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sabato 15 ottobre 2011

Prefazione della raccolta di novelle "Le verità nascoste"

Prefazione alla Raccolta di Novelle

“Le Verità Nascoste”


Le verità nascoste sono quelle, anche palesi, che non possiamo dire apertamente per motivi di opportunità, per non offendere o creare conflitti e, peggio, contenziosi legali.

Sono verità: sono lì sotto gli occhi di tutti, sono fatti, ma si negano, si fa finta di non vederle e se ne parla solo nascostamente.

Per questo le novelle di questa raccolta hanno un taglio particolare: sono quasi tutte dei dialoghi, delle conversazioni segrete, oppure ascoltate per caso, o rubate. Sempre in esse si rivela la cattiveria umana, l’ipocrisia, la falsità, la menzogna. Quest’ultima, proprio perché è l’esatto contrario della verità, viene riportata svelandola attraverso i dialoghi e lo svelarla è la rivelazione di una maldicenza o, peggio, di una calunnia e la verità sta proprio nel meccanismo di portarla alla luce attraverso le parole dei protagonisti.

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Di queste novelle ho pubblicato un anticipo qualche post fa: Il becco rosicone

Ora ne pubblico un'altra, impietosa come lo è la vita per noi tutti. Mi ha ispirato il film "Cattiva" di Lizzani, in cui vi si narra la vera storia di una malata il cui comportamento viene scambiato per "cattiveria": si scoprirà, poi, che invece si trattava di un'alterazione psichica.

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Cattiva




Era stanco ed affranto. Erano giorni che faceva chilometri in automobile dalla clinica a casa e viceversa.

“Sta meglio.” Disse a sua moglie.

Lei pensò: “Ma chi se ne frega.”

“Sono contento di averle evitato l’elettroshock.”

Lei lo guardò sorpresa: “Addirittura? Ma non era una terapia proibita ormai?”

“No, la usano ancora ed il Prof. Lago voleva farglielo.”

Per quanto avesse subito l’invidia malata, le cattiverie e l’ingiustizia di quella donna per quaranta anni, la moglie rimase colpita.

“Ma… Se il professore riteneva che dovesse essere sottoposta a quella terapia… cosa fa? Quello che gli dici tu?”

“Non ho voluto… Sono suo fratello… Non ha marito …. Ho chiesto una terapia alternativa, più blanda, se era possibile. Lui ha proposto delle piccole scossette elettriche con un meccanismo nuovo ed io ho accettato. Alternate ai farmaci queste applicazioni dovrebbero farle bene.”

La moglie tacque e ricordò.

“Ti dispiace se veniamo a vedere il vostro Residence in Corsica?”
Chi le aveva fatto questa domanda era Caterina, la moglie del fratello di suo marito.

Si sorprese, perché in passato aveva provato a proporre di andare in vacanza insieme a lei e a suo cognato, ma lei acidamente aveva detto sempre di no.

Glielo aveva chiesto mettendo da parte quello che vedeva e sentiva da quando la conosceva: risate, sogghigni, divertimento a tutte le cattiverie che proferiva, indifferentemente su di lei o su suo marito, la loro comune cognata, sorella di entrambi i loro mariti. La donna a cui, nel presente, suo marito aveva evitato l’elettroshock.

“Perché dovrebbe dispiacermi? Non ti debbo pagare io la vacanza.” Concluse con un sorriso, mentre pensava: “Vuole venire per impicciarsi, per vedere dove abbiamo acquistato la multiproprietà.”

In seguito Caterina le disse: “Hanno solo appartamenti da minimo quattro posti; noi siamo tre con nostra figlia, pazienza, costa di più ma, se hanno solo questo, ho prenotato comunque.”

Allora la donna le suggerì: “Alfonsina rimane da sola con il vecchio padre: perché non le dici di venire, così il quarto posto se lo paga lei e tu risparmi.” Toccò quella corda perché sapeva che la donna era sensibile a quell’argomento. Da quando si era sposata mangiava o a casa di sua madre o a casa di Alfonsina, che era tutta felice di servirla. La sera, spesso, comperava la pizza a taglio sotto casa e cenava così con suo marito. A meno che la madre o Alfonsina non le avessero preparato qualcosa da portarsi a casa.

Questo risparmio di fatica e di tasca a spese di altri veniva riportato da Alfonsina come una grande qualità di Caterina: cosa che era fuori da ogni logica comune, soprattutto se si pensava che Alfonsina lavorava in uno studio privato che le lasciava solo un’ora di intervallo per il pranzo. In quell’ora lei si precipitava a casa a controllare che il vecchio padre avesse apparecchiato bene per Caterina, che finiva di lavorare alle due del pomeriggio, poi tornava soddisfatta in ufficio.

Era già un segno di follia questo servilismo? La donna pensava che fosse una manifestazione estrema di favore, nei riguardi di Caterina, per ripagarla della soddisfazione che questa le dava dimostrando di divertirsi a tutte le malignità che la stessa Alfonsina diceva sulla odiata cognata e su suo fratello, colpevole di averla sposata.

