sabato 22 giugno 2019

"La scatola nera" di Amos Oz

Ho finito di leggere "La Scatola nera" il sesto libro di Amos Oz.
Ho letto in precedenza "Una storia di amore e di tenebra", "Una pace perfetta", "Michael mio", "Giuda" e "Finché morte non ci separi".
Questo ultimo romanzo "La Scatola nera" è quello che mi è piaciuto meno, pur essendo denso di verità profonde raggiunte ed espresse dall'Autore nel corso della narrazione.
Narrazione che si serve dell'artificio del romanzo epistolare, cioè per raccontare l'Autore ricorre all'esposizione degli accadimenti attraverso lettere che i personaggi del romanzo si scrivono.
Lettere dense di particolari minuti che rendono artificioso e irreale il racconto, giacché difficilmente anche in lettere minuziose ci si addentra in particolari che appaiono forzati ed inutili.
Avevo iniziato anch'io un Romanzo, che tengo lì incompiuto, dal titolo "Lettere d'amore e.. altro", ma è basato su lettere reali che due giovani coniugi si sono scambiate nell'arco di sei mesi stando lontani per il lavoro di lui.
Queste lettere immaginate da Amos Oz presentano situazioni umane estreme, magari potrebbero benissimo esistere persone del genere, ma per il mio mondo, forse piccolo borghese, sono situazioni al limite del disumano che per la loro natura sbagliata non possono che produrre infelicità e fallimento esistenziale.
Ora il fatto di essere ebrei, dunque con una cultura e una formazione per certi versi diversa dalla mia, non spiega certi comportamenti, giacché la distinzione fra il male e il bene, come fa dire ad un personaggio Oz, è insita nell'Uomo già dalla nascita, è innata nel suo istinto. 
Né le credenze morali ebraiche si discostano dalle nostre nate dal cristianesimo, anzi, è stupefacente come, leggendo quel che dice e pensa l'ebreo credente Michael (anche qui c'è un Michael ma diverso dal personaggio del libro "Michael mio"), io ritrovi i precetti identici con i quali sono stata educata e cresciuta nella mia famiglia cattolica e che ho seguito nella mia Chiesa di Via degli Scipioni a Roma, dove ho frequentato la locale sede dell'Azione Cattolica fino ai miei 18 anni.
Così stupefacente da non comprendere in cosa queste due religioni si discostino, se non nel fatto che per loro l'ebreo Gesù è e rimane un predicatore di comportamento morale e non un essere divino.
Michael è un ebreo nordafricano, nato in Algeria, poi trasferitosi con la famiglia a Parigi e di lì in Israele, mentre i suoi genitori e parte della sua famiglia è rimasta a Parigi. In Israele egli ha un fratello.
Michael ci viene descritto come non alto, non bello, peloso, religiosissimo fino alla pedanteria, ma idealista sul piano politico per il suo Paese, che non è l'Algeria, non è la Francia, ma Israele.
Michael ha sposato una divorziata che ha un figlio adolescente, Boaz, ed ha avuto da lei una bambina Madeleine Yfat, che all'inizio della narrazione ha tre anni.
La moglie, Ilana, ha avuto un divorzio disumano dal primo marito, Alexander ed è l'analisi di quel rapporto così tragico "La Scatola nera" che si cerca di decodificare nel corso del racconto.
Già dalle prime lettere che Ilana scrive all'ex marito per chiedergli aiuto per Boaz, figlio ribelle che egli ha voluto legalmente disconoscere addebitando a Ilana ripetuti adulteri, si apprende che ella non nega i tradimenti, addirittura ripetuti e fatti senza passione se non quella di offenderlo.
Ella si definisce in una di queste lettere: una puttana nata. Dichiara che in nove anni di matrimonio lo ha tradito negli ultimi sei con "i suoi amici, i suoi superiori dell'esercito, i suoi allievi, con l'idraulico e l'elettricista". Allo stesso tempo dichiara che lui, Alexander, "è stato e resta suo marito", e gli esprime una vera adorazione chiamandolo "il mio signore".
