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sabato 26 gennaio 2013

Il Giorno della Memoria

Da: Wikipedia
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
In questo giorno si celebra la liberazione da parte dei sovietici del campo di concentramento di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio 1945.


Da: CASTELLINEWS.IT



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Da: Castellinews.it
Bandiere a mezz'asta su Palazzo Colonna
Redazione
Marino ricorda la Shoah
(Marino - Attualità) - La Città di Marino si prepara a celebrare il Giorno della Memoria, ricorrenza nella quale il pensiero della comunità internazionale è rivolto alle vittime della Shoah. Istituito dal Parlamento Italiano con la legge 211 del 20 luglio del 2000, nel Giorno della Memoria si ricorda «la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che subirono la deportazione, la prigionia e la morte e tutti quelli che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, mettendo a rischio la propria vita per salvare tante altre vite e proteggere i perseguitati». Nel ricordo di quel 27 gennaio di sessantotto anni fa, in cui i soldati dell'Armata Rossa, abbattendo i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz in Polonia e liberando i prigionieri sopravvissuti allo sterminio, resero noto al mondo intero il più atroce degli orrori nella storia dell'umanità: il genocidio nazista contro il popolo ebraico.

La Città di Marino, nel ricordo delle tantissime vite spezzate e del pianto della comunità ebraica che la guerra ha colpito nei suoi affetti più cari per la follia omicida perpetrati dalla dittatura nazista, si unisce a tutti i Comuni italiani nelle celebrazioni onorando il cerimoniale che vuole, per questa data, le bandiere nazionale ed europea esposte a mezz'asta. In segno di memore omaggio alle vittime dell'olocausto e alle persecuzioni del popolo ebraico. L'Amministrazione comunale auspica che, in prossimità delle celebrazioni del 2 febbraio promosse per il 69 anniversario del Bombardamento di Marino in vista della giornata in Ricordo dei Martiri delle Foibe Istriane del 10 febbraio, gli anni trascorsi da quei tragici eventi che hanno unito in un unico pianto i popoli, possano favorire il moto d'animi mirato ad una memoria sempre più realmente condivisa in nome dell'unico popolo italiano da noi tutti formato, come recita la Costituzione, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.