Anna, l’odiata, pensò che il pensiero gentile di invitare la comune cognata avrebbe dovuto venire in mente a Caterina più che a lei, visti i rapporti, ma quella la sorprese ancora perché le rispose: “Mi fai coraggio tu Anna?”

“Perché ci vuole coraggio per questa a portare con lei Alfonsina in Corsica? Ma per mangiare a casa sua nei giorni lavorativi, per andare nella casa al mare, che ha comperato il vecchio padre, tutti i fine settimana con la macchina e la benzina di Alfonsina, per starci anche durante le ferie spesata di tutto, non le ci vuole coraggio!” Era spregevole. Ma proprio lei, che avrebbe dovuto avere sentimenti diversi per l’acida ostilità della comune cognata nei loro riguardi, le disse: ”Tanto staremo tutti insieme.”

La futura pazza, ma forse lo era già allora, non seppe che l’iniziativa era stata di Anna.

Partì tutta felice e si pagò la quarta parte delle spese che Caterina avrebbe dovuto pagare comunque, non essendoci appartamenti più piccoli.

E tutti insieme, durante quella vacanza, una sera andarono a mangiare una pizza. Usciti dal locale si avviarono verso le auto, ma Alfonsina all’improvviso ebbe bisogno di mingere e dovette tornare indietro, nella pizzeria, per andare in bagno. Rimasero ad aspettarla e Caterina disse con una punta di disprezzo: “Sono tutti nervi. E’ pazza, è pazza come il padre.”

Anna si stupì. Tante volte, di fronte alla cieca e acritica dedizione di Alfonsina nei riguardi della cognata, così visibile a tutti come egoista e meschina, e per contro così ostile nei riguardi di Anna e suo marito, nonostante fossero gli unici a darle qualcosa, aveva pensato che doveva avere nella testa qualcosa che non andava per negare sempre e comunque la realtà, eppure non l’aveva mai detto che era pazza. Avrebbe dovuto essere lei a dirlo, con motivo, invece era Caterina, così beneficata da quella donna ingiusta.

Il marito di Caterina non disse nulla: non si sentì offeso neppure del riferimento a suo padre.

Il marito di Anna invece difese suo padre: “Mio padre non è pazzo.”

Anna ascoltava pensando che quella donna poteva permettersi tutto grazie alla follia cieca di Alfonsina: anche di insultare il loro comune suocero.

Tornata al presente Anna disse a suo marito: “Avevo previsto tutto già trenta anni fa, cioè che Alfonsina non avrebbe avuto mai nulla da Caterina e dal vostro inesistente fratello. L’ho anche scritto. E certo non sono una maga che prevede il futuro: vuol dire che era già tutto lì, nei fatti che lei, cieca, non voleva vedere.”

“Lo so. Hanno continuato a sfruttarla: dopo loro anche la figlia… E ora Caterina non vuole occuparsene. Sai cosa mi ha detto? Mi ha telefonato dicendomi con arroganza: ‘Debbo occuparmi già di tuo fratello e non posso occuparmi anche di lei’!”

“ ‘Tuo fratello’ ? Perché non è suo marito da più di trenta anni?” Sottolineò ironica Anna.

“Ti rendi conto?!” Disse lui scandalizzato.

“Certo che mi rendo conto. Le è stato permesso tutto perché né tua sorella, ma nemmeno tua madre e tuo padre, le hanno mai mosso una critica: tutto andava bene e le critiche erano solo per te. E per me naturalmente, ma tu sei il loro figlio e fratello…”

“Non ho mai capito…” Scosse la testa lui ripetendo cose dette tante altre volte.

“Debbo dire che non avevo previsto che sarebbe impazzita del tutto, questo no.”

“Si angosciava perché non ce la faceva più a star dietro ai figli che metteva al mondo mia nipote…”

“Ha risparmiato un bel po’ di soldi di asilo nido la figlia di tuo fratello.”

“Lo so. Nostro figlio spende 600 euro al mese per il suo bambino.”

“Comunque se sta male ci siamo noi per il nostro nipotino.”

Anna ricordò ancora come Alfonsina vantasse tutto quello che riguardava Caterina e tutta la famiglia di quel fratello, alterando la realtà, negando le evidenze, gonfiando, pompando, inzuccherando quelle persone e tutto ciò che le riguardava.

