giovedì 27 febbraio 2014

Arricchimenti con le coperture della politica

“Vi svelo i potenti di Acea”. Parla la vedova dell’uomo chiave dell’inchiesta Cerroni

Debora Tavilla, ex dipendente dell'azienda di servizi, è stata la moglie di Arcangelo Spagnoli, membro della struttura Commissariale dei rifiuti, morto nel 2012. Figura cardine delle indagini della Procura di Roma. I magistrati hanno trovato conti milionari all'estero riconducibili all'uomo. La donna rivela al Fatto.it: "Ho scoperto che mio marito aveva comprato un grosso appartamento di cui non sapevo nulla"


Era il grande sogno dell’imprenditore Manlio Cerroni - finito ai domiciliari su richiesta del procuratore della capitale Pignatone e del pm Galanti il 9 gennaio scorso per traffico di rifiuti – quell’inceneritore di Albano Laziale in provincia di Roma. Un’opera che avrebbe visto la nascita di un colosso dei rifiuti: oltre al re di Malagrotta, anche le società del Comune di Roma - Ama e Acea - erano parte attiva di quel progetto, attraverso la società Coema. E a tessere la rete di rapporti e relazioni – il giusto carburante, secondo i magistrati romani, per far funzionare l’alleanza a tre – c’era il personaggio chiave dell’affaire romano, Arcangelo Spagnoli. Ex consigliere comunale, uomo dai mille contatti, ad iniziare da Biagio Eramo, ai vertici di Acea fin dagli anni ‘90. Dieci anni fa Spagnoli entra nella struttura Commissariale dei rifiuti, creata per la gestione dell’ennesima emergenza nella Capitale. Ha un ruolo bipartisan, lavora con tutti, con l’obiettivo di veder nascere il colosso romano della “monnezza”, unendo ‘il Supremo’ - è proprio Spagnoli a coniare il soprannome per Cerroni – con le ambizioni industriali di Acea, multinazionale che da poco si era quotata in Borsa, pronta a entrare nel business più promettente, dopo l’acqua e l’energia. L’inchiesta su di lui si sono fermate nel gennaio del 2012, quando muore per un malore. Ma proprio sul nome di Spagnoli si erano concentrate le indagini, tanto da portare il Noe a perquisire la sua abitazione lo scorso 9 gennaio, al momento degli arresti degli uomini della Holding Cerroni.
Oggi la vedova Spagnoli, Debora Tavilla, ha deciso di raccontare la sua verità ai microfoni de ilfattoquotidiano.it. Quando i Carabinieri hanno bussato alla sua bellissima casa all’EUR ha scoperto una sorta di seconda vita del marito, che mai avrebbe sospettato. I tre milioni di euro mandati all’estero tracciati dalla Guardia di finanza? “Mai visti quei soldi, al momento della morte di mio marito – dichiara la Tavilla – non c’erano sui suoi conti. I magistrati facciano chiarezza, sono la prima io a volerlo”. Mandato a chi, dunque, quel fiume di denaro? Nelle informative della Gdf quel flusso ritenuto sospetto è stato tracciato con precisione: “199 mila euro nel 2003, 507 mila euro nel 2004, 1,07 milioni nel 2005, 509 mila euro nel 2006, 325 mila euro nel 2007 e 187 mila euro nel 2008”, ultimo anno della consulenza di Spagnoli presso la struttura commissariale. Le Fiamme Gialle hanno poi rilevato diverse incongruenze tra i redditi dichiarati e la disponibilità finanziaria.
Alle nostre telecamere, la donna fa un’altra rivelazione: “Ho scoperto solo poco prima della sua morte che mio marito aveva il possesso di un grande appartamento a Roma, sempre all’Eur. Non mi aveva detto nulla”. Un immobile acquistato nel 2009 per una cifra dichiarata di 660 mila euro, come risulta dall’informativa della Finanza.
Nell’ordinanza di custodia cautelare contro Cerroni il nome di Tavilla appare non solo come moglie di Arcangelo Spagnoli, ma soprattutto come dipendente di Acea, dal 1999 al 2010, con aspirazioni di promozioni e avanzamenti di carriera grazie al marito influente. “E’ vero, sono entrata su segnalazione di mio marito, sostenendo un colloquio. Mio marito diede il mio curriculum ad un dirigente, fui presa. Ma come me entrarono altri parenti – afferma -. Entrò anche Camillo Toro, figlio dell’allora magistrato Achille, che seguiva sempre Biagio Eramo, uno dei massimi dirigenti. Anche il nipote di Eramo lavora in Acea. Eravamo una grande famiglia”, è l’incipit del suo racconto, raccolto nel video esclusivo de ilfattoquotidiano.it.
Secondo gli inquirenti Spagnoli intendeva agevolare Acea per migliorare la posizione della moglie e mantenere una riconferma presso la regione Lazio. Nella rete di parenti e amici di chi conta in Acea spunta il figlio dell’ex magistrato Toro, che ha patteggiato recentemente una condanna a 6 mesi, pena sospesa, per rivelazione di segreto d’ufficio e che continua ancora oggi a lavorare in Acea al settore legale. L’azienda precisa: “Una vicenda che non riguarda l’Acea, ma comunque secondo l’attuale normativa non è possibile risolvere il contratto di lavoro”. Nella grande famiglia Acea viene citata anche una parente dell’ex deputato Antonio Buonfiglio (An, Pdl e poi Fli ndr), Tiziana, che – precisa l’azienda – è entrata per concorso pubblico a titoli ed esami nel 1997. Tavilla racconta anche della facilità dei rapporti tra ‘il Supremo’ e il management di Acea: “In Acea, Manlio Cerroni – ricorda – entrava con un pass personale e incontrava i vertici dell’azienda”.
Biagio Eramo, attualmente Direttore generale di ingegneria e servizi, ex presidente di Acea Ato 2 (la controllata che gestisce il sistema idrico a Roma e provincia), ed ex Ad di Ama, tra il 2006 e il 2008, contattato da ilfattoquotidiano.it, spiega: “Cerroni entrava in Acea come tutti gli altri visitatori esterni e veniva registrato. Aveva rapporti con i vertici per il suo ruolo, da privato, in Coema. Nulla più”. Negli atti dell’inchiesta della Procura di Roma emerge che tra i destinatari dei regali inviati da Cerroni e dalla sua azienda Colari c’era anche Eramo: “Tra i destinatari c’era una molteplicità di soggetti”, è la risposta del manager di Acea. Su suo nipote assunto in Acea, l’ufficio stampa dell’azienda conferma: “E’ stato assunto sulla base di elenchi trasmessi dalle università romane di nominativi con il massimo dei voti, selezionati da un’apposita commissione”.
Di certo il dossier Coema stava a cuore a tanti. Debora Tavilla aggiunge un dettaglio: “A mio marito avevano anche promesso un posto quando sarebbe nato l’inceneritore“. E proprio sul consorzio Coema, la Procura continua le sue indagini. Intanto a ilfattoquotidiano.it risulta che Debora Tavilla sia stata ascoltata per diverse ore dal pm titolare del fascicolo.
di Andrea Palladino e Nello Trocchia, montaggio video Samuele Orini