Giulia Spizzichino, la farfalla impazzita che ha fatto estradare Priebke

  • cover_spizzichino
© casa editrice Giuntina

Giulia Spizzichino è una bella signora romana che potrebbe tranquillamente barare sulla sua età. A 86 anni ha l'energia e la vitalità di una donna ben più giovane, e tutto l'entusiasmo di una scrittrice esordiente. Ha appena pubblicato con Giuntina La farfalla impazzita, romanzo autobiografico che ha riacceso i riflettori sulla sua storia personale.
Giulia Spizzichino, infatti, è stata testimone della più grande tragedia del Novecento, la Shoah. Ebrea romana, da ragazzina ha visto sparire 26 persone della sua famiglia, alcune trucidate alle Fosse Ardeatine, altre ad Auschwitz. Benché i suoi genitori e i suoi fratelli si siano salvati – grazie alla lungimiranza del padre e a un po' di fortuna – la perdita di nonni, zii, cuginetti ha pesato per tutta la vita su Giulia, e si è tramutata in un dolore sordo che l'ha accompagnata costantemente. Senza farle perdere la sua grande forza d'animo: grazie a lei, che negli anni Novanta non ha esitato ad andare in Argentina a perorare la causa dell'estradizione di Erich Priebke, il criminale nazista ha interrotto il suo esilio dorato e ha affrontato la giustizia.
Giulia Spizzichino non ha avuto una vita facile: due matrimoni finiti male, un figlio perduto in tenera età. “Oggi ho un compito che non mi aspettavo”, scrive, “quello di testimoniare. Devo raccontare ciò che è stato, non può cadere tutto nell'oblio”. E il suo libro ci riesce benissimo.
-Perché questo titolo, “La farfalla impazzita”?
«È il soprannome che mi ha dato un caro amico, Stefano Persiano. Mi sono ritrovata in questa definizione. Dopo la tragedia che ho vissuto, ho volato e volato senza sapere cosa cercare».
-Quando è iniziata per la ragazza Giulia l'esperienza del dolore?
«Avevo 11 anni quando per le leggi razziali sono stata cacciata da scuola. Poi mio padre fu inviato al confino, solo per aver tentato di aiutare uno zio rimasto senza lavoro a ottenere una licenza per il commercio. Mia madre si trovò d'improvviso sola, senza papà che era il nostro pilastro, a occuparsi di noi bambini e del negozio. Fu terribile. Ma il peggio doveva ancora arrivare: il rastrellamento nel Ghetto, la retata del 21 marzo 1944 che portò via sette maschi adulti della famiglia di mia madre... Io avevo 17 anni, e vissi fino al 1945 nell'illusione che tutti sarebbero tornati a fine guerra. Fu mia madre a stroncare le mie speranze, dicendomi erano tutti morti».
–Nel suo libro, c'è un passaggio scioccante: lei dice che la morte del suo bambino fu sconvolgente, ma il dolore provato per il massacro dei suoi familiari è “una vetta che non si può sfiorare”...
«Sulla tomba di mio figlio ho potuto piangere. Ma i miei familiari sono diventati polvere, non c'è un luogo dove io possa piangere per loro».
-Il suo ruolo è stato decisivo per l'estradizione di Priebke.
«Dopo la morte di mia madre, ho sentito il dovere di essere testimone. Non c'era in me desiderio di vendetta, ma di giustizia. Quando ho saputo che Erich Priebke viveva tranquillo in Argentina, sono partita e ho fatto di tutto perché fosse processato. Ho partecipato a incontri, trasmissioni televisive. Ho incontrato ambasciatori, vescovi. Credo che Priebke sia stato costretto a lasciare l'Argentina nel 1995 anche per il lavoro che ho svolto, raccontando la mia storia».
-Lei ha presenziato a tutti i processi al criminale nazista. Che impressione ha avuto di lui?
«Credeva di potersene andare. L'ho sentito chiedere in spagnolo, che io parlo, a persone a lui vicine durante il processo, di comprargli camicie, vestiti, che voleva portarsi in Argentina, al suo rientro. Ho pianto disperata quando è stato assolto, al primo processo. Per due anni, finita la vicenda Priebke con la condanna all'ergastolo, mi sono stati assegnati degli agenti della Digos per proteggermi, perché ho ricevuto minacce di morte».
–Come è nata l'idea del libro?
«Ce l'avevo nel cassetto da tempo. Ho sempre amato scrivere. Da ragazza scrivevo racconti, poesie e canzoni, ho collaborato con il giornale “Bella”. Come scrivo nel libro, mi piacerebbe che mandasse un messaggio, che riesca a trasmettere qualcosa a chi lo leggerà».
Un messaggio di speranza: perché una storia raccontata, come quella di Giulia Spizzichino, non sarà una storia dimenticata. Preservare la memoria è un dovere nei confronti di chi – ebreo come la famiglia di Giulia, partigiano o vittima innocente scelta dal caso – si è tentato di cancellare.

Info: La farfalla impazzita. Dalle Fosse ardeatine al processo Priebke di Giulia Spizzichino, con Roberto Riccardi. Giuntina, 12 euro
24 Gennaio 2013, Maria Tatsos