Ripensò: “Quando si sposò mia figlia con rito civile perché non credente né lei né il marito, disse che l’altra nipote ‘Avrebbe fatto un ‘vero matrimonio’ ”! Fui costretta a dirle che il matrimonio civile è un vero matrimonio e chi non crede e lo fa lo stesso con rito religioso, per ipocrisia, compie una farsa. Come non pensare che ad Alfonsina del matrimonio religioso deve importare ben poco se è diventata l’amante di uno che aveva 20 anni più di lei ed era sposato in Chiesa e con figli! Capisco perché le piaceva tanto Caterina, perché non aveva nulla da invidiarle: bruttina, senza eccelse qualità e che aveva sposato il fratello che lei reputava meno intelligente… Uno che aveva stentato negli studi come lei. E’ pazza ma non merita pietà per quello che è stata. E’ una che ha guidato ciecamente la macchina della sua vita fino a schiantarsi contro il muro della pazzia e della solitudine.
La figlia di Caterina, nemmeno a farlo apposta, si è messa con uno sposato, sembra già separato, ci è andata a vivere insieme, ci ha fatto un figlio e l’ha sposato in Chiesa con il figlio che faceva da paggetto! Questo è il ‘vero’ matrimonio religioso che vantava e vagheggiava per sua nipote la ridicola maligna: dormire insieme, scopare, fare figli e dopo l’annullamento del primo matrimonio religioso sposarsi con seguito di prole!”

Nessuno a cui aveva palesato quei pensieri aveva potuto dirle che era cattiva o che avesse torto, tanto era evidente l’assurdo di ciò che aveva dovuto sentirsi dire da quella donna. “Pazza, era pazza, ma non tutti i pazzi sono malvagi e ingiusti come lei”.

Quando raccontava cosa usciva dalla bocca di quella donna la gente le chiedeva: “Ma perché?” “Che senso ha?” E lei rispondeva: “E che ne so? Non sto mica dentro la sua testa.” Ma allora non diceva che fosse pazza. Scoprì, in seguito, che invece Alfonsina diceva anche questo di lei.

Aveva conosciuto in Corsica una condomina che lavorava nello stesso Ministero dove lavorava Caterina. La pazza l’aveva esaltata anche nel lavoro: “Lei non fa un lavoro noioso da ministero, lei lavora in un ufficio operativo..”

L’avevano messa lì i suoi genitori a 21 anni, vantandosi “di averla sistemata per tutta la vita, perché loro conoscevano la segretaria della commissione di concorso”.

Il marito orgogliosamente aveva detto che lavorava nel Gabinetto del Ministro.

Dopo quasi 40 anni di servizio Anna riteneva, in perfetta buona fede, che avesse raggiunto una ragguardevole posizione.

Ma anche qui la realtà la stupì.

La dottoressa Santini, che aveva in comune con lei una multiproprietà in Corsica, era una donna fine e gentile. Era entrata con un concorso per il settimo livello, a cui, dall’esterno, si può accedere solo con la laurea. Nella Pubblica Amministrazione, dopo un certo numero di anni di servizio nel livello subito inferiore, si può, con adeguato concorso interno, accedere al settimo livello, e così via ai successivi, anche senza la laurea ma con il solo diploma di maturità.

Anna, fatta amicizia con la Santini, le disse che anche sua cognata lavorava in quel ministero.

“Dove?”

“Nel Gabinetto del Ministro.”

“Io come sai ho lavorato molto tempo all’estero per conto del ministero, ma ora sono rientrata perché mi mancano pochi anni alla pensione, sono stanca di girare, e sto all’Ufficio del Personale del Ministero. Come si chiama tua cognata?”

“Caterina Misiano.”

Qualche tempo dopo, con l’imbarazzo di chi teme di offendere e con una punta di stupore nella voce, Franca Santini le disse: “Sì, tua cognata effettivamente sta nel Gabinetto del Ministro ma….. lei è un quinto livello… Ma quanti anni sono che lavora al Ministero?”

Anna era francamente meravigliata …. Questo suo lavoro veniva prima di tutto: tanto è vero che l’unica figlia gliel’aveva cresciuta sua madre e, quando lei non c’era, veniva parcheggiata in casa dei nonni paterni e dell’accudente Alfonsina, anche se questa lavorava anche di pomeriggio e poteva occuparsene solo a sera, quando Caterina optava per il turno pomeridiano ed avere così la mattinata libera..

Anna ricordava a tal proposito un episodio di quando sua suocera era morta.

Caterina stava come sospesa, era cosciente di trovarsi in una posizione scomoda perché, insieme a suo marito, se ne stava in vacanza senza aver lasciato nemmeno un indirizzo o un numero di telefono, pur usufruendo di tutto il favore della famiglia di suo marito. Anche se nessuno aveva rimproverato loro il fatto che erano introvabili e che avevano dovuto rivolgersi alla Polizia di Stato per rintracciarli, ormai ad esequie avvenute, il suo disagio era percepito da Anna. All’improvviso scoppiò una piccola lite fra suo figlio Luca, 6 anni, e la cuginetta Sofia, due anni, che si contendevano un giocattolo preso da una scatola che era nella casa della morta: ormai seppellita. L’improvviso digrigno di Alfonsina fece sussultare Caterina, forse perché si sentiva in difetto, dalla sorpresa e dallo stupore: “Lasciaglielo - ringhiò con violenza strappando il giocattolo a Luca – E’ suo! Questa scatola di giocattoli sta qui per lei!” Anna rimase ancora una volta calma ed impassibile, registrando con lucidità l’ennesima manifestazione di folle e ostile ingiustizia della loro comune cognata. Caterina era gelata, non disse una parola tanta fu la sua meraviglia. Era consapevole che loro non c’erano stati, erano introvabili, mentre Anna e suo marito, con i loro bimbi, erano stati lì, accanto al padre ed ad Alfonsina, ma questa agiva con tanta acrimonia nei confronti del figlio di quel fratello che era stato presente da subito ed aveva risolto i tristi uffici necessari. Caterina non provò nemmeno a difendere il nipote, ad addolcire lo sgarbo in favore di sua figlia, come la normale creanza avrebbe voluto, non osò contraddire Alfonsina, perché Anna non l’aveva mai vista fare un solo gesto per puro senso di giustizia, per bontà o per cortesia, ma solo per puro opportunismo. Il bimbo guardò allora la madre, che rimaneva in silenzio e, venendo alle sue ginocchia, col pianto nella voce disse : “Mamma, ma perché zia fa così?” La madre lo consolò: “I giocattoli sono suoi, li lascia qui perché lei è spesso qui...E poi è più piccola.”