Direttamente dal blog di Beppe Grillo: Luigi Di Maio conosceva Eduardo De Falco

Salviamo il panificio di Eddy #PerEddy



per_eddy.jpg
Il MoVimento 5 Stelle è una comunità in cui nessuno deve essere lasciato indietro. Eduardo De Falco, Eddy, il panettiere di Pomigliano che si è tolto la vita dopo aver ricevuto una multa, faceva parte della nostra comunità. Aiutiamo la sua famiglia! Ognuno contribuisca come meglio può.

di Luigi Di Maio

"VI CHIEDO AIUTO.
Eddy era uno di noi. Era del Movimento. Era un commerciante di Pomigliano d'Arco che si è suicidato qualche giorno fa per una multa di 2000 euro, fattagli dall'ispettorato del lavoro: la moglie lo stava aiutando nel panificio che gestiva (si è beccato per questo 2000 euro da pagare entro 12 ore + altri 9000 euro). Una tragedia. Eddy si è tolto la vita lasciando la moglie e tre bambini. Lo avevo conosciuto qualche anno fa. Venne a proporre al Movimento 5 Stelle del mio comune un progetto sul latte e pane a "km 0". Mi disse: "lanciatelo voi, io lavoro come un somaro". Davanti all'umiliazione di quella multa non ha retto e si è tolto la vita. Eddy era uno tosto. Se non ha retto lui, c'è da preoccuparsi... La sua famiglia ha lanciato un IBAN (attraverso l'associazione di commercianti di cui Eddy era socio). Devono pagare le multe e le spese. Il panificio di Eddy deve andare avanti. E' l'unico sostentamento della sua splendida famiglia.
EDDY ERA UNO DI NOI. E NOI siamo una COMUNITÀ.
Io come tutti i parlamentari M5S, contribuisco ogni mese al fondo per gli imprenditori in difficoltà da un anno, versando metà del mio stipendio. Ma questa volta contribuirò anche al fondo del panificio di Eddy.
Chiedo anche a voi di partecipare. Basta anche qualche centinaio di euro. Aiutiamoli. Massima Diffusione!" Luigi Di Maio

IBAN: IT93R0335967684510700165443
Intestazione: APE (Associazione per Esercenti)
Causale: PER EDDY

NON SONO ISCRITTA AL MOVIMENTO E SU TANTE COSE POSSO NON ESSERE D'ACCORDO, MA L'HO VOTATO.
TROVO ATROCE QUELLO CHE HANNO FATTO A DE FALCO.
Darò anch'io il mio piccolo contributo.

Medicina difensiva

Da un mio post del 18 gennaio 2013


E' invalso l'uso delle denunce contro i medici, anche quando non c'è errore ma altri fattori. Intanto il medico deve pagarsi un avvocato e, una volta uscito dal lungo iter legale, forse riavrà le spese legali, cosa che dipende dal magistrato il quale, anche in caso di non sussistenza del fatto, può decidere di compensare le spese.
Gli ospedali sono assicurati e, per l'errore dei sanitari nel posto di lavoro, tale assicurazione dovrebbe sopperire alla bisogna. Ma questo non sempre avviene e i medici non riescono più a svolgere con la dovuta serenità il loro lavoro.
In un Paese dove le uniche categorie di persone garantite da leggi che le proteggono sono i politici ed i magistrati (non a caso mi dicono che le prebende di quest'ultimi sono equiparate a quelle dei parlamentari), i medici del SSN, a cui si chiedono competenze non indifferenti e che esercitano una professione di grande responsabilità, non sono garantiti affatto da denunce, anche per cose che esulano dalle loro capacità di controllo, come ad esempio l'insieme della capillare organizzazione ospedaliera.
Questa è un'altra pesante prova della totale sperequazione sociale in questo Paese.

