha tuttavia ricordato "che la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa" a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il giornale sottolinea, inoltre, il forte contrasto esistente tra gli Esteri e gli Interni sulla vicenda. Lo scorso aprile il ministro degli Esteri Salman Khurshid si era infatti impegnato con l'Italia sostenendo che il caso dei marò non rientrava fra quelli "rari tra i più rari" che prevedono l'applicazione della pena di morte. Lo stesso ministero degli Interni aveva modificato un suo ordine alla Nia rimuovendo il riferimento al "Sua Act". 

Cosa prevede il "Sua Act"
La legge, approvata nel 2002 in conformità con i trattati internazionali sulla sicurezza marittima, sarebbe al centro dell'acceso dibattito fra i due ministeri. La "Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della Navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale" stabilisce chiaramente che se qualcuno uccide un altro, sarà passibile di pena di morte. L'incidente della Enrica Lexie è avvenuto a 20,5 miglia nautiche al largo delle coste del Kerala, cioè oltre le acque territoriali indiane ma all'interno della cosiddetta "zona di interesse economico esclusivo" che si estende fra 12 e 200 miglia nautiche e su cui il "Sua Act" si applica.
La posizione degli investigatori
"La nostra logica - ha detto al giornale un responsabile della Nia - è che, uccidendo i pescatori, i marò hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. Siccome c'è stato un omicidio, sono passibili di essere accusati in base ad una legge che prevede la pena di morte".
Le obiezioni del ministero degli Esteri indiano
Secondo quanto riferisce ancora Hindustan Times, il ministero degli Esteri si è invece impegnato ad "assicurare che i due militari non siano perseguiti in base al Sua Act". "Questa - spiega la testata - sarebbe una violazione della promessa fatta da Khurshid, che ha il valore di una garanzia di uno Stato sovrano". Per questo, dopo la consegna del rapporto della Nia, il dicastero degli Esteri "farà un'attenta valutazione e esaminerà tutti gli aspetti legali prima di dare la sua posizione ufficiale".
Dopo 2 anni non si sa nemmeno se questi signori hanno appurato se siano stati i nostri due militari a sparare.
Si continua a menare il "can per l'aia" con pretesti su pretesti.
Ora l'assurdo è che addirittura dovrebbero essere processati per qualcosa che l'interminabile inchiesta non ha ancora saputo stabilire se addebitabile a loro, ma che si tratterebbe di un'imputazione "di pirateria marittima"!!!  

Una situazione rovesciata! Da difensori dagli attacchi dei pirati di una petroliera italiana, che trasporta materiale per noi fondamentale per l'approvvigionamento energetico, a pirati!   

Siamo nella melma più totale con un Ministro degli Esteri che brilla per la sua opacità.
Pensare che la votai come presidente della mia regione, anche se al posto suo vinse molto di peggio! 
Noi italiani ci sentiamo molto mal rappresentati, molto mal condotti, per niente garantiti.

mercoledì 27 novembre 2013

ISI,ICI,IMU,TARSU,TARES,TARI, TRISE e ora IUC!

Follia! Improvvisazione, incapacità, confusione.... Scegliete voi la parola ed il concetto, ma la sostanza è che non si può condurre una Nazione così!
Se lo facesse una madre di famiglia di cambiare in continuazione le regole di casa, come un nocchiero impazzito, si potrebbe ben dire che è matta!

Stessa cosa per i partiti: PCI, DS, PD, stessa minestra riciclata allungandola con l'acqua e aggiustandola di sale. Poi FI, PLI, NCD Nuovo Centrodestra e FI...di nuovo! oppure AN, FLI, Fratelli d'Italia Centrodestra Nazionale... Ma le facce sono sempre le stesse come i desideri di campare alle nostre spalle con le nostre tasse che cambiano nome ma sempre soldi sono!
Campionario di politici italiani

martedì 26 novembre 2013

Per non dimenticare: Primo Levi

Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici: 
Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi. 