Quante volte Anna avrebbe voluto alzarsi e andarsene per sempre da quelle persone dopo aver urlato loro in faccia il suo disprezzo. Ma un senso di responsabilità estremo nei riguardi di suo marito, che soffriva, la tenne lì, come in altre circostanze. Lui aveva commentato l’assenza di suo fratello alla morte della madre, la sua irrintracciabilità, con parole indimenticabili per Anna: “Se fosse successo a noi ci avrebbero sbranati.”

“Dunque la grande lavoratrice, che lasciava la figlia a destra e a manca per dedicarsi al suo importante lavoro, dopo quasi 40 anni era solo un quinto livello?” Pensò sogghignando Anna.

“Io lavorando all’Ufficio del Personale vedo tutta la scheda di ogni dipendente, capisci?” Le diceva ancora Franca.

“E’ entrata a 21 anni e dopo tanti anni sta ancora al quinto livello…..” Commentava Anna e le veniva da ridere pensando ad Alfonsina e all’importanza che aveva sempre dato a questo lavoro di Caterina.

“Non li aveva nemmeno compiuti, - seguitava Franca – perché quando ha preso servizio non era ancora la data del suo 21° compleanno, che sarebbe venuta di lì a poco….”

Anna non si era mai vantata di niente, ma come non provare una maligna soddisfazione di fronte a quei fatti. Sembrava la legge del contrappasso, come era accaduto per altre cose. Ma la colpa non era certo di Caterina, ma di chi pompava lei, suo marito e sua figlia, denigrando altri che se ne stavano in silenzio a sentire tante ostentate follie.

“Io ho iniziato tardi il mio lavoro nella Pubblica Amministrazione, per i figli che nessuno poteva tenermi, per mia madre di cui nessuno poteva occuparsi, eppure sono ora un funzionario, un ottavo livello.”

Qualche tempo dopo Franca le disse che Caterina era passata al sesto livello. Anna le disse che lei lo era diventata dopo sei anni di servizio, passando un concorso interno. Poi con un altro era diventata settimo e con un altro ancora ottavo: in 25 anni di servizio. E non si era mai vantata di nulla, ed aveva faticato contro raccomandati di ogni specie, che spingevano, chi non lo era, più in basso nelle graduatorie di merito.

Quando al marito di Caterina era venuto un ictus ed era stato operato al cervello per salvarlo, furono tutti in ospedale. Durante l’attesa fuori dalla sala operatoria, Anna con umanità rivolse qualche parola d’incoraggiamento alla nipote, che già stava con l’uomo sposato e separato, anche lui presente, ma che non veniva presentato a nessuno. Almeno: non ad Anna e a suo marito, ma nemmeno ai loro figli, tutti ormai adulti. Le ore di attesa dell’intervento erano lunghe e lei, in quel tratto di corridoio, era sola, ad eccezione della nipote, del suo discreto amante e della sorella di Caterina che le sedeva accanto. Aveva appena volte loro le spalle per raggiungere i suoi in un’altra ala del vasto corridoio ospedaliero, che sentì la zia materna sussurrarle: “Ma questa non vi odia?” E sua nipote risponderle un rassicurante: “No, è solo pazza.” Anna non diede nessun segno di aver sentito, non si volse, continuò a camminare con lo stesso passo lento… Ma non dimenticò.

Non era pazza lei, e non li odiava, si sbagliavano su tutti e due i fronti: li disprezzava immensamente, questo sì, e il suo disprezzo era condiviso da chiunque ascoltasse il racconto degli episodi che li riguardavano.

“Da dove spunta questo angioletto? Tu non sei il tipo che mette statue in giardino.” Disse sorridendo l’amica in visita a casa di Anna.
“E’ vero. L’aveva regalato mio marito a suo padre per il giardino della casa al mare, poi aveva costruito una fontana e ce lo aveva murato sopra.”
“E ora che è morto e la vendete l’ha ripreso lui….” Concluse l’amica.
Un sorriso sarcastico apparve sulle labbra di Anna: “Alfonsina non si è smentita neppure in questa circostanza. Come sai il caro fratellino e la sua splendida moglie, più la prole, erano sempre da loro d’estate e nei fine settimana da maggio a settembre….”