E' evidente che non di psicologia normale si tratta, non di sentimenti normali, giacché l'amore puro fra due coniugi non mette in conto il tradimento, tanto meno tradimenti ripetuti e così volgari come quelli descritti.
Inoltre questa Ilana, ormai sposata ad un altro da cui ha avuto una figlia, continua a ritenere suo marito il primo, che pure ha tradito e da cui è stata trattata con tanta crudeltà da rifiutare la paternità del loro unico figlio ripudiando anche lui, piccolo innocente.
Siamo di fronte ad una donna dai sentimenti e comportamenti estremi, anomali e non giustificabili neppure dalle anomalie di Alexander che, nel corso del racconto, verranno fuori.
In una lettera ad Alex ella dichiara che gli sta scrivendo di nascosto di Michael, che peraltro sa della sua richiesta di aiuto per Boaz e quindi del nuovo contatto dopo sette anni dal divorzio, ma di quella lettera, in cui lei parla dei tradimenti e di sentimenti ancora vivi verso il primo marito, Michael non sa... E lei, dice, sente di tradirlo per questo: "dopo anni, nemmeno un'ombra di inganno è passata fra di noi".
Ma, da lettrice mi chiedo, se non c'è stato mai inganno allora questo secondo marito sa tutto di questa donna? Sa che, come lei stessa si definisce scrivendo al primo marito, è "una puttana nata"?  E come può accettare il puro e religiosissimo Michael una donna sposata e madre che andava copulando volgarmente con tutti?
Se nel presente ella non tradisce carnalmente lui è pur stata "quella" persona e noi non siamo fatti a spicchi, ma siamo un intero..
Ha nascosto a Michael le sue passate e volgari prodezze sessuali o lui, così religioso, lo sa ed è così magnanimo da stimarla lo stesso? Non è dato sapere.
Quello che si scopre via, via, della "scatola nera" che è stato il matrimonio Alexander-Ilana, è che dopo i primi momenti di passione lui ha iniziato ad introdurre un gioco mentale depravato fra loro: fingere che lui fosse un altro, un terzo fra loro due coppia, per possederla da "terzo immaginario" poi di nuovo, eccitato da questo, lui Alex. La perversione però viene da lei accettata.
 In seguito in lui iniziano le paranoie dei tradimenti di lei, che poi diventano reali...
Una coppia sulfurea, direi. con in mezzo il piccolo, innocente Boaz.
Si apprende che Ilana aveva avuto vari uomini prima di Alex, mentre lui, a 28 anni, era ancora vergine.
Una omosessualità latente forse? Il libro non lo dice mai esplicitamente, ma il pensiero può riaffiorare verso la fine, quando Alex molto malato e quasi morente va a vivere nella proprietà che ha ereditato da suo padre e dove ora vive Boaz, che riconosce affettivamente come suo figlio, e scrive che Boaz forse va a letto con tutte le ragazze ospiti della comune, che ha creato ospitando giovani che ne fanno richiesta, e con i ragazzi: "Tutte sembrano essere sue amanti. Può darsi anche i ragazzi".
Come può pensare questo il padre del figlio? Forse perché egli stesso in sé ha un problema?
Questi personaggi estremi, che cercano una normalità di affetti dopo averli offesi e calpestati, sono personaggi necessariamente disperati, giacché incapaci di vivere in una normalità che sola può dare serenità.
Ilana alla fine lascia il secondo marito per curare il primo moribondo con una abnegazione che è eccesso anch'essa...
Gli unici che fanno pena, perché veramente innocenti, sono Alexander bambino e suo figlio Boaz bambino: entrambi travolti dagli errori degli adulti, entrambi lasciati in una dolorosa solitudine affettiva, entrambi oggetto di violenza da parte di chi avrebbe dovuto sentirsi responsabile di loro proteggendoli e dando loro delle carezze e non colpi.


Alex da bambino girava da solo nella immensa tenuta di suo padre e l'unica compagnia era una scimmietta.
Suo padre gliela uccise.

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