Mai dimenticare. Io, di certo, non ho bisogno delle ricorrenze per ricordare. Non perché sia stata toccata personalmente da questo orrore, dato che non sono di cultura o religione ebraica, ma perché sono stata toccata nella parte più intima di me stessa, a 14 anni, dalle immagini dei filmati girati nei campi dagli Americani. Fino a quell'età avevo sentito solo degli accenni a quanto era successo prima che io nascessi. Né la mia famiglia, di cultura e formazione cattolica, né la Scuola, né la Parrocchia che frequentavo, mi avevano mai parlato della realtà di quell'orrore. Forse per preservarmi?
So soltanto che l'idea del mondo che fino a quel momento avevo introiettato era di un mondo evoluto, gli orrori erano esistiti nel passato, quando gli uomini erano più ignoranti e quindi più brutali...
Lì, davanti a quelle immagini in bianco e nero trasmesse da un piccolo televisore della mia casa di Via Ottaviano a Roma, scoprii con sgomento che l'orrore era a pochi anni da me, non nel buio Medio Evo, non relegato nelle pagine lontane della Storia, ma a pochi passi dalla mia nascita: ed io provai un sentimento devastante, pensai che non avrei mai voluto nascere in un mondo che era stato capace di fare questo. Nel secolo in cui l'Uomo sembrava aver fatto passi da gigante rispetto ai secoli precedenti, levandosi in volo, scoprendo la Relatività e come fosse fatto l'Universo, e le cellule che compongono la vita biologica e tante altre scoperte, agiva peggio di ogni bestia della Terra sui propri simili, senza pietà, senza umanità... Ecco era l'Umanità stessa che veniva negata e uccisa dalle azioni mostruose di uomini su altri uomini. L'insensatezza di un simile agire mi sprofondava in un rifiuto totale di quegli uomini. Non potevo difendermi se non elaborando un concetto diverso del mondo da come me lo avevano rappresentato fino a quel momento la mia famiglia, i miei insegnanti, i cultori della mia educazione religiosa, per i quali il massimo dell'orrore rappresentatomi era la crocifissione di Gesù Cristo. Orribile condanna a morte che, scoprii in seguito, era stata comminata ad un numero infinito di poveracci e non solo a Gesù...
Nessuna ideologia, nessuna guerra, possono spiegare quell'orrore. L'unica spiegazione che sono riuscita a darmi, ormai giunta  a 66 anni, è che esistono esseri umani fuori fatti apparentemente come noi e dentro mostruosi e cercano solo una scusa, appunto una guerra, un'ideologia folle, per sbranare altri uomini, godendo della loro sofferenza.

Bambini da stringere al cuore


L'Addio Infinito.

http://www.fanpage.it

Nel Giorno della Memoria. 

L'Addio Infinito

La mano che l’aggrappa,

il fucile che scalpita,

gli occhi sgranati di un bambino impaurito,

le urla di mamma a scandire l’addio.

Le lacrime scendono, il cuore si spezza,

con le mani giunte prega l’Iddio

che finisca il tormento, l’orrore in oblio.

L’uomo finisce, la bestia che insorge,

risposte non trova la mente violata,

solo un abbraccio diventa la vita,

la luce si è spenta, il sole a mezzogiorno.

Scende la notte, in cielo la luna,

il freddo pungente non è una tortura,

solo un pensiero che blocca il respiro:

dove sei o mia piccola creatura?

Mamma ti penso, vorrei averti accanto,

tra il filo spinato di un campo smarrito

ovunque ti cerco, la tua voce, il sorriso.

L’epilogo è pronto, il mio cuore è già morto,

la più grande tra le pene,

perché mai più potrai sentirmi dire:

Mamma ti voglio bene!

Tu che scrivi non puoi immaginare,

solo una prece per rimembrare:

io non muoio da solo, con me l’Umana Ragione

soccombe al delirio di un solo padrone,

alza il capo, grida forte che dal cielo ti possa sentire:

“Mai più così in basso l’uomo possa finire!”

Vincenzo Basile





Trenitalia e Barbara D'Urso

La D'Urso contro Trenitalia: ''Ho la febbre, datemi la tessera platino'' 

E su Twitter è subito gara di sfottò: "Non sarebbe meglio una supposta?".


