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martedì 16 aprile 2013

Triste morale: un mondo di vigliacchi

Da: La Stampa.it

di: paolo colonnello
milano


16/04/2013 - l’elettricista milanese che nel 2010 ruppe il muro dell’omertà

“Sfidai gli assassini del tassista. Oggi non testimonierei più”


Per l’omicidio sono stati condannati P. Citterio (al centro nella foto) e M. M. Ciavarella

Il racconto: “Ho dovuto cambiare casa e ho perso il lavoro, vado avanti a psicofarmaci”

Come diceva Don Abbondio, uno il coraggio non è che se lo può dare. «Se tornassi indietro, non so se rifarei quello che ho fatto, dopo quella testimonianza vivo con gli antidepressivi e faccio fatica a dormire. Ho perso il lavoro e ora anche la casa».  

Ma se adesso Gianluigi Ricotti ha paura, nessuno ha il diritto di giudicarlo. Perché questo giovane elettricista di 34 anni, padre di una bambina di due, il coraggio l’ha consumato tutto il giorno che decise, unico in tutto un quartiere, di presentarsi a testimoniare per la morte del tassista Luca Massari, ucciso a botte da tre balordi in via Ghini, periferia Sud di Milano, case popolari equamente divise tra buoni e cattivi. Lui stava con i buoni. La sera stessa dell’omicidio gli bruciarono la macchina perché i cattivi erano cresciuti con lui nello stesso cortile e quando Ricotti si affacciò al balcone per fumare una sigaretta dopo pranzo, li vide che picchiavano con cattiveria il povero tassista, colpevole di aver investito un cane sfuggito al guinzaglio della sua padrona. «Urlai: basta fermatevi, lo state uccidendo». Lo riconobbero al volo. Di notte gli misero a fuoco l’auto, di giorno citofonarono in casa del padre chiedendo di lui. Un incubo.  

Eppure Ricotti, tra i tanti testimoni che all’inizio del processo mandarono lettere ai giudici dicendo che non si sarebbero presentati perché avevano paura, fu l’unico, insieme a suo padre e sua madre, a venire in aula. E a raccontare ciò che aveva visto, facendo crollare miseramente la tesi della difesa che voleva per quell’omicidio un unico responsabile. Alla fine furono condannati in tre: i due picchiatori Michel Morris Ciavarella a 16 anni, Pietro Citterio a 15 e in primo grado la sorella di lui, Stefania, la ragazza cui era sfuggito il cane, considerata l’istigatrice del pestaggio: 10 mesi. Ricotti aveva fatto il suo dovere, né più e né meno. Come dovrebbe essere normale in un paese normale. Gli diedero anche l’Ambrogino d’oro. Poi il processo si chiuse, la medaglia finì in un cassetto e lui si ritrovò in quartiere da solo, con una bambina appena nata e gli sguardi ostili dei vicini. È dura per un elettricista essere chiamato a far riparazioni quando in zona ti vedono come un appestato.  

Ricotti prese moglie e figlia e decise di trasferirsi. Un piccolo appartamento dignitoso nella campagna pavese, a 550 euro al mese. Troppo per chi si deve rifare una clientela e una vita nel pieno della peggiore crisi finanziaria dell’ultimo secolo. A un certo punto non ha più avuto soldi per pagare. Venerdì scorso si è presentato all’udienza per lo sfratto e il giudice non ha potuto far altro che confermarlo. Poi però ha chiamato una giornalista perché se la legge ha il cuore duro, gli uomini che la interpretano talvolta dispongono di un’anima. «Possibile che non si possa far niente per lui?». Così la storia di Ricotti ha cominciato a circolare per le redazioni, un consigliere comunale dell’ex Idv, Raffaele Grassi, ha presentato una nota in consiglio chiedendo che il Comune si ricordasse di quel cittadino che aveva premiato e che per l’omertà di un quartiere aveva perso il sonno e il lavoro. Una piccola macchina della solidarietà si è messa in moto.  

