lunedì 25 settembre 2017

I racconti di una cattivissima vecchia 2°

"Da quando tutte le illusioni della mia buona educazione sono cadute, ho iniziato a ripensare a tutte le nefandezze piccole e grandi che ho subito senza reagire come certa gente avrebbe meritato, se non altro per il concetto di reciprocità. 

Tu mi insulti senza che io ti abbia fatto niente, o insulti persone a me care per colpirmi? Per il concetto di reciprocità ti meriti almeno altrettanto. Perché una carogna deve giovarsi della mia buona educazione e beneficiare della mia dignitosa non reazione?



In gioventù ero molto carina, una bellezza legata a modi fini ed eleganti. Suscitavo invidie e non me ne accorgevo perché, per mia fortuna, non avevo un animo meschino e non sapevo cosa fosse l'invidia. Mi misuravo solo con me stessa, cercando di migliorare sempre più, nel carattere e nell'apprendimento culturale e della vita, con molta umiltà.
Così non mi resi conto della curiosità, seguita da interesse ed ammirazione, di alcune persone di un palazzo in cui mi trovai ad abitare con la mia famiglia e mia madre, rimasta vedova.
Mi trovavano elegante, eppure io spendevo poco per il mio abbigliamento. Ma è il buongusto che rende la persona elegante, non i soldi. Curavo molto anche i miei bambini, come giusto, ma certe cafone che abitavano quel palazzo non erano capaci di fare altrettanto evidentemente.

Sfatiamo la leggenda "che siamo tutti uguali", non lo siamo affatto, siamo tutti differenti, per intelligenza, aspetto fisico, livello culturale, livello morale e tanto altro, e chi è inferiore lo percepisce anche se chi è superiore non glielo fa pesare: e prova rabbia e invidia se di animo meschino.
Fu così che gente che io nemmeno avevo notato, indaffarata con i miei bimbi e la mia anziana madre, pensò bene di colpirmi offendendo la parte più debole della mia famiglia: mia madre.
Ella soffriva di disturbi psichici da sempre, da quando sono nata la ricordo sempre così. I suoi disturbi la facevano soffrire e creavano disagio solo a noi familiari: sugli altri, gli estranei, non si riverberavano in alcun modo. Ella era gentile con tutti, aveva un atteggiamento umile anche con gente di bassissima levatura, era religiosissima, di indole mite e l'unica manifestazione esterna del suo disagio era il parlottare a volte da sola.
In 25 anni della mia vita mai nessun estraneo si era permesso di chiamare mia madre scema, matta o pazza. Mai. Neppure gente culturalmente povera, anzi, questa in particolare le aveva sempre portato il dovuto rispetto, commentando con umana umiltà "che certo non lo faceva apposta" o che "il male non se lo era  andato a comperare al mercato".
Ci fu un'eccezione però in quei miei primi 25 anni: un tizio di un paesetto dove passavamo le vacanze estive. Era giovane e in paese si diceva che se la facesse con la madre della sua fidanzata, nota puttana che aveva riempito di corna il povero marito fino al punto che, si diceva, almeno due delle figlie non erano di lui.
Non credevo alle dicerie, per le ragioni già espresse nel 1° racconto, ma dovetti arrendermi alla realtà quando un'estate, avevo circa 13 anni, andando a cercare a casa una delle figlie della puttana, mia amichetta di giochi, vidi uscire dalla cantina la madre con questo giovane fidanzato della sua figlia maggiore, evidentemente disturbati dal mio chiamare per nome l'amichetta che in quel momento non era in casa. In casa non c'era nessuno, come ebbe a dirmi la puttana rassettandosi i capelli e le vesti con un sorriso imbarazzato, mentre dietro di lei spuntava il giovane con lo stesso sorriso ambiguo, il cui palese significato non sfuggì neppure alla mia innocente inesperienza.
Qualche anno dopo, avevo circa 17 anni e sempre passavo le estati in quel luogo, mentre passeggiavo solitaria vicino alla piazzetta del paese, un forestiero di passaggio, incuriosito forse dal mio aspetto piacevole, chiese, al giovane della cantina  con cui stava parlando poco distante, chi fossi, e quello con un sorrisetto fra l'ebete e il malizioso gli disse chi ero aggiungendo: "La madre è scema." Particolare inutile quanto insultante.
Nel frattempo il fidanzamento con l'ingenua figlia maggiore della puttana era finito e la madre aveva partorito un maschio che, si diceva in paese, somigliava al giovane della cantina.
A parte questo episodio squallido come colui che ne era stato protagonista, nessuno mai aveva dato tale definizione di mia madre, finché, rientrando un giorno in casa con i miei bambini e attraversando l'androne del palazzo, una donna che abitava nel palazzo ma in un'altra scala, non brutta ma appannata da una patina di volgarità nell'aspetto, che mi precedeva nel cammino, si voltò a guardarmi sfacciatamente e, con un sorriso maligno, disse ad una giovane che le camminava accanto: "Hai visto questa?" La donna, sua amica o parente, si girò con lieve imbarazzo data la richiesta fatta a voce udibile, e disse timidamente: "Carina." "A' madre è scema." Proferì quella con stupida malignità, mentre la sua amica o parente, migliore di lei e usata per offendere una persona che lei non conosceva, chinava la testa senza rispondere.
La mia reazione fu di protezione verso la mia bambina più grande, che poteva aver capito l'insulto rivolto alla sua amata nonna e le dissi: "Certo in questo palazzo abita gente proprio bassina!" Intendendo in senso civile e morale, come infatti era. Forse la cafona sentì, forse pensò che mi riferissi alla sua statura.. So solo che non reagii solo per non dare spettacolo ai miei bambini, altrimenti avrei dovuto alzare la voce e dirle: "Brutta stronza, cafona e incivile, qui di scema ci sei solo tu! Ma chi ti conosce e come ti permetti?! Stai sempre a guardare dal tuo balconcino di merda dentro il mio... Che cazzo vuoi brutta morta di fame? Rosichi? Ma pensa allo spettacolo che dai alla tua bambina qui presente e alla magra figura che stai facendo nell'usare questa signora per insultare il prossimo che a malapena sa, dalla portinaia che mi lava i pavimenti e parla, che sei una pantalonaia. Allora cuci i pantaloni e non ti permettere più nemmeno di guardarmi! Invidiosa plebea!" 

* Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale, essendo il racconto frutto della fantasia della scrittrice Rita Coltellese.

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