Questa mia analisi di più di un anno fa prendeva lo spunto da uno sciopero dei ginecologi, addetti alle sale parto ospedaliere, dopo l'ennesima denuncia dissennata.

Perché dissennata? Perché spesso senza un vero fondamento di dolo da parte dei medici, oppure di incompetenza, ma la gente denuncia comunque: all'americana o basandosi su quanto si vede in certi film americani.
Ma la vita non è un film e la medicina non è così facilmente comprensibile da tutti come oggi, con molta presunzione, tanti credono. 
La Scienza Medica esige una preparazione capillare teorica e pratica di anni ed anni ed un aggiornamento di Sapere che non si ferma mai.

Come si può pretendere di capire tutto quando non se ne hanno le basi scientifiche che consentono, quelle sole, di "capire veramente" come stanno le cose?
Ma non c'è soltanto la presunzione, c'è anche la non accettazione della morte, il folle concetto che se qualcuno muore la colpa non può essere che del medico.
L'ho già scritto questo concetto mi pare: il Medico non è Dio, questo per i credenti, il Medico non può tutto, questo per i non credenti.
Il corpo umano è una magnifica macchina, ma fragile e complessa.
Dunque questa generale follia delle denunce sempre e comunque nasconde una sfiducia totale nei riguardi della classe medica che può, per alcuni casi, essere motivata da comportamenti incompetenti oppure cinici di alcuni medici, ma molto dalla speranza meschina di ricavare denaro dalla pratica legale aperta.

I danni di questa pratica ormai diffusa non sono visibili a tutti, ma a chi ha intelligenza per capire oltre le forme e le apparenze e a chi nelle strutture ospedaliere lavora sì!

Per non essere attaccati non c'è che la difesa preventiva. E quale migliore difesa del non prendersi responsabilità di alcun tipo. Ognuno pensa solo, scusate l'espressione volgare ma che rende immediatamente l'idea, "a pararsi il culo". Dunque scartoffie su scartoffie, consulenze su consulenze, il paziente langue nei pronto soccorso in attesa che qualcuno agisca, poi, se qualcuno lo fa, assecondando l'istinto per il quale ha scelto di curare il prossimo, e il paziente muore comunque, quello sarà il primo ad essere denunciato.

Nasce così una Medicina non spontanea e professionale come dovrebbe: una Medicina Difensiva.
L'indecenza degli stipendi bassi, non adeguati alla preparazione eccellente ed al rischio, dei medici di frontiera, gli ospedalieri, (essendo in Italia quelli dei Policlinici Universitari un discorso a parte, sia per stipendi che per selezione), comporta che pagarsi un'Assicurazione personale, oltre quella che ha l'Ospedale, significa togliere alla propria vita familiare dai 9.000 ai 18.000 euro l'anno. Pura follia! 
Dunque dobbiamo accontentarci di medici ridotti dalla paura della denuncia a fare lo stretto indispensabile e di non tentare inutili eroismi: ed i primi a rimetterci siamo noi pazienti.
A guadagnarci sono proprio quei cinici che, senza particolari meriti, si sono fatti un nome in vari modi e con vari mezzi, dai quali, sempre per ignoranza, si recano "privatamente" in tanti sborsando cifre assurde per avere nulli o scarsi risultati. Ma non fa niente: hanno pagato, dunque stanno sicuri!
Effetto pubblicità! La gente si fa depredare e non riflette sul merito del risultato. Per contro è pronta alla denuncia verso il medico ospedaliero o l'Ospedale in genere. Chissà perché non denuncia il "papavero della medicina" che si è fatto strapagare in Clinica Privata e che non ha dato alcun risultato: vigliaccheria? Del "papavero" si ha paura perché "ha un nome" pubblicizzato, quindi è ricco (anche grazie ai creduloni) e può contrattaccare con ottimi avvocati?

Renzi ha un compito immane, mi sembra David contro Golia! Chissà se potrà riuscire, fra le mille cose, a restituire la giusta dignità ad una nobile professione che tanti interessi diversi e la gente incarognita hanno svilito.
Dott. Graziano Delrio, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Renzi
Specialista in Endocrinologia... ma Ricercatore all'Università
Forse non conosce i rischi della Vera Professione Medica Attiva
Ma può sempre informarsi...
     

domenica 23 febbraio 2014

"A slow air" da Roma a Torino

Stasera c'è stata l'ultima rappresentazione a Roma, al Teatro Argot Studio in Trastevere...
Potranno vedere questo interessante lavoro teatrale i torinesi e chi vive nei dintorni di Torino il 27 febbraio prossimo.
Se volete prenotarvi o chiedere informazioni:
prenotazionicap10100@gmail.com
Gli attori, bravissimi, che reggono un'ora e mezzo di scena disegnando i due personaggi, sono:
Nicola Pannelli e Raffaella Tagliabue