Ieri il sindaco Giuliano Pisapia, a margine di un convegno a palazzo di Giustizia, ha spiegato che del caso si sta occupando l’assessore alla Casa Daniela Benelli che dovrebbe aver trovato per Ricotti e la sua famigliola, lontano, s’immagina, dal quartiere in cui è stato messo al bando, una casa. Lui, Gianluigi, adesso vive sospeso tra la speranza e la paura, vorrebbe che il suo nome non finisse sui giornali: «Non voglio attirare di nuovo l’attenzione. Non è tanto la paura per me quanto per mia figlia: se dovesse succedermi qualcosa chi si prenderebbe cura di lei e di mia moglie? Ho bussato a tutte le porte per trovare lavoro, mi sono anche proposto per le pulizie. Avvilente. Ma quando questi usciranno di galera, io non sarò tranquillo. A cosa serve il coraggio se poi ti lasciano solo?».  
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Non vi è nulla che giustifichi un simile ripensamento se si possiede una coscienza e se si è Uomini e non pusillanimi.
La fantasia di Dante li pone nell'anticamera dell'Inferno: "infatti l'Inferno vero e proprio non li accetta perché non trarrebbe alcun giovamento da individui senza infamia. Il contrappasso che Dante utilizza per le anime dei pusillanimi è per contrario: mentre in vita non si sono mai schierati vivendo senza infamia né lode, ora sono costretti a portare una bandiera e ad essere continuamente punti da mosconi; il sangue provocato dalle punture viene succhiato da vermi schifosi che strisciano al suolo. Virgilio invita sdegnosamente Dante a passare non curandosi di inetti che non meritano alcuna attenzione."
L'articolista riporta il manzoniano Don Abbondio, che certo non è un esempio umano di dignità e la sua vigliaccheria porterà una serie di mali a creature innocenti come la pura Lucia ed il povero Renzo.
Questo elettricista dice che vive di psicofarmaci per aver affrontato la sua coscienza ed aver fatto il suo dovere.
Io, al contrario, credo che gli psicofarmaci sia costretto a prenderli chi scende a patti con la propria coscienza, chi la silenzia per vigliaccheria. Se lui veramente si ritrova così per aver fatto il suo semplice dovere vuol dire che non era così convinto che dire la verità fosse giusto.
Mi chiedo poi come mai un intero quartiere era dalla parte di brutali e selvaggi assassini e non dalla parte della vittima, che era un povero tassista. Mi sfugge la ragione che farebbe stare costoro dalla parte dei bruti e non dalla parte di un onesto lavoratore che nulla ha fatto. Chi ha infranto la legge è la donna a cui è sfuggito il cane che doveva essere tenuto a guinzaglio e, casomai, era la povera vittima che poteva chiedere i danni sulla sua auto provocati dal cane, che si era lanciato in mezzo alla via, a chi non aveva saputo custodirlo.
Come la racconta questo elettricista in quel quartiere abiterebbe gente di sicuro malaffare, che reputa giusto lasciare i cani liberi di fiondarsi sotto le auto in transito, a rischio di  provocare incidenti, che reputa giusto che si chiudano gli occhi su un massacro perpetrato su un uomo che stava lavorando, che vorrebbe salvi gli assassini e minaccerebbe i testimoni, ormai impauriti e pentiti di aver testimoniato... Se tutto questo è vero la spiegazione è una sola: questa gente è UGUALE ai bruti assassini. Infatti ci si piace e ci si assolve fra UGUALI.
Trovo tutto questo terrificante e mi torna in mente la Alletto, l'impiegata che aveva assistito al gesto folle ed insensato di Scattone e Ferraro, la quale dovette essere torchiata dall'ottimo magistrato Ormanni per dire la verità. Una cosa che mi turbò molto e ne parlai al lavoro con delle colleghe scoprendo una, per me, inimmaginabile comprensione per l'agire della Alletto: una mia collega mi disse che "certo... perché Marta Russo è morta... magari se era solo ferita...", giustificando l'omertà nel caso fosse stata solo ferita e venendo sulle mie posizioni stentatamente "solo perché è morta..."; un'altra candidamente, perché assolutamente scevra da ogni rigore morale, mi disse "l'hanno messa in mezzo quella povera signora...".
Non ci lamentiamo di come va il mondo se il senso morale è questo.

Nota: 14 luglio 2011, mio post sulla condanna degli assassini del povero giovane uomo che faceva il tassista ammazzato di botte.