“Ma anche in città che io ricordi… Tu mi dicevi che erano sempre a mangiare da loro… Finché non si sono comperati la casa.”

Anna scoppiò in una risata amara: “Oh, sì, certo. Dopo, la domenica, “uscivano con amici”. Ormai i risparmi di dieci anni di consumi evitati erano stati investiti! Comunque Alfonsina li difende anche in questo. Una domenica che stava a letto con la febbre, sempre sola con il vecchio padre, decidemmo di andare a farle una breve visita, prima di portare i figli fuori a prendere un poco d’aria… e dopo poco che eravamo lì passarono per una visita ancora più breve i “beneficati”…”
“Ma voi abitavate più lontano, mentre quelli mi sembra che abitavano vicino a tuo suocero.”
“Già. Ma soprattutto stavano sempre lì a prendere. Per una volta che stava male Alfonsina, la cara cognata avrebbe potuto dire: “Vi facciamo compagnia, vengo e cucino io”. Magari anche usando la roba loro, non avrebbe nemmeno dovuto spendere del suo.”

“E invece?”

“E invece, dopo la brevissima visita, andavano fuori “con amici”… Un simile pensiero sarebbe venuto a me, ma non ad una come Caterina…”

“Certo che fa proprio schifo.” Disse seria l’amica.

Anna continuava a sorridere con sarcasmo: “Lei è quella che è, ma se ad una fatta così si permette tutto anzi la si loda…. Quello che viene fuori è un assurdo teatrino che meraviglia chiunque assista a certe scene. L’incredibile fu che Alfonsina, rivolta a Caterina che la salutava, messo su un sorriso maligno le disse: “La “signora” va fuori con i figli ed il marito.”

“E chi sarebbe “la signora”? Saresti stata tu?”

“Ma lo sai che oltre a prendermi in giro come se la pazza fossi io mi chiama così, con sarcastica malignità, quando parla di me con quella lì o con le sue cugine, addirittura con la parrucchiera, quando abitavo vicino a loro e mi servivo da una parrucchiera che aveva il negozio sotto casa mia. Perché, sai com’è, la gente è villana e, credendo di poterselo permettere, fa scoprire le maldicenze.”

“Incredibile. Avrebbe dovuto dirlo di lei che stava sempre lì a mangiare con tutta la famiglia e la piantava la domenica: che c’entravi tu?”

“Ha il mondo alla rovescia nella testa. Una volta mi posi un quesito: cosa avrebbero potuto dire o fare di peggio se avessi smesso di invitarli. Era ancora viva mia suocera: debbo dire che all’epoca, ogni tanto, Caterina li invitava, ma si guardava bene dal farlo nei riguardi di mio marito e della famiglia che si era costruito, tanto nessuno le diceva con acredine: “Perché non inviti anche Anna?!!!”

“Mentre a te lo diceva, mi pare...”

“Già. Da quando erano fidanzati ed io non conoscevo neppure i suoi genitori. Dato che mia suocera non faceva che ribadire, con la solita ostentazione, la grande serietà di questa famiglia, io ritenevo che non l’avrebbero mai mandata a casa di persone che non conoscevano ancora…. Dopo che mia suocera mi ebbe ripresa con alterigia ed io, stupita, le avessi spiegato la ragione del mancato invito, rimosso l’ostacolo della “serietà” della famiglia di Caterina, la invitai sempre…. Da fidanzata prima, da sposata poi…”

“Ma mi stavi dicendo che ad un certo punto ti ponesti la domanda di cosa avrebbero potuto dire o fare di peggio se avessi smesso di invitarli…. Che poi all’epoca, scusa se te lo dico, avevate pochi soldi e già eravate pieni di figli.. Quindi ti costava di fatica e denaro…”

“Sì, è così, ma io pensavo che fosse giusto comportarmi così… Ero giovane, pulita dentro, forse buona… Comunque una domenica che eravamo al mare, ogni tanto andavamo per i bambini, e si parlava di cucina, mentre spiegavo come facevo il pollo arrosto, Alfonsina con alterigia disse: “Non me lo ricordo più come lo cucini!” Non mi guardava in faccia, come faceva spesso, poi si rivolse a Caterina che era lì e commentò quel che aveva appena detto con una frase, che ora non ricordo letteralmente, ma che suonava come “…e mo’ gliel’ho detto… così impara”.”

“Da quanto tempo non li invitavi più?”

“Da 5 mesi.”

“Hai capito?!! Ci pretendeva! Da quella però non pretendeva nessun contraccambio mi pare!!”

“Ma la cosa comica, per la totale mancanza di autocritica e di ritegno, fu il commento di Caterina. Con aria supponente disse: “A buon diritto!!”

“Ma scema tu che non le hai mandate a quel paese!

“Ne sarebbe seguita una scena di aggressione in cui avrebbero coinvolto i due vecchi e quel poveraccio di mio marito.”