Debbo dire che i due attori sono più belli dal vivo che nelle foto.
Nicola Pannelli ha una gamma di espressioni, sia del viso che vocali, eccezionali. Le pause giuste, la gestualità sapientemente spontanea, sono frutto di una padronanza dell'arte della recitazione a lungo limata e ottimamente guidata dalla regia di Giampiero Rappa: ottimo regista ed Autore.
Questa pièce teatrale però non è di Giampiero, ma di un Autore scozzese: David Harrower. Si regge tutta su due fratelli che sono in fredda e non si parlano da anni.
I rapporti familiari sono spesso segnati da incomprensioni, piccoli e grandi torti, fatti e subiti. I due protagonisti parlano ciascuno in due punti diversi dello spazio scozzese, ciascuno sfogandosi su fatti e fatterelli della loro quotidianità e a mano a mano svelano avvenimenti del passato che li riguardano, fino ad arrivare ad un presente in cui finalmente si guardano, il loro spazio si riunisce nello stesso punto e c'è un incontro-scontro che non sveliamo come si risolverà... lasciandolo al vostro piacere di scoprirlo. 
La sorella, una testa piena di slanci e di sogni che si sono scontrati con la concretezza della realtà, dimostra i suoi difetti e debolezze caratteriali che sembrano dar ragione al fratello, più tranquillo e sereno nelle sue scelte esistenziali, ma rivelerà poi dei lati umani che possono dare risultati positivi...
Raffaella Tagliabue, molto più bella che in foto, dà vita a questa sorella arruffona, pasticciona, irruenta e un poco fallita con slancio e molta bravura.
Si sorride, anche, e c'è nella storia un personaggio che non appare in scena, il figlio di lei, che si rivelerà fondamentale per la conclusione del finale.

testo di David Harrower
Traduzione Gian Maria Cervo e Francesco Salerno
Con Nicola Pannelli e Raffaella Tagliabue
Regia Giampiero Rappa
Una Coproduzione Narramondo Teatro e Gloriababbi Teatro
Debutto nella Rassegna teatrale a cura di Rodolfo di Giammarco
“TREND Nuove frontiere della scena britannica – XI edizione”

sabato 22 febbraio 2014

Da: La7 LETTA-RENZI E QUEL GELIDO RITO DELLA CAMPANELLA




Gelido è poco, non l'ha guardato in faccia se non per un micro-secondo ed ogni gesto è stato improntato ad un vero e proprio disprezzo.
I media hanno scomodato come esempio il passaggio Prodi-Berlusconi, che pure non appartenevano allo stesso partito e per di più Prodi sapeva che Berlusconi, (ed ora è a processo), aveva comperato i senatori di Di Pietro (che ha sempre scelto il meglio del meglio sulla piazza) per farlo cadere, eppure Prodi ha sorriso per la forma stringendogli la mano.
Io porterei anche l'esempio contrario, Berlusconi, pur eletto con una grossa maggioranza, costretto a passare la campanella ad un fresco senatore creato ad hoc, Mario Monti, che pure elegantemente gli sorride e gliela porge con modo.
Un passaggio come questo non si era mai visto.
Indubbiamente è palese che Renzi lo aveva più volte rassicurato e dunque Letta si è sentito gabbato e tradito.
Chi è Renzi veramente? Lo sapremo solo vivendo....

Induzione al suicidio

Da: La Repubblica.it


Casalnuovo, rabbia ai funerali del commerciante suicida

Eduardo De Falco si è ucciso a 43 anni dopo aver ricevuto una multa di duemila euro dall'Ispettorato del lavoro per la presenza della moglie, priva di regolare contratto, nella sua pizzeria ."Vergogna, lo avete assassinato"


"Scrivetelo che l'hanno ucciso, scrivetelo. Lo hanno ucciso": attimi di tensione ai funerali di Eduardo De Falco, ilcommerciante di 43 anni che si è ucciso davanti alla sua abitazione a Pomigliano d'Arco (Napoli), dopo aver ricevuto una multa di duemila euro dall'Ispettorato del lavoro per la presenza della moglie, priva di regolare contratto, nella pizzeria a taglio di cui l'uomo era titolare a Casalnuovo.


Il suocero di Eddy, al termine della cerimonia religiosa, ha urlato il proprio dolore alle telecamere presenti davanti la gremitissima chiesa Santissima Maria del suffragio, dove amici, parenti, e commercianti di Pomigliano e Casalnuovo, si sono riuniti attorno alla famiglia del 43enne, distrutta dal dolore per la perdita del proprio caro. L'uomo brandiva una busta con alcune centinaia di euro che, ha spiegato ai giornalisti, gli sono stati dati da una pensionata che ha voluto esternare così la propria solidarietà alla moglie ed ai tre figli del commerciante suicidatosi ieri con i gas di scarico della propria vettura. Rabbia, dolore, e tanta commozione per un gesto che nessuno dei presenti pare avesse presagito.
Il suocero di EddY



"Era molto orgoglioso - raccontano i vicini di casa - una bravissima persona, rispettosa, discreta, che non voleva dare fastidio a nessuno. Lavorava da quando era bambino, e forse non voleva subire l'umiliazione di farsi prestare i soldi. Non aveva detto a nessuno delle sue difficoltà. Come faranno ora Lucia ed i bambini". Parole confermate da una zia di Eddy, che aveva racimolato i soldi necessari per pagare la multa entro le 24 ore necessarie per non ricevere altre sanzioni accessorie. "Li avevo pronti per darglieli - spiega tra le lacrime - e invece lui non c'è più".
Rabbia nelle parole dei commercianti di Casalnuovo, che oggi hanno effettuato una serrata in segno di solidarietà e protesta e che, all'uscita della bara dalla chiesa, hanno inveito contro i politici presenti, tra i quali il sindaco di Casalnuovo, Antonio Peluso,  alcuni assessori e consiglieri anche di Pomigliano, presenti alla cerimonia funebre con i gonfaloni dei due comuni.