Si sa che i vip non possono patire il freddo come i comuni mortali, per cui Barbara D’Urso posta sul suo blog un video in cui fa presente all’universo mondo l’ingiustizia di cui è vittima. Voi che pensavate che i pendolari maltrattati giornalmente da Trenitalia siano uno dei primi problemi da affrontare nel settore dei trasporti pubblici forse non sapevate che la conduttrice Mediaset è stata costretta ad aspettare al freddo con 39 di febbre l’arrivo del treno Frecciarossa, perché la tessera platino che dà diritto al calduccio confortevole della saletta riservata, ancora non le è stata recapitata.

"Voglio la mia carta"

La D'Urso affida dunque ad un breve filmato - denuncia, caricato su carmelita.it, tutta la sua rabbia: "Questo è un video di protesta a Frecciarossa - spiega la conduttrice - perché io ho chiesto da un sacco di tempo la tessera per stare nella saletta d'attesa quando arrivo prima al treno, perché quando fa freddo come stasera che ho la febbre a 39, sto nella saletta. Ma non me l'hanno ancora data. E a chi la volete dare se non a me che due volte a settimana viaggio con questo treno. Quasi sempre in ritardo, tra l'altro. Quindi, datemi questa tessera, perché ho freddo alla stazione che mi sono fatto cinque ore di diretta. Sono malata. Voglio la mia carta. Ecco".

Da: Il Messaggero.it

ROMA - Barbara D'Urso, sul suo blog Carmelita.it, l'ha definito «una protesta simpatica», ma i cittadini sul web e sui social network la pensano diversamente e si sono scagliati più o meno con ironia contro il videomessaggio pubblicato su YouTube nel quale la conduttrice Mediaset reclama espressamente una carta platino. «Ho la febbre alta - spiega nella clip la D'Urso - e invece di attendere il treno nella saletta riservata sono dovuta stare all'aperto. Datemi questa tessera platino, uso questo treno (quasi sempre in ritardo) due volte alla settimana...».

CLICCA QUI PER GUARDARE IL VIDEO
COMMENTI PRESENTI (18) tutti i commenti Scrivi un commento
POVERINA...
Le consiglio una sola settimana di viaggi su qualcuna di quelle tratte con migliaia di pendolari che devono affrontare ogni santo giorno (con influenza, raffreddore, tosse e quant'altro) viaggi fatti spesso in piedi, con finestrini aperti o senza aria condizionata, attaccandosi l'un l'altro i virus stagionali per poi fare 8/10 ore di lavoro per 3/4 euro l'ora e poi tornare a casa in condizioni penose. Vuole fare a cambio con il suo lavoro per una sola settimana?
Commento inviato il 26-01-2013 alle 09:59 da Andyno
Cosa c'è di strano
Povera donna lavora tanto sta sempre in giro da sola su un treno vuoto e freddo, mentre i pendolari stanno ammassati stretti uni agli altri al calduccio, lei in treno non puo parlare con nessuno mentre i pendolari parlano e si divertono tra loro. Lavora tutta la settimana per guadagnare 2 o 3 milioni di euro l'anno ed avere il problema di spenderli di metterli in banca di non farseli rubare, mentre chi guadagna 1000 euro al mese tutti questi problemi non li ha ........ poi cosa ha chiesto mai una tessera di platino .....nemmeno avesse chiesto una tessera di diamanti ...poverina dategliela per favore....ne ha bisogno è raffreddata.
Commento inviato il 26-01-2013 alle 09:39 da Max Mas
Gent. Si.gra D'Urso
Le do lo stesso consiglio che ho dato ad una mia carissima amica, la sig.na Oca: faccia la richiesta tramite internet, e' tutto sommato una cosa facile da fare e la mia amica, la Sig.na Oca, e' riuscita benissimo in questa impresa. Ci provi anche lei, magari ce la fa!
Commento inviato il 26-01-2013 alle 08:24 da uno_qualsiasi
poverina...
miss pianto facile che deve attendere al freddo...poi piange lacrime di coccodrillo in tv per veri casi drammatici...magari faccia l'appello a trenitalia in una delle sue trasmissioni con le sue famose faccine da cane bastonato...
mi accodo al msg precedente...è solo vergogna senza limiti!
Commento inviato il 26-01-2013 alle 08:02 da pescarese74
ADESSO MORETTI
le riservera' un treno personale ...............
Commento inviato il 26-01-2013 alle 07:26 da francesco61
ma porella
su trenitalia... diamogli sta tessera benedetta su... è una persona bisognosa... porcella... una denuncia web e notizia shoc su tutti i giornali insieme alla colò sono due perle di umiltà e correttezza...
ma andarci al lavoro...non so... con il trattore?
braccia rubate all'agricoltura