Poesia "Se questo è un uomo"

La Donna, la violenza: lotta per la civiltà

Non c'è nulla di acquisito e di sicuro: la civiltà è una lotta continua, una conquista continua.
L'uomo è un animale con un'intelligenza maggiore di tutti gli altri animali apparsi sulla Terra e come tale si organizza in Società e si dà delle regole.
Queste regole derivano da idee di come deve essere organizzata la vita sociale e nel corso della storia dell'umanità l'uomo, convinto dalla sua intelligenza superiore a quella degli altri animali di avere qualcosa di divino, di comune con un'entità che ha creato il tutto, si è dato vari credi religiosi e da essi poi si è ispirato per darsi delle regole, delle leggi.
Attualmente si può sintetizzare in due tipi di società l'organizzazione degli Stati: le società occidentali che si ispirano alle religioni giudaiche-cristiane e le società orientali in gran parte ispirate all'islam. La Cina ha un'ispirazione diversa da questi due blocchi ideologici ma sempre in tutte queste organizzazioni di società la donna è ghettizzata rispetto all'uomo.
La prima domanda che viene spontanea è perché.
Dato che si tratta di culture diverse se hanno un denominatore comune non può che essere la legge del più forte che si impone sul più debole. La legge del mondo animale.
Il maschio è geneticamente più forte fisicamente: ossatura, muscolatura, complessione fisica sono più potenti che nella femmina. Fatte salve le eccezioni individuali le cose stanno così. Il maschio è portato più della femmina all'aggressività. Sempre fatte salve le variazioni individuali. E' forse quel cromosoma Y che contiene nei suoi geni l'aggressività?
Essa, però, può essere contenuta dall'educazione.
Attualmente la globalizzazione ha portato gli Stati a darsi delle leggi che, sia pure in forme diverse, tendono alla parità fra i sessi. La donna, dunque, dovrebbe essere più garantita. E rispetto al passato lo è. Ma la società, per quanto ben organizzata nelle sue Istituzioni, non riesce a garantire alla donna l'incolumità dalla violenza maschile in tutte le sue forme. 
In Italia c'è un sommerso di violenza domestica che nasce in parte dalla vergogna delle vittime a denunciare una persona con la quale hanno un legame parentale o anche soltanto affettivo, e in parte perché sentono inutile il gesto della denuncia.
Da chi si va  a denunciare e cosa fa la Società per difendere la donna che ha questo coraggio?
Spesso si va dai Benemeriti Carabinieri. Sulle spalle di questo Corpo Militare dello Stato Italiano finisce quasi tutto il bisogno di giustizia degli Italiani. Dovrebbero essere supportati non solo dalla Magistratura a cui poi passano le carte, ma anche da strutture di sostegno e vicinanza a chi è sotto minaccia e subisce un reato.
Una carenza nelle Istituzioni c'è nella prevenzione del danno da reato di violenza se tante donne vengono violentate, picchiate, ridotte in fin di vita, uccise.
La materia dei reati è vasta e non posso certo trattarla in un post. Voglio parlare di uno dei tanti, purtroppo, casi estremi.
Il caso dell'assassino Giuseppe Piccolomo.
Da: VareseNews

VARESE

Piccolomo, indagine sulla morte della prima moglie

Dopo il processo d'appello che lo ha condannato all'ergastolo, la procura generale di Milano chiede ai pm di Varese una nuova inchiesta per la morte di Marisa Maldera, arsa viva in un misterioso incidente nel 2003

La prima moglie di Giuseppe Piccolomo, forse, non morì per un incidente. Ne è convinta la procura generale di Milano che, al temine del processo di appello che il 6 febbraio 2013 ha condannato all’ergastolo l’uomo accusato dell’omicidio delle mani mozzate a Cocquio Trevisago, ha inviato alla procura di Varese una lettera in cui chiede la riapertura delle indagini, firmata dal procuratore generale Carmen Manfredda.  Il decesso di Marisa Maldera, 49 anni, sarebbe dunque un caso irrisolto. La donna morì arsa viva dopo un brutto incidente a Caravate, il 20 febbraio del 2003, all’interno dell’auto guidata dal marito. 
(nella foto, Marisa Maldera e Giuseppe Piccolomo)

L'INCIDENTE
In quell’occasione, Piccolomo raccontò di aver riempito una tanica di benzina, e di averla stipata nella vettura, ma dopo essere uscito di strada, la sigaretta che la moglie stava fumando, avrebbe causato le fiamme. Piccolomo disse che riuscì a scendere dall’auto e tentò poi di aiutare la moglie a uscire. Ma la donna, che tra l’altro era soprappeso e si muoveva a fatica, non riuscì ad aprire la portiera bloccata. Il 23 gennaio del 2006, l’uomo patteggiò una pena di un anno e 4 mesi per omicidio colposo. 
La notizia è stata anticipata questa mattina da un articolo a firma Luca Testoni, del quotidiano la Prealpina. 
«La richiesta è sulla mia scrivania – conferma il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo – volevo solo precisare che non siamo stati scavalcati. Tuttavia durante il processo di appello le figlie di Piccolomo hanno reso delle dichiarazioni sui loro sospetti in merito a quella morte, che il procuratore generale ha valutato interessanti e da approfondire. Ora vedrò a quale pm assegnare il fascicolo. Soprattutto dovremo chiedere al giudice per le indagini preliminari un’eventuale riapertura, poiché così vuole il codice». Contro la riapertura dell’indagine ha giocato fino a oggi un principio elementare del diritto: non si può processare una persona due volte per lo stesso reato. «In questo caso la procura generale ipotizza un omicidio volontario e non un omicidio colposo – spiega il procuratore Grigo – e sono intervenute nuove dichiarazioni a sostegno di questa tesi». 
Un’interpretazione che però dovrà esser vagliata dal giudice per le indagini preliminari, e il cui risultato non è scontato. Tina e Nunzia Piccolomo accusano il padre di avere pesanti responsabilità nella morte di Marisa Maldera e l'hanno ripetuto in più occasioni. 