L’amica tacque. Rifletté: “Certo pure i genitori di tuo marito però…. Mi sta tornando in mente quando tuo suocero ti accusò di avergli intasato il cesso con il pannolino del tuo figlio più piccolo. Voi non ci andavate mai, quelli erano sempre lì e….”

“….. e quando furono costretti a rifare quello scarico ci dissero che era stato fatto male dal costruttore, perché formava un angolo a 90°, mi pare, e ci trovarono dentro matasse di lunghi capelli neri….”

“Che non potevano essere i tuoi! Primo perché ci andavate poco, poi perché mi dicesti che tu non ti facevi shampoo e doccia in quella casa, mentre tutte le settimane se lo faceva Caterina.”

“Già. E il pannolino del mio bambino era di carta, comperavo quelli che costavano meno, e si era sbriciolato perché quel giorno aveva una diarrea acquosa… Non potevo gettarlo nella spazzatura…”

L’amica cercò di sollevare l’atmosfera, indubbiamente triste a quei desolanti ricordi: “Ma mi stavi dicendo qualcosa a proposito di questo angioletto che tuo marito aveva regalato al padre.”

“Senti la storia dell’angioletto. Dunque mio cognato, dato che passava l’estate con loro in quella casa a sbafo, aveva fatto loro un piccolo regalo: le tende per la veranda. Quando Alfonsina ha iniziato a vuotare la casa per la vendita si è rivolta a mio marito con l’aggressività che sempre usa con lui dicendogli: “Queste le ha comperate lui e se le prende lui!”

“Perché tuo marito voleva delle tende usate?”

“Ma quando mai?!! La pazza l’ha pensato attribuendoci i suoi pensieri, evidentemente, perché noi possediamo una veranda, mentre il caro fratellino no!” Ora Anna rideva con gusto. Le era passato l’amaro del sarcasmo.

Ridendo continuò: “Me lo ha raccontato mio marito, perché io mi sono tenuta ben distante da questa squallida spartizione. Ma la cosa allucinante è quello che Alfonsina ha detto a me un giorno che, ahimé, mio marito l’aveva invitata qui dopo la morte di mio suocero; guardando questo stesso angioletto che ora tu vedi qui, sul bordo della nostra fontana, mi disse con un sorriso falso che avrebbe voluto essere gentile: “Sono contenta che l’avete preso voi.” Il rovescio di quello che ha detto per le tende: quelle erano di diritto del “caro fratellino” perché “le ha comperate lui”, in questo caso “era graziosamente contenta” che mio marito “l’avesse preso lui”, pur avendolo pagato a suo tempo.”

“Mi dispiace per tuo marito. Non merita certo una famiglia del genere. Poi, conoscendolo, se lo aveva regalato al padre non lo riteneva più suo.”

“Certo. Ma te l’ho raccontato perché non riesco ad abituarmi e trovare normale un simile comportamento. Peraltro penso che, anche volendo darlo al “caro fratellino”, dove se lo metteva? Vive in un appartamento e non ha un giardino.” E qui sorrisero entrambe.


“Come ti cambia la vita.” Pensava nel presente Anna.
“Guai se così non fosse. I fatti debbono cambiarci. Dobbiamo adeguarci alla realtà.”

Ricordò la sua sensibilità nei riguardi di una ragazza napoletana, povera, che si era fidanzata con uno dei suoi figli. Di certo suo figlio costituiva un’ascesa sociale per lei. Ad Anna non importava che la madre e la nonna facessero le collaboratrici domestiche e, quando veniva da Napoli, l’accoglieva e le dava la stanza di sua figlia. A volte era suo figlio che andava a trovarla a Napoli. Nei cinque mesi che stettero insieme Anna la trattò sempre con dolcezza e rispetto. La ragazza, diplomata in ragioneria, non aveva ancora un lavoro. Era graziosa e fine e molto ben educata.
Una volta che, per errore, Anna aveva dimenticato lo scontrino nella bustina in cui era un cofanetto con un piccolo regalo in argento che lei aveva fatto alla fanciulla, con molta eleganza la giovane lo aveva preso senza guardarlo e glielo aveva porto, sollevandola con quel gesto dall’imbarazzo. Le dispiacque molto quando suo figlio le disse che era finita. Pensò che, se fosse stata nella loro stessa condizione economica e sociale, le sarebbe importato meno, perché avrebbe avuto più risorse per riprendersi, visto che la decisone era stata di suo figlio. Così, pensava la sensibile Anna: "Si sentirà più triste, perché è povera e in noi aveva risposto una speranza in più." Confidò al telefono questo suo dispiacere alla zia di suo figlio, Alfonsina, dicendo che, al pensiero della delusione di quella giovane che, sia pure per un periodo breve, aveva dormito nel letto di sua figlia come se lo fosse, le veniva da piangere. Dall’altra parte del filo ci fu un silenzio, poi si sentì una voce piena di inusitato, malvagio sarcasmo e compiaciuta perfidia dire: “Non piangere, perché poi se piangi ti esaurisci.” Scandendo le due ultime parole. Anna rimase di gelo. Non tanto per l’assurdo e del tutto inaspettato commento, quanto per la scellerata volontà di quella mente iniqua di colpire sempre e comunque .