AVE
Commento inviato il 25-01-2013 alle 21:55 da sicvispacem
montata
Farebbe meglio a restarsene a casa a fare la calza, ma forse non è capace di fare neppure quella......
Commento inviato il 25-01-2013 alle 19:35 da piercor
vergogna senza limiti
E' triste per una conduttrice che ha retribuzioni milionarie doversi sottoporre a sacrifici come quello di attendere un frecciarossa per viaggiare da Roma a Milano per guadagnare il pane quotidiano.
Si guardi indietro e veda in quali situazioni si trovano i poveri pendolari che per sopravvivere si trasferiscono giornalmente su treni paragonabili a carri da buoi e rifletta di quanto sia fortunata.
Altro che tessera platino qui ci si accontenterebbe di una di stagno!
Commento inviato il 25-01-2013 alle 19:20 da lucaleo01
Venerdì 25 Gennaio 2013 - 19:02
Non seguo le trasmissioni di Barbara D'Urso, perché le ritengo "trasmissioni da portineria": chiacchiere, pettegolezzi, commozioni superficiali e di maniera... tutto quello che una volta, quando i portinai non costavano tanto, si svolgeva sul portone o nella guardiola del portiere, dove chi puliva le scale si arrogava anche il diritto di parlare superficialmente e anche a vanvera dei casi della gente del palazzo, a beneficio di comari a corto della TV spazzatura di oggi.
Non la seguo neppure nelle sue interpretazioni di sceneggiati vari... E' una bella donna che fece girare la testa a Memo Remigi, sposato e un poco agé, che l'aiutò ad entrare in un mondo, quello televisivo, in cui una giovane e bella ragazza deve sempre trovare "una porta" per entrare.
Detto questo trovo che su Trenitalia la signora D'Urso ha ragione da vendere, dunque fra mille critiche e sfottò levo la mia piccola voce di blogger per difenderla.
Trenitalia se ne strafotte dei passeggeri e, a quanto pare, anche di quelli che viaggiano abitualmente in prima classe.
Se Barbara aveva chiesto da tempo la tessera per avere diritto a riposare in una sala d'aspetto (ormai le uniche che Trenitalia concede solo a chi può pagare sempre per la prima classe) non si capisce per quale complicato iter amministrativo ancora non gliel'avevano data!
L'Italia non cambia, anzi, peggiora: chi ha il culo al caldo in un posto statale lavora solo se gli va e se ha una coscienza! Tanto non ci sono verifiche di sorta! Va avanti chi fa, ma anche chi NON fa. Nessuno lo butta fuori anche se lavora al rallentatore.
Quindi la tessera di Barbara fa parte di questo costume diffuso ovunque!
Inutile prendersela con lei se la gente viaggia sui treni regionali come se fosse bestiame, prendetevela con Moretti e con i politici che l'hanno messo dove sta.
Moretti si sente un "figo", tutto "in tiro" e tiene le Ferrovie statali da schifo!