LE ANALOGIE TRA LE DUE MORTI
Dopo l’omicidio della ex tipografa Carla Molinari, il 7 novembre del 2009, per il quale è stato condannato all’ergastolo in primo e secondo gradoGiuseppe Piccolomo fu indicato dalle figlie come un padre padrone che le aveva sempre fatte soffrire. Le donne raccontarono anche delle tante analogie tra quella vicenda e la morte della madre, troppo strana per esser solo derubricata a una fatalità. Dopo la morte della prima moglie, Piccolomo si risposò con una donna più giovane che lavorava nella loro pizzeria a Caravate, tornata in Marocco dopo il suo arresto. Piccolomo si è sempre dichiarato innocente, in entrambe le vicende. 
12/07/2013
Roberto Rotondo

Solo ora, dopo l'omicidio dell'anziana Carla Molinari, a cui amputò le mani perché non si potessero prelevare sotto le sue unghie le tracce del suo DNA in quanto la donna l'aveva graffiato nel tentativo di difendersi, le sventurate ma dignitosissime figlie di questo mostro hanno narrato chi era quest'uomo.
Da: VareseNews

VARESE

Le figlie di Piccolomo. "Era crudele come un demonio"
Processo delle mani mozzate: in aula parlano le due donne che accusano l'imputato di averle fatte soffrire per anni e di aver cagionato la morte della madre. Testimonianza choc sulle molestie e i pestaggi 

L’udienza del processo contro Giuseppe Piccolomo è stata segnata da emozioni forti. Soprattutto perché a testimoniare sono state le figlie, Nunziatina e Filomena Cinzia, che hanno raccontato come il padre abusasse di loro fin da piccole, le picchiasse con la cinghia, e percuotesse anche la madre, Marisa Maldera, morta atrocemente carbonizzata in un incidente stradale, nel 2003.
Non è stato un buon padre Pippo Piccolomo: se abbia o meno ammazzato la ex tipografa Carla Molinari,
il 5 novembre del 2009 a Cocquio Trevisago, sarà la corte d’assise (presidente il giudice Ottavio D'Agostino) a stabilirlo, ma a giudicare dal racconto della vita domestica di queste persone, si può dire che l’imputato è stato davvero ingeneroso con i suoi cari.
«Eravamo una famiglia con tanti problemi» ha spiegato alla corte Filomena. «La famiglia Addams ci faceva un baffo» ha aggiunto ironizzando tra le lacrime. Una testimonianza che per le due donne è stata come uno sfogo: di tanti anni passati sotto il giogo di un padre padrone, che sapeva anche essere simpatico, raccontare barzellette ed fare l’animatore della compagnia; ma una volta tra le mura domestiche diveniva un despota. E la madre, Marisa , era una donna buona, generosa, amata da tutti, ma non ebbe mai il coraggio di mandarlo via di casa. 
Anche dopo aver appreso il triste capitolo delle molestie sessuali. «Era una donna meridionale, ci diceva che i panni sporchi vanno lavati in casa – hanno spiegato le figlie – e che certe cose succedevano in tutte le famiglie, ma per fortuna nostro padre ci aveva solo molestato senza farci di peggio». 
Le donne ricordano che il papà le chiamava nel lettone, le toccava e si masturbava fin da quando erano piccole. C’erano le botte e anche le minacce. Con il coltello e con l’ascia: «Aveva il demonio negli occhi, non era in lui». «Ammazzava di botte anche la mamma – ha detto Filomena – e anche dopo che sono scappata di casa a 18 anni, se sapeva che aveva parlato con me la picchiava». Nunzia ha raccontato di aver subito molestie mentre la madre era in ospedale per partorire il fratello minore. O ancora: di aver visto una volta da piccola, sotto un tavolo, il padre che prendeva la mano della nonna e se la posizionava sui genitali.
Il valore della testimonianza delle due donne è soprattutto nella descrizione di Giuseppe Piccolomo che probabilmente avrà destato molta impressione nella corte d’assise: uomo a volte spietato, come quando dichiarò alle figlie che la loro madre era morta bruciata viva nell’indicente a Caravate, perché era troppo grassa; indugiando crudelmente sui particolari: «Ci disse che vide la mamma sciogliersi e che la pelle le si staccava di dosso». Le figlie l’hanno sempre accusato ma lui, anche dopo la condanna (ma solo per omicidio colposo) avrebbe risposto: «Io quando faccio le cose, le faccio bene, non sono riusciti a trovare le prove i carabinieri e le volete trovare voi?». 
Le due donne hanno inoltre riconosciuto il coltello trovato da un vicino di casa della Molinari nel cassonetto dell’immondizia, una lama compatibile con la disarticolazione delle mani della vittima, utilizzato secondo le testimonianze nel ristorante “La pantera rosa di Cocquio” quando i Piccolomo gestivano il locale.
Il pm Luca Petrucci ha anche chiesto alle figlie dell’imputato se avessero mai sentito parlare di Lidia Macchi, un capitolo di questa storia ai limiti dell’assurdo: «La ragazza fu trovata a qualche centinaio di metri da casa nostra a Caravate – ha risposto Filomena - e a volte ci diceva che l’aveva ammazzata lui». Ma secondo Tina era solo una macabra minaccia fatta per spaventare le figlie e continuare il suo crudele gioco. 
28/03/2011
Roberto Rotondo