"Ci stanno uccidendo tutti - hanno gridato i commercianti - i politici si fanno vedere solo quando qualcuno di noi si uccide, o alla notte bianca. Si vergognassero. Non dovevano venire qui. Siamo esasperati, ogni giorno qualcuno chiude, ci si ammazza, e nessuno fa nulla, dalle istituzioni locali a quelle nazionali. Vergogna". Chiusi nel silenzio, invece, la moglie del commerciante, Lucia, che non ha tolto gli occhi dalla bara, in evidente stato di choc, sostenuta da alcuni parenti, a poca distanza dalla figlia maggiore, di appena 14 anni, e dai suoceri ed i cognati.
Eccoli i volti di ogni persona che con Eddy si identifica,
vi si legge il dolore, il sentimento di sconfitta, la desolazione delle persone oppresse da uno Stato
che non ci somiglia più: uno Stato che non siamo noi, uno Stato che ha istituzionalizzato il  NON
rispetto delle Regole, con una Casta che non paga mai, ma che chiede a chi, dignitosamente CERCA COMUNQUE
DI VIVERE, un rigore insensato e pretende di imporglielo anche oltre la logica della ragione,
anche oltre il buonsenso



"E' arrivato il momento di dire basta, ora chiamiamoli omicidi"  -  dichiara il Presidente della Confartigianato di Napoli, Enrico Inferrera."Il gesto del signor De Falco è un grido di disperazione che non possiamo più ignorare l'ennesimo esempio di come la crisi in atto colpisce per lo più i titolari di piccole imprese che da sempre sono il motore dell'Italia".  

"Il caso del pizzaiolo suicida deve indurre ad accertare i fatti e il verbale ispettivo nonchè a dare un'interpretazione certa della regolazione relativa al coadiuvante familiare. Sarebbe infatti particolarmente assurda l'equiparazione tra la moglie che collabora saltuariamente nell'attività commerciale del marito e il lavoratore subordinato in nero anche ai soli fini della comunicazione obbligatoria agli enti previdenziali o al ministero del lavoro, con conseguenti pesanti sanzioni". Lo afferma il presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Ncd).

I miei occhi sono inariditi da troppe cose amare che ho visto, eppure per questo giovane padre di 43 anni non ho potuto e non posso evitare che la stretta allo stomaco che dà questa orrenda notizia mi faccia inumidire gli occhi, mio malgrado. E' qualcosa di più di una stretta allo stomaco, è qualcosa che sale dalle viscere, perché è terribile quello che una classe politica cieca e bulimica solo per sé ci ha fatto e ci continua a fare.
L'applicazione cieca delle regole, fuori dalla logica e dal buonsenso, mentre altrove le regole si calpestano davanti agli occhi di tutti, operando rapine del denaro pubblico che hanno superato in numero e quantità ogni umana sopportabilità, ci fa salire dal ventre un urlo silenzioso perché le parole non bastano più!

Cesare Pavese scrisse: "I suicidi sono degli omicidi timidi."
A che punto bisogna arrivare perché passi la timidezza?


Per non dimenticare mai

‘giorni della Memoria 2014’
tre Donne a Ravensbrück
-  a cura di ivano ciccarelli  -

“allenare la memoria e il cervello è un mezzo per resistere”
(Lidia Beccaria Rolfi)

“i macellai nazisti non hanno la ‘grandezza’ dei demoni:
sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano”

(Hannah Arendt)

Quello che segue è un collage dedicato alla memoria delle Donne tedesche, polacche, cecoslovacche, rumene, greche, francesi, belghe, olandesi ed italiane deportate, schiavizzate, torturate ed uccise nel primo campo di sterminio per sole donne realizzato dai nazisti a Ravensbrück. Donne accusate di essere ebree, comuniste, socialiste, religiose, zingare, lesbiche. Tutte, a modo loro, si opposero o non collaborarono alla barbarie nazista del secolo scorso.


Un collage composto da brani tratti dalle testimonianze di tre Donne:

Olga Benàrio in Prestes. Ebrea, comunista, già attiva nella Resistenza a Berlino; catturata in Brasile sul finire del 1936, fu consegnata dal regime di Vargas alle SS; arrivò a Berlino incinta di cinque mesi, così che nella prigione femminile della Gestapo nacque Anita; allattata per i primi sei mesi, gli fu poi tolta ed affidata alla nonna paterna; internata nel lager di Lichtenburg, poi è tra le prime a Ravensbrück dove restò per 6anni, morì che ne aveva 34, nel febbraio 1942 in una camera collettiva a gas di Bernburg.

Lidia Beccaria in Rolfi. (Mondovì, 08.04.1925 - 17.01.1996), figlia di contadini, a 18anni contribuì alla Resistenza, l’anno dopo, nel 1944, fu arrestata e deportata a Ravensbrück assieme ad altre tredici donne. Rimase nel Lager sino al 26 aprile 1945. Da donna libera, in Italia, insegnò nelle scuole e divenne scrittrice. Testimone contro ogni negazionismo e critica contro chi identificava la Resistenza nella sola esperienza della lotta armata.