Nelle stazioni non ci sono bagni pubblici e quando ci sono devi pagare. Viaggiano signori anziani con problemi di prostata, donne incinte, persone con problemi vari... Lo dico senza mezzi termini: meriterebbero che uno la facesse per terra in stazione la pipì! Le indicazioni per i Servizi necessari per questioni fisiologiche latitano! Il viaggiatore, che come tale si suppone che transiti in luoghi che magari vede per la prima volta, cerca smarrito un cartello qualsiasi che, secondo il mondo civile, dovrebbe essere evidente! Ha urgenza... ma non c'è nulla!
Alla stazione Termini bisogna fare una maratona a piedi per raggiungere i bagni a pagamento lontanissimi dai binari.
Alla stazione di Frascati, molto frequentata, non c'è alcuna indicazione e, in assoluta mancanza di personale FF.SS., ci si rivolge ai commercianti che hanno un negozio in stazione (avranno avuto una concessione dalle Ferrovie dello Stato immagino), i quali indicano un luogo lontano e chiuso a chiave con lucchetti. La caccia al tesoro per avere la chiave conduce in un bar dove, avuta la preziosa chiave, una signora severa te la porge raccomandandosi di restituirla. Armeggiare con i lucchetti mezzi arrugginiti mette a dura prova chiunque abbia un'urgenza fisiologica!
Se pensate che Frascati sia in fondo una piccola stazione (fatto che non esime dalla civiltà) non pensate che sia meglio a Firenze, stazione di S. Maria di Novella!
Va bene che quell'anima persa di Marchionne l'ha definita "una piccola città", poveretto, ma in quella città, che ce la invidiano in tutto il mondo e che per strada senti parlare tutte le lingue perché brulica di turisti anche in un freddo gennaio, la stazione deve avere dei servizi igienici! Ebbene, non ce li ha!
Stesso iter che per Frascati: richiesta all'edicolante in mancanza di qualsivoglia indicazione o cartello... Invece della signora del bar di Frascati che ti dà severamente la chiave per i lucchetti arrugginiti a prova di scassinatore, c'è il bagno di Mac Donald's! Devi entrare in mezzo ad una bolgia di gente e fare la fila perché ci sono solo due cessi per genere!
E' civiltà questa? Signori, (si fa per dire), siamo a FIRENZE!! Checché ne dica il povero Marchionne!
Infine la Sala d'aspetto! Appena due anni fa sono andata a Firenze per lavoro e, siccome ero solo un piccolo funzionario dello stato, la mia amministrazione mi pagava solo la seconda classe. Dunque poco male! In attesa di tornare a Roma ho potuto usufruire di una Sala d'attesa dignitosa in cui mi sono seduta con la mia valigina accanto e ho letto persino un libro attendendo il treno.
Oggi, inizio 2013, la Sala d'attesa aperta a tutti non c'è più! Al suo posto una sala esclusiva, con personale pagato da Trenitalia che chiede la famosa tessera tanto agognata da Barbara D'Urso! Non viaggi in prima classe e non hai la tessera? Plebeo!
Stai al freddo in scomodi sedili di ferro davanti alla biglietteria insieme a qualche barbone che, se non stai attento, ti sonnecchia sulla spalla!
Trenitalia... ma Vaff...... alla Grillo proprio!     