Il primo articolo riporta la fine processuale di questo orribile fatto di sangue conclusasi con l'ergastolo anche in Appello, il secondo lo pubblico in quanto riporta le dichiarazioni delle due povere figlie già nel primo processo in Assise.
Quello che si evince da questa orrida ma non rara vicenda è che la cultura sbagliata e la paura della donna-madre e moglie del mostro ha consentito al mostro medesimo di traumatizzare le due figlie e di ucciderla alla fine in modo orrendo.
Se lei avesse parlato reagendo all'orrore di quanto il mostro faceva alle sue bambine avrebbe fatto il suo dovere di madre che deve, soprattutto, proteggere le sue creature. Leggere quello che dicono le due povere ragazze oggi non assolve questa donna che avrebbe potuto salvare anche sé stessa dalle botte e infine dalla morte atroce che quest'uomo le ha fatto fare.
Colpisce come sia riuscito con perfida finzione a dare di sé un'immagine diversa dal reale all'esterno della sua "famiglia Addams", come l'ha definita con ironico strazio la figlia vittima di un padre che non è degno di questo nome.
Le sfortunate e dignitose figlie di quello che loro stesse definiscono "un mostro": Piccolomo
Colpisce come sia riuscito anche a far credere alla giustizia che la morte della moglie è stata una disgrazia. Ecco la carenza delle Istituzioni. Eppure le figlie avevano iniziato a parlare già da allora. Si è dovuti giungere al mostruoso ed efferato delitto della povera conoscente a cui ha mozzato le mani per fermare questa bestia sanguinaria, incestuosa e lussuriosa.
Trovo molto probabile, dunque, che Lidia Macchi l'abbia uccisa lui, nonostante persino le sue innocenti figlie stentino a credere alle sue macabre vanterie.
Come il mostro di Firenze, dietro la maschera del contadino bonaccione, nascondeva l'assassino  dell'uomo che si accoppiava con la sua fidanzata, il violentatore abituale anch'egli delle povere sue figlie, così quest'altro mostro può benissimo aver collezionato altri delitti dietro la sua maschera sociale.
Lidia Macchi 

Lidia uscì dall'ospedale e si avviò nel parcheggio buio, potrebbe essersi accostato con un coltello il mostro, che l'ha poi violentata ed uccisa, minacciandola e spingendola all'interno della sua auto, quindi essersi portato nel luogo boscoso poco distante e lì aver consumato il delitto.
Le carenze investigative gli hanno consentito l'impunità e il continuare a distruggere altri esseri umani.
I mezzi di informazione hanno riportato le sue vanterie: “Nostro padre quando si alterava minacciava nostra madre con le testuali parole: “Guarda che non ci penso due volte a buttarti addosso una tanica di benzina e il fuoco non lascia prove”. Poi l'ha fatto.
“Diceva sempre che i carabinieri non erano riusciti a trovare le prove e che non ce l’avremmo fatta nemmeno noi” , quali migliori testimoni delle figlie? m
Si vantava: "Ti faccio fare la fine di Carla Molinari". Ed ora è accertato che è stato lui, dunque era vanteria con fondamento di verità. Quindi perché, visto che nei casi riportati NON di semplici vanterie si trattava ma dietro c'erano i fatti, non si deve pensare che anche nel caso del delitto a sfondo sessuale di Lidia Macchi ci fosse dietro la verità?
Un pensiero mi va anche su quel povero prete e sugli altri due poveri innocenti che hanno sofferto per essere stati sospettati di aver ucciso Lidia Macchi.
Quanto è difficile il cammino della Giustizia! 