Maria Arata in Massariello. (Massa Carrara 14.12.1912 - Milano 12.02.1975) da giovane collaborò alla Resistenza raccogliendo fondi per i partigiani del milanese e procurando documenti falsi per ebrei e antifascisti. Nel luglio del 1944 viene arrestata ed inviata dalle SS a Ravensbrück, liberata nell’aprile del 1945 dalle truppe sovietiche. Da donna libera insegna nei licei. Poco prima di morire terminò il suo libro di ricordi, tradotto nel 2005 anche in tedesco.

I luoghi:

Ravensbrück, primo Frauenkonzentrationslager. Situato sulla riva di un lago a nord di Berlino. Aperto nel 1938, nel 1939 furono attivati 4 laboratori per la ‘vivisezione umana’;      - solo qui - furono internate ed immatricolate 130mila Donne - solo qui - 92mila furono sterminate. Fu chiuso dall’esercito russo nel 1945.

Bernburg, villaggio a sud di Berlino e sede di un nosocomio psichiatrico. Himmler nel 1939 lo trasformò in laboratori per la vivisezione umana e sperimentazione delle prime ‘…camere a gas per morte collettiva collegate ad altoforni per l’incenerimento dei corpi…’; in quattro anni di attività - solo qui - sparirono più di 30mila deportati, in prevalenza ebree, comuniste, religiose e bambini Rom provenienti da Ravensbrück. Fu chiuso dalle truppe Alleate nel 1945.

Olga, Lidia e Maria a Ravensbrück

Olga l’ingresso del campo è stretto tra un bosco di pioppi e un lembo del lago che sembra voler invadere l’area edificata. A sinistra, su uno spiazzo sopraelevato, ci sono case e alloggi in muratura per ufficiali della Gestapo, medici e infermiere delle SS. Allineati ai lati, 6 blocchi nei quali abitano 600 soldati delle SS. Sullo stesso lato, altri 12 capannoni ospitano il canile, l’arsenale e i magazzini. A cinquecento metri da lì, a destra dell’entrata, sulla parte pianeggiante dell’area, c’è il campo di concentramento: 60 enormi padiglioni in legno costruiti simmetricamente uno dopo l’altro; 5 baracche molto più piccole, sempre di legno e costruite più tardi per i deportati maschi; 20 baracconi in muratura dove la Siemens gestisce i laboratori destinati ai beni per la guerra nazista prodotti da manodopera reclutata tra noi deportate. Il Frauenkonzentrationslager termina con 13 camerate in legno dove le SS tengono isolati i bambini divisi dalle madri, prevalentemente Rom deportati o catturati durante i rastrellamenti. Sul sentiero tra l’entrata principale e i padiglioni delle donne c’è il ‘bunker’, unico edificio in muratura a due piani, dove ci interrogano, ci isolano e ci torturano

Lidia …nessuna persona normale può immaginare l’aspetto del campo di concentramento di Ravensbrück, un luogo concepito, studiato e strutturato apposta per violentare la persona, per umiliarla, per distruggerla, per renderla bestia…

Olga …arrivai a Ravensbrück con le prime 900 prigioniere; ci fecero allineare nel cortile; ci raparono tutte a zero; un ufficiale ci chiamò una ad una consegnandoci divise a strisce grigie e blu e fasce con triangoli numerati. Siamo classificate dal colore del triangolo: azzurro per straniere, immigrate e apolidi; viola per le testimoni di Geova; verdi per le comuni; neri per zingare, lesbiche e malate di mente; io e le altre ebree, ne ricevemmo uno in più di color giallo in modo che, dalla sovrapposizione capovolta di uno dei triangoli, si otteneva la stella di David…

Maria ...il 30 giugno 1944 arrivarono le prime deportate italiane: 14 donne, tra i sedici e i cinquant’anni, provenienti dalle Carceri Nuove di Torino. Tra loro Lidia Beccaria Rolfi che aveva matricola 44140 e Anna Cherchi matricola 44145…

Olga …molte di noi, a scaglioni, cominciarono a partire su dei grossi pullman blu. Dopo un po’ tornavano indietro solo gli indumenti pesanti, giacche gonne e cappotti che ci ordinavano di redistribuire alle nuove arrivate. Tutte ci chiedevamo: dove sparivano queste donne? Ci organizzammo e quelle che erano d’accordo, portarono con se pezzetti di matita e foglietti di carta su cui scrivere i luoghi riconosciuti durante il tragitto e che avrebbero poi infilato in un buchetto praticato negli orli di gonne o cappotti. Dopo mesi riuscimmo ad intercettare qualche foglietto, portavano tutti lo stesso nome: Bernburg…

Lidia …il lavoro nel campo inizia nel momento in cui le deportate vengono svegliate dalla sirena del campo e dura per tutto il giorno, interrotto soltanto dalla lunga cerimonia dell’appello e dalle brevi pause per i pasti. La situazione è ancora piu difficile per chi, come me, è una ‘verfügbar’, cioè una operaia disponibile. Sono stata verfügbar per i primi cinque mesi di prigionia, in pratica una verfügbar è un corpo reclutabile per lavori massacranti e inutili; scavare fosse, scaricare battelli sul lago, affrescare vagoni, tagliar legna, pulire le fogne ecc. ecc…