Una storia pateticamente umana

Da: Il Resto del Carlino

Pensionato tedesco cerca l’uomo che mise incinta sua moglie

Riccione, estate del '55

"Mia moglie mi tradì con un marinaio di Riccione. È lui il padre di mio figlio, vorrei incontrarlo"

di Mario Gradara
Rimini, 19 gennaio 2013 - «ICH habe entdeckt, ho scoperto che Karl non è mio figlio, ma figlio di un marinaio di Riccione. Adesso vorrei almeno saperne il nome e guardarlo in faccia!» Telefonata davvero insolita quella arrivata alla redazione del Carlino di Rimini. Dall’altra parte del filo un gentilissimo signore di Wiesbaden, Hans R., ex professionista dell’informazione, che racconta (in tedesco) la sua storia. «Oggi ho 83 anni, sono pensionato, e con la mia fidanzata Gertrude nel 1955 siamo stati in vacanza a Riccione. In un hotel non lontano dal porto. Siamo arrivati in Italia con la mia Opel, eravamo strafelici».
«Gertrude — prosegue — hat ein pappagallo kennegelernt (ha conosciuto un ‘pappagallo’), un marinaio alto e aitante, coi capelli scuri, che con la barca a vela e a motore portava i turisti in gita sul mare, facendo tappa davanti al nostro albergo. Quella che poi è diventata mia moglie, morta diversi anni fa, quell’estate ebbe una storia con quell’uomo. Avevo avuto subito dei dubbi sulla tresca, ma lei non l’ha mai voluto ammettere. Fatto sta che quando siamo tornati in Germania lei era incinta, e dopo nove mesi è nato un bambino». «Appena l’ha visto ricordo che mia madre mi disse: ‘Ist nicht dein Sohn!’, non è tuo figlio». «Ma non c’erano prove né strumenti medici, all’epoca, per dirimere la questione».
COMUNQUE Hans accolse il piccolo e lo crebbe con amore e cura. Ma in fondo all’animo ha sempre coltivato quel dubbio. Che invece di dissolversi, è cresciuto col tempo. «L’anno scorso non ce l’ho fatta più — continua —, ho raccontato la storia a mio figlio, chiedendogli di sottoporsi al test del Dna. Gli ho detto: ‘Quando ti guardo negli occhi penso sempre a quel marinaio di Riccione’». E lui come l’ha presa? «Può immaginare — continua il pensionato tedesco — ma quando ha visto come soffrivo, è stato lui a dirmi: ‘Papà, allora facciamo il test’. L’ha fatto nel mese di giugno, e il risultato ha confermato i sospetti miei e le certezze di mia madre».
A QUEL PUNTO cosa è successo? «E’ successo che ci siamo abbracciati, io gli ho detto: ‘Per me tu resti sempre mio figlio’. E lui mi ha risposto: ‘Tu sarai sempre mio padre’». Una scena toccante. Ma Hans, in accordo con il figlio, oggi affermato professionista, ha deciso di cercare quell’uomo che gli sedusse Gertrude nel 1955. Anno in cui la nazionale tedesca si fregiava del suo primo titolo di Weltmeister conquistato nel ‘54, anno della tragica morte di James Dean, anno in cui film primatista d’incassi fu - ironia della sorte - ‘L’amore è una cosa meravigliosa’.
Cosa vorrebbe da quel marinaio? «Io — conclude — vorrei solo sapere chi è e dove abita. Mio figlio mi ha detto: ‘Vorrei guardare negli occhi l’uomo che mi ha concepito’».
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Perché quest'uomo abbia aspettato tanto per togliersi un tale dubbio attiene a come egli è costruito dentro di sé.
L'esame del DNA esiste da un po'... Forse ha atteso che la moglie morisse... Temeva di offenderla nel palesarle la volontà di sapere se lo aveva tradito ancor prima di sposarlo..
Un matrimonio fondato su una menzogna. Che tristezza certe vicende umane!
Mi ha evocato la storia che ho letto nel libro di Susanna Tamaro: "Va dove ti porta il cuore". Frase che la nonna dice a sua nipote come consiglio di vita... Andrebbe anche bene e potrebbe apparire molto romantica, se non fosse che questa nonna "era andata dove il cuore l'aveva portata" generando sua figlia, la madre della nipote a cui dava questo elegiaco consiglio, ma non con suo marito, bensì con un medico con cui aveva commesso adulterio.
Il marito, ai tempi l'esame del DNA era lontano futuro, si era comunque accorto "dalle mani" che quella figlia non poteva essere sua... Anche lui con lo stiletto del dubbio nel cuore.
Per queste "andate ...dove  il cuore ti porta" c'è sempre il dolore e lo smarrimento di qualcun altro...
Non trovo che ci sia molto di romantico e di elegiaco, quanto di egoista e di falso.
In questo caso la signora è morta e chi resta soffre e paga: figlio e padre putativo.