martedì 23 settembre 2014

Quello che pochi sanno su Giorgio Albertazzi

Da: Il Corriere della Sera

di: Luzzatto Sergio
(5 luglio 2006) - Corriere della Sera

Albertazzi, la Rsi e quel delitto del ' 44

Tre prigionieri inglesi fucilati sul Grappa in un feroce rastrellamento antipartigiano


Anticipiamo un estratto da un saggio su Albertazzi e la Rsi contenuto nel numero in uscita della rivista «MicroMega». «Il torbido mi attrae, perché sono solare e non ho alcun pregiudizio moralistico né etico-cattolico. Sono introvabile e scompaio sempre, chiunque può fare di me quello che vuole, ma se stringe il pugno sono svanito: sono aria e inconsistenza»: così Giorgio Albertazzi nella sua autobiografia del 1988. Ma di recente, lavorando sulle carte dell' Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, una studiosa vicentina - Sonia Residori, che sta ultimando un' ampia ricerca sulla violenza fascista nel Veneto centrale - lo ha pur trovato, il «sottotenente Albertazzi Giorgio». E ha potuto riscontrare quanto poco i pregiudizi della morale cattolica abbiano frenato lui e gli altri legionari di Salò che contribuirono ai fasti dell' «operazione Piave» (il grande rastrellamento antipartigiano sul Monte Grappa del settembre 1944, ndr). Il documento d' archivio è contenuto nella busta Tagliamento, che contiene copia degli atti del processo contro una quindicina di legionari celebrato dopo la Liberazione dal Tribunale militare territoriale di Milano, e giunto a sentenza nel 1952. Datato da Staro (presso Recoaro) il 28 settembre 1944, consiste nel diario delle operazioni compiute dalla terza compagnia del 63° battaglione M durante gli otto giorni compresi fra il 20 e il 27 del mese. Più esattamente, si tratta di una Relazione sull' azione «Piave» firmata dal responsabile della compagnia, il tenente Giorgio Pucci, e da lui inoltrata al comando di battaglione. Appena due pagine dattiloscritte, che permettono tuttavia di ricostruire con precisione - giorno per giorno, e quasi ora per ora - i movimenti degli ottantanove legionari agli ordini di tre ufficiali: lo stesso tenente Pucci e i sottotenenti Prezioso e Albertazzi, rispettivamente a capo del primo e del secondo plotone fucilieri. Da Solagna, gli uomini della terza compagnia avevano risalito i contrafforti del Grappa attraverso la valle di santa Felicita, attestandosi al limite del bosco di Monte Oro. Nel secondo giorno di operazioni, avevano fatto prigionieri «n. 3 inglesi e n. 3 italiani». Il primo scontro a fuoco era avvenuto il 22 settembre: intercettata una «pattuglia di banditi», i legionari avevano prontamente reagito, «uccide(ndo) un bandito e costringe(ndo) la pattuglia nemica a scendere precipitosamente in basso». Ore dopo, un secondo scontro a fuoco si era facilmente concluso a loro vantaggio («poche raffiche bastarono per uccidere n. 4 banditi»). Alla fine dell' intensa giornata, la compagnia si era disposta a sbarramento della valle delle Foglie: ma non prima di avere fatto altri prigionieri, «n. 5 individui nascosti nel bosco». La marcia di ritorno verso Solagna era cominciata il 24, «su tre direttrici per il rastrellamento di uomini e degli armenti». Cinque i «renitenti alla leva» catturati quel giorno, in cui fra l' altro si era provveduto a fucilare i tre prigionieri inglesi; sette gli ostaggi dell' indomani («n. 6 renitenti alla leva ed un disertore dell' esercito repubblicano»). La terza compagnia era rientrata a Solagna nella mattinata del 26, mentre già il tenente Pucci si preparava ad accompagnare la sua Relazione sull' «azione Piave» con un fiero «riepilogo dei banditi messi fuori combattimento». Il contenuto del diario del 63° battaglione M non va preso per oro colato. Forse più di ogni altro reparto della Guardia nazionale repubblicana, la legione Tagliamento risentì infatti il peso della retorica che la Bildung fascista trasmise alla generazione dei balilla. Lo ha detto bene Carlo Mazzantini nella sua propria testimonianza autobiografica, il libro di memorie - tanto più sincere che quelle di Albertazzi - intitolato A cercar la bella morte: i legionari di Salò vivevano di fanfare, e di miti falsi vissuti come veri. Sul versante non già della memorialistica, ma della storiografia, gli studiosi della Resistenza nel Novarese e nel Vercellese hanno sottolineato essi pure il carico di luoghi comuni che zavorravano il discorso del 63° battaglione. Un linguaggio standardizzato e iperbolico, dove l' attività dei plotoni veniva immancabilmente presentata come «intensa», e la reazione agli attacchi partigiani come «immediata e potente». Una sottovalutazione sistematica dei «banditi» partigiani, dei quali neppure si intendeva la tattica consistente nel sottrarsi allo scontro frontale, ogni volta definendone lo sganciamento come una «fuga precipitosa» Stando così le cose, il documento ritrovato in archivio da Sonia Residori va maneggiato con cautela. Ma quando lo si sfrondi della sua retorica e dei suoi stereotipi, è una fonte che parla chiaro allo storico. Dal 20 al 27 settembre 1944, un reparto fra i più sperimentati e agguerriti della Guardia nazionale repubblicana, il 63° battaglione M, collaborò con l' esercito tedesco a una gigantesca operazione di rastrellamento, che per le formazioni partigiane si risolse in una gravissima disfatta. Il battaglione era composto di varie compagnie, una delle quali, la terza, aveva per ufficiale il sottotenente Giorgio Albertazzi. Senza riuscire straordinario, il bottino militare conseguito dalla sola terza compagnia nel breve volgere di una settimana fu comunque degno di nota: oltre ai tre soldati inglesi passati per le armi, cinque i «banditi» italiani uccisi negli scontri a fuoco (tra cui il comandante della brigata Italia Libera Campocroce, Vico Todesco), venti quelli catturati (in gran parte deportati a Dachau, e mai più ritornati). Diversamente da quanto avrebbe scritto nelle sue memorie, Albertazzi non li ha visti soltanto «scappare», i partigiani, le «poche volte» che li ha visti. Li ha visti in catene, dopo averli fatti prigionieri. E li ha visti cadaveri, dopo avere loro sparato. 
Sapevo dei trascorsi assassini di questo bravo attore bene invecchiato. Ma quanti lo sanno?
Mi ha colpito tempo fa vederlo in televisione in uno spettacolo congiunto con Dario Fo: quest'ultimo comunista, uomo di sinistra, dopo i trascorsi giovanili con camicia nera. Ma Fo in camicia nera non risulta che abbia mai ucciso: il bel vecchio Giorgio Albertazzi invece sì. Lo dicono i documenti ricordati in questo articolo.
Chi muore giace e chi vive ... dimentica sperando che anche gli altri lo facciano...