Ora quella mente era giunta alla fine delle sue risorse. Messa nell’angolo dalle continue richieste di egoisti che lei aveva esaltato con ostentazione, negando a sé stessa e agli altri quello che erano, per dimostrare ad altri la differenza dei suoi sentimenti, si era ritrovata priva di forze e di risorse ulteriori, sola nella sua follia.

“Cattiva, il titolo del film di Lizzani con la splendida Giuliana De Sio, si attaglia bene alla folle Alfonsina.“ Pensava Anna.

“Non si capiva l’assurdità del suo comportamento, sembrava cattiva, invece era malata.” Pensosa rifletteva con la sua amica Giovanna.

“Certo tu mi raccontavi tutto quello che ti diceva… Ma io la trovavo simpatica, affabile nei modi, finché… Ricordi quella domenica sedute davanti al tuo caminetto? Tu le dicevi che doveva investire i suoi soldi e comperarsi una casa, perché avevano un problema con quella dove abitavano ad affitto agevolato….”

“E certo! Lo raccontava lei stessa che già avevano provato a richiedere la casa indietro quelli dell’Ente dove aveva lavorato mio suocero, con la motivazione che lui era pensionato e che ci abitavano in due, mentre c’era una famiglia con tre figli il cui padre era in servizio in quell’Ente che metteva a disposizione dei dipendenti quelle abitazioni ad affitto agevolato.”

“Dunque era giusto il tuo suggerimento di investire i soldi che si era messa da parte abitando fino all’età di 50 anni con il padre, che pagava tutte le spese: vitto, affitto, condominio, bollette dei consumi ecc. ecc…..”

“Già, - annuì con un sorriso sbieco Anna – lei spendeva per sé e per gli sfizi …. Qualcosa in più per i pranzi con la famiglia del fratellino…. Il resto in pellicce e vestiti.”

“Ma che te ne importava a te se prima o poi li avessero sbattuti fuori da lì?!”

“Finché c’era mio suocero non l’avrebbero fatto, ma doveva essere previdente per il dopo… Lei non era dipendente di quell’Ente e una volta morto lui…. Già gliela volevano togliere essendo in due, figuriamoci lei da sola…”

“Appunto ci doveva pensare lei e non certo preoccupartene tu! Così come si comportava con te, ma che te ne importava, scusa?”

“Hai ragione. Ci ho messo una vita per mettere su un po’ di sano cinismo.”

“Ma non è cinismo, mia cara! E’ realismo! Comunque quel giorno rimasi basita per come ti aggredì. Sembrava pazza veramente! Tu le suggerivi di essere previdente per il suo bene e lei con la faccia trasformata dall’ostilità ti aggredì quasi ringhiando… dicendo.. dicendo…”

“’Mica tutti debbono per forza comprarsi una casa nella vita! C’è tanta gente che vive in affitto tutta la vita!’”. Ricordò Anna camminando e guardando per terra intenta, con un lieve sorriso sulle labbra.

“Ma guarda che era matta già allora!”

“Sicuramente è sempre stata una persona piena di complessi di inferiorità a cui reagiva con il meccanismo della negazione di tutto quello che le creava ansia, rabbia, soprattutto invidia. Lei ha sempre invidiato la mia condizione di persona che proveniva da una famiglia che abitava in una casa di proprietà, mentre loro all’epoca non avevano nulla. Lei accetta solo chi ritiene bruttino, non molto intelligente, senza niente…”

“Poi però la casa l’ha comperata! E tu le hai prestato anche dei soldi.”

“Già. Loro li avevano prestati a noi ed io ho voluto restituire ciò che avevo ricevuto. Solo che io gliel’ho ridati dopo tre mesi e tutti insieme, mentre lei a rate in 18 mesi.”

“Eh, me lo ricordo che mi dicesti che, invece, al caro fratellino, che le aveva prestato un terzo della cifra che le avevate dato voi, li ha restituiti tutti insieme e quasi subito!”

“Cinque mesi.”

“Voi potevate aspettare, lui no, ed è più ricco di voi… Bisogna dirlo.”

“Così è. Ma, sai Giovanna, è tutto a rovescio nella sua testa quando si tratta di noi. Credo che non se ne renda neppure conto, per questo desta meraviglia e fa pensare che sia malata…. Ora è certificato che così è… però, prima, si restava perplessi di fronte a certe sue azioni. Ti ho mai raccontato di quando doveva tirare fuori la madre dalla mia tomba di famiglia? Finalmente le avevano acquistato una tomba. Mio marito era impegnato con il lavoro ed io mi offersi di andare al posto suo.”

“E il caro fratellino? Non c’era stato al momento del funerale, poteva essere un’occasione di riscatto.”