domenica 24 novembre 2013

Puliti e motivati

Luigi Di Maio
Paola Taverna

Paola Taverna e Luigi Di Maio hanno tenuto testa ad una vecchia volpe della sinistra giornalistica, molto ben inserita nell'"establishment", come Lucia Annunziata per "mezz'ora" nella omonima trasmissione.

Puliti, motivati, precisi e sereni come può esserlo chi parla dicendo realmente quel che pensa.

Spero molto in questi giovani.

Di Maio è bravissimo: avevo avuto modo di apprezzarlo anche in altre sue "uscite" televisive come quella dalla Gruber e quella da Porro in "Virus".

Con molta serietà ed un sorriso gentile, questo giovane ha detto chiaramente che i 21.000 euro mensili che gli spetterebbero sono un'enormità e che ne bastano molti meno ed il resto vengono restituiti.
Oggi l'ha ribadito con semplicità all'Annunziata anche Paola Taverna,
che ho avuto modo di conoscere in campagna elettorale quando venne a Grottaferrata, che cercava di insinuarle la tentazione sui soldi e "l'essere ormai dentro le istituzioni" come vantaggio personale, cosa a cui Paola ha risposto in un modo che me l'ha fatta sentire anche umanamente vicina: "Caso mai mi viene voglia di scappare stando dentro le istituzioni e vedendo quel che vedo."
Ma per ora ci sta perché, ha detto: "E' un sogno cambiare quello che vedo..." Ecco credo che lei, Carla Ruocco, il bravissimo Luigi Di Maio, stanno lì dentro spinti proprio dal sogno di noi tutti, quelli che li abbiamo votati. 

sabato 23 novembre 2013

Affetto e amore fra due cuccioli



Simbiosi totale: addirittura la stessa posizione


In due si dorme meglio
Il cane, secondo me, ha avuto l'imprinting del bambino: si è identificato

Dorme talmente bene che si è "spaparanzato"

E' poeticamente commovente. L'unica cosa è che, da igienista, penso che non è del tutto corretto... Ma se il cagnolino ha avuto tutte le cure veterinarie del caso...

Brava Nancy!!

Da: Il Mattino.it

Due cornetti e due cappuccini, 21 euro e 50: la Brilli "si vendica" su Twitter


Colazione tutt'altro che economica per Nancy Brilli : la bella attrice paga 21,50 euro per due cornetti, due cappuccini e una bottiglietta di acqua piccola, in un bar di Roma, l'Antico Caffè Santamaria di Piazza S.M. Maggiore.

Per vendicarsi ha pubblicato la foto dello scontrino sul suo profilo Twitter, commentando: «Questa si commenta da se». Dopo aver visto la foto, moltissimi utenti hanno esternato solidarietà e sdegno, verso la colazione super-salata.

Brava Nancy Brilli! Anch'io uso questo mio blog per denunciare gli abusi di cui sono vittima, le assurdità, le ingiustizie, perché rendendoli pubblici forse si induce chi agisce male ad agire meglio, se non altro per lo spubblicamento che svela le scorrettezze che vengono fatte sempre al riparo della pubblicità.

Il seguito di questa denuncia è stato che il gestore del bar ci ha tenuto a precisare che la consumazione era avvenuta "al tavolo".
Personalmente non avevo dubbi in tal senso, ma lo stesso, come ha dichiarato di rimbalzo la bella attrice, "“Totale libertà di commento, ma senza perdere di vista il fatto che 2 cappuccini e 2 cornetti non possono costare tanto. Né a me né ad altri“."



foto 4leoni.it: Nancy Brilli

venerdì 22 novembre 2013

Matteo Renzi non è Gesù Cristo

Da quando i giornalisti ben pagati e non liberi hanno capito che forse Matteo Renzi è l'unica speranza per il PD senza più anima (ammesso che l'abbia mai avuta), lo invitano nelle varie trasmissioni e lo sottopongono ad un interrogatorio defatigante, incalzante, interrompendolo se non dice quello che loro vorrebbero dicesse, magari contraddicendosi, o comunque dimostrando una qualsivoglia debolezza. Infine, come stamane ad Agorà di cui ormai vedo solo dei pezzi perché è insopportabile, gli chiedono cosa pensa di fare di questo e quell'altro problema, come pensa di risolverlo e... insomma ci manca poco che gli chiedano di moltiplicare i pani ed i pesci e magari di farsi una passeggiatina sulle acque! 