Olga …per non impazzire nei pensieri ho trovato il modo di scolpire degli scacchi nella mollica che, col tempo, racimolai nella mensa della Siemenslager dove ci danno il pane di segale (…) con la fibbia dei sandali ho graffiato una scacchiera sulle tavole del dormitorio e, giocando, inganno il tempo, non penso. Fui scoperta e punita…

Lidia …per poter sopravvivere a Ravensbrück, occorreva salire di almeno un gradino la scala sociale, occorreva affrancarsi dalla condizione di sottoproletarie e diventare operaie; sopravvivere significa lavorare nel Siemenslager, dentro una fabbrica, con orari di lavoro anche di 14 ore, un tetto sopra la testa e pasti migliori. Per questo un giorno ho rubato una divisa a righe indispensabile per lavorare in fabbrica…

Olga …nel gennaio 1940 in un solo giorno la popolazione raddoppiò. Da Polonia, Austria e Cecoslovacchia sono arrivate 2940 donne. Qualche mese dopo venne Himmler per passare in rassegna il campo, il ricevimento fu allestito col massimo rigore. Mentre Himmler passava in rassegna le truppe, da una baracca mai identificata e in perfetta lingua tedesca, echeggiò: Heinricch Himmler non sei altro che un pederasta assassino!! Himmler finì la rassegna, salì sull’enorme Daimler-benz nera e andò via col suo seguito. Quando sparì le SS andarono in completa isteria, assalirono le baracche, ci fecero uscire nude sulla neve ma nessuno confessò. Io, perché oltre che tedesca e comunista, anche ‘jüdin’, ed altre, fummo punite per un mese intero nei sotterranei del bunker…

Maria …dopo di loro altre deportate arrivarono a Ravensbruck. Un trasporto di 45 donne il 5 agosto, da Verona, con prigioniere provenienti anche da Fossoli di Carpi. Tra queste deportate, Nella Baroncini matricola 49553, con le sorelle Angelina, Iole e la madre Teresa. Un altro trasporto arrivò l’11 ottobre da Bolzano. Il numero delle deportate italiane è stimato in 110. Tra loro Mirella Stanzione matricola 77415 con la madre e Bianca Paganini matricola 77399 con la madre Amelia e la sorella…

Olga …dalla mensa della Siemenslager io e Kate, un’olandese, rubavamo fette di pane e margarina che incartavamo in fogli dove scrivevamo messaggi o poesie, i pacchettini li portavamo di notte alle donne trattenute in infermeria per gli ‘esperimenti’, ci scoprirono e fummo punite…

Lidia …una mattina all’appello mi sono intrufolata nelle colonne delle operaie stabili ma venni immediatamente scoperta dalle SS e fui salvata da una deportata cecoslovacca che mi raccomandò al capo del personale della Siemens e non fui neanche punita. Il giorno dopo all’appello fui chiamata tra le operaie della ‘KolonneSiemens’, lo ero diventata a tutti gli effetti e lo devo ad una cecoslovacca che neanche conoscevo…

Olga …le uniche notizie dall’esterno giungevano con le nuove deportate che di volta in volta arrivano a Ravensbrück (…) per fissarle, così da avere un minimo di cognizione su come avanzava l’occupazione nazista e come si organizzavano Resistenza e Alleati, con altre donne ci riunivamo di notte, ognuna portava notizie che raccoglieva ovunque nel campo, poi con la matita si trascrivevano su dei cartoncini rubati negli uffici della Siemenslager ritagliati e ricollocati su di un ‘atlante’ composto a memoria (…) una spiata riportò alle SS delle nostre riunioni e mi indicarono come responsabile, cercarono l’atlante che Kate salvò sotto le vesti. Fui di nuovo punita in isolamento per tre settimane…

Maria …la prima vittima italiana fu la madre di Marianna Murri – anch’essa deportatata a Ravensbruck da Roma - morta nell’inverno 1944 di polmonite…

Olga …gli ‘esperimenti’ li conducono su donne selezionate a caso per ‘seguire lo sviluppo del bacillo del tetano’, degli stafilococchi e delle malattie veneree delle donne. Le iniezioni vengono praticate sulle gambe per provocare infezioni, poi, nelle piaghe, introducono schegge di legno e ferro. Senza anestesia per non ‘compromettere il carattere scientifico degli esperimenti’. Ad altre scambiano e trapiantano gli arti. Quando arrivarono gli uomini, cominciarono anche con loro, esponendo i testicoli ai raggi X, poi asportati per esaminarli. Qualche ‘cavia’ sopravvive, la maggior parte no…

Maria …altri cinque trasporti arrivarono dall’Italia, da Trieste e da Bolzano. Le deportate italiane arrivarono in un momento particolare, proprio quando il campo era nel caos più totale e estremamente popolato. Vennero destinate a lavori saltuari nei ‘kommand’ esterni, alla costruzione del nuovo lager destinato alle operaie della Siemens, a tagliare legna, a costruire terrazzamenti, a spalare carbone, a tirare il rullo spianatore…

Olga …le punizioni consistono in soste più e meno prolungate, nelle celle del bunker dove, durante gli interrogatori o nelle celle le SS ci bastonano, oppure ci frustano sul ‘prügelbock’, una sorta di sgabello di legno con piano superiore concavo e lacci di cuoio sulle quattro gambe dove, immobilizzate nude, ci frustano fino allo svenimento…