Di nuovo un leggero sorriso sfiorò la bocca di Anna. “Non venne. Non ricordo neppure perché… Ma la cosa allucinante non fu questa, la cosa allucinante fu quando tirarono fuori la bara e lei si turbò moltissimo e…. mi strinse forte la mano che io le tenevo per farle coraggio. Tempo dopo sai cosa mi disse?”

“No, cosa?”

“’Ti ricordi quel giorno che sono venuta a farti compagnia quando hanno aperto la tua tomba di famiglia’?”

“E che era tua madre che tiravano fuori? Una volta firmato il permesso te ne potevi stare a casa tua tranquillamente!!”

Seria Anna aggiunse: “Con livore, poi, ha detto a mio marito che doveva pagare un terzo della cifra, che noi avevamo già pagato interamente per la tumulazione della madre con i nostri soldi…”

“Come, come, come? Non capisco!”

“La madre è entrata nella mia tomba di famiglia con i diritti di tumulazione già pagati con i nostri soldi, miei e di mio marito. Li avevo pagati all’atto dell’acquisto, quando morì mio padre, per due salme: papà e poi…. in futuro, per mia madre. Mia suocera è morta prima ed è entrata usufruendo di quel diritto: né Alfonsina, né il ‘fratellino’ hanno dovuto tirare fuori una lira. Poi….”

“Ho capito: quando è morta tua madre avete dovuto ripagare perché di quel diritto aveva usufruito tua suocera.“ Anna annuì e l’amica scandalizzata proferì: “Ma è ignobile, così ti hanno ripagato del favore fatto? Va bene, va bene… Lo so che l’hai fatto per tuo marito! Ma loro fanno schifo lo stesso!”

“No, il fratello minore non c’entra e, credo, neppure sua moglie: Alfonsina lo disse nell’immediato e con tale livore aggressivo a mio marito che credo non ci fosse nemmeno stato il tempo di avvertirli. Fu quando morì mia madre e mio marito comunicò a lei che bisognava ripagare i diritti persi…”

“Altro che elettroshock le avrei fatto io a questa!” Disse indignata Giovanna.

“Se pensi poi che toglieva i soldi a chi ne aveva di meno, facendogli pagare due volte il terzo della cifra… Poi dice di voler bene ai nostri figli. Ma a quella non glie ne frega niente se toglie i soldi al padre. Non si finirebbe mai di raccontare… è una vita intera…” Sospirò sorridendo Anna, rovesciando il capo indietro e guardando verso il cielo.

“Ma sì! Ma non merita nulla questa squallida figura! Mi raccontasti pure che dopo l’acquisto della sua casa, stava parlando dei suoi nipoti, i figli tuoi e del caro fratellino e ti disse con acredine e in modo del tutto inusitato, seguendo evidentemente un suo pensiero, che lei aveva due fratelli e che dunque la casa sarebbe andata in eredità metà alla cara nipote, quella che doveva fare ‘un vero matrimonio’, e l’altra metà ai tuoi figli attraverso il padre! L’eredità, se non hai figli, va ai fratelli solo nel caso che non fai testamento. Soltanto ai figli non puoi togliere la legittima, ma chi è senza figli può, mediante testamento, lasciare i propri beni a chi gli pare, dunque anche equamente ai nipoti, una quota ciascuno. Scusa, tu dici che non te ne frega niente, ma anche qui c’è una iniqua malvagità: voi prestate molti soldi per l’acquisto, voi aspettate la rateizzazione della restituzione, e il caro fratellino dà una cifra irrisoria…..”

“Solo perché non poteva negargliela: mio marito dice che non sa quanti soldi possono avergli dati quando si sono comperati la casa e… quanti possono avergliene abbonati…”

“Però pure tuo suocero… Scusa sai!”

“Il padre era succube della moglie e, rimasto solo, è stato succube di questa figlia rimasta zitella..”

“Ora però, per fortuna, sei cambiata. Era ora, lascia che te lo dica. Ma ti ricordi quando tu invitavi il padre di tuo marito, con lei per forza, ci viveva insieme… “

“…e lei si portava la ‘sacra famiglia’ a casa mia. Faceva gli inviti a casa mia.“

“Però loro a voi non vi invitavano mai! Ooooh! Basta! Te l’ho detto che quella Caterina era una dritta! Lascia perdere la pazza al destino che si è scelta ed ai suoi mancati elettroshock!”

“Voglio lasciarti con un sorriso Giovanna.”

“Vedi se ci riesci!”

“Alfonsina con il solito vanto mi ha detto che “Caterina era andata al cimitero con lei a trovare la nostra comune suocera!”

“Bontà sua! Da sola non ci è mai andata?”

Anna rispose ridendo: “Non lo so, ma non credo. Però, stavolta, con nascosta malizia, le ho chiesto con quale auto erano andate e che fiori aveva comperato quell’esempio di nuora che è Caterina…”

“Aspetta, lasciami indovinare: con la macchina di Alfonsina!!”

“La risposta è esatta! Ed i fiori non aveva fatto in tempo a comperarli, ma tanto li aveva comperati Alfonsina per tutte e due!”