3 commenti:

Anonimo ha detto...

tranquilla, signora, dorma tranquilla: non vi fiu nessun assassinio.....

Anonimo ha detto...

Albertazzi venne accusato di aver partecipato ad una LEGITTIMA azione di guerra e venne assolto da un tribunale della repubblica. Se ogni combattente di una guerra fosse un assassino avremmo ognuno di noi almeno un boia in casa. Il fatto è che, anche per quanto riguarda il rastrellamento del Grappa, le cose andarono in maniera diversa da quella descritta dalla storia ufficiale. Quei ragazzi, cinquecento giovani quasi tutti appartenenti alla borghesia bene della pedemontana del Grappa, furono mandati a morire, per la pochezza dei capi partigiani che ignorarono gli inviti dei tedeschi a ritirarsi per un varco lasciato aperto e li mandarono a moriree, in 500 armati di schioppetti della prima guerra contro 8000 tedeschi e fascisti armati di tutto punto, su consiglio della Missione inglese del cap. Brietsche che aveva tutto l'interesse a tenere impegnati i tedeschi ritardando la loro presenza sulla linea gotica. Ovviamente i capi del Comando Unico Partigiano del Grappa si salvarono tuti, compreso il "Conte Rosso" Giovanni Tonetti(già responsabile dell'azione terroristica di Ca' Giustinian a Venezia, dove venne fatto scempio di militari della GNR e di civili) che, una volta catturato, vendette notizie ai fascisti in cambio della vita e di un'assistenza alla sua famiglia che venne protetta dai fascisti a Trento fino a fine guerra. Dopodiche' costui torno' a fare il comunista venendo eletto nelle liste del PSIUP al Parlamento italiano.
Come vede, signora, la storia assume tinte diverse, a seconda che si faccia intervenire o meno la verità.
Gino Melloni

Rita Coltellese ha detto...

Non so se anche il primo commento, in senso temporale, sia del Sig. Gino Melloni, ma il concetto del primo si lega al secondo.
Io dormo tranquilla. Cerco di interpretare la vita secondo un filo morale. Se uno uccide è un assassino. E' inutile schermarsi con le parole. Anche una donna che abortisce volontariamente interrompe il corso naturale di una vita, e dunque lo è.
Poi si può inquadrare ogni fatto in un contesto che lo rende più o meno grave dal punto di vista morale. La guerra ha reso assassini anche coloro che non volevano uccidere. Mio padre, pacifista, antifascista, per tutta la sua breve vita mi ha ripetuto: "Mi hanno mandato a combattere una guerra scatenata da un pazzo, una guerra di aggressione. Non potevi rifiutarti, altrimenti ti fucilavano. Perché io ho dovuto sparare a gente che non mi aveva fatto niente?" Ecco un uomo a cui è stato imposto di uccidere per non essere ucciso, non per un ideale di difesa della Patria attaccata dal nemico, giacché la guerra la dichiarò l'Italia. Albertazzi, invece, fece una scelta: per lui quel sistema era giusto, dunque ha scelto liberamente di aderire alla Repubblica di Salò e di uccidere quei partigiani e quei prigionieri. Gli va riconosciuta la coerenza a quell'idea per tutta la sua vita. Quanto al metamorfismo di tanti partigiani, al loro opportunismo e agli orrori e la viltà di certe azioni, siamo perfettamente d'accordo. Su questo blog ho pubblicato documenti storici di violenze carnali, seguite da uccisione, di bambine di tredici anni, perpetrate per vendetta da partigiani sulle colline dell'entroterra ligure.