Ragazzi, Matteo è un giovane uomo politico che ha detto cose che la gente pensa da tanto tempo e per questo non vota nemmeno più, e dice di volerle fare.
Ci proverà sicuramente e speriamo che il suo cammino non venga troppo ostacolato dai suoi cari compagni di partito: ma Matteo non è Gesù Cristo! E pure lui l'avete visto come è andato a finire: l'hanno messo in croce e la gente ha preferito Barabba!

Io lo voterò, mio marito anche, mia figlia, donna da sempre di sinistra ma che non voleva votare più PD schifata, ha deciso di votare per Matteo l'8 dicembre insieme a mio nipote, che quest'anno vota per la prima volta avendo compiuto 18 anni qualche mese fa.

Dopo però staremo a vedere. Almeno io che già avevo creduto ad uno che parlava bene ma razzolava molto male.

Una cosa ha detto stamane Matteo su cui non sono d'accordo: che la telefonata di quella donna che incitava sua figlia a prostituirsi perché doveva portarle i soldi è molto più grave ed allarmante delle telefonate della Cancellieri.
La morale non ha scale Matteo e la rivoltante telefonata di quella donna, che dimostra a che livello di degrado può arrivare un essere umano, non è più grave dell'agire di una persona che siede su una poltrona istituzionale, per di più quella della Giustizia, e dimostra di non avere il rigore dovuto ma la lassezza del favore all'amico, piegandosi addirittura a giudicare "ingiusto" il provvedimento penale a cui i suoi amici sono sottoposti e mettendosi "a disposizione".
La donna amica può mettersi a disposizione di chi vuole, ma non può farlo dallo scranno che non le appartiene ma appartiene allo Stato e dunque a tutti i cittadini.

Sicuramente, come ha detto un giornalista ospite in studio, l'esempio di un'alta carica dello Stato come Berlusconi può far sembrare normale anche la prostituzione minorile, corrompere gli spiriti privi di spessore morale, ma è anche vero che di prostituzione in giro ce n'è troppa e da anni, sotto gli occhi dei bambini che passano, nell'indifferenza delle Istituzioni, accettata come piaga normale e sopportabile... Anche questo costituisce esempio deteriore.
Ho scritto un post sull'argomento e l'ho inviato anche alla Presidente della Camera dei Deputati, tanto sensibile agli immigrati clandestini, con tanto di foto fatte da me a ragazze giovanissime con la pelle scura che mostrano il sedere nudo sulla pubblica via, con i giovanissimi visi impiastricciati di belletto come clown: sicuramente senza alcun permesso di soggiorno... Bisogna mettere mano alla Legge Merlin, giusta negli intenti per i tempi in cui è stata fatta, ma superata da una società che si è evoluta in modo diverso e che non è più quella del 1957.

giovedì 21 novembre 2013

Il dolore interiore uccide

Da: Il Quotidiano della Calabria.it


L GIALLO

«Simona fu violentata a 9 anni da un parente»
La conferma dagli psichiatri che la curarono