Lidia …un giorno vidi spalancarsi i cancelli di Ravensbrück, le SS gridavano ‘fünf zu fünf’ un ordine al quale tutte capivamo di allinearci cinque per cinque, così incolonnate e a suon di spinte e frustate ci spinsero fuori dal campo. Varcato il grande cancello d’ingresso, camminai prima in riva al lago poi nella pineta dove mi resi conto che forse avevo lasciato Ravensbrück definitivamente ma che questo non voleva dire ancora: libertà! Le truppe alleate erano nei pressi del campo. Le SS ci facevano marciare fünf zu fünf per usarci come scudi umani alla loro fuga. Poi vidi arrivare l’esercito russo a cavallo e mi salvarono, ci salvarono tutte…

Le nostre Maria, Lidia e tante altre uscirono vive dall’inferno di Ravensbrück. Purtroppo Olga morì in una camera a gas e poi bruciata nei forni. Una vita sfortunatamente breve. Ci ha lasciato con la sua ultima lettera scritta in fretta a sua figlia dopo aver appreso dell’imminente trasferimento a Bernburg. Consegnata ad una amica di camerata che, liberata, riuscì a farla arrivare ad Anita. Stralci dell’ultima lettera di Olga, chiudono questo semplice contributo alla Memoria. L’esempio consegnato da queste Donne all’intera umanità, è ben altra cosa!

Nella convinzione che anche Maria, Lidia e le sopravvissute di Ravensbrück potrebbero sottoscriverla per Tutte e Tutti noi…

…domani avrò bisogno di tutta la mia forza e di tutta la mia volontà. Per questo, non posso pensare alle cose che mi torturano il cuore, che mi sono più care della mia stessa vita. E per questo mi accomiato ora da voi.

Mi è totalmente impossibile immaginare, amata figlia, che non ti rivedrò, che non ti stringerò mai più tra le mie braccia anelanti. Vorrei poterti pettinare, farti le trecce… ma no, quelle te le hanno tagliate. Ma ti stanno meglio i capelli sciolti, un po’ spettinati.

Prima di tutto devi diventare forte. Devi camminare scalza o con i sandali, correre all’aria aperta con me. Tua nonna all’inizio non sarà d’accordo, ma poi ci capiremo molto bene. Devi rispettarla e volergli bene per tutta la vita, come facciamo io e tuo padre. Tutte le mattine faremo ginnastica… vedi? Ho ricominciato a sognare, come tante notti, e dimentico che questo è il mio addio. E ora, quando ci penso di nuovo, l’idea che non potrò più stringere il tuo corpicino tiepido è per me come morire (…)

cara Anita, caro amore mio, piango sotto le coperte perché nessuno mi senta, poiché oggi sembra che non avrò la forza di sopportare una cosa così terribile. Ed è per questo che mi sforzo di dirvi addio adesso, per non farlo nelle ultime e difficili ore. Dopo questa notte voglio vivere per il breve futuro che mi resta (…)

Ho lottato per ciò che c’è di più giusto e di più buono al mondo.

Ti prometto adesso che fino all’ultimo istante non dovrai vergognarti di me. Spero che mi capiate: prepararmi alla morte non vuol dire che mi arrendo, ma che saprò affrontarla quando arriverà. Ma nel frattempo possono ancora succedere tante cose… Conserverò fino all’ultimo momento la voglia di vivere. Adesso vado a dormire per essere più forte domani.
Vi bacio per l’ultima volta. Olga

riferimenti:
Tillion Germaine, Ravensbrück, Fazi - Campo dei Fiori 2012;
Fernando Morais, Olga. Vita di un’ebrea comunista***, il Saggiatore 2005;
Valentina Greco, La costruzione di una biografia nel passaggio dalla memoria alla testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi. DEP n.2/2005 (DEP: deportate - esuli - profughe) rivista telematica di analisi sulla memoria femminile;
Maria Arata Massariello, Il ponte dei corvi. Diario di una deportata a Ravensbrück, Mursia 2005;
Lidia Beccaria Rolfi e Anna Maria Bruzzone, Le donne di Ravensbrück,Einaudi 2003;
Bruno Maida, Etica della testimonianza: la memoria della deportazione femminile e Lidia Beccaria Rolfi, FrancoAngeli 1997;
Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria, Einaudi 1995;
Hannah Arendt, la banalità del male,Feltrinelli 1963.

*** il libro di Morais viene pubblicato in Brasile nel 1984, poi in tutto il mondo (in Italia nel 2005). Le testimonianze raccolte da Ravensbrück trovano ampio riscontro anche nelle memorie delle nostre Arata e Beccaria, Nel 2004 il regista brasiliano Jayme Monjardim, ne fa un film giudicato ‘eccellente’ per ambientazione e ricostruzione storica. Olga è interpretata da una giovanissima e sorprendente Camila Morgado. Il film, proiettato in tutte le sale del mondo, riceverà molti ed importanti premi internazionali; nonostante ciò, mai doppiato quindi mai proiettato nelle sale italiane. Tuttavia la sua versione originale in lingua portoghese è rintracciabile on-line o presso il sottoscritto che, qualora lo vogliate, sarà lieto di fornirvene copia (eventuali contatti presso: ivano.ciccarelli@libero.it).
NB: il particolare di immagine a pag.1 è tratto da una scena del film di Monjardim,