La famiglia ha sempre costantemente negato ma ora a ribadire le violenze subite da Simona Riso da piccola da un parente vengono confermate senza tentennamenti dagli psichiatri del San Camillo che l'ebbero in cura in passato. «Ci disse "Sono stata violentata, non una volta ma spesso"»
«Simona fu violentata a 9 anni da un parente»
La conferma dagli psichiatri che la curarono
Simona Riso
ROMA - A squarciare il velo del dubbio e delle ipotesi sulla violenza subita da Simona Riso da giovane mentre viveva in Calabria con la sua famiglia sono giunte le dichiarazioni di uno degli psichiatri che l'hanno avuta in cura a Roma. In una intervista al Messaggero, infatti, uno dei medici del reparto psichiatrico del San Camillo ha spiegato, fornendo in questo modo una conferma medica alle ipotesi, come «chi viene da noi o è stato violentato o è stato ignorato, che è un’altra forma di violenza». 
Il medico racconta come Simona Riso, prima di aprirsi ai terapeuti, abbia trascorso quasi un mese in silenzio fino a quando ha iniziato a parlare con una confessione shock: «Sono stata violentata, non una volta ma spesso, quando ero più piccola, da un parente». 
Simona Riso è morta la mattina del 30 ottobre all'Ospedale San Giovanni dopo esser precipitata dal terrazzo di una palazzina in via Urbisaglia, sulla sua morte sono in corso indagini per capire se si sia trattato di un omicidio o di un suicidio (anche se questa seconda ipotesi al momento sembrerebbe quella più seguita), il trauma che ha vissuto da bambina era stato finora accennato dalla stampa ma sempre prontamente negato dalla famiglia, ora, però, le parole degli psichiatri del San Camillo riportate dal Messaggero presentano una realtà meno nebulosa. «Come accade in questi casi - prosegue il medico nell'intervista - aveva paura di non essere creduta. Ma voleva liberarsi di un peso e dopo un mese di silenzio in cui ci studiò, finalmente si aprì: prima titubante, poi convinta che ce l’avrebbe fatta». 
A quel punto i medici la convinsero a confidare il suo trauma alla famiglia, e in questo frangente fu organizzata la riunione con la mamma e, un fratello, lei era pronta, «pensava di non avere voce e spazio mentre ora con noi a fianco si sentiva più forte. La mamma rimase in silenzio, non fece commenti, forse parlarono in privato. Trovammo sponda solo nella sorella Nunzia, riallacciarono il rapporto, le mandammo insieme in vacanza con l’impegno che Simona rientrasse da noi al ritorno per finire il nostro lavoro. Ma volle andare a Milano con la sorella, eravamo un po’ preoccupati ma le trovammo un terapeuta che la potesse seguire».
Una sofferenza interiore che comunque non l'ha mai abbandonata e che forse potrebbe averla spinta quella mattina del 30 ottobre ad un gesto definitivo. Una ipotesi su cui spetterà ai carabinieri e alla giustizia pronunciarsi in modo chiaro e definitivo
mercoledì 13 novembre 2013 17:08

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Una coraggiosa giornalista della trasmissione "Chi l'ha visto" è andata nel paese dove è nata Simona e dove vive tutta la sua famiglia.
Coraggiosa perché non è facile andare a porre certe domande ad un mondo chiuso dentro schemi comportamentali che considerano "vergogna" ciò che non lo è e nascondono quello che lo è.
L'argomento terribile e scabroso dell'abuso sui bambini in ambito familiare, comunque, non trova omertà soltanto nell'Italia dei piccoli centri del Sud, ma ovunque.
Questo perché, sia da un punto di vista psicologico della vittima diretta dell'abuso, sia dal punto di vista dell'entourage familiare, ci si sente sporcati dalla vergogna per aver subito qualcosa di sudicio e, per questo, si preferisce che non si sappia. Manca quello scalino culturale che dà la lucida coscienza dell'essere vittima e quindi nel diritto di urlare l'abuso subito in prima persona o dal parente minore, chiedendo la condanna dell'abusatore.
Questa "vergogna", che è del mostro ma la subiscono la vittima ed i suoi familiari, crea un territorio di omertà intorno all'immondo essere che compie il misfatto. 

Nella coraggiosa intervista che la giornalista di "Chi l'ha visto" ha fatto ai parenti di Simona, si sono visti volti e si sono sentite parole chiusi nella negazione totale di una realtà di violenza sessuale subita da Simona da bambina, ma anche di un suo possibile suicidio, demandando le cause e le colpe altrove: ad un ipotetico assassino e ai medici fuorviati da quanto aveva detto Simona in punto di morte i quali, invece di mandarla in Sala Raggi, l'hanno mandata al Pronto Soccorso Ginecologico.

Non voglio abbandonarmi a facili e superficiali critiche verso l'ambiente dei Pronto Soccorsi dei nostri Ospedali, quindi ho idea che se arriva l'ambulanza con il paziente che dice direttamente ai medici che l'accolgono o agli infermieri che l'hanno soccorsa (ci sono versioni differenti) "Sono stata violentata" è normale fare immediatamente il tampone vaginale. Nessuno aveva visto la fanciulla precipitare dall'alto, è stata trovata semincosciente a terra, non vi era sangue... e le ossa rotte non si vedono se non ai raggi x... Dunque credo che i medici abbiano fatto quello che nell'immediato andava fatto. Penso, inoltre, che difficilmente avrebbero potuto strapparla alla morte con le fratture che sono state poi riscontrate: addirittura un polmone perforato da una costola rotta. Infatti la povera Simona è morta, quasi subito, al Pronto Soccorso.

Penso che il tampone vaginale fatto appena arrivata con l'ambulanza sia una prova importante del fatto che ella non era stata violentata da nessuno e dunque è ad altro che si riferiva.
Una fantasia di una mente malata?
Oppure una ferita mortale infissa nella sua anima di pura bambina abusata, che non l'aveva abbandonata mai, che l'abitava sempre, dietro il sorriso, dietro il continuare comunque a vivere sia pure rifiutando il cibo, cadendo in depressione perché mai avrebbe avuto giustizia.

E qual'è la giustizia in questi casi?
L'amore, l'ascolto, la comprensione, la reazione di difesa delle persone care, quelle a te più vicine che debbono darti voce e chiedere giustizia.
Il loro silenzio, la loro negazione, uccidono.

Sta all'inchiesta arrivare alla verità, ma certo non credo che gli psichiatri del S. Camillo abbiano parlato mancando alla loro deontologia professionale, se hanno parlato adesso, di fronte alla morte dubbia di Simona, hanno compiuto il loro dovere di chiarezza per l'accertamento della verità e i particolari che riportano sono raccapriccianti: "...  La mamma rimase in silenzio, non fece commenti, ...". La stessa scena silente delle donne vestite di nero, a testa bassa, nelle riprese fatte nel servizio di "Chi l'ha visto". 

Immagine simbolo del Governo Letta


Gli italiani che hanno mandato in Parlamento i 405 deputati che  hanno votato questo ringrazino sé stessi!

Sono loro che hanno consentito questa immagine del Governo!
Di sicuro ci sarà qualcuno che, come mio marito, se ne è pentito.
Speriamo in un ravvedimento futuro degli illusi.
Prima e dopo: la sostanza (Bilderberg?) non cambia


Su suggerimento di una lettrice, che ha dato una preziosa indicazione sotto il mio precedente post, sono andata a vedere i nomi di chi ha votato a favore e di chi ha votato contro la decadenza del ministro della Giustizia.

Fra chi ha votato per il NO mi spiace trovare il nome di Roberto Giachetti: ha obbedito all'ordine di scuderia. Allora uno così non serve a niente. Possiamo sempre tirarci fuori da qualcosa di scorretto se la pensiamo diversamente: salviamo la nostra integrità perdendo qualcosa che vale meno. Giachetti poteva  votare secondo coscienza.
Biancofiore Michaela, ad esempio, pur essendo di Forza Italia ha votato SI. 

La povera Ligresti che soffriva tanto in carcere

Ma come si può pretendere che gente abituata al lusso stia in carcere! Su via!!

l falso in bilancio nel diritto italiano[modifica | modifica sorgente]

Il sistema giuridico italiano utilizza la locuzione "false comunicazioni sociali" per indicare quel reato contemplato dal codice civileall'art. 2621 e specificato dagli articoli successivi, e che comprende quindi non soltanto la fraudolenta compilazione del solo bilancio, ma anche quella di tutte le comunicazioni sociali e delle relazioni che la legge impone di redigere, oltre all'omissione di questi obblighi.

La "depenalizzazione"[modifica | modifica sorgente]

Il testo normativo è stato oggetto di recente sensibile revisione, con la quale la precedente sanzione della reclusione da uno a 5 anni è stata modificata con la sanzione dell'arresto fino a due anni. Le modifiche attuate sono popolarmente sintetizzate con il termine di "depenalizzazione", tuttavia la norma vigente continua a prevedere una sanzione e il falso in bilancio - seppure ne siano state modificate circostanze e conseguenze - resta un illecito. Gli articoli che ne parlano sono peraltro nel Titolo XI del Libro Quinto del Codice, titolo che rimane rubricato come "Disposizioni penali in materia di società e consorzi". L'art. 2622 esplicitamente nomina l'illecito usando il termine "delitto".
Nella dialettica suscitata dalla riforma della disciplina, piuttosto, vi è chi sottolinea come l'attuale sia un approccio meno repressivo di quanto non fosse in precedenza nei confronti di chi si renda colpevole di questo illecito.
L'attuale regolamentazione è il risultato di una serie di iniziative a partire dalla proposta di legge delega per la riforma del diritto societario, del governo Amato, approvata dal consiglio dei ministri il 26 maggio 2000 e trasmessa al parlamento[17], della legge delega approvata dal parlamento il 3 ottobre 2001, n. 366[18] e del conseguente decreto delegato d.lgs. 11 aprile 2002 n°61[19], del governo Berlusconi, seguiti dalla legge 28 dicembre 2005, n. 262[20] e dal